Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/02/2024

Kick out the jams, moterfuckers! Wayne Kramer (1948 – 2024)

di Sandro Moiso

«Fuori dai coglioni, fottutissimi stronzi!».
Quante volte dovremmo urlarlo ogni giorno, ad ogni ora, nel confronti di compagini politiche, culturali e musicali che, sotto le vesti del perbenismo borghese, sensibile soltanto all’odore dei soldi, oppure dell’alternativa liberal correct e della provocazione studiata a tavolino da manager ed esperti di marketing, ci assillano in ogni momento attraverso i media, i social e finti dibattiti politici (televisivi o in presenza poco importa)?

Gli MC5 (Motor City Five) di Detroit lo urlarono una volta per tutte con un brano musicale dallo stesso titolo contenuto nell’album omonimo uscito nel 1969 per l’etichetta discografica Elektra. I cinque di Detroit (Motor City) ovvero Rob Tyner (voce, 1944-1991), Fred “Sonic” Smith (chitarra, 1949-1994), Wayne Kramer (chitarra, 30 aprile 1948 – 2 febbraio 2024), Michael Davis (basso, 1943-2012) e Dennis Thompson (batteria, 1948), attualmente unico sopravvissuto del gruppo, si erano conosciuti intorno alla metà degli anni ’60 quando erano ancora studenti delle scuole superiori a Lincoln Park, una cittadina della contea di Wayne, nella regione metropolitana di Detroit.

Davis e Thompson erano subentrati nel 1965, al posto del bassista Pat Burrows e del batterista Bob Gaspar che avevano lasciato il gruppo quando Fred Smith (futuro marito di Patti Smith) e Wayne Kramer avevano iniziato a sperimentare muri di feedback e rumore bianco con le loro chitarre, ispirandosi entrambi al free jazz di Archie Shepp, Sun Ra e John Coltrane ancor più che a Jimi Hendrix.

Rob Tyner era entrato prima come manager, con il suo vero nome di Rob Derminer, dei Bounty Hunters, il gruppo originario formato da Wayne Kramer con Fred Smith al basso, Leo Le Duc alla batteria e Billy Vargo come seconda chitarra, ma poi aveva cambiato il suo nome diventandone di fatto il frontman e cantante. Ma, in realtà, lui e Wayne si erano conosciuti quando erano ancora ragazzini, entrambi provenienti, come poi tutti gli altri membri, da famiglie operaie di quella che all’epoca era considerata la capitale mondiale della produzione automobilistica.

Wayne se ne era andato di casa a diciassette anni, in un ambiente in cui tutti, comunque, si conoscevano sia per condizione di classe che per provenienza geografica, poiché gran parte di quegli operai, bianchi e neri, erano giunti a Detroit dal Sud degli Stati Uniti dopo la guerra, perché avevano sentito dire che lì avrebbero trovato lavoro.

Erano, in qualche modo, dei reietti quegli eredi della classe operaia, e sapevano di esserlo, come migliaia di altri ragazzi della loro stessa età che vivevano nei sobborghi cittadini a quell’epoca. Che alle spalle non avevano l’estate dell’amore di San Francisco, ma dello stesso anno, il 1967, la più grande rivolta urbana di quel decennio. Durante la quale la Guardia Nazionale, per sedare i disordini, aveva dovuto impiegare anche l’aviazione.

Questo elemento, insieme all’ascolto del jazz d’avanguardia, fu sicuramente alla base del disastro sonoro che uscì dalle due chitarre di Kramer e Smith che, di fatto, costituirono sia il tappeto di distorsioni su cui si svilupparono le loro canzoni che il proto-punk cui, nel giro di pochissimo tempo, si ispirarono altri gruppi della stessa area metropolitana: gli Stooges di James Newell Osterberg Jr. (1947, in arte Iggy Pop), gli Up, i Grand Funk Railroad (originari di Flint, a nord-ovest di Detroit), la James Gang oppure Alice Cooper, in un elenco che per motivi di spazio rimane qui incompleto.

Dal punto di vista musicale, in una città in cui il proletariato bianco si frammischiava al proletariato afro-americano, grande era stata anche l’influenza del blues e del rhythm’n’blues di cui, precedentemente, si erano appropriati altri gruppi seminali quali i Woolies (resi celebri da una più che travolgente versione di Who Do You Love di Bo Diddley), i Rationals di Scott Morgan (che raggiunsero il successo grazie a una versione proto-garage di Respect di Otis Redding) e, soprattutto, Mitch Ryder con i suoi Detroit Wheels, autentico padrino di tutta la musica bianca e arrabbiata che sarebbe venuta a partire dalla fine degli anni Sessanta dall’area di Detroit. Ma, nella sostanza, la novità dirompente rappresentata dagli MC5 fu quella di costituire la prima rock’n’roll band apertamente politicizzata. Nelle parole rilasciate dallo stesso Wayne Kramer in un’intervista a Pat Wadsley, Tre anni di galera e quindici di Rock, negli anni Ottanta:

C’erano anche i Fugs, ma erano più underground, mentre noi combinavamo la retorica politica con il rock’n’roll […] Il rock è stato sempre qualcosa di politico: lo era Chuck Berry, lo erano i Doors. Il rock’n’roll ha sempre rappresentato la ribellione dei giovani contro il potere.
All’inizio tutte le nostre idee erano ad un livello molto semplice e grezzo. Eravamo ragazzotti che venivano dalla strada e sapevamo solo che potevano fregarci se solo avessero voluto, in qualsiasi momento.

Da questo primitivo sentimento di oppressione sociale derivano sicuramente le parole urlate da Rob Tyner all’inizio di Motor City Is Burning, nel primo e più riuscito album del gruppo:

“Fratelli e sorelle, voglio dirvi una cosa! Sento un sacco di chiacchiere da un sacco di stronzi seduti su un sacco di soldi dicendomi che sono l’alta società. Ma voglio che voi sappiate una cosa, se me lo chiedete: questa è l’alta società! Questa è l’alta società!“

Così mentre, da un lato, ogni loro concerto era definibile come “una forza catastrofica della natura che la band era a malapena in grado di controllare”, dall’altro, i giornali conservatori definivano le loro esibizioni “orgasmi collettivi, ubriacature selvagge, valanghe di suono scaricate alla rinfusa sul pubblico, traboccanti di oscenità e slogan” . Sesso, droga, protesta e rock’n’roll riuscivano dunque a colpire nel segno. Ma fu l’incontro con John Sinclair, il teorico e attivista delle White Panthers a definire meglio l’attitudine di Kramer e compagni:

Quando arrivò John non fece altro che dire le stesse cose in termini politici e noi fummo d’accordo. Pensammo che aveva proprio ragione. Era un poeta, un critico e un organizzatore. Era l’unico che riuscisse a comunicare con noi, a trasformare un gruppo di maniaci del rumore in un complesso musicale che potesse esibirsi e continuare a far funzionare il tutto nel tempo1.

Nato a Flint, nel 1941, John Sinclair fu tra gli organizzatori del giornale underground di Detroit, “Fifth Estate”, alla fine degli anni ’60; contribuì alla formazione della Detroit Artists Workshop Press; lavorò come giornalista jazz per “Down Beat”dal 1964 al 1965, essendo un esplicito sostenitore del nuovo movimento del Free Jazz e fu uno dei “Nuovi Poeti” presenti alla seminale Berkeley Poetry Conference nel luglio 1965. Nell’aprile del 1967 fondò l’“Ann Arbor Sun”, un giornale underground, mentre dal 1966 al 1969 è stato il manager degli MC 5. Sotto la sua guida la band abbracciò la politica rivoluzionaria della controcultura del White Panther Party, fondato in risposta all’appello delle Pantere Nere affinché i bianchi sostenessero il loro movimento.

Durante questo periodo, Sinclair, teorico dell’“amore armato”, fece in modo che la band fosse ingaggiata regolarmente al Grande Ballroom di Detroit, dove in seguito fu registrato dal vivo, il 30 e 31 ottobre 1968, il loro primo album, Kick Out the Jams. Stava gestendo gli MC5 al momento del loro concerto gratuito fuori dalla Convenzione Nazionale Democratica del 1968 a Chicago, quando la band fu l’unico gruppo ad esibirsi prima che la polizia interrompesse la massiccia manifestazione contro la guerra in Vietnam. Lui e la band si separarono nel 1969. Nel 2006, Sinclair si è riunito però ancora all’ex-bassista degli MC5 Michael Davis per lanciare la Music Is Revolution Foundation.

Dopo una serie di condanne per possesso di marijuana, Sinclair fu condannato a dieci anni di carcere nel 1969 dopo aver offerto due joint a un’agente della narcotici sotto copertura. La severità della sua condanna scatenò diverse proteste pubbliche che culminarono nel John Sinclair Freedom Rally alla Crisler Arena dell’Università del Michigan ad Ann Arbor nel dicembre 1971. Tre giorni dopo la manifestazione, Sinclair fu rilasciato dal carcere quando la Corte Suprema del Michigan stabilì che le leggi statali sulla marijuana erano incostituzionali.

Nel 1972 Sinclair fu accusato di cospirazione per distruggere proprietà governative insieme a Larry Plamondon e John Forrest, ma in appello la Corte Suprema degli Stati Uniti emise una decisione storica, vietando l’uso da parte del governo degli Stati Uniti della sorveglianza elettronica domestica senza un mandato, liberando ancora una volta Sinclair e i suoi coimputati2. Sui motivi della rottura con Sinclair, Wayne Kramer si sarebbe in seguito espresso così:

Si arrivò alla rottura con John e con tutto il partito delle White Panther. Forse accadde perché in quel periodo John stava per essere condannato ad una pena detentiva e quando capisci che stai per andare in prigione cominci a diventare nervosissimo. Di solito te la prendi con tutti quelli che hai intorno oppure giuri di smetterla. John invece, per reazione, divenne ancor di più un militante convinto. A quel tempo non sapevo ancora cosa vuol dire avere davanti la prospettiva di andare in galera, lo imparai solo più tardi, così non potevo capire la sua esplosione di militanza [In precedenza] tutto era iniziato come una specie di club atletico-sociale, poi decidemmo di metterci a fare sul serio. Le Black Panthers erano tipi duri? Anche le White Panthers dovevano esserlo. Le Black Panthers avevano armi? Anche noi allora e se loro sparavano anche noi dovevamo sparare. Ci esaltavamo con la retorica del momento, ma quando decidemmo alla fine di non avere più niente a che fare con loro, capimmo che il nostro attivismo era consistito nel suonare e pagare i conti delle attività di quel partito da operetta 3.

La fine degli MC5 sarebbe arrivata nel 1971, quando la band perse il contratto discografico con l’Atlantic, che aveva sostituito quello con la Elektra, e non riusciva più a suonare. Fino a quando Mick Farren (1943-2013), capo della sezione inglese delle White Panthers e cantante della band proto-punk inglese dei Deviants (tre album tra il 1967 e il 1969) riuscì a organizzare un loro tour europeo in concomitanza con un festival musicale. Ancora dai ricordi di Kramer:

Non ci pagarono, ma ci diedero i biglietti per il viaggio, così cercammo di farci ingaggiare per qualche altro concerto in Inghilterra. Partimmo per Londra dove rimanemmo per circa un anno. Era l’ultimo viaggio all’estero degli MC5, sapevamo che non saremmo rimasti insieme ancora per molto. Ci fu poi quella tournée, la migliore che avessimo mai avuto, Avrebbe dovuto durare sei settimane, dieci giorni in Scandinavia poi l’Inghilterra, la Francia, con apparizioni alla televisione e alla radio, per finire con due settimane in Italia. Avremmo potuto separarci con stile alla fine della stessa, avendo qualche migliaio di dollari in tasca per incominciare qualcosa di nuovo, ma quando stavamo per partire arrivò la moglie del cantante: disse che non avrebbe lasciato venire suo marito. Risposi che ero pienamente d’accordo con lei sul fatto che suo marito non avrebbe dovuto cantare in un complesso, per il semplice fatto che non ne era all’altezza. A spassarsela fra un concerto e l’altro era bravissimo, ma solo a far quello. Pensavo però che avendo firmato un contratto avrebbe dovuto rispettarlo, se non altro perché se non fosse venuto avrebbe messo in difficoltà tutti noi. Finimmo però per partire senza di lui.

Io e Fred facemmo a turno i cantanti, senza sapere neanche la metà delle parole delle canzoni o cantandole nella tonalità sbagliata. Fu un’esperienza orribile, la peggiore della mia vita: si arrivava in un posto, c’era il finanziatore con la moglie, si mangiava qualcosa, si beveva, dicevamo le solite cose. «Come siamo contenti di essere qui» eccetera eccetera. Poi salivamo sul palco, facevamo uno spettacolo pietoso e quando tornavamo nei camerini se ne erano andati tutti, non riuscivamo a trovare nessuno per farci pagare. Gli italiani, visto come andavano le cose, cancellarono i nostri spettacoli: «Paghiamo per cinque e ne vengono soltanto quattro. Potete scordarvelo». Questo capitava mentre Sinclair era in prigione.4.

Una descrizione impietosa della fine di una leggenda, com’è giusto che sia, ma i travagli per Kramer erano ancora soltanto agli inizi. Tornato a Detroit, Kramer avrebbe iniziato a collaborare con il suo idolo Mitch Ryder, ma anche quest’ultimo avrebbe ben presto iniziato a dare segni di follia con comportamenti anomali e pericolosi, per sé e per gli altri che lo circondavano. Come ancora racconta Wayne: « Era diventato pazzo perché aveva venduto più di dieci milioni di dischi senza mai riuscire a vedere un centesimo, per cui non si fidava più di nessuno. Alla fine aveva dato fuori di brutto ».

Così Kramer, dopo aver girovagato tra complessini nemmeno degni di esser ricordati, musiche pubblicitarie e infimi club, avrebbe finito con l’approdare, grazie anche alle proprie dipendenze, ai giri più che loschi legati al commercio e allo spaccio di droga. Eroina e cocaina. Come ricordava ancora nell’intervista già citata:

Mi arrestarono diverse volte in quel periodo per delle scemenze, non voglio neanche parlarne, non è interessante. Ritengo, adesso che ho avuto un po’ di tempo per pensarci su, di essere arrivato a immischiarmi in quel tipo di traffici anche perché ne ero attratto, mi sembrava di essere un ribelle [...] Ma il fatto è che se non riesci nella musica perdi tempo e denaro, ma se sbagli in quel tipo di affari vai in galera o ci rimetti la pelle [...] così un affare oggi, un affare domani mi ritrovai davanti ad un giudice per aver cercato di vendere cocaina a due agenti federali [...] Il giudice disse: « Per il suo caso, signor Kramer, la legge prevede tre anni di reclusione». Prima mi aveva detto un massimo di cinque, per cui ero contento e mi dicevo: « Va bé, me li farò», ma in quello si alza un impiegato del tribunale e dice: « Vostro onore, c’è un errore, la legge prevede cinque anni di carcere ». E il giudice: « Insomma, tre o cinque che siano... Faremo una via di mezzo, gliene darò quattro » […] Lo sceriffo mi mise una mano sulla spalla e alle sei di quella sera ero chiuso in prigione.

 Dopo gli anni di galera iniziò la lenta, faticosa risalita. Prima con l’esperienza, ancora una volta fallimentare, con i Gang War messi insieme ad un altro noto tossico e loser, Johnny Thunders, poi via via con dischi solisti o con compagni più affidabili. Dieci in tutto tra la fine degli anni Ottanta e il 2004, non molto. Eppure, eppure...

Wayne ha dimostrato, insieme a Fred “Sonic” Smith e agli altri suoi compagni di un effimero, violento, selvaggio e spericolato viaggio che la “musica giovanile” può essere ben altro da ciò che, oggi, gruppi tardo-glam o finti rapper e veri trapper vogliono proporre come novità musicali e artistiche. Lanciando, contro di loro e i vari promotori del business dello spettacolo, quell’indomito e sempre attuale grido di rabbia e disprezzo: Kick Out the Jams, Motherfuckers!!

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04/11/2017

Auto e mazzette. Grosso scandalo a Detroit

Il sindacato statunitense dell’auto, l’UAW, e le tre grandi industrie automobilistiche di Detroit sono coinvolte in un colossale scandalo, che sta emergendo a seguito delle indagini in corso partite dalla corruzione che riguarda la Chrysler-FCA.

L’FBI sta indagando sull’utilizzo dei fondi dei Training Centers di GM e Ford, che sarebbero finiti nelle tasche dei dirigenti sindacali e dei funzionari delle compagnie incaricati delle relazioni sindacali. Sono coinvolti finora i vice presidenti dell’UAW responsabili dei rapporti con le compagnie.

“Se le aziende stanno acquistando la pace del lavoro corrompendo la leadership sindacale, questo è estremamente preoccupante”, dichiara a Detroit News Peter Henning, professore di diritto universitario di Wayne State e ex procuratore federale. “Il messaggio che i dirigenti sindacali pensano solo a se stessi, può esasperare i lavoratori e indurli a ribellarsi”.

I Training Centers sono strutture finanziariamente potenti gestite dalle compagnie e dal sindacato, alimentate dai ‘nickel funds’. Per ogni ora lavorata da un membro UAW, le società mettono contrattualmente un nichel nel fondo per la formazione dei dipendenti, e i comitati di gestione dispongono di decine di milioni. Creando all’interno di ciascun Training Center delle associazioni di beneficienza da essi controllate, i dirigenti dell’UAW si sono appropriati di ingenti somme. Nel caso della Chrysler è già stato accertato che questa strada è stata percorsa anche da funzionari della compagnia, che ne hanno direttamente beneficiato.

Nel caso di GM e Ford sono emerse finora le responsabilità dei dirigenti sindacali. Per GM riguardano Joe Ashton e Cinty Estrada. Ashton, già vicepresidente UAW, una volta in pensione è stato nominato membro dell’UAW Retiree Medical Benefit Trust, che possiede il 9 per cento delle azioni di GM. Il suo Ashton Fund ha ricevuto 1,3 milioni di dollari negli ultimi 6 anni. Ad Estrada, che ne ha preso il posto all’UAW per le relazioni con GM, fa capo l’Estrada Charity Fund, che ha ricevuto 1,4 milioni di dollari negli ultimi 5 anni. Per Ford, Jummy Settles, vice presidente UAW, presidente di Just, che ha ricevuto 1,3 milioni di dollari negli ultimi tra anni.

La collusione tra dirigenti sindacali e dirigenti di impresa è stata già accertata nei mesi scorsi per la Chrysler. L’ex responsabile delle labour relations Alphons Iacobelli era stato accusato davanti ad una giuria federale di collusione con General Holiefield, vice presidente dell’UAW incaricato delle relazioni con Chrysler, per essersi appropriati di milioni di dollari utilizzando un conto bancario e carte di credito collegate al Centro di formazione nazionale UAW-Chrysler, finanziato da Chrysler. Oltre a Jacobelli erano stati coinvolti nell’accusa Jerome Durden, analista finanziario della Chrysler e tre altri dipendenti della società e la moglie di General Holiefield.

L’intesa tra le due parti che durava dal 2009 al 2014 aveva avuto pesanti conseguenze sulla contrattazione e sulle condizioni dei lavoratori nelle fabbriche1. General Holiefield è deceduto nel 2014. Ma nuove accuse spuntano ora a carico del suo successore, Norwood Jewell, vice presidente UAW incaricato dei rapporti con Chrysler, la cui Making Our Children Smile ha ricevuto negli ultimi tre anni 629 milioni di dollari.

Secondo gli atti, i pagamenti a Holiefield “erano cominciati come un modo per conquistare la sua cooperazione nei negoziati e nei problemi del lavoro”. Per David P. Gelios, agente speciale dell’FBI di Detroit “l’accusa mette in evidenza una inquietante collaborazione criminale in corso da anni tra i funzionari di alto livello”, e l’uso dei fondi “mette in discussione l’integrità dei contratti negoziati”.

Le relazioni sindacali non sono oggetto di esame sul piano giudiziario. L’indagine è invece proseguita allargandosi alla gestione degli altri Training Centers, fino all’accertamento attuale delle responsabilità dei dirigenti dell’UAW. E’ ancora aperto invece il filone che riguarda le responsabilità dei funzionari delle compagnie e che muove da una strana connessione. Jacobelli, aveva lasciata la Chrysler nel giugno 2015 (secondo Marchionne, era stato licenziato), Nello stesso mese dalla GM se ne era andato Rex Blackwell, incaricato dei rapporti con l’UAW. Nonostante le indagini in corso Jacobelli era stato assunto nel gennaio 2016 da GM ed ha ricevuto l’incarico di negoziare il contratto con il sindacato canadese.

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02/01/2014

Usa, l’economia dei tagli

di Michele Paris

L’anno 2013 si è chiuso negli Stati Uniti con un atto di estrema crudeltà nei confronti della sezione più debole della popolazione da parte di una classe politica che nei mesi precedenti era stata protagonista di iniziative senza precedenti per ridimensionare drasticamente i livelli di spesa pubblica. Per questa ragione, la mancata proroga dei sussidi straordinari di disoccupazione sembra essere soltanto un’anticipazione dei nuovi assalti alle condizioni di vita delle classi più povere che si annunciano in un nuovo anno nel quale, come in quello appena terminato, a brindare alla “ripresa” economica negli USA come altrove sarà soltanto una ristrettissima élite economica e finanziaria.

Tre giorni dopo il Natale, dunque, 1,3 milioni di americani senza lavoro da mesi hanno visto interrompersi l’unica modesta fonte di reddito a loro disposizione dopo che qualche settimana prima democratici e repubblicani al Congresso avevano deciso di lasciare fuori dall’accordo sul nuovo bilancio l’estensione dei benefit addizionali di disoccupazione che il governo federale aveva sempre prolungato a partire dall’esplosione della crisi finanziaria del 2008.

La spesa totale per il prolungamento di questi sussidi, che hanno finora sopperito a quelli di minore durata offerti dai singoli stati, sarebbe stata di appena 25 miliardi di dollari, vale a dire meno dell’1 per cento dell’intero bilancio federale ed una cifra irrisoria di fronte ai 633 miliardi stanziati per il Pentagono dal Congresso per l’anno 2014.

Nel corso dei prossimi mesi, inoltre, senza un intervento legislativo, i benefit federali per i disoccupati a lungo termine cesseranno per altri 3,6 milioni di americani, traducendosi, se si considerano i loro familiari, nell’eliminazione di qualsiasi entrata per circa 15 milioni di persone.

Come hanno messo in luce svariati studi, una simile decisione da parte del Congresso non è mai stata presa nel dopoguerra in presenza di livelli di disoccupazione come quelli odierni. Al di là del tasso ufficiale - attualmente al 7 per cento - ci sono altri dati che dipingono una realtà ancora peggiore per i lavoratori d’oltreoceano. Innanzitutto, la percentuale di disoccupati è scesa costantemente nei mesi scorsi grazie soprattutto all’uscita dal mercato del lavoro di oltre 5 milioni di persone che hanno smesso di cercare un impiego.

Inoltre, la quota di popolazione che ha oggi un lavoro - 58,6 per cento - è praticamente invariata da quattro anni, nonché la più bassa dal 1983 e al di sotto di oltre 4 punti percentuali rispetto al periodo immediatamente precedente il crollo finanziario del 2008. Per quanti hanno trovato un posto di lavoro dopo averlo perso, poi, la nuova realtà ha significato molto spesso precarietà e stipendi da fame.

Alcuni parlamentari democratici, con il sostegno della Casa Bianca, stanno preparando in questi giorni un provvedimento di legge per reintrodurre i sussidi straordinari. Tuttavia, se anche dovesse essere approvata, la nuova versione garantirebbe un reddito ai disoccupati appena per tre mesi e, con ogni probabilità, si accompagnerebbe a tagli in altri ambiti per compensare l’aumento della spesa pubblica.

Come già ricordato, la fine dei sussidi di disoccupazione è solo l’ultima di una serie di misure anti-sociali negli Stati Uniti che hanno segnato tutto il 2013. Già a marzo, il mancato accordo sul debito pubblico tra democratici e repubblicani al Congresso aveva fatto scattare una serie di tagli automatici alla spesa (“sequester”) pari a 85 miliardi di dollari solo per l’anno in corso ed altrettanti per un altro decennio. Con questo meccanismo sono stati ridotti gli stanziamenti, tra l’altro, per i buoni alimentari destinati ai più poveri, per i sussidi agli affitti e allo studio, mentre decine di migliaia di dipendenti pubblici sono stati costretti a periodi di congedo forzato senza retribuzione.

Misure come quest’ultima si sono poi ripetute durante le prime due settimane di ottobre, quando un altro scontro al Congresso ha impedito l’approvazione del bilancio per il nuovo anno fiscale, provocando la chiusura di molti uffici federali (“shutdown”). A livello statale, inoltre, svariate assemblee sia a maggioranza democratica che repubblicana hanno provveduto a “ristrutturare” i fondi pensione dei dipendenti pubblici, ad aumentare i contributi di questi ultimi ai loro piani sanitari e a tagliare i servizi offerti alla popolazione.

La situazione spesso precaria delle finanze statali e municipali, provocata sia dalla deindustrializzazione e il conseguente crollo delle entrate fiscali che dal ricorso a pericolosi strumenti finanziari promossi dalle grandi banche, viene così puntualmente utilizzata per liquidare benefit conquistati in decenni di lotte dai lavoratori, come sta accadendo con il più grande procedimento di bancarotta di una città americana, attualmente in corso a Detroit con la completa approvazione dell’amministrazione Obama.

Di nuovo a livello federale, infine, il mese di novembre si era aperto con un’altra iniziativa senza precedenti negli USA, cioè la riduzione dei fondi federali destinati ai buoni alimentari che ha privato di almeno due pasti al mese circa 46 milioni di americani in difficoltà economiche.

Queste e molte altre misure simili si inseriscono in una tendenza globale volta a stravolgere i rapporti di classe consolidati e negli Stati Uniti si è concretizzata in un’annata fatta di enormi soddisfazioni solo per coloro che hanno beneficiato del colossale e deliberato trasferimento di ricchezza verso il vertice della piramide sociale.

Gli indici di borsa, negli USA come in Europa e in Giappone, hanno sfondato qualsiasi record nel corso del 2013 nonostante una crescita anemica dell’economia reale. Ad alimentare la speculazione di Wall Street è stato in primo luogo il proseguimento del programma di “quantitative easing” della Federal Reserve, con il quale, a fronte di una presunta mancanza di denaro per finanziare i programmi pubblici, sono stati regolarmente immessi nel sistema finanziario più di 80 miliardi di dollari ogni singolo mese.

Proprio in concomitanza con la mancata proroga dei sussidi di disoccupazione, la stessa Fed del governatore uscente Bernanke aveva annunciato qualche settimana fa la prosecuzione delle politiche a favore delle grandi banche con una lieve riduzione nei prossimi mesi della quantità di denaro stampato per l’acquisto di titoli legati ai mutui e bond del Tesoro e, soprattutto, con il mantenimento dei tassi di interesse attorno allo zero fino almeno al 2015.

Questa fortuna, oltre a gettare le basi per una nuova crisi rovinosa, si è tradotta negli ultimi giorni dell’anno nel consueto banchetto di bonus milionari a Wall Street, dove sono in pochi a doversi preoccupare della stagnazione o della netta riduzione degli stipendi della gran parte dei lavoratori. Secondo un recente articolo del Wall Street Journal, ad esempio, gli unici ad avere avuto un anno relativamente “duro” sarebbero i trader di bond, mentre quelli che operano in azioni e i banchieri di investimento otterranno un aumento medio dei loro compensi rispettivamente del 12 e del 6 per cento rispetto al 2012.

Complessivamente, secondo alcune stime, la quota di ricchezza inviolabile messa da parte dai giganti di Wall Street nel 2013 soltanto per i bonus di fine anno ammonterebbe a più di 90 miliardi di dollari. Una cifra, questa, cinque volte superiore al debito totale della città di Detroit in bancarotta o, ad esempio, due volte e mezzo la somma necessaria a garantire la prosecuzione per il 2014 dei sussidi di disoccupazione e dei buoni alimentari appena tagliati dalla politica di Washington.

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Fiat, Marchionne sbanca Chrysler. Colpo grosso con 1,75 miliardi di dollari cash

La Fiat conquista il 100% della società dopo l'accordo con il sindacato americano Uaw. Il centro di gravità delle decisioni del gruppo si sposta definitivamente fuori dall'Italia. L'ad del Lingotto: "Siamo finiti nei libri di storia"

Gli Agnelli mettono a segno il colpo grosso. Rilevando l’intero capitale della Chrysler, infatti, completano l’avventura americana con un successo. L’accordo con il sindacato americano Uaw, che deteneva, tramite il fondo sanitario Veba, il 41,5% dell’azienda automobilistica salvata da Obama e ceduta alla Fiat, è stato raggiunto ieri. La casa torinese, ora, possiede il 100% dell’azienda di Detroit con un esborso tutto sommato minimo, 4,35 miliardi di dollari la maggior parte dei quali provengono dalle stesse casse della Chrysler. Come da comunicato ufficiale, l’accordo riguarda il 41,4616% della casa americana detenuto da Veba Trust e acquistato dalla controllata Usa della Fiat, la Fiat North America Llc (Fna). “A fronte della vendita della partecipazione, si legge, il Veba Trust riceverà un corrispettivo complessivo pari a 3,65 miliardi di dollari Usa”. Ma non saranno tutti soldi che fuoriescono dai forzieri degli Agnelli. Solo 1,75 miliardi, infatti , verranno versati “al closing”, cioè a chiusura di tutta l’operazione mentre 1,9 miliardi, cioè più della metà, saranno il frutto “di un’erogazione straordinaria che Chrysler Group pagherà a tutti i soci”.

L’azienda, insomma, verserà un dividendo straordinario, possibile grazie ai risultati fin qui raggiunti, e la quota di pertinenza della Fiat verrà girata al Veba costituendo parte del prezzo di acquisto. Quella che al Lingotto è definita “la magia di Marchionne” è dunque un’abile operazione finanziaria che consente alla società degli Agnelli di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Dall’inizio dell’operazione Chrysler, infatti, e grazie alle scelte di Obama e del sindacato Usa, la Fiat ha sborsato complessivamente “solo” 3,7 miliardi di dollari. La Daimler aveva dovuto tirare fuori ben 36 miliardi mentre il fondo Cerberus, quando acquistò l’80% dell’azienda di Detroit, pagò 7,4 miliardi. Inoltre, non ci sarà aumento di capitale. L’unica concessione fatta al sindacato di Bob King – che per gestire la trattativa si è affidato alla Deutsche Bank mentre la Fiat ha fatto affidamento su Ron Bloom che aveva gestito il piano di salvataggio dell’auto per Obama – è un contributo di 700 milioni di dollari al Veba Trust, versati in quattro rate annuali. In questo modo si arriva ai 4,35 miliardi di dollari. In cambio, però, il sindacato “si impegnerà a sostenere le attività industriali della società e l’ulteriore implementazione dell’alleanza Fiat-Chrysler, in particolare il programma World Class Manufacturing”. Insomma, una garanzia di massima collaborazione.

In questo quadro l’entusiasmo delle dichiarazioni di casa Fiat è del tutto comprensibile. “Aspetto questo giorno sin dal primo momento – ha detto il presidente John Elkann – sin da quando nel 2009 siamo stati scelti per contribuire alla ricostruzione della Chrysler”. Ancora più entusiasta il regista dell’operazione, Sergio Marchionne: “Nella vita di ogni grande organizzazione ci sono momenti importanti che finiscono nei libri di storia. L’accordo raggiunto è senza dubbio uno di questi momenti”. Apprezzamenti sono giunti anche da Fim e Uilm, protagonisti dell’intesa Fiat in Italia, dal sindaco di Torino, Piero Fassino e dal presidente della Regione Piemonte , Roberto Cota. In conseguenza dell’intesa, infine, sia Fna che Veba ritireranno l’azione legale che entrambi avevano presentato davanti al tribunale del Delaware – sede legale di Chrysler – per spuntare il massimo prezzo dalla trattativa.

Con il successo dell’operazione, Marchionne raggiunge l’obiettivo fondamentale che si era dato all’inizio dell’operazione “americana”. Innanzitutto ottiene il controllo pieno della liquidità della Chrysler, molto importante soprattutto se sommata a quella della Fiat. In questo modo potrà gestire, da un’unica plancia di comando e con un’unica visione, le strategie del gruppo. Il secondo passaggio che gli è reso possibile è quello della quotazione in borsa. Non è chiaro se ci sarà. Si tratta di capire se Fiat procederà o meno alla fusione delle due società creando davvero il polo mondiale dell’automobile – a oggi il settimo o l’ottavo. In ogni caso, l’accordo di ieri ha comportato una valutazione “ufficiale” della Chrysler in 8,6 miliardi di dollari. Una parte dei quali potrebbero rientrare nelle casse Fiat in seguito a una quotazione vincente in borsa. Tutto quanto, però, andrà guardato alla luce delle prospettive complessive che Marchionne e gli Agnelli vorranno disegnare per il gruppo automobilistico. La vittoria negli Usa comporta grandi potenzialità ma significa anche che d’ora in avanti il centro di gravità delle decisioni si sposta definitivamente. L’Italia è davvero una provincia e come tale verrà gestita. Quattro anni dopo il varo del piano “Fabbrica Italia” successivamente rimangiato, il prossimo aprile Marchionne presenterà il suo nuovo “piano quinquennale”. Solo allora si saprà davvero se e quanto in Italia c’è da gioire per il colpo grosso di Detroit.

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05/12/2013

Detroit, la bancarotta del sistema

di Michele Paris

Con una sentenza interamente politica e dalle chiarissime connotazioni di classe, un giudice fallimentare americano nella giornata di martedì ha stabilito la legittimità della procedura di bancarotta presentata da Detroit, dando di fatto il via libera all’assalto alle pensioni di decine di migliaia di ex dipendenti pubblici e alla liquidazione dei rimanenti beni cittadini. Quello della metropoli del Michigan è il fallimento municipale più importante della storia degli Stati Uniti ed è giunto dopo mesi di manovre dietro le quinte da parte di un’intera classe politica che è riuscita a creare un vero e proprio modello di comportamento per altre amministrazioni locali in difficoltà finanziarie, intenzionate a calpestare leggi e norme costituzionali per smantellare i benefici conquistati dai lavoratori con anni di sacrifici.

Il punto più critico e dalle conseguenze potenzialmente più disastrose del verdetto letto dal giudice federale Steven Rhodes stabilisce che, contrariamente a quanto fissato nella Costituzione statale del Michigan, la città di Detroit non ha alcun obbligo di mantenere i propri impegni finanziari nei confronti dei dipendenti municipali in pensione. Nel processo di fallimento, cioè, gli amministratori cittadini potranno ridurre drasticamente i benefit pensionistici già accumulati, così da poter rimborsare i creditori, in gran parte rappresentati da banche e istituti finanziari.

La decisione del giudice Rhodes istituisce un pericolosissimo precedente legale, grazie al quale le amministrazioni locali negli Stati Uniti potranno appellarsi alla legislazione fallimentare per cancellare le protezioni garantite alle pensioni dei lavoratori del settore pubblico. Per quanto riguarda Detroit, la bancarotta si tradurrà in sacrifici spesso devastanti per più di 23 mila persone.

Come ha spiegato un commento apparso mercoledì sul New York Times, questa sentenza avrà conseguenze “a Chicago, Los Angeles, Philadelphia e in molte altre città americane” alle prese con il peso crescente dei costi pensionistici. Per un avvocato di Chicago esperto in diritto fallimentare sentito sempre dal quotidiano newyorchese, infatti, “nessun tribunale fallimentare aveva finora deliberato che le pensioni dei dipendenti pubblici non debbano essere necessariamente protette da un procedimento federale di bancarotta”, così che la sentenza del giudice Rhodes risulterà “istruttiva” per molti.

L’opzione del fallimento per una delle città in passato più floride e produttive degli Stati Uniti è stata perseguita con determinazione da mesi dal commissario straordinario di Detroit, l’avvocato  di Wall Street vicino agli ambienti del Partito Democratico, Kevyn Orr. Nominato lo scorso mese di marzo dal governatore repubblicano del Michigan, Rick Snyder, quest’ultimo dopo la sentenza di martedì ha subito minacciato che ci saranno “decisioni molto difficili da prendere in merito alle pensioni”. Entro i primi giorni dell’anno, Orr presenterà un “piano di aggiustamento” per pagare una parte dei 18 miliardi di dollari di debiti che gravano su Detroit.

Nei prossimi mesi, perciò, oltre a condurre un attacco frontale contro le pensioni pubbliche, il commissario non eletto di Detroit procederà alla svendita di beni e aziende della città, compresi probabilmente i capolavori dell’arte conservati nel Detroit Institute of Art (DIA). Questa collezione è una delle più importanti a livello municipale degli Stati Uniti e conserva opere, tra gli altri, di Bruegel, Caravaggio, Cézanne, Picasso, Renoir e Van Gogh, nonché lo straordinario ciclo di affreschi murali di Diego Rivera che documentano la storia della classe operaia a Detroit.

Da tempo, Orr ha incaricato la casa d’aste Christie’s di stimare il valore delle opere del DIA in vista di una possibile svendita che andrebbe a beneficio di alcuni esponenti dell’aristocrazia parassitaria statunitense, mentre un importante sindacato nelle scorse settimane si era unito ai creditori della città nel chiedere ogni sforzo per ricavare il massimo dai capolavori d’arte, definiti apertamente come servizi “non essenziali” per la popolazione di Detroit.

Nel decretare la legittimità del procedimento di bancarotta, il giudice Rhodes ha inoltre respinto la tesi di coloro che sostenevano, con piena ragione, che la richiesta di fallimento fosse stata avanzata in “cattiva fede” e a seguito di consultazioni segrete tra il commissario straordinario Orr, il governatore Snyder e altri esponenti politici locali e dell’industria finanziaria.

Una serie di rivelazioni nei mesi scorsi aveva messo in luce come questi ultimi avessero di fatto congiurato dietro le spalle degli abitanti di Detroit per giungere ad un procedimento fallimentare, considerato come la via più breve per “ristrutturare” pensioni, assicurazioni mediche e servizi pubblici che molto difficilmente avrebbero potuto essere toccati attraverso la strada del negoziato con le organizzazioni sindacali o perché protetti dalla Costituzione dello stato.

Proprio questa strategia, d’altra parte, è stata ratificata dal giudice Rhodes martedì, quando, pur riconoscendo che il commissario Orr non aveva effettivamente provato a trattare con i creditori per evitare la bancarotta della città come prevede la legge, ha stabilito che la strada dei negoziati era “impraticabile”, visto che le parti coinvolte erano più di 100 mila e Detroit si trovava ormai in una situazione finanziaria disperata.

Il baratro in cui si troverebbe Detroit, oltre ad essere stato ingigantito da Orr e dagli altri principali esponenti politici locali, non è però in nessun modo il risultato di una “dipendenza da debito” o dell’elargizione di benefici “insostenibili” o “eccessivamente generosi” ai dipendenti della città nel corso degli anni. Come ha dimostrato un recente studio del think tank Demos, infatti, la crisi finanziaria della città del Michigan è dovuta in gran parte a prestiti-truffa estorti da compagnie finanziarie senza scrupoli e ad altri strumenti sottoscritti con svariate banche e creditori che ora finiranno per beneficiare maggiormente del procedimento fallimentare.

Più in generale, la ricerca ha messo in luce come la crisi finanziaria sia il risultato del “declino delle entrate cittadine durante il processo di de-industrializzazione” patito da Detroit negli ultimi decenni, ma anche “della disoccupazione di massa, dell’aumento della povertà e dei benefici fiscali assicurati alle corporations” che ne sono conseguiti.

“Contrariamente a quanto si crede”, continua poi il documento di Demos, “Detroit non ha un problema di spesa eccessiva”, dal momento che dall’inizio della recessione nel 2008 “le uscite complessive della città sono scese di 356,3 milioni di dollari”, mentre “a salire vertiginosamente sono stati i costi finanziari”.

A tutto ciò vanno aggiunti i tagli colossali dei fondi tradizionalmente trasferiti alle municipalità del Michigan dallo stato stesso e che ammontano, solo negli ultimi anni sotto la responsabilità del governatore Snyder e del suo predecessore, la democratica Jennifer Granholm, a più di 700 milioni di dollari per la sola città di Detroit.

La sorte di Detroit e dei suoi abitanti, perciò, è stata segnata questa settimana da una decisione puramente politica che, andando contro la legalità e l’evidenza dei fatti, assegna alla classe dirigente americana un altro strumento formidabile per procedere nella drammatica ristrutturazione dei rapporti di classe negli Stati Uniti, dopo che da tempo i procedimenti di bancarotta vengono usati dalle grandi compagnie private per ottenere una riduzione dei costi tramite il peggioramento delle condizioni economiche e di lavoro dei propri dipendenti.

Il fallimento di Detroit e la nuova devastazione sociale prescritta ad una città che ha perso metà della propria popolazione negli ultimi cinquant’anni darà così il via ad un inevitabile effetto domino in tutto il paese. Significativamente, solo alcune ore dopo la sentenza del giudice Rhodes, il parlamento locale del vicino Illinois ha approvato un pacchetto di tagli al sistema pensionistico statale, anche in questo caso calpestando le garanzie previste dalla Costituzione.

Molte altre città americane, infine, hanno già annunciato di essere pronte a seguire l’esempio di Detroit, a cominciare dalla californiana Stockton - la città più grande degli USA a presentare istanza di fallimento prima della metropoli del Michigan - dove fino a martedì il piano di ristrutturazione delle autorità locali aveva lasciato inalterate le pensioni dei dipendenti pubblici, i quali ora si troveranno invece esposti a nuovi pesanti attacchi alle loro condizioni di vita.

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02/08/2013

Detroit, le macerie del sogno americano

di Michele Paris

Il procedimento fallimentare avviato il 18 luglio scorso dalla città di Detroit ha superato una serie di ostacoli legali negli ultimi giorni e sembra essere destinato ad una soluzione che finirà per devastare ulteriormente le condizioni di vita di decine di migliaia di dipendenti ed ex dipendenti municipali, così come della maggior parte degli abitanti della metropoli del Michigan che vedranno sparire i servizi pubblici essenziali rimasti finora in vita.

Con un indebitamento di oltre 18 miliardi di dollari, la situazione di Detroit continua incessantemente ad essere presentata da politici e media ufficiali come il risultato di politiche di spesa irresponsabili, a cominciare dal mantenimento di pensioni e programmi di assistenza sanitaria troppo “generosi” per coloro che lavorano o hanno lavorato per la città. Questo genere di propaganda serve sostanzialmente a giustificare gli attacchi senza precedenti che verranno portati ai “benefit” conquistati dai dipendenti pubblici di Detroit, così da garantire il pagamento dei bond municipali detenuti in gran parte da banche e fondi di investimento.

Sull’istanza di fallimento, in ogni caso, nonostante il via libera dei tribunali continuano a pesare forti riserve legali. La stessa presentazione dei documenti necessari per avviare il procedimento è stata segnata dal comportamento a dir poco scorretto dell’amministratore straordinario della città, Kevyn Orr, e del governatore del Michigan, Rick Snyder.

Quando era apparsa chiara l’intenzione di presentare domanda di fallimento, i legali dei fondi pensione dei dipendenti municipali avevano immediatamente preparato una richiesta all’apposito tribunale per bloccare un procedimento ritenuto incostituzionale. La Costituzione dello stato del Michigan, infatti, protegge questo genere di pensioni, chiaramente nel mirino della ristrutturazione di Detroit. Per superare questo primo ostacolo, Orr e Snyder avevano allora chiesto ai legali dei fondi di attendere qualche minuto prima di presentare la loro richiesta e proprio in questo breve periodo di tempo l’amministratore straordinario e il governatore hanno potuto procedere indisturbati con la loro istanza di fallimento.

Il giorno successivo, poi, un giudice statale aveva giudicato effettivamente incostituzionale la domanda di fallimento della città di Detroit ma Orr e Snyder si sono subito rivolti alla Corte d’Appello del Michigan che ha a sua volta sospeso il primo verdetto. Alla fine, la settimana scorsa il giudice fallimentare Steven Rhodes ha di fatto respinto qualsiasi richiesta preventiva di congelare il procedimento avviato il 18 luglio, stabilendo che ogni controversia legale verrà affrontata durante il dibattimento in aula.

Quest’ultima decisione ha così rappresentato una vittoria fondamentale per Orr e Snyder, i quali avevano più volte affermato che le leggi federali sui fallimenti devono prevalere anche sulle Costituzioni dei singoli stati. Il giudice Rhodes, inoltre, finirà con ogni probabilità per dare il via libera agli assalti alle pensioni, alla luce anche dei suoi precedenti che nell’ultimo decennio lo hanno visto presiedere a procedimenti fallimentari di svariate aziende del Michigan risolti nell’imposizione di tagli a posti di lavoro e “benefit” vari dei loro dipendenti.

La prima udienza è fissata ora per il 2 agosto, quando il giudice Rhodes sarà chiamato a decidere sulla legittimità della richiesta di fallimento di Detroit. Successivamente, i legali della città dovranno dimostrare l’effettiva insolvenza e l’impossibilità di negoziare una ristrutturazione del proprio debito con i creditori.

Chi sarà a dover subire le conseguenze più pesanti del procedimento di fallimento è facile da prevedere, visto che circa la metà dell’indebitamento di Detroit deriva da fondi per le pensioni e l’assistenza sanitaria dei dipendenti municipali privi di copertura finanziaria.

La promessa fatta dalle autorità cittadine e dello stato del Michigan di volere trattare allo stesso modo i pensionati e gli investitori che detengono il debito di Detroit, imponendo tagli e perdite in maniera equa sembra essere di poco conforto. Innanzitutto, anche se questo impegno venisse rispettato, è evidente che gli effetti risulterebbero ben diversi per pensionati che vivono con poco più di mille dollari al mese e per banche che raccolgono profitti miliardari.

Inoltre, molti precedenti indicano come i possessori di bond municipali potrebbero ricevere un trattamento preferenziale, come accadde ad esempio nel caso del fallimento della città di Central Falls, nel Rhode Island, dove nel 2011 gli “investitori“ vennero in sostanza protetti dalle perdite mentre gli ex dipendenti municipali si videro ridurre le pensioni fino al 55%.

A fare le spese della ristrutturazione di Detroit saranno anche molti altri beni e servizi pubblici. L’intenzione dell’amministratore straordinario Orr è quella di privatizzare il più possibile, dal sistema di illuminazione cittadina ai trasporti pubblici, dalla raccolta rifiuti alla rete idrica. I parchi della città potrebbero inoltre finire in mano ai privati, così come gli animali dello zoo di Detroit.

Particolarmente inquietanti appaiono anche i piani che prospettano una svendita delle opere d’arte conservate al Detroit Institute of Art (DIA), una delle più grandi e meglio fornite gallerie municipali degli Stati Uniti. Tra le oltre 65 mila opere del museo spiccano lavori di Caravaggio, Picasso, Renoir e Van Gogh e la loro eventuale vendita sembra essere presa seriamente in considerazione.

A confermarlo è stata la notizia che la nota casa d’aste Christie’s già nel mese di giugno aveva effettuato una perizia sulla collezione del DIA, stimando un valore complessivo di parecchi miliardi di dollari. Pur avendo smentito di avere chiesto la valutazione, Orr ha lasciato intendere che a farlo potrebbe essere stato uno dei creditori della città e, comunque, lo stesso amministratore straordinario non ha escluso una futura vendita delle opere in dotazione del museo.

Ben lontano dall’essere stato causato da quella che lo stesso Orr - già rappresentante legale di Chrysler durante la bancarotta pilotata del 2009, nonché membro di uno studio legale che rappresenta svariate banche di Wall Street creditrici di Detroit - ha definito “dipendenza da debito”, il fallimento della città dell’automobile e, ancor prima, la devastazione sociale che essa ha patito negli ultimi decenni, così come il crollo demografico e l’impoverimento di massa hanno in realtà origini ben diverse.

Questa traiettoria verso il baratro, condivisa da molte altre città del Midwest americano, è infatti principalmente il risultato del processo di de-industrializzazione attraversato dall’economia americana che ha colpito in maniera durissima il cuore produttivo d’America. Ciò si è accompagnato alla finanziarizzazione dell’economia e al drenaggio delle risorse pubbliche, dirottate sempre più verso l’arricchimento di una ristretta élite parassitaria al vertice della piramide sociale, con il conseguente allargamento a dismisura delle diseguaglianze di reddito nel paese e la pauperizzazione di intere città.

Il tracollo finanziario dell’autunno 2008 ha poi determinato un’ulteriore svolta, gettando in crisi compagnie private ed enti pubblici che, quando necessario, hanno avviato un processo di ristrutturazione che ha colpito nuovamente le fasce più deboli della popolazione. In questo scenario, nei casi più complicati e a maggiore rischio di scontro sociale sono stati i procedimenti fallimentari a rappresentare lo strumento per l’imposizione di misure che hanno conseguenze gravissime sulle condizioni di vita di milioni di persone.

In questa prospettiva, è semplice dedurre come il caso di Detroit rappresenti una sorta di modello da applicare a numerose altre grandi città americane in affanno per ridimensionare in maniera drammatica i rimanenti benefici e servizi pubblici garantiti alla popolazione. Come hanno riportato i media d’oltreoceano, perciò, su Detroit stanno tenendo gli occhi i leader di città come Chicago, Los Angeles, Cincinnati e molte altre ancora, tutte gravate da pericolosi livelli di indebitamento e con fondi pensione in rosso.

La devastazione che si prospetta per gli abitanti di Detroit avverrà infine senza che il governo federale muova un dito in loro soccorso. Se il governatore del Michigan ha deciso di non chiedere alcun piano di salvataggio a Washington, l’amministrazione Obama ha allo stesso modo escluso qualsiasi intervento per evitare il fallimento e le sofferenze di massa che seguiranno.

A ribadire la posizione intransigente della Casa Bianca sono stati alcuni esponenti di spicco del governo apparsi lo scorso fine settimana nei talk show americani, a cominciare dal segretario al Tesoro, Jack Lew. Quest’ultimo, in diretta su ABC News e CNN ha sostenuto che “le questioni tra Detroit e i suoi creditori” dovranno essere risolte esclusivamente tra le due parti.

Lo stesso presidente Obama, in una recente apparizione in Illinois per promuovere la propria immagine di difensore della classe media ha significativamente evitato qualsiasi riferimento alla situazione di Detroit, avallando di fatto l’istanza di fallimento avviata dalle autorità locali ed escludendo un possibile “bailout” per rimettere in sesto le finanze della città.

Malgrado l’estrema improbabilità di un piano di salvataggio per Detroit, in questi giorni alcuni membri del Congresso repubblicani hanno addirittura presentato proposte di legge per vietare in maniera esplicita un intervento del governo federale volto a sostenere municipalità sull’orlo del fallimento o semplicemente in difficoltà a causa di elevati livelli di indebitamento.

La fermezza con cui la classe politica americana mostra la propria insensibilità nei confronti della maggioranza della popolazione di Detroit si scontra clamorosamente con l’infinita disponibilità a soccorrere e assistere i grandi istituti finanziari. Questi ultimi, infatti, a differenza di lavoratori e pensionati a rischio povertà non solo hanno ottenuto un immediato pacchetto di emergenza pari a 700 miliardi di dollari dopo l’esplosione della crisi del 2008, ma godono anche di linee di credito super-agevolate e virtualmente illimitate, come il programma della Fed tuttora in vigore che, a fronte della presunta mancanza di denaro per i bisogni più urgenti della popolazione, continua ogni mese a mettere a disposizione della speculazione finanziaria qualcosa come 85 miliardi di dollari.

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19/07/2013

21st century breakdown


Un pezzo che potrebbe essere la colonna sonora perfetta della bancarotta di Detroit.

Fallisce Detroit, sogno americano vecchio stile

La città di Detroit dichiara fallimento, schiacciata dai debiti e dallo spopolamento. Non è il primo caso, ma è quello più grande e coinvolge direttamente i fondamentali del "sogno americano".


Come ormai era atteso da tempo la città di Detroit ha dichiarato bancarotta, il più grande fallimento di una municipalità di tutta la storia americana. L'ufficializzazione del provvedimento è giunta ieri sera con il via libera alle procedure previste dalla legge fallimentare Usa dato dal governatore del Michigan Rick Snyder al commissario della città, Kevyn Orr. La città, una volta florido motore dell'industria automobilistica Usa, ha un debito di 18,5 miliardi di dollari e ha visto i suoi cittadini crollare dagli 1,8 milioni degli anni '50 a soli 700.000.
Ed è qui sia la causa del fallimento che l'indicazione "strutturale" di maggior rilievo. Il "modello statunitense" è fatto di rapida crescita e altrettanto repentina caduta. Solo lì esiste il fenomeno delle "ghost town", le città abbandonate perché il business che le giustificava era finito. Ma in genere si tratta di piccole cittadine legate all'estrazione di materie prime - tipicamente i villaggi della "corsa all'oro" - o ad altre attività "temporanee". Ma una città di queste dimensioni segnala la rottura di un meccanismo ben più vicino al cuore dell'accumulazione capitalistica e sembra prefigurare il destino di Torino e altre città italiane "monopolizzate" da un'industria-chiave, volano della crescita e quindi del degrado quando il vento gira.

La dichiarazione di bancarotta è solo l'atto finale di quella tendenza al crollo economico che da anni ha investito la città. Status che emerge da alcuni dati,  non solo economici: il tasso di omicidi è arrivato al massimo in 40 anni (nonostante lo spopolamento!). La polizia risponde dopo 58 minuti ad una chiamata al 911 (il numero delle emergenze in America), contro una media nazionale di 11 minuti. C'è un'intera città nella città, formata da 78.000 edifici completamente abbandonati. Il 40% dei semafori non funziona. La mancanza di fondi per la manutenzione e le riparazioni dei mezzi comunali ha fatto sì che solo un terzo delle ambulanze funzioni ed anche i veicoli della polizia e dei vigili del fuoco siano in condizioni pessime. E' il collasso della mano pubblica, le cui casse si sono svuotate rapidamente per la riduzione congiunta di popolazione e redditi, quindi di entrate fiscali.

A questo impoverimento "strutturale" ha dato il colpo di grazia il ricorso ai prestiti da parte delle banche. E il debito ha schiacciato Detroit. Alla fine per ogni dollaro nelle casse della città 38 centesimi se ne andavano per ripagare il debito e gli interessi. Un livello che nel 2017, se non fosse stata dichiarata bancarotta, sarebbe arrivato a 65 centesimi per ogni dollaro.

'Motor City', il simbolo Usa dell'auto sede delle tre grandi case a stelle e strisce (Gm, Ford e Chrysler), ha chiuso dunque i battenti. Eppure l'industria automobilistica si è ripresa, invertendo la tendenza, ma con molta meno gente al lavoro e soprattutto pagata molto meno di prima. L'indotto era nel frattempo evaporato con rapidità ancora maggiore, lasciandosi alle spalle un deserto vero e proprio, fatto di case e quartieri vuoti, popolati da piccoli gruppi di homeless come in un film di Romero.

La richiesta al giudice federale di accedere al Chapter 9 - che regola la bancarotta delle municipalità che possono chiedere assistenza per ristrutturare i propri debiti - è stata avanzata dal commissario straordinario di Detroit, Kevyn Orr, che ha dichiarato lo stato di insolvenza della città. Ed è stata approvata dal governatore del Michigan, Rick Snyder. Se riceverà l'ok, la domanda permetterà al commissario straordinario di liquidare gli asset della città per soddisfare i creditori.
A pesare c'è stata anche - come da copione ovunque "il pubblico" sia stato messo esclusivo del privato e soprattutto delle imprese principali - una cattiva gestione delle finanze pubbliche dovuta alla corruzione politica. Ma anche il duro colpo subito dal mercato immobiliare e l'enorme calo della popolazione legato alla crisi economica che ha penalizzato anche il mercato dell'auto e l'immenso indotto.
Eppure mesi fa con un accordo firmato con le autorità statali si era sperato in un'azione efficace per rimettere in sesto le dissestate finanze della città. Dopo che recenti stime avevano rivisto al rialzo le prospettive di deficit, passato dai 62 milioni di dollari attesi a fine giugno 2013 ad oltre 120 milioni di dollari. E con l'agenzia Moody's che già nei mesi scorsi aveva rivisto al ribasso il rating della città, preannunciando la possibilità della procedura fallimentare.
La città dei Big Three dell'auto aveva imboccato la strada del commissariamento nel dicembre scorso, dando il via alla verifica delle proprie finanze da parte dell'amministrazione dello Stato del Michigan. Ufficializzati così i problemi di liquidità dell'ex metropoli, era stata ufficializzata l'emergenza fiscale, mettendo la situazione in mano a un commissario straordinario.


Il susseguirsi di deficit colossali è stato - come vogliono gli idioti teorici neoliberali - attribuito alla corruzione politica e agli aumenti degli stipendi dei dipendenti pubblici. Senza mai calcolare però l'emergenza demografica: negli anni '50 Detroit aveva 1.8 milioni di abitanti, ora circa 700 mila. Uno spopolamento che ha accelerato la velocità in corrispondenza della grande crisi dell'auto Usa -  tra il 2000 e il 2010 - che ha ridotto la base dei 'contribuenti' senza che, contemporaneamente, si riducessero le spese pubbliche. Non solo e non tanto quelle per il personale, quanto per la manutenzione di  una città che andava degradandosi (e quindi chiedeva maggiori interventi) perché sempre meno abitata.

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23/02/2013

USA Detroit: è bancarotta. La città-incubo sotto il controllo statale?

Vicinissima alla bancarotta, la ex metropoli ormai al degrado totale passerà sotto il controllo dello Stato. Detroit è la conseguenza di Chicago.


C'è chi si ispira a Chicago, e c'è chi segue Detroit (che probabilmente ne è la conseguenza). Come questo blog, che si occupa della disgraziata città del Michigan ormai da anni, considerandola un po' la metropoli simbolo della crisi mondiale. Il primo video che abbiamo pubblicato risale al 2008.

Molti ritengono quel che accade a Detroit un po' the shape of things to come, ovvero un assaggio dei tempi futuri: speriamo di no, perché quella città per molti versi è un incubo. L'ultima notizia in arrivo ci dice che la bancarotta è ormai alle porte, e la municipalità sta per passare sotto il controllo dello Stato del Michigan. Il che è un disastro anche politicamente, nonché preludio a disordini: mentre Detroit, infatti, è a popolazione prevalentemente di colore e orientamento democratico, lo Stato è a maggioranza bianca, repubblicana e di mentalità piuttosto retriva. Non una prospettiva semplice, come sempre da quelle parti.

Detroit, il cui declino abbiamo seguito finora, sembra sempre più scivolare verso scenari da fantascienza in stile Fuga da New York. La popolazione è passata da 1 milione e 800mila ad appena 750 mila in pochi anni, quasi la metà dei cittadini sono fuggiti per cercare migliori opportunità altrove; la geografia cittadina è ormai del tutto schizofrenica, con ampie zone abbandonate e il centro ridotto ad un buco nero; la criminalità è a livelli inauditi, si gettano cadaveri in strada, le bande fanno il bello e il cattivo tempo indisturbate perché il comune e le forze di Polizia non hanno più né soldi né mezzi.

C'è stato qualche disperato tentativo di creare lavoro, di trasformare Detroit in una città in transizione, con gli orti urbani e con le attività a km zero. Ma la situazione debitoria e fiscale è talmente grave da impedire qualsiasi rinascita. Situazione debitoria che naturalmente è considerata di gran lunga più importante di una metropoli che muore, di cittadini in pericolo costante, di una comunità disgregata e abbandonata a se stessa. Sarò forse ingenua io, ma a me pare assurdo che tutto ciò sia sempre e comunque meno importante delle solite questioni finanziarie.

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20/12/2012

Le nubi sul sindacato dei metalmeccanici americani

Più di 10 mila lavoratori hanno assediato per tutta la giornata di martedì la sede del Parlamento del Michigan. Era in discussione e in votazione la legge Right strong>to work, diritto a lavorare, voluta dal governatore dello Stato e dalla maggioranza repubblicana. A prima vista sembrerebbe la classica lotta di resistenza dei lavoratori per impedire un ulteriore attacco ai loro diritti e alle loro condizioni di vita e di lavoro. E' così, ma solo in parte. Siamo in Michigan, la patria dell'industria automobilistica americana. A Detroit hanno la loro sede la Chrysler, la General Motors e la Ford. Qui è nata, nel 1935, l'Union Auto Workers il potente e ricco sindacato dei lavoratori dell'auto. Sempre in Michigan l'UAW ha 151 mila iscritti addetti alla produzione sui 380 mila totali e 200 mila iscritti pensionati sui 600 mila a livello nazionale. E possiede consistenti pacchetti azionari delle tre grandi aziende automobilistiche.

All'inizio dell'anno il governatore Snyder ha presentato una proposta di legge che cancellava l'obbligatorietà dell'iscrizione al sindacato per essere assunti attraverso le quote, previste dai contratti di lavoro, gestite sindacalmente. E per abolire l'automatismo delle trattenute in busta paga - anche per i non iscritti al sindacato - per i mai sufficientemente specificati "diritti sindacali di negoziazione". Leggi simili negli Usa esistono già in 23 stati, governati sia da democratici che da repubblicani. Non c'è alcun dubbio che tali leggi siano state fatte facendo strumentalmente appello a un sacrosanto diritto di scelta ma che in realtà hanno lo scopo di minare alla base i diritti dei lavoratori. Infatti non si limitano solo a sancire la libertà di aderire a un sindacato ma contengono sempre incentivi, agevolazioni fiscali e normative, finanziamenti a fondo perduto per nuove e vecchie imprese.

In aprile Bob King, il leader della Uw, ha lanciato una raccolta di firme per un emendamento, da sottoporre a referendum e inserire nella Costituzione del Michigan, che prevedeva l'obbligatorietà dell'iscrizione sindacale, delle trattenute anche ai non iscritti e il divieto di sciopero dei dipendenti pubblici. Il sottotesto era chiaro e veniva esplicitato nei volantini e nei comizi: il sindacato dell'auto dev'essere riconosciuto nella Costituzione, fa parte del sistema istituzionale dello Stato ed è un soggetto economico al pari delle imprese. Attaccarlo sul piano economico significa ledere i diritti di un'azienda e quindi gli interessi della nazione. Per formalizzare quel riconoscimento veniva sacrificato il diritto di sciopero dei lavoratori del pubblico impiego alimentando la più classica e stupida divisione tra lavoratori. La campagna è costata al comitato di sostegno, di cui l'Uaw era l'attore principale, 25 milioni di dollari.

Il referendum si è svolto il 6 novembre in concomitanza con le elezioni presidenziali con una Uaw tra i maggiori sponsor di Obama. In Michigan Obama ha preso il 54% dei voti e l'emendamento è stato bocciato dal 58% degli elettori. Obama ha raccolto 2 milioni 560 mila voti e la proposta di modifica costituzionale 1 milione e 940 mila voti. Dopo questo risultato il governatore Snyder ha colto la palla al balzo ed ha accelerato l'iter di discussione della legge. Martedì è stata approvata con i voti della maggioranza repubblicana, anzi ne sono state approvate due uguali: una per i lavoratori pubblici e l'altra per i privati. Obama si è detto contrario e dispiaciuto per l'esito, non lo era stato però quando leggi simili furono approvate da maggioranze democratiche. Che cosa è successo in Michigan ? E' sempre complicato avventurarsi sul terreno dell'analisi dei flussi elettorali ma alcune considerazioni più generali si possono fare.

La campagna per l'emendamento è stata percepita da parte dei lavoratori non iscritti al sindacato o precari, sopratutto afroamericani, come l'ennesimo privilegio a favore di una classe operaia bianca sindacalizzata che tra l'altro costituisce solo il 17% dei lavoratori. All'interno di alcuni settori di lavoratori dell'auto non si è ancora assopita la rabbia per i brogli, ad opera del sindacato, durante la votazione del contratto dello scorso anno. Un contratto che riduceva sia il salario che i diritti, approvato ufficialmente dal 55% dei lavoratori. Tra i dipendenti pubblici non ha regnato certo la soddisfazione di votare a favore di un divieto a scioperare. Tutto ciò è da imputare solo ad una strategia disastrosa messa in campo dall'Uaw oppure indica la natura più vera e profonda di un sindacato, inspiegabilmente considerato, in Italia e in Europa, progressista se non di sinistra? Entrambe le cose. Le iniziative per bloccare la legge sono state condotte, fino a ieri, solo sul piano legale ed elettorale senza una reale mobilitazione, dissimulando anche i contenuti reali dell'emendamento. Si è operato in modo che si identificasse la difesa dei diritti dei lavoratori con la difesa dei gruppi dirigenti e della struttura sindacale mantenendone i ruoli, i principi di funzionamento e l'opacità della gestione finanziaria.

Ora, purtroppo, i lavoratori del Michigan si trovano tra l'incudine del sindacato e il martello del governatore. Se dovessero vincere e far ritirare la legge si ritroverebbero con un sindacato uguale a prima, se non peggio, perché ne uscirebbe riconfermato. Nel caso perdessero si aprirebbe un varco consistente in cui passerebbero altri provvedimenti decisamente peggiori. Ci sarebbe tuttavia anche una terza possibilità. La mobilitazione, il conflitto e il protagonismo dei lavoratori crescono a tal punto da mettere in discussione le organizzazioni sindacali e percorrere strade alternative. Le probabilità non sono molte ma è l'unico modo per vincere davvero. Una lezione di cui far tesoro non solo negli Stati Uniti.

18/01/2012

Torino-Detroit, la solidarietà possibile

I giornali italiani hanno dato grande visibilità alla Mostra internazionale dell'Auto di Detroit soprattutto per nascondere, dietro le notizie, la pubblicità invisibile dei grandi marchi a cominciare da Fiat. Negli stessi giorni però, Autoworker Caravan, un gruppo di base, ha manifestato alla mostra (guarda il video) per chiedere posti di lavoro e la riapertura delle fabbriche per lavoro ecologicamente compatibili. Promosso da settori sindacali di sinistra, in parte legati alla rivista Labor Notes, i manifestanti hanno chiesto negli stessi giorni la solidarietà internazionale a partire dalla Fiat e dall'indotto dell'auto. Essi stessi hanno aderito alla campagna lanciata dalla Fiom, "Io voglio la Fiom in Fiat". Tra i messaggi di solidarietà letti dai lavoratori di Detroit ci sono quelli - che pubblichiamo di seguito - provenienti dalla Fiat di Mirafiori e dalla Lear di Grugliasco.


Cari/e lavoratori/trici dell’AWC,
I lavoratori italiani della Lear Corp. Italia di Grugliasco (Torino) –multinazionale che produce la selleria per Fiat- sono vicini alle vostre istanze e alle vostre lotte per combattere lo strapotere dell’ 1%.
Anche in Italia la crisi causa perdite di posti di lavoro, come nel nostro stabilimento che occupa 578 lavoratori, siamo di fronte a una drastica procedura di riduzione occupazionale.
Gli scioperi, i presidi alle amministrazioni locali dei lavoratori e delle lavoratrici della Lear, hanno l’intento di respingere i licenziamenti. Non ci arrendiamo, non rinunciamo a difendere con la lotta il nostro posto di lavoro.
Se noi lavoratori della Lear e della Fiat siamo all’inizio di un anno in cui si produrranno pochissime automobili è perché non è bastato eliminare i diritti dei lavoratori da parte di Marchionne, estromettere il più grande sindacato metalmeccanico italiano – la FIOM – dai propri stabilimenti per portare nuovi business. L’ AD Fiat/Chrysler Marchionne ha MENTITO al governo italiano che gli ha permesso di riportare i diritti dei lavoratori al tempo delle corporazioni fasciste.
Insieme possiamo cambiare la situazione: l’1% ci vorrebbe diviso, intenti a farci la guerra stabilimento contro stabilimento, affinchè possano ingrossare ulteriormente i loro portafogli.
Noi abbiamo capito che unendo le nostre lotte, costruendo un movimento globale e solidale possiamo vincere, partendo dagli stabilimenti americani ed europei per allargarsi a tutto il resto del mondo. Costruiamo uno sciopero generale mondiale che abbia tre parole d’ordine:
Il lavoro NON è una merce
Uguale paga per uguale lavoro
Lavorare meno per lavorare tutti ( 30 ore di lavoro pagate 40 )
Rappresentanti sindacali della Fiom.Cgil in Lear Corp. Italia di Grugliasco

Care/i lavoratrici/tori dell'awc,
esprimiamo il nostro sostegno alla vostra lotta contro il comune padrone, le multinazionali costruttrici dell'auto.
Ovunque, per sostenere i loro profitti, cercano di ridurre i diritti sindacali dei lavoratori per dividerli più facilmente e ridurre così i loro salari e intensificare lo sfruttamento.
A Torino (Italy) la Fiat ha ricattato i lavoratori minacciando la chiusura dello stabilimento se non avessero rinunciato al diritto della contrattazione sindacale sugli orari e straordinari, se non avessero rinunciato a parte del pagamento della malattia, se non si fossero impegnati a rinunciare allo sciopero contro le pretese dell'azienda.
Accettando in azienda solo i sindacati che dicono sì a Marchionne, in questi giorni il sindacato più rappresentativo, la Fiom-Cgil è stata privata dei suoi rappresentanti sindacali.
I lavoratori in Fiat, su tutto il territorio nazionale, non hanno più il diritto di scegliere i propri rappresentanti.
Con fabbriche senza lavoro per mancanza di produzione, non siamo riusciti a costruire la forza necessaria per impedire a Marchionne di portare le sue fabbriche fuori dal contratto nazionale.
Né il governo, né le più alte figure istituzionali, né le amministrazioni locali e i grandi partiti politici si sono opposti a Marchionne che impedisce alla Costituzione e alle leggi dello Stato di essere applicate nelle sue fabbriche.
Intanto è sempre più evidente che a Torino, la Fiat non intende più produrre.
In condizioni estremamente difficili continuiamo a costruire momenti di lotta per dare un riferimento ai lavoratori senza più diritti, senza vere prospettive occupazionali e colpiti nello stesso tempo dalle politiche di austerità del governo.
In questo mese sono già programmati scioperi e a Febbraio la fiom ha convocato a Roma una grande manifestazione nazionale.
Anche voi potete aderire a una petizione “anch'io voglio la Fiom in Fiat” che ha già avuto molte adesioni, anche internazionali.
Riusciremo a difendere il nostro posto di lavoro, i nostri diritti, i nostri salari, solo se riusciremo a estendere il conflitto sociale a tutti quei lavoratori colpiti dai padroni e dalle politiche dei governi; se i lavoratori italiani saranno coscienti che la vostra lotta è la loro.
W la vostra lotta; sostegno a tutte le lotte ovunque siano!
Loiacono Pasquale e altri ex rappresentanti sindacali Fiom-Cgil in Fiat Mirafiori (Torino)

Fonte.

07/09/2011

Detroit in rovina.

Il titolo tanto sintetico quanto eloquente proviene da una galleria fotografica in cui mi sono imbattuto bazzicando per la rete.
Incuriosito soprattutto dalla teatralità della Michigan Central Station, ho spulciato la storia della città musicalmente consegnata agli annali dai KISS, imbattendomi in un vero e proprio simbolo dei disastri che il processo industriale nel suo ciclo di vita (dallo "splendore" alla crisi) genera nell'ambiente urbano e nel tessuto sociale che lo popola, quando è gestito in maniera completamente dissennata e riqualificato secondo canoni altrettanto poco lungimiranti (vedasi il Renaissance Center).
La rete pullula di testimonianze in merito, vale comunque la pena piazzarne di seguito una, anche a caso.



A confronto con Detroit, le ex aree Falck di Sesto San Giovanni sembrano una località di villeggiatura. Per trovare qualcosa di degnamente (sì fa per dire) comparabile alla città del Michigan è necessario spostarsi nell'ex Unione Sovietica, per esempio a Chernobyl.