La Fiat conquista il 100% della società dopo l'accordo con il sindacato americano Uaw. Il centro di gravità delle decisioni del gruppo si sposta definitivamente fuori dall'Italia. L'ad del Lingotto: "Siamo finiti nei libri di storia"
Gli Agnelli mettono a segno il colpo grosso. Rilevando l’intero capitale della Chrysler, infatti, completano l’avventura americana con un successo. L’accordo con il sindacato americano Uaw, che deteneva, tramite il fondo sanitario Veba, il 41,5% dell’azienda automobilistica salvata da Obama e ceduta alla Fiat, è stato raggiunto ieri.
La casa torinese, ora, possiede il 100% dell’azienda di Detroit con un
esborso tutto sommato minimo, 4,35 miliardi di dollari la maggior parte
dei quali provengono dalle stesse casse della Chrysler. Come da
comunicato ufficiale, l’accordo riguarda il 41,4616% della casa americana detenuto da Veba Trust e acquistato dalla controllata Usa della Fiat, la Fiat North America Llc
(Fna). “A fronte della vendita della partecipazione, si legge, il Veba
Trust riceverà un corrispettivo complessivo pari a 3,65 miliardi di
dollari Usa”. Ma non saranno tutti soldi che fuoriescono dai forzieri
degli Agnelli. Solo 1,75 miliardi, infatti , verranno
versati “al closing”, cioè a chiusura di tutta l’operazione mentre 1,9
miliardi, cioè più della metà, saranno il frutto “di un’erogazione
straordinaria che Chrysler Group pagherà a tutti i soci”.
L’azienda,
insomma, verserà un dividendo straordinario, possibile grazie ai
risultati fin qui raggiunti, e la quota di pertinenza della Fiat verrà
girata al Veba costituendo parte del prezzo di acquisto. Quella che al
Lingotto è definita “la magia di Marchionne” è dunque un’abile
operazione finanziaria che consente alla società degli Agnelli di
ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Dall’inizio
dell’operazione Chrysler, infatti, e grazie alle scelte di Obama
e del sindacato Usa, la Fiat ha sborsato complessivamente “solo” 3,7
miliardi di dollari. La Daimler aveva dovuto tirare fuori ben 36
miliardi mentre il fondo Cerberus, quando acquistò l’80% dell’azienda di
Detroit, pagò 7,4 miliardi. Inoltre, non ci sarà aumento di capitale.
L’unica concessione fatta al sindacato di Bob King – che per gestire la
trattativa si è affidato alla Deutsche Bank mentre la Fiat ha fatto
affidamento su Ron Bloom che aveva gestito il piano di
salvataggio dell’auto per Obama – è un contributo di 700 milioni di
dollari al Veba Trust, versati in quattro rate annuali. In questo modo
si arriva ai 4,35 miliardi di dollari. In cambio, però, il sindacato “si
impegnerà a sostenere le attività industriali della società e
l’ulteriore implementazione dell’alleanza Fiat-Chrysler, in particolare
il programma World Class Manufacturing”. Insomma, una garanzia di
massima collaborazione.
In questo quadro l’entusiasmo delle
dichiarazioni di casa Fiat è del tutto comprensibile. “Aspetto questo
giorno sin dal primo momento – ha detto il presidente John Elkann
– sin da quando nel 2009 siamo stati scelti per contribuire alla
ricostruzione della Chrysler”. Ancora più entusiasta il regista
dell’operazione, Sergio Marchionne: “Nella vita di ogni grande organizzazione ci sono momenti importanti che finiscono nei libri di storia.
L’accordo raggiunto è senza dubbio uno di questi momenti”.
Apprezzamenti sono giunti anche da Fim e Uilm, protagonisti dell’intesa
Fiat in Italia, dal sindaco di Torino, Piero Fassino e dal presidente
della Regione Piemonte , Roberto Cota. In conseguenza dell’intesa,
infine, sia Fna che Veba ritireranno l’azione legale che entrambi
avevano presentato davanti al tribunale del Delaware – sede legale di
Chrysler – per spuntare il massimo prezzo dalla trattativa.
Con il
successo dell’operazione, Marchionne raggiunge l’obiettivo fondamentale
che si era dato all’inizio dell’operazione “americana”. Innanzitutto
ottiene il controllo pieno della liquidità della Chrysler,
molto importante soprattutto se sommata a quella della Fiat. In questo
modo potrà gestire, da un’unica plancia di comando e con un’unica
visione, le strategie del gruppo. Il secondo passaggio che gli è reso
possibile è quello della quotazione in borsa. Non è
chiaro se ci sarà. Si tratta di capire se Fiat procederà o meno alla
fusione delle due società creando davvero il polo mondiale
dell’automobile – a oggi il settimo o l’ottavo. In ogni caso, l’accordo
di ieri ha comportato una valutazione “ufficiale” della Chrysler in 8,6
miliardi di dollari. Una parte dei quali potrebbero rientrare nelle
casse Fiat in seguito a una quotazione vincente in borsa. Tutto quanto,
però, andrà guardato alla luce delle prospettive complessive che
Marchionne e gli Agnelli vorranno disegnare per il gruppo
automobilistico. La vittoria negli Usa comporta grandi potenzialità ma
significa anche che d’ora in avanti il centro di gravità delle decisioni si sposta definitivamente. L’Italia è davvero una provincia e come tale verrà gestita. Quattro anni dopo il varo del piano “Fabbrica Italia” successivamente rimangiato, il prossimo aprile
Marchionne presenterà il suo nuovo “piano quinquennale”. Solo allora si
saprà davvero se e quanto in Italia c’è da gioire per il colpo grosso
di Detroit.
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