«Ci troviamo in una situazione di cui il Presidente è consapevole: ci sono interessi stranieri che interferiscono nei nostri processi elettorali. Questo crea un’emergenza nazionale che il Presidente deve essere in grado di gestire».
Questa asserzione, priva d’ogni ambiguità quanto alla volontà di instaurare lo Stato d’emergenza nazionale durante le prossime «Midterm Elections», è stata riportata, il 26 febbraio, dal Washington Post e proviene da Peter Ticktin, un intimo del Presidente Trump.
Avvocato affermato, installato in Florida, Ticktin conosce Trump fin dai tempi in cui frequentavano insieme l’accademia militare di New York e da allora non sembra si siano mai troppo persi di vista.
Nel 2022 ritroviamo l’avvocato nel team legale che, senza successo, aveva attaccato il Partito Democratico accusandolo di cospirazione per avere denunciato l’esistenza di collusioni fra la Russia e il clan Trump durante la campagna elettorale del 2016.
Sarà poi sempre l’avvocato Ticktin ad assumere la difesa di Tina Peters, l’ex «county clerk» del partito Repubblicano nella contea del Colorado, appassionata ammiratrice di Donald e che sta scontando, attualmente, una condanna a nove anni di prigione per violazione del sistema elettorale e mancato rispetto delle normative del Segretario dello Stato del Colorado.
Nel 2021 la segretaria della Contea aveva esercitato pressioni su un pubblico ufficiale tentando di fabbricare prove – false – per giustificare l’esistenza di un complotto, immaginario, che avrebbe manipolato le elezioni a svantaggio di Trump.
Sempre presente, l’avvocato Ticktin, visibilmente ferratissimo in questioni e manovre elettorali, fa parte oggi di «un circolo di attivisti» perfettamente coordinati con la Casa Bianca. «Stanno facendo circolare una bozza di ‘executive order’ di 17 pagine» alla cui redazione ha partecipato ampiamente l’inevitabile Ticktin e in cui si sostiene «che la Cina sia intervenuta nelle elezioni del 2020» scrive Isaac Arnsdorf sul Washington Post.
Questo postulato, assente ogni prova concreta, viene però utilizzato «come base per dichiarare un’emergenza nazionale che sbloccherebbe, in materia di voto, uno straordinario potere presidenziale», precisa ancora il Washington Post.
Il 19 febbraio al Homer Building, nel pieno centro di Washington, si è tenuta una tavola rotonda che riuniva «30 leader», il centro nevralgico del famoso «circolo di attivisti», per discutere di «Integrità elettorale».
L’evento è stato organizzato da Michael Flynn, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Trump e oggi presidente del Gold Institute for International Strategy, istituto privato ultraconservatore, che ha generosamente sponsorizzato l’incontro.
«Noi, il popolo, vogliamo elezioni eque e sappiamo che, visto l’attuale contesto politico negli Stati Uniti, c’è una sola sede nel paese che può far sì che ciò accada». Flynn ha sintetizzato così, rivolgendosi via social direttamente al “Presidente Donald”, la posizione dei partecipanti.
Noi, il popolo vogliamo... lo stato d’emergenza, questo è il messaggio perfettamente chiaro di Flynn. Ma a chi si riferisce, quando scrive «noi» e «popolo»?
Alla tavola rotonda, oltre ad alti funzionari federali, secondo le informazioni pubblicate dal giornale investigativo ProPublica, erano presenti: Kurt Olsen, uno degli avvocati della Casa Bianca, Heather Honey, funzionaria del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale, Cleta Mitchell, direttrice dell’Election Integrity Network, un network talmente integerrimo che deve la sua notorietà per avere già distillato false accuse di frode elettorale rivolte agli avversari di Trump.
Una bella collezione di «esperti», professionisti in “legge, ordine, sicurezza e disciplina”, insieme a funzionari di elevato rango. Una squadra composta da elementi fidati e capaci di inserirsi nel meccanismo elettorale, per tentare di plasmarlo secondo gli interessi esclusivi dell’attuale presidente.
Trump sta infatti esercitando forti pressione sui Repubblicani affinché approvino una legge, la Save America Act, che modificherebbe sostanzialmente le norme per la registrazione degli elettori sulle liste.
Obbiettivo: purgare le liste elettorali di alcune «categorie di votanti» ritenute avverse al Tycoon che regna, per il momento ancora, su Washington.
Approvata alla Camera, la Save America Act, incontra però seri ostacoli al Senato dove sono proprio i leader Repubblicani ad essersi opposti alla richiesta presidenziale di modificare il regolamento per fare anticipare il voto e trasformarlo così, in fretta e furia, in legge.
Il tempo stringe, mentre Donald nei sondaggi crolla. E non sarà certo la nuova carneficina della più che incerta avventura bellica iraniana a placare il malcontento della sua base MAGA. Si era del resto fatto eleggere promettendo che avrebbe tirato fuori l’America dal pantano delle guerre scatenate dalla congrega Biden-Clinton-Obama. Le cose sono andate molto diversamente.
Trump avrebbe dovuto iniziare fermando la guerra sul fronte Russo-Ucraino, un «affare» che – ipse dixit – si sarebbe concluso in poche ore non appena installato di nuovo sul trono della Casa Bianca... E adesso?
Lo si vede addirittura lanciarsi, a testa bassa, in una guerra di conquista e predazione, un conflitto intenso dalle conseguenze che possono risultare infinite.
Le sabbie mobili sono sicuramente un percorso più stabile e anche la sua base elettorale comincia, almeno, a sospettarlo.
Sicuri che ormai la situazione sia più che critica, disperata, «diversi attivisti hanno lasciato l’incontro all’Homer Building di Washington convinti che Trump dovrebbe dichiarare l’emergenza nazionale, un passo che, a loro avviso, permetterebbe al Presidente di aggirare la direttiva costituzionale secondo cui le elezioni dovrebbero essere gestite dagli Stati», si legge nell’inchiesta realizzata da ProPublica.
Aggirare il dettato della Costituzione. Non è cosa da poco. Nessuna Costituzione prevede il suo “legittimo” aggiramento, il suo sconvolgimento, il suo... sovvertimento.
Il gruppo dei «fedeli attivisti» si è peraltro diviso, dopo l’incontro di Washington, in due fazioni. Lo sottolinea ancora il media investigativo: «coloro che volevano perseguire una strategia legale e legislativa più graduale e coloro che volevano che Trump dichiarasse l’emergenza nazionale».
Dobbiamo ben riconoscere lo straziante dilemma che tormenta il clan Trump: prefiggersi una strategia formalmente legale o... cambiare drasticamente direzione? Prendere direttamente «il controllo delle elezioni», come ha dichiarato recentemente lo stesso tycoon in un’intervista rilasciata al podcaster estremista MAGA Dan Bongino, un ex vicedirettore dell’FBI.
Trump si è decisamente lasciato andare anche col Washington Post; senza deviare le domande, ha invece tenuto a evidenziare che «se il disegno di legge dovesse fallire, agirà unilateralmente per imporre le modifiche per le le prossime ‘Midterm Elections’».
Imporre. Come, se non con la forza?
Il senatore Mark R. Warner, principale esponente democratico della Commissione Intelligence del Senato, contattato dal «WaPo», non utilizza mezzi termini: «Abbiamo lanciato l’allarme per settimane sugli attacchi del presidente Trump alle nostre elezioni e ora stiamo vedendo dei rapporti che delineano come potrebbero pianificare di farlo. Si tratta di un complotto per interferire con la volontà degli elettori e minare sia lo stato di diritto che la fiducia del pubblico nelle nostre elezioni».
Proprio l’altro ieri potevamo leggere su Contropiano: “il Tycoon rischia di trovarsi davanti ad un bivio decisamente divaricato, o il golpe interno o la sconfitta”.
Sicuramente, almeno per il «circolo dei fedeli attivisti» che trama nell’ombra a Washington, il dilemma non sembra esistere.
Fonte
Si aprono scenari da perfetta Civil war.
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