Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/01/2019

Carige - Un banca salvata e lasciata a chi l’ha portata al fallimento

Il salvataggio di Carige lo paghiamo noi. A beneficio di padroni e speculatori

Il Sistema Carige era già scoppiato da un bel po’. Abbiamo tutti la memoria corta ma Giovanni Berneschi, l’ex Presidente di Carige è stato condannato nel febbraio 2017. Uno scandalo presto chiuso e raccontato come una normale storia da ladro di quartiere. Evidentemente in città nessuno lo conosceva.

In tutti questi anni, Carige ha rappresentato l’anello di congiunzione tra politica e affari in Liguria. La cupola era ben nota a tutti, dalle alte sfere della Chiesa a Scajola e Burlando. Un direttorio che ha finanziarizzato l’economia a Genova e in Liguria, lasciando marcire le attività produttive per concentrarsi su grandi opere utili solo a speculare (porticcioli, gronda, terzo valico etc.).

Il meccanismo del salvataggio è chiaro: si risana con i nostri soldi (fino a 4 miliardi secondo il decreto approvato ieri) per garantire che le speculazioni procedano. Non si salvano i correntisti (comunque già garantiti dalla legge fino a 100 mila euro), ci si preoccupa dei dipendenti, che sarebbe anche corretto, non fosse che poi non si muove un dito per frenare i licenziamenti di massa che stanno colpendo tutto il settore con la chiusura delle filiali di tutte le banche.

Dopo aver trasformato il debito privato degli speculatori colmi d’oro in debito pubblico (cioè togliendo soldi a chi lavora per darli ai padroni), si regalerà Carige risanata a qualche altro gruppo bancario. Perché di nazionalizzare la banca, per farne almeno un patrimonio di tutti, proprio non viene in mente né a chi governava prima né a quelli di oggi. Il nuovo governo è perfettamente in linea con i governi precedenti e, in effetti, il PD non può che applaudire. Possono pure continuare a litigare su chi è più amico dei banchieri o su chi ha cominciato prima, tanto, a pagare saremo sempre noi cittadini e lavoratori.

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Carige: 1,3 miliardi dal Governo per salvarla

Cristiana GagliarducciMoney.it

I dettagli del salvataggio di Banca Carige: costerà allo Stato 1,3 miliardi di euro. Ecco dove verranno presi i soldi

Per il salvataggio di Banca Carige il Governo italiano è sceso in campo mettendo sul piatto un fondo da 1,3 miliardi di euro.

La bozza del decreto è iniziata a circolare nella giornata di lunedì 7 gennaio 2019, ma un dettaglio non è sfuggito: la data riportata in intestazione, novembre 2018, ha confermato che le discussioni dell’esecutivo sul salvataggio di Carige sono iniziate ben prima della fine dell’anno, nello specifico non appena si è reso necessario l’intervento del Fondo Interbancario.

Rispetto alla precedente bozza, però, il Governo ha preferito apportare alcune modifiche al decreto per il salvataggio di Banca Carige. Il testo comunque non ha mancato di suscitare reazioni avverse e commenti sarcastici che hanno trovato ragion d’essere in quanto già accaduto con MPS.

Salvataggio Banca Carige: cosa prevede il decreto

Il MEF ha già garantito fino a 3 miliardi di nuove obbligazioni che lo stesso istituto ligure emetterà nei prossimi giorni, ma non solo. Il Tesoro si è altresì impegnato alla sottoscrizione (massima) di 1 miliardo di nuove azioni Carige che potrebbero vedere la luce in caso di ricapitalizzazione precauzionale.

Come accennato, per il 2019 il Governo italiano ha già stanziato 1,3 miliardi (giù dai 2 miliardi originariamente previsti nella bozza di novembre scorso). In sintesi stiamo parlando di 1 miliardo di euro (al massimo) per la ricapitalizzazione e 300 milioni di garanzie sull’emissione di passività fino a un massimo di 3 miliardi. Il salvataggio di Carige sarà «pagato» dai tagli ai fondi multilaterali di sviluppo e al fondo globale per l’ambiente.

Eppure, per il sottosegretario all’Economia Massimo Garavaglia, i soldi pubblici necessari non saranno così tanti: “Penso molti meno di quelli che sono stati stanziati prudentemente, ma non posso dire di più”, ha affermato.

Per Di Maio la nazionalizzazione di Carige è oggi l’unica via percorribile. Il vicepremier ha comunicato la sua intenzione di chiedere ai commissari la lista degli individui esposti nei confronti della banca: “Tutti devono sapere perché è ridotta così e se c’è un altro caso De Benedetti con MPS”.

Una linea condivisa da Giorgetti (Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio), ma non da Pietro Modiano, uno dei commissari straordinari di Carige che ha tuonato: “La nazionalizzazione non è un ipotesi sul tavolo.”

Commissione europea in focus

Lo schema proposto per la ligure ha ricalcato quasi alla perfezione quello utilizzato con MPS, tanto che gran parte degli osservatori ha già parlato di un vero e proprio «copia e incolla» con il decreto Gentiloni del 2016.

Il decreto per il salvataggio di Carige dovrà ovviamente ricevere il via libera della Commissione europea. L’obiettivo? Quello di evitare le accuse di aiuti di Stato e altresì quello di procedere alla ristrutturazione dell’istituto ligure.

Tra gli ostacoli maggiori anche la cessione di 1,5 miliardi di crediti deteriorati e la ricerca di un partner con cui dar finalmente vita all’agognata fusione.

Fonte

09/01/2019

Hanno salvato una banca (con la “n”)

Per quanto riguarda Carige le cose sono semplici:

– la banca è di fatto fallita perché come negli altri casi (Monte Paschi, Etruria e venete) ha un eccesso di crediti deteriorati.

– la causa dei crediti deteriorati non è la crisi ma i prestiti che il management ha concesso agli amici degli amici senza le necessarie garanzie e in assenza di adeguati requisiti reddituali.

– sta cosa la sapevano tutti, anche le pietre.

– il decreto del governo è la fotocopia di quello Gentiloni.

– al momento lo Stato garantirà le nuove emissioni di obbligazioni.

– il tutto finirà come con le Venete ovvero lo stato si prenderà le perdite e poi la banca sarà acquisita da un grande gruppo bancario (al 90% UniCredit). Morale della favola come al solito i profitti sono privati mentre le perdite sono pubbliche.

– i risparmiatori e i correntisti non c’entrano una mazza perché i depositi bancari sono sempre garantiti fino a 100.000 euro. Chi sottoscrive azioni e obbligazioni subordinate sa che il suo capitale è a rischio.

– anche questa volta qualcuno bene informato si arricchirà avendo comprato obbligazioni a prezzi irrisori per poi vedersele rimborsate alla pari.

Il decreto fotocopia per il salvataggio delle banche:


Comunicato Stampa Potere al Popolo Genova

Il salvataggio di Carige lo paghiamo noi. A beneficio di padroni e speculatori

Il Sistema Carige era già scoppiato da un bel po’. Abbiamo tutti la memoria corta ma Giovanni Berneschi, l’ex Presidente di Carige è stato condannato nel febbraio 2017. Uno scandalo presto chiuso e raccontato come una normale storia da ladro di quartiere. Evidentemente in città nessuno lo conosceva.

In tutti questi anni, la Carige ha rappresentato l’anello di congiunzione tra politica e affari in Liguria. La cupola era ben nota a tutti, dalle alte sfere della Chiesa a Scajola e Burlando. Un direttorio che ha finanziarizzato l’economia a Genova e in Liguria, lasciando marcire le attività produttive per concentrarsi su grandi opere utili solo a speculare (porticcioli, gronda, terzo valico etc...).

Il meccanismo del salvataggio è chiaro: si risana con i nostri soldi (fino a 4 miliardi secondo il decreto approvato ieri) per garantire che le speculazioni procedano. Non si salvano i correntisti (comunque già garantiti dalla legge fino a 100 mila euro), ci si preoccupa dei dipendenti, che sarebbe anche corretto, non fosse che poi non si muove un dito per frenare i licenziamenti di massa che stanno colpendo tutto il settore con la chiusura delle filiali di tutte le banche. Dopo aver trasformato il debito privato degli speculatori colmi d’oro in debito pubblico (cioè togliendo soldi a chi lavora per darli ai padroni), si regalerà Carige risanata a qualche altro gruppo bancario. Perché di nazionalizzare la Banca, per farne almeno un patrimonio di tutti, proprio non viene in mente né a chi governava prima né a quelli di oggi. Il nuovo governo è perfettamente in linea con i governi precedenti e, in effetti, il PD non può che applaudire. Possono pure continuare a litigare su chi è più amico dei banchieri o su chi ha cominciato prima, tanto, a pagare saremo sempre noi cittadini e lavoratori.

Fonte

22/08/2018

Genova, una storia di glorie e di crimini politici


...contro gli abitanti e il territorio

Non è casuale che, di fatto, non esista una storia economica, sociale e politica capace di ricostruire (criticamente) quanto hanno vissuto i genovesi e il loro territorio da prima dell’Unità d’Italia sino ai giorni nostri – soprattutto in questi ultimi 40 anni. Riassumo alcuni aspetti salienti a guisa di “pro-memoria” per un progetto di ricerca che provo a realizzare da anni e che forse giovani storici, con un approccio pluridisciplinare critico potranno sviluppare meglio

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Un passato poco capito

Dopo la tremenda strage compiuta dai piemontesi sui genovesi (1849) e nascosta in nome dell’unità d’Italia [1], Genova fu destinata a diventare fondamentale per lo sviluppo industriale del Nord (del triangolo industriale Torino-Milano-Genova). Da allora la città fu il principale porto del Regno d’Italia e il sito di un’industria di base al cui sviluppo fu sacrificato tutto.

L’estensione di quest’industria particolarmente invadente in tutto il territorio di ponente, cioè dalla Lanterna sino a Voltri (20 km) e verso l’interno sino a Bolzaneto e Pontedecimo [2] fu realizzata senza alcun riguardo né per il patrimonio architettonico (ville storiche ecc.), che nel XIX sec. faceva di questa zona una delle più ambite della Riviera con anche belle spiagge, né per la vita stessa degli abitanti. Oltre al cantiere navale, l’acciaieria, tante altre grandi e medie fabbriche occuparono un territorio enorme [3]. A questo si aggiunse la grande speculazione edilizia della fine del XIX sec. che continua e si aggrava col fascismo e ancora di più dal 1945 sino al XXI secolo [4].

Gli scempi urbanistici e le devastazioni sono state innumerevoli: dalla distruzione dell’arsenale del Rinascimento (che stava vicino all’attuale stazione Principe) sino al ponte che dal palazzo reale andava sulla Darsena, il porticciolo della villa Grimaldi; Sampierdarena, Cornigliano sino a Voltri diventarono quartieri di fabbriche e di abitazioni poco salubri di lavoratori.

L’urbanizzazione-immigrazione per fornire manodopera allo sviluppo della città fu continua, soprattutto da parte di “terroni del Nord” (dal Basso Piemonte, dalle campagne vicine, dagli Appennini e anche dal Veneto e poi anche dalla Sardegna, dalla Sicilia e dal Meridione in generale). Secondo alcuni l’integrazione degli inurbati-immigrati (provenienti da altri comuni italiani) riuscì e a Genova non ci sarebbero stati ostilità e razzismo. Ma le testimonianze del razzismo mascherato o esplicitato solo in rapporti personali e quasi mai sulla scena pubblica sono tante e non solo verso i meridionali, ma anche verso chi proveniva dal basso Piemonte e dalle campagne del nord d’Italia.

Il glorioso antifascismo genovese

Sino agli anni '70 Genova passa ancora per la Superba e la classe dominante non cessa di esercitare il suo potere anche a livello nazionale: gli industriali genovesi di ieri e di oggi sono fra i più potenti d’Italia e sovente sostenitori di orientamenti reazionari.

Tuttavia, è la cittadinanza proletaria e popolare che salva la città dal fascismo e dal nazismo: la Resistenza a Genova è particolarmente partecipata da giovanissimi, donne, operai, lavoratori e anche studenti e intellettuali. Il sacrificio di migliaia di resistenti genovesi nonché dei lavoratori deportati e in gran parte morti dopo lo sciopero del ’43 fu immenso. Genova medaglia d’oro della Resistenza fu la città che costrinse sei mila nazisti ad arrendersi e sfilare in centro fra due ali di partigiani, fra i quali tante donne e tanti giovanissimi [5]. Il 30 giugno 1960 la maggioranza della popolazione genovese non aveva dimenticato e insorse contro il governo Tambroni incendiando la rivolta antifascista in tutt’Italia sino alla sconfitta del governo DC sostenuto dal MSI [6].

Dopo la gloria lo sfacelo

Ma cosa è successo dopo? Come è possibile che oggi Genova, come Savona, La Spezia e tutta la Liguria siano passate in mano ad amministrazioni locale fasciste-razziste-sessiste?

Per capire questa deriva è indispensabile una lettura critica della storia economica, sociale e politica in particolare dal 1960 in poi.

Il successo della sinistra comunista e socialista negli anni '60 aveva permesso a suoi rappresentanti di entrare nei consigli di amministrazione delle industrie statali e parastatali così come in quelli della gestione di tutti i servizi pubblici. Ma Genova resta sempre una città con un padronato e famiglie della finanza assai forti anche perché ben spalleggiate dall’Opus Dei grazie all’opera molto abile dell’allora cardinale Siri [7]. Nei fatti è lui che riesce a tenere le fila delle mediazioni fra movimento operaio e padronato al punto che le vertenze più difficili sono risolte proprio con la sua intercessione come mostra l’eloquente foto che lo vede al centro fra il presidente dell’Autorità portuale e l’allora celebre capo dei camalli, Paride Batini [8].

La crisi economica degli anni '70 con l’innesco della cosiddetta rivoluzione neo-liberista, provoca a Genova una destrutturazione profonda di tutto l’assetto economico, sociale e culturale [9]. Tutte le grandi e medie industrie e il porto sono sconvolte e ridimensionate o del tutto chiuse. Il porto del tutto automatizzato diventa solo sito di arrivi e transito di containers; le industrie perdono decine di migliaia di posti di lavoro. L’andamento demografico rispecchia in modo estremo lo sfacelo: dal 1970 ad oggi, anno dopo anno senza interruzione, si registrano più morti che nascite e l’immigrazione straniera non compensa quasi nulla. Da oltre 900 mila abitanti del 1971 la città passa a neanche 600 mila abitanti nel 2018. Su 100 persone di 0-14 anni ci sono 250 over 65 anni. L’emigrazione di giovani genovesi verso l’estero o altre città è crescente sin dagli anni '80.

È in particolare la gestione di questo gigantesco processo di destrutturazione economica e sociale che aggrava il declino. Genova non è mai stata città turistica e lentamente cerca di diventarlo riuscendoci in parte negli ultimi dieci anni. Ma la gestione dello smantellamento della grande e media industria s’è quasi sempre limitata a reclamare pre-pensionamenti, cassa integrazione, palliativi effimeri e illusori. Non c’è stato alcun progetto di riconversione delle diverse attività colpite dalla rivoluzione neo-liberista. Gli anziani rappresentanti della sinistra hanno finito per cogestire con l’Opus Dei e la massoneria di destra le elargizioni dei governi DC e poi del compromesso storico dal 1970 sino alle colombiadi, il G8 di Genova 2001 e sino a Genova capitale europea della cultura 2004, oltre che i finanziamenti europei urban. È così che il governo della città è passato nelle mani dell’intesa fra Opus Dei, la massoneria di destra e la nuova massoneria dell’ex-sinistra gestendo in particolare le costruzioni, le grandi opere e la sanità. Nulla invece è stato programmato per risanare gli scempi dell’ecosistema e il suo lascito ferale: il territorio è uno dei più inquinati d’Italia e d’Europa con tassi di mortalità da contaminazioni tossiche (fra i quali l’amianto) particolarmente elevati. E nulla viene programmato per risanare il dissesto idrogeologico che provoca continue alluvioni con morti e danni ingenti. Fra l’altro, solo queste opere di bonifica che avrebbero potuto/dovuto essere lanciate sin dagli anni '70 avrebbero creato decine di migliaia di posti di lavoro. Ma chi gestisce Genova sembra occuparsi solo dei privilegi e benefici propri e della sua clientela più fedele (stile peggiore DC); in sintesi non ha alcuna preoccupazione per la prosperità e la posterità della maggioranza della popolazione che non a caso tende ad estinguersi. Il consociativismo catto-massone di destra e dell’ex-sinistra diventa allora anche mastrusso permanente.

Mastrussi

Il “colpo di grazia” contro la popolazione e il territorio fu la cementificazione a tappeto dalle alture sino alla costa, come dicono i geologi: la causa delle ripetute alluvioni con quasi 100 morti e danni ingenti dal 1970 al 2014 [10]. Basta girare in diversi quartieri di Genova per vedere immobili accatastati uno sull’altro dalle alture sino al litorale, i rivi dei corsi d’acqua che scendono dalle alture quasi del tutto tombati: nasce così la formula delle “bombe d’acqua” come se si trattasse di strage terrorista.

Alberto Teardo è stato il presidente della Regione Liguria dal 28 settembre 1981 al 25 maggio 1983, arrestato nell’ambito di un’inchiesta per corruzione e concussione con altri esponenti del partito socialista ligure. Ma, questo clamoroso fatto sembro non impensierire per nulla la classe dominante esperta in mastrussi (imbrogli, ndr).

“Dopo l’inchiesta su Teardo – poi condannato per associazione a delinquere – furono i magistrati promotori delle indagini ad essere isolati. Loro lasciarono la Liguria, non la massoneria collusa, non la ‘ndrangheta e non quella pratica di voto di scambio che, anzi, si perpetua e perfeziona da allora, in un contesto dove i conflitti di interesse proliferano come gli “uomini cerniera” nei panni di professionisti & consulenti. Le scelte urbanistiche, la gestione del ciclo dei rifiuti, le cave e gli appalti, come concessioni e licenze, o la gestione di servizi, sono state la merce di scambio tra politici ed amministratori pubblici con gli esponenti delle famiglie mappate come nuclei ‘ndranghetisti operanti in Liguria. Spesso attraverso l’intervento di società pubbliche, altre volte attraverso la sinergia con grandi imprese o con le cooperative. Uno scambio in cui è la politica a cercare pacchetti di voti controllati dalle cosche, così come le imprese e cooperative vanno a cercare i “servizi” a basso costo offerti dalle ‘ndrine, in particolare con le truffe nelle pubbliche forniture o con lo smaltimento di rifiuti o terre inquinate. La ‘ndrangheta, anche in Liguria, non fa distinzioni di colore politico e sempre più non punta solamente sul cavallo vincente” [11].

L’esempio recente e più clamoroso del sistema di mastrussi che domina la città è quello del presidente della Banca Carige Berneschi scoperto a rubare per portarsi i soldi sul suo conto a Montecarlo. Per 30 anni è stato eletto da tutti i componenti del consociativismo dei mastrussi: l’arcivescovo, il presidente della regione, il sindaco, il presidente della provincia, il fratello di Scajola, nonché rappresentanti della Confindustria, della Coop Liguria e altri attori economici e sociali di rilievo, nonché accademici genovesi. La Carige era il vanto della classe dominante genovese perché l’unica banca che non s’era piegata alle concentrazioni degli istituti di credito. Berneschi era sempre sostenuto da tutti perché distribuiva favori e sovvenzioni a tutti, persino a tanti docenti universitari. Il potere prima detenuto dal ministro DC Taviani, dal capo della Confindustria, Angelo Costa e dal cardinale Siri, negli anni '80 diventa il potere consociativo partecipato anche dalla ex-sinistra ma ben ipotecato dall’Opus Dei e quindi dallo IOR [12].

Ma di tutto ciò non si parla, la pervasività del dominio del mastrusso è potente e irretisce anche una parte dei lavoratori e intellettuali. È infatti singolare che a Genova nessuno abbia mai parlato e scritto dell’intesa Opus Dei, massoneria di destra e massoneria dell’ex-sinistra. Non c’è alcuna ricerca sul potere e sui dispositivi e meccanismi sui quali riproduce la sua forza da circa 40 anni e forse anche in futuro con altro colore politico delle amministrazioni locali.

Lo sfacelo

Non deve stupire, quindi, il disgusto, l’amarezza, lo sconforto e la rinuncia da parte di quell’elettorato che aveva sostenuto con forza la sinistra dalla Resistenza al 30 giugno 1960 e sin quasi l’inizio del XXI sec. La maggioranza dell’elettorato di sinistra si accorge infine che i rappresentanti che elegge sono ormai uguali a quelli della destra. Così, aumenta sempre più l’astensione dal voto sino a toccare quasi il 60% alle ultime elezioni regionali e comunali. È allora ovvio che le destre ne approfittano e vincono sia le regionali che le comunali a Genova, La Spezia e Savona e in tantissimi altri comuni; a Genova con poco meno del 23% degli aventi diritto al voto. [13] In altre parole, la maggioranza degli elettori di sinistra non è andata a votare e qualcuno ha persino votato a destra per “vendetta” (o per stupidità).

Per inciso, il sindaco Marco Doria, che aveva suscitato tante speranze di riscatto e di rilancio affinché la città restasse ancora di sinistra e anzi si rinnovasse positivamente, s’è rivelato una sconfortante delusione. Di fatto è stato totalmente fagocitato dal PD e dalle intese destra-exsinistra arrivando a sposare i progetti di privatizzazione dell’Amiu (rifiuti), dell’AMT (trasporti) oltre che confermare quelle degli altri servizi (acqua) e a sostenere una posizione da struzzo rispetto allo scandalo Banca Carige. Inoltre, non ha fatto gran che per lanciare una mobilitazione per la bonifica di un territorio devastato dall’inquinamento e molto soggetto a disastri quali per ultimo quello del crollo del ponte Morandi e non ha mai cercato di far appello ai suoi elettori per resistere alle destre e all’ex-sinistra.

È assai probabile che le amministrazioni di destra si adegueranno seguendo quindi quanto praticato prima da quelle della ex-sinistra. Anzi, la giunta Toti come quella Bucci sembrano non voler esitare a fare peggio di chi li ha preceduti. Un esempio fra i tanti: secondo Legambiente, in Italia solo il 40% delle spiagge sono “libere”, e in Liguria meno del 15%; ma si vogliono autorizzare ancora più concessioni e permessi cioè abusi legalizzati di privati sul bene pubblico [14].

L’ipotesi di una possibile costruzione ex-novo di una resistenza allo sfacelo morale e politico come condizione sine qua non è impossibile; resistere ai disastri sanitari, ambientali ed economici [15] appare al momento avere poca forza, nonostante l’impegno di alcuni giovani e anche meno giovani nella solidarietà No borders e a tutte le vittime del dominio liberista e nel rilancio dell’antifascismo. Comunque, la Resistenza continua e la nostra Genova forse ce la farà a reagire non certo come demagogicamente pretendono l’arcivescovo Bagnasco e i politicanti che sono andati a fare la passerella ai funerali di stato per le vittime del crollo del ponte Morandi che è stato l’ennesimo crimine politico contro i genovesi e il loro territorio [16]. Noi siamo stati sempre dalla parte delle famiglie di quelle vittime che hanno rifiutato questa messa in scena assai sconcertante.

NOTE

[1] L’occultamento di questa strage – una delle più gravi del XIX sec. in tutta Europa – è stato vergognoso e ancora oggi pochi la conoscono. Solo nel 2008 fu apposta una piccola lapide in ricordo ma in un angolo della piazza dove troneggia imponente la statua del Vittorio Emanuele II che fu il primo responsabile della strage e ne lodò la “riuscita” per opera del gen. La Marmora. “La soldataglia sabauda, (con ammirevoli eccezioni come narrato dall’anonimo di Marsiglia), si abbandonò alle più meschine azioni contro la popolazione civile, violentando donne ed uccidendo padri di famiglia e fratelli che si opponevano allo scempio, sparando alle finestre alla gente che vi si affacciava e correndo per le strade al grido di I Genovesi son tutti Balilla, non meritano compassione, dobbiamo ucciderli tutti; oppure: Denari, denari o la vita, a cui fecero seguito irruzioni e predazioni. Neppure i luoghi sacri vennero risparmiati e le argenterie razziate; i prigionieri, anche quelli che si erano arresi, vennero uccisi o stipati in celle anguste e costretti addirittura a dissetarsi della propria urina”. Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Moti_di_Genova

[2]https://www.google.it/maps/place/Genova+GE/@44.4468921,8.7507486,11z/data=!3m1!4b1!4m5!3m4!1s0x12d34152dcd49aad:0x236a84f11881620a!8m2!3d44.4056499!4d8.946256

[3] Negli archivi Ansaldo si trovano eccezionali documentari sulla storia dell’industria genovese e sulla storia di alcune grandi opere fra le quali la sopraelevata (decantata da Franco Fortini): https://giugenna.com/2010/02/09/franco-fortini-e-il-commento-a-la-sopraelevata/;http://www.storiaindustria.it/fonti_documenti/archivio_digitale/appl/client/ricerca_dettagliata.php?si=3049&ap=19828&tr=d

alcuni stralci di documentari si trovano qui http://www.guidadigenova.it/storia-genova/porto/ e qui http://www.genovatoday.it/guida/video-storia-genova.html

[4] Cfr. Salvo Torre, Alle origini della città contemporanea. Rendita fondiaria urbana e processi di accumulazione a Genova nel XIX secolo, Catania, 2004; Italo Calvino, La speculazione edilizia, in Botteghe Oscure, XX, 1957, pp. 438–517 e documentari sulla storia di Genova qui: https://www.youtube.com/results?search_query=storia+di+Genova .

[5] https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_del_movimento_partigiano_a_Genova e film su donne nella Resistenza e Actung banditi

[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Fatti_di_Genova_del_30_giugno_1960

[7] In particolare, per contrastare la diffusione dei preti operai (di sinistra) Siri creò e sviluppò la pastorale del lavoro, cioè preti in fabbrica ma non come operai, e anche il servizio delle assistenti sociali cattoliche che riuscivano ad avere un credito considerevole fra i lavoratori. L’ecumenismo di Siri continua riuscendo a tenere nella chiesa sia il prete di sinistra don Gallo, sia il conservatore Baget Bozzo (consigliori di Craxi e poi dei Berlusconi). Arcivescovo di Genova è stato anche il tristemente noto card. Bertone. Da notare che nella pagina wikipedia su Siri non figura nulla sulla sua opera per l’Opusdei (https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Siri).

[8] Foto copertina libro Chiesa e impresa a Genova, confindustria di Genova

[9] La nuova grande trasformazione di Genova, in Città mediterranee e deriva liberista, 2011, pp. 131-145: https://www.academia.edu/36906349/Citta_mediterranee_e_deriva_liberista.pdf

[10] http://www.cngeologi.it/2012/11/05/un-anno-fa-lalluvione-di-genova-i-geologi-liguri-ancora-poca-prevenzione/; http://www.casadellalegalita.info/index.php/speciali-liguria/genova-e-prov/alluvione-2014;https://www.researchgate.net/publication/280924823_Frane_e_alluvioni_una_lunga_storia_italiana

[11] Mario Molinari: http://www.ninin.liguria.it/2017/07/10/leggi-notizia/argomenti/inchieste/articolo/patti-indicibili-da-teardo-a-scajola.html

[12] E’ alquanto penoso che G. Lerner nel suo brillante articolo sul caso Berneschi finisca col giustificare l’operato dei dominanti genovesi scrivendo “A proteggere, involontariamente, la finanza rapace è stato proprio quel buon senso praticone di una classe dirigente che pensava di garantirsi l’eternità con la pacifica convivenza trasversale. Ciascuno proteggendo i suoi, fino a che da distribuire non sono rimaste neanche le briciole” (http://genova.repubblica.it/cronaca/2014/05/30/news/la_cupola_dei_banchieri_che_ricattava_genova-87647965/). Altro che involontariamente, sono stati 30 se non 40 anni in cui s’è forgiato il consociativismo dei mastrussi.

[13] http://effimera.org/prevedibile-sfacelo-della-sinistra-genovese-italiana-30-anni-va-destra-salvatore-palidda/

[14] http://www.ilsecoloxix.it/p/levante/2018/08/11/ADp4UE6-rapporto_spiagge_legambiente.shtml

[15] http://effimera.org/resistenze-ai-disastri-sanitari-ambientali-ed-economici-nel-mediterraneo-salvatore-palidda/

[16] https://blogs.mediapart.fr/salvatore-palidda/blog/150818/la-catastrophe-de-genes-est-un-autre-crime-politique; http://www.labottegadelbarbieri.org/la-strage-annunciata-di-genova/

Immagine in apertura: fotografia di Michele Guyot Bourg, le case sotto il ponte Morandi, anni Ottanta. Il reportage si intitola “Vivere sotto una cupa minaccia”

Fonte

23/02/2017

La condanna di Berneschi e il sistema Carige

Giovanni Berneschi è stato condannato in primo grado a otto anni e due mesi di reclusione, l'interdizione perpetua ai pubblici uffici e la confisca di beni per 26 milioni di euro. La sentenza al processo Carige è arrivata ed è pesante.

Berneschi ha avuto addirittura una condanna più gravi di quella richiesta dal Pm, che era di 6 anni, con una confisca dei beni per la cifra impressionante di 26 milioni.

Vale la pena interrogarsi a fondo su questo caso di malversazione per studiarne i meccanismi che risultano emblematici ed anticipatori di ciò che è accaduto in tante parti del settore bancario italiano.

Ancora una volta la Liguria potrebbe rappresentare un punto di osservazione fondamentale per esaminare questo tipo di fenomeni deteriori: a patto però che il mondo politico ne tragga le conseguenze necessarie e non accada come trent’anni fa di fronte al “caso Teardo” (1983) quando tutti cercarono di minimizzare (una macchia nera in un vestito bianco fu scritto) e, nonostante le condanne, si rinunciò in pratica ad esplorare un filone che avrebbe potuto portare con quindici anni di anticipo alla scoperta di una radicata Tangentopoli, come poi fu nel 1992 a partire dall’arresto di Mario Chiesa.

Ci era già capitato di scriverlo e lo confermiamo anche nell’attualità: quella della CARIGE è stata una situazione che sembra, per certi versi, più grave di quella – già recentemente esplosa clamorosamente – al Monte dei Paschi di Siena.

Una “questione morale” coperta da anni attraverso una strategia “del coinvolgimento di tutti” che ha portato a una distribuzione diseguale delle risorse, con il rischio adesso di confondere gli episodi più gravi con quelli secondari, al punto da non far capire a quanto ammonti il vero “buco” tra Banca e Fondazione: si parla di 934 milioni di euro di deficit per la sola Fondazione.

Era il ramo assicurazioni quello verso il quale erano dirottati i fondi e creato l’enorme deficit: una distrazione vera e propria di risorse che alla fine venivano orientate sui patrimoni personali dei protagonisti, come conferma la sentenza di primo grado di ieri.

Il “coinvolgimento di tutti” però garantiva briciole e silenzio generalizzato.

Tanto è vero che un patto di sindacato composto da Coop Liguria, Coopsette, Gavio e Bonsignore sosteneva Berneschi e il suo vice Alessandro Scajola.

S’interrogava tempo addietro Gad Lerner, in un suo articolo apparso su Repubblica e titolato significativamente “E la cupola dei banchieri svuotò la cassaforte di Genova”, sull’esistenza proprio di una “cupola degli affari” “garantita da un tacito patto territoriale fra Claudio Scajola, plenipotenziario del Ponente Ligure anche attraverso le reti delle Camere di Commercio, e il presidente di sinistra della Regione Claudio Burlando, senza dimenticare le necessità dell’arcivescovo, Bertone o Bagnasco che fosse” e pone su questo un punto interrogativo, cominciando a rispondersi con un: “troppo facile”, avanzando di seguito la teoria di una spartizione della fetta più grande della torta da parte di un gruppo di imprenditori raccolto attorno al “cerchio magico” di Berneschi.

Un intreccio, dunque, tra finanza cattolica, politica d’altro bordo, cooperative: il frutto di quella politica del “coinvolgimento di tutti” che aveva trasformato la Carige in una sorta di “camera di compensazione” nella gestione di un potere molto articolato, dal quale “la cupola” di Berneschi trovava il suo alimento.

In una regione come la Liguria nella quale fra l’altro il livello di infiltrazione mafiosa nell’economia reale è sempre stato giudicato molto alto e, negli ultimi tempi, in sicura crescita.

Fin qui, però, si è soltanto tentato di descrivere un meccanismo.

Se si procede nell’analisi in maniera più approfondita è il caso di vedere come stanno sul serio le questioni dell’economia di Genova e della Liguria.

Esaurita la fase dello scambio tra aree ex-industriali e speculazione edilizia che aveva caratterizzato proprio il primo grande scandalo di “Tangentopoli” è terminato anche, con una serie impressionante di incompiute, il periodo della costruzione delle grandi infrastrutture destinate a cambiare il volto della Città e della Regione – dalla Gronda, al Terzo Valico al raddoppio della Ferrovia tra Finale e Andora – tutti fallimenti della gestione Burlando (presidente della Regione dal 2005 al 2015) che, nel frattempo, non ha saputo far altro che riempire di cemento i porticcioli, a Ponente come a Levante.

Quella dei porti turistici è stata una politica emblematizzata dal clamoroso fallimento della società che avrebbe dovuto completare il porto di Imperia.

Intanto il territorio restava devastato, senza alcuna salvaguardia e l’elenco delle alluvioni che nel corso di questi anni hanno causato disastri immani a causa dell’incuria, è lungo un chilometro: Genova città, Cinqueterre, estremo Ponente ed estremo Levante.

Così come, dalla vicenda Tirreno Power di Vado Ligure, all’area di Cornigliano il rapporto tra lavoro e ambiente ha continuato a presentare risvolti del tutto drammatici, la bonifica delle aree di ACNA e Stoppani rimane tutta da verificare e, via via tutti i settori produttivi sono andati in crisi: dalla Piaggio alla durissima lotta per mantenere in piedi Fincantieri a Sestri Ponente. Anche il famoso high-tech mostra la corda: esuberi in Esaote (e ci sono già stati scioperi), Ericsson appena insediata nella sede degli Erzelli ha cominciato a licenziare e per quel che riguarda Ansaldo, Finmeccanica pare coltivare sempre al di là delle apparenze progetti di dismissione. La vicenda Ferrania appare, invece, ormai lontana dai radar del potere, la Bombardier appare in crisi di commesse per carenze tecnologiche.

Savona è stata valutata “area di crisi complessa” ma non c’è traccia del decreto relativo.

Un quadro che sembra eufemistico giudicare “difficile” in una Genova e in una Liguria dal tasso di anzianità molto alto e afflitta da una fortissima disoccupazione.

Nessuno, a Genova come a Savona e nel resto dell’area centrale ha investito su di un’inversione di rotta e sull’intervento nelle attività produttive. I forzieri della grassa borghesia già mercantile e commerciale ormai composta soltanto da rentier sono rimasti ricolmi di denaro.

Il massimo ente bancario della Regione (non dimentichiamo che si trova nella sua orbita anche la Cassa di Risparmio di Savona) ha sviluppato, in una maniera molto particolare (come conferma la sentenza di cui ci stiamo occupando) il meccanismo dilagante della più negativa finanziarizzazione dell’economia.

Si è distrutta l’industria, terziarizzato il territorio (devastandolo), coperto di cemento ogni spazio disponibile, lasciata via libera ai grandi inquinatori (prima fra tutte Sorgenia di De Benedetti) in un intreccio perverso che oggi sta venendo clamorosamente a galla.

Una regione privata di identità, ridotta a un ruolo del tutto marginale sul piano politico, economico, sociale, che sicuramente il centro destra oggi al potere non sta affrontando se non per la parte che può riguardare l’immagine dei propri esponenti.

Certo: ci sono gli affari personali di Berneschi, ma le responsabilità politiche come potranno essere accertate e colpite?

Una regione di pensionati e di giovani disoccupati nella quale il potere, politico ed economica, sembra proprio essere stato ristretto all’interno di una convivenza all’interno del vertice di una Banca, attraverso la quale si elargivano elemosine a tutti e si tratteneva per pochi grandi fortune.

Una triste storia per quella che fu uno dei vertici del “triangolo industriale”, punto di riferimento dello sviluppo economico, industriale, sociale, politico nel periodo della grande fatica della ricostruzione dalle macerie della guerra.

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24/09/2015

Genova - Ok a nuova sede di Ingegneria: ma sarà lontanissima dal centro. Rettore: “Non ci hanno dato alternative”

“Se esistesse la macchina del tempo, credo che non lo faremmo. Ma a questo punto non c’era altra strada”. La macchina del tempo non l’hanno ancora inventata e il rettore dell’Università di Genova, Paolo Comanducci (che ha cercato in tutti i modi di raggiungere una soluzione utile per l’ateneo) ha firmato l’accordo per il trasferimento di Ingegneria agli Erzelli, la cittadella che sorgerà sulle alture del capoluogo ligure. “A questo punto l’alternativa – spiega ancora – era finire per cause senza avere una sede”.

Cosa succederà? “Realizzeremo una cittadella delle tecnologia”, ha dichiarato entusiasta l’imprenditore Carlo Castellano, anima del progetto. “Finirà con un’operazione immobiliare pagata dallo Stato”, sostengono a bassa voce i critici che non vogliono metterci il nome. Ci sono voluti quindici anni per giungere a questo punto: a una firma che sblocca 125 milioni che arriveranno dal governo (Miur) e dalla Regione. Sulle alture di Genova, oltre alle industrie di alta tecnologia e alle case, andrà anche la facoltà di ingegneria.

Il progetto Erzelli è salvo, così come si salvano le casse delle imprese che ci avevano investito una fortuna e quelle della Carige che all’epoca di Giovanni Berneschil’ex presidente della banca poi finito sotto processo – avevano fornito quasi 250 milioni di finanziamenti. “Ingegneria aveva obiettivamente bisogno di una nuova sede”, spiega Comanducci. Molti in città, però, dubitano che Erzelli fosse quella giusta. Anche perché non era nata per questo scopo: “Dovremo spendere un’altra ventina di milioni per il trasloco e per la cosiddetta funzionalizzazione degli edifici”. In pratica sarà l’università che dovrà adattare gli edifici alle esigenze didattiche. C’è poi la questione della grande vasca per la progettazione navale. Era uno dei punti qualificanti dell’opera, ma rischia di essere tagliata per contenere i costi.

E i soldi pubblici richiesti salgono a 145 milioni. Salvo imprevisti, perché Edoardo Rixi, assessore allo Sviluppo Economico della giunta Toti, ha messo le mani avanti: “Noi non metteremo sul piatto più di cinquanta milioni, quindi servirà comunque un ulteriore impegno del Ministero dell’Università”. Anche Aristide Massardo, preside di Ingegneria, non ha mai nascosto le sue perplessità: “Il mio grande timore – ha dichiarato – è che alla fine Ingegneria si troverà sola agli Erzelli, in un grande contenitore senza contenuti”. Massardo non nasconde il suo stupore: “Non ci hanno mai detto: vi diamo 75 milioni per costruire la nuova università. Hanno sempre detto: vi diamo 75 milioni se andate agli Erzelli. Non ho mai capito perché”. E il preside di Ingegneria aggiunge: “Ci sono ancora molti punti da chiarire, a cominciare dalla mobilità. Devono spiegarci come pensano di far salire migliaia di studenti sulle alture degli Erzelli, come pensano di fare concorrenza ai politecnici di Milano e Torino che hanno la stazione dell’alta velocità a due passi. Con l’autobus? Se non troveremo soluzioni convincenti – conclude Massardo – credo che sarebbe doveroso abbandonare il progetto. Ma lo Stato dovrebbe lasciare i fondi a Genova. Anche se sembra molto più facile ottenere fondi quando c’è di mezzo il mattone, che quando si investe in ricerca e cervelli”.

Intanto si doveva firmare, perché altrimenti il 25 settembre il governo avrebbe destinato 75 milioni ad altre città. E Genova non poteva perdere questo tesoretto.

Il progetto – firmato da Renzo Piano – all’inizio era parso a tutti una ventata di novità per Genova: tanti spazi per le imprese e la ricerca, verde e poche case. Poi qualcosa cambiò, crebbe lo spazio per il residenziale. E l’architetto genovese si sfilò tra le polemiche. L’allora sindaco Marta Vincenzi raccontò: “Se parte del mio partito mi ha voltato le spalle e non sono stata ricandidata, dipende anche dalle modifiche che chiesi per Erzelli”.

Ma cosa ne sarà delle aree liberate dalle indusrie che si trasferiranno agli Erzelli? “Gli spazi dove c’era Esaote – la società di Carlo Castellano – diventeranno commerciali”, spiega Stefano Bernini, vicesindaco di Genova e assessore all’Urbanistica. In pratica: un centro commerciale (l’immancabile Coop), poi forse case e alberghi. Perché avete aperto le porte all’ennesimo centro commerciale, sempre della Coop? “Siamo riusciti a ottenere che Esaote non lasciasse Genova e mantenesse gli attuali livelli di occupazione”.

Ma il polo tecnologico non avrebbe dovuto offrire posti di lavoro nuovi? Una cosa è certa: Erzelli s’aveva da fare. La voleva prima di tutti il centrosinistra. Perfino Giorgio Napolitano, amico ed estimatore di Castellano (Pd), anche da Presidente della Repubblica si era espresso pubblicamente a favore del progetto. Ma la volevano anche le banche che avevano fornito finanziamenti da centinaia di milioni all’operazione. E la voleva anche Roberto Cingolani, direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia (sostenitore del candidato Pd in Regione, Raffaella Paita), uno dei pochi fiori all’occhiello rimasti a Genova.

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26/10/2014

Il 20% delle banche non regge gli "stress test"


La si può dire in molti modi, ma la realtà è questa: nonostante siano da un anno sotto monitoraggio della Bce, anziché delle banche centrali nazionali, e nonostante sapessero benissimo di non essere in grado di reggere l'esame (tant'è vero che tutte avevano fatto ricorso ad aumenti di capitale o altre misure di "consolidamento" dei bilanci) ben 25 banche dell'eurozona sulle 130 esaminate sono risultate "deficitarie" dal punto di vista della sicurezza in caso di scenari critici. Ovvero una recessione "eccezionale" della durata di tre anni (siamo entrati nell'ottavo, ma tecnicamente c'è recessione quando il Pil è negativo per due trimestri di seguito; basta un solo trimestre con il segno "più" ogni tanto per interrompere la sequenza negativa e far ripartire il conteggio).

Tra gli istituti di credito italiani (quattro non hanno passato i test) Monte dei Paschi conta la più consistente carenza di capitale, pari a 2,1 miliardi di euro. E questo nonostante abbia promosso nel corso dell'anno un aumento di capitale di ben 5 miliardi. Non c'è che dire, la gestione di Giuseppe Mussari - che era diventato persino presidente dell'Abi per la sua "abilità" - è stata davvero un capolavoro di efficienza...

Più modesta l'esposizione degli altri tre istituti italiani: Carige (810 milioni), Popolare di Milano (170 milioni) e Popolare di Vicenza (220 milioni). Altre cinque banche si sono messe a posto durante l'anno (Veneto Banca, Banco Popolare, Credito Valtellinese, Popolare di Sondrio, Popolare dell'Emilia-Romagna).

L'Eba, l'Autorità bancaria europea che ha coordinato gli stress test sulle 123 banche, ha detto che gli istituti di credito che non sono riusciti a mantenere un 'core capital ratio' del 5,5% al termine del test, hanno una carenza totale di capitale di 24,6 miliardi di euro alla fine del 2013.

Tra gli altri istituti che non hanno superato la prova anche tre banche greche (Eurobank Ergasias, National Bank of Greece e Piraeus Bank), con una carenza di capitale totale di 8,7 miliardi di euro e tre banche cipriote (carenza capitale totale di 2,4 miliardi di euro).

Cosa succederà adesso? Non molto nell'immediato. Tutte queste banche dovranno presentare un piano di rientro entro il 10 novembre, illustrando gli aumenti di capitale già fatti e altre misure, come dismissioni di attivi e utili non distribuiti, che dovranno essere convalidate dalla Bce.

In ogni caso, una parte molto consistente delle banche europee si troveranno a drenare risorse liquide sui mercati e limiteranno (se non l'hanno già fatto, e in abbondanza) le erogazioni di prestiti. Con ovvie ricadute negative sulle dinamiche di "crescita".

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01/06/2014

Carige, uno scandalo tira l'altro

Nel pieno della crisi finanziaria l'allora ministro dell'economia Tremonti dichiarava che il sistema bancario italiano era solido e non sarebbe stato risucchiato nella spirale globale. Effettivamente allora il centro del sisma aveva origine nel sistema finanziario privato di impronta anglosassone. Ma presto si sarebbe riverberato anche in Europa, coinvolgendo i suoi debiti sovrani, e piano piano un intreccio di crisi finanziaria e crisi dell'economia reale avrebbe attanagliato anche paesi apparentemente solidi sotto il profilo finanziario privato. È esplosa la crisi del debito pubblico, ma sono anche emerse le crescenti sofferenze bancarie e la necessità di ricapitalizzare diversi istituti di credito.

In Italia è esploso il caso Monte dei Paschi, sono stati necessari aiuti pubblici considerevoli per salvare la più vecchia banca italiana, è stato necessario ristrutturare e ridimensionare l'occupazione a fronte di scelte sbagliate e di illeciti. Oggi in tale processo di degenerazione viene coinvolta Carige, la principale banca ligure. Le cronache parlano di sette arresti, tra cui quello di chi fino allo scorso anno è stato per dieci anni il suo presidente, Giuseppe Berneschi. L'accusa è quella di associazione a delinquere finalizzata alla truffa e al riciclaggio. Attraverso il ramo assicurazioni gli arrestati sottraevano milioni di euro alla banca. Si compivano acquisti sovrastimati di immobili per poi riciclare le plusvalenze. Il denaro veniva poi trasferito in Svizzera dove veniva scudato da società anonime luxemburghesi. L'intento era quello di fare investimenti in loco, come acquistare alberghi di lusso, per ripulire il denaro e magari farlo rientrare in Italia. La guardia di finanza ha bloccato preventivamente 22 milioni ancora investiti nella banca dall'ex presidente. Ma si sospetta che il giro d'affari sia notevolmente superiore a tale cifra. Sono stati coinvolti importanti dirigenti della banca, famigliari, prestanome. Insomma il classico repertorio che questo genere di scandali impone.

Ma l'aver scoperchiato quello che il principale quotidiano genovese definisce “cupola della finanza ligure” non deve essere derubricato a semplice caso locale. Intanto perché ancora a metà marzo nella classifica per affidabilità delle banche italiane stilata da Bancheitalia, Carige risultava essere addirittura sesta. Ma non può essere derubricata a caso circoscritto o isolato per la più complessiva morfologia della sua crisi. Gli scandali giudiziari, infatti, coincidono con una crisi della banca stessa. Mps ha dovuto essere salvata dallo Stato per un valore di quasi 4 miliardi di euro e contemporaneamente si indaga sull'acquisto sovradimensionato di Antoveneta, sul gruppo di esperti di finanza che attraverso triangolazioni con l'estero incassava illecitamente il 5% in ogni operazione e, infine, sulle irregolarità fiscali. In Carige non solo ci sono illeciti ma anche, come ha denunciato uno studio della banca svizzera Ubi, una quantità di crediti deteriorati che corrispondono quasi all'intero suo patrimonio. Fanno peggio solo Banco popolare e Bpm. Ma le similitudini non finiscono qui. L'ex presidente di Mps Giuseppe Mussari è stato indagato sugli scandali senesi, ed era il presidente dell'Abi, Associazione bancaria italiana, mentre Berneschi era l'attuale vicepresidente dell'associazione di rappresentanza delle banche. I vertici, dunque, sono coinvolti in scandali di natura finanziaria insieme a una gestione rovinosa dal punto di vista imprenditoriale. In terra emiliana gli scandali riguardano, invece, il gruppo Unipol, con il presidente del gruppo post-fusione che avrebbe alterato i valori di uno dei contraenti nel matrimonio con Sai.

Insomma in questa campagna elettorale in cui si contrappongono rabbia e speranza, difficilmente si può pensare che rinasca la seconda senza una buona dose della prima. Risulta incomprensibile come si possa metabolizzare un sistema bancario che vive una sorta di condizione di extraterritorialità, di salvacondotto quasi permanente. Considerato troppo importante per fallire, aiutato dalla Bce, compromesso con buona parte del sistema politico e imprenditoriale, avaro con cittadini e lavoratori precari, e ogni tanto si scopre che delinque. Troppo per non far perdere la pazienza.

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31/05/2014

Scandalo Carige. La crisi, l'identità, la "questione morale"


Si interroga una Liguria scossa dal crollo del “gran capo” di CARIGE, Berneschi, arrestato con l’accusa di incredibili malversazioni, anche a fini personali.

Malversazioni che pare abbiano costruito attorno al più grande istituto di credito della Liguria un grande scandalo.

Una situazione che sembra, per certi versi, più grave di quella – già recentemente esplosa in modo clamoroso – al Monte dei Paschi di Siena.

Una “questione morale” coperta da anni attraverso una strategia “del coinvolgimento di tutti” che ha portato a una distribuzione diseguale delle risorse, con il rischio adesso di confondere gli episodi più gravi con quelli secondari, al punto da non far capire a quanto ammonti il vero “buco” tra Banca e Fondazione: si parla di 934 milioni di euro di deficit per la sola Fondazione.

Era il ramo assicurazioni quello verso il quale erano dirottati i fondi e creato l’enorme deficit: una distrazione vera e propria di risorse che alla fine venivano orientate sui patrimoni personali dei protagonisti.

Il “coinvolgimento di tutti” però garantiva briciole e silenzio generalizzato.

Tanto è vero che un patto di sindacato composto da Coop Liguria, Coopsette, Gavio e Bonsignore sosteneva Berneschi e il suo vice Alessandro Scajola, fratello dell’ex-ministro attualmente agli arresti.

S’interroga Gad Lerner, in un suo articolo apparso oggi su Repubblica e titolato significativamente “E la cupola dei banchieri svuotò la cassaforte di Genova”, sull’esistenza proprio di una “cupola degli affari” “garantita da un tacito patto territoriale fra Claudio Scajola, plenipotenziario del Ponente Ligure anche attraverso le reti delle Camere di Commercio, e il presidente di sinistra della Regione Claudio Burlando, senza dimenticare le necessità dell’arcivescovo, Bertone o Bagnasco che fosse” e pone su questo un punto interrogativo, cominciando a rispondersi con un: ” troppo facile”, avanzando di seguito la teoria di una spartizione della fetta più grande della torta da parte di un gruppo di imprenditori raccolto attorno al “cerchio magico” di Berneschi.

In particolare viene chiamato in causa l’ex-presidente della Fondazione Carige, l’industriale dolciario Flavio Repetto che finanziava anche la romana casa di produzione cinematografica e televisiva Lux di proprietà della famiglia Bernabei: ed è per l’interessamento proprio verso quest’attività che sono arrivati guai grossi per l’ex-segretario di stato Tarcisio Bertone, già cardinale arcivescovo della Superba.

Un intreccio, dunque, tra finanza cattolica, politica d’alto bordo, cooperative: il frutto di quella politica del “coinvolgimento di tutti” che aveva trasformato la Carige in una sorta di “camera di compensazione” nella gestione di un potere molto articolato, dal quale “la cupola” di Berneschi trovava il suo alimento.

In una regione come la Liguria nella quale fra l’altro il livello di infiltrazione mafiosa nell’economia reale è sempre stato giudicato molto alto e, negli ultimi tempi, in sicura crescita.

Fin qui, però, si è soltanto tentato di descrivere un meccanismo.

Se si procede nell’analisi in maniera più approfondita è il caso di vedere come stanno sul serio le questioni dell’economia di Genova e della Liguria.

Esaurita la fase dello scambio tra aree ex-industriali e speculazione edilizia che aveva caratterizzato il primo grande scandalo di “Tangentopoli” (quello legato nel 1983 al nome di Alberto Teardo) è terminato anche, con una serie impressionante di incompiute, il periodo della costruzione delle grandi infrastrutture destinate a cambiare il volto della Città e della Regione: dalla Gronda, al Terzo Valico al raddoppio della Ferrovia tra Finale e Andora. Tutti fallimenti della gestione Burlando che, nel frattempo, non ha saputo far altro che riempire di cemento i porticcioli, a Ponente come a Levante.

Quella dei porti turistici è stata una politica emblematizzata dal clamoroso fallimento della società che avrebbe dovuto completare il porto di Imperia, proprio la città del già supercitato Scajola.

Intanto il territorio restava devastato, senza alcuna salvaguardia e l’elenco delle alluvioni che nel corso di questi anni hanno causato disastri immani a causa dell’incuria, è lungo un chilometro: Genova città, Cinque terre, estremo Ponente ed estremo Levante.

Così come, dalla vicenda Tirreno Power di Vado Ligure e all’area di Cornigliano il rapporto tra lavoro e ambiente presenta risvolti del tutto drammatici, la bonifica delle aree di ACNA e Stoppani appare ancora di là da venire e, via via, tutti i settori produttivi sono andati in crisi: è di oggi la questione della Piaggio di Sestri Ponente, è durissima la lotta per mantenere in piedi Fincantieri. Anche il famoso high-tech mostra la corda: si parla di esuberi in Esaote (e ci sono già stati scioperi), Ericsson appena insediata nella sede degli Erzelli ha cominciato a licenziare e per quel che riguarda Ansaldo, Finmeccanica pare coltivi sempre al di là delle apparenze progetti di dismissione, la vicenda Ferrania appare ormai del tutto senza prospettiva.

Un quadro che sembra eufemistico giudicare “difficile” in una Genova e in una Liguria dal tasso di anzianità molto alto e afflitta da una fortissima disoccupazione.

Nessuno, a Genova come a Savona e nel resto dell’area centrale ha investito su di un’inversione di rotta e sull’intervento nelle attività produttive. I forzieri della grassa borghesia già mercantile e commerciale ormai composta soltanto da rentier sono rimasti ricolmi di denaro.

Il massimo ente bancario della Regione (non dimentichiamo che si trova nella sua orbita anche la Cassa di Risparmio di Savona) ha sviluppato, in una maniera molto particolare (se le indagini che hanno portato all’arresto di Berneschi ma non solo, confermeranno ciò che sta emergendo) il meccanismo dilagante della più negativa finanziarizzazione dell’economia.

Si è distrutta l’industria, terziarizzato il territorio (devastandolo), coperto di cemento ogni spazio disponibile, lasciata via libera ai grandi inquinatori (prima fra tutte Sorgenia di De Benedetti) in un intreccio perverso che oggi sta venendo clamorosamente a galla.

Una regione privata di identità, ridotta a un ruolo del tutto marginale sul piano politico, economico, sociale.

Certo: ci sono gli affari personali di Berneschi, ma le responsabilità politiche come potranno essere accertate e colpite?

Un interrogativo grande come una casa in una Regione dove le sole presenze di una qualche “combattività sociale” sono ormai soltanto quelle delle Unioni dei Senza Lavoro e di nuclei operai sempre più sparuti e ridotti sulla difensiva.

Una regione di pensionati e di giovani disoccupati nella quale il potere, politico ed economica, sembra proprio essere stato ristretto all’interno di una convivenza all’interno del vertice di una Banca, attraverso la quale si elargivano elemosine a tutti e si trattenevano per pochi grandi fortune.

Una triste storia per quella che fu uno dei vertici del “triangolo industriale”, punto di riferimento dello sviluppo economico, industriale, sociale, politico nel periodo della grande fatica della ricostruzione dalle macerie della guerra.

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23/05/2014

Banchieri in manette. E' un “vizio", di sistema

E' passato poco più di un anno da quando era finito in manette Giuseppe Mussari, l'ex presidente dell'Abi (l'associazione dei banchieri italiani) per gli “impicci” del Monte dei Paschi di Siena, adesso a finire in carcere è l’ex presidente del Consiglio di Amministrazione di Banca Carige spa nonché attuale vice presidente dell’Abi e della Cassa di Risparmio di Carrara, Giovanni Berneschi. E' una vera e propria bufera quella che si è abbattuta su Banca Carige, storica banca ligure che alcuni definivano come la “Scajola bank” (anche Scajola è in carcere ma per un'altra inchiesta). Sarà una coincidenza, ma ieri la Guardia di Finanza ha rivoltato come un calzino anche la sede del nuovo gruppo assicurativo-finanziario UnipolSai a Bologna, nato dalla "controversa" fusione tra la Unipol e la Fonsai del finanziere Ligresti, annche lui finito in manette con annessi rampolli. Un momentaccio, dunque, per banchieri e squali della finanza, ma che per dimensioni e protagonisti, deve cominciare a far ritenere che questi "incidenti" siano ormai più una norma che una eccezione del sistema finanziario nel nostro paese.

Sulla base dell'indagine coordinata dai procuratori Piacente e Franz, la Guardia di Finanza di Genova ieri ha eseguito 7 provvedimenti cautelari, emessi dal Tribunale di Genova, nei confronti di esponenti di spicco del precedente management del gruppo Carige, di alcuni professionisti ed imprenditori immobiliari. I reati contestati agli imputati eccellenti vanno dall’associazione per delinquere, al concorso, alla truffa con l’aggravante della sussistenza di delitti contro il patrimonio, al riciclaggio, al trasferimento fraudolento di valori. Le ipotesi di reato sono aggravate proprio dalla transnazionalità costituita dalla creazione e dall’esistenza, per il loro compimento, di un gruppo criminale organizzato per compiere le attività illecite in più di uno Stato.

A Genova, oltre a Berneschi sono finiti in manette anche Francesca Amisano, nuora di Berneschi, in custodia cautelare in carcere; Giovanni Ferdinando Menconi , ex amministratore delegato di Carige Vita Nuova spa, finito agli arresti domiciliari: Ernesto Cavallin, imprenditore immobiliare, agli arresti domiciliari; Davide Enderlin, avvocato, cittadino svizzero, in custodia cautelare in carcere; Sandro Maria Calloni, imprenditore, in custodia cautelare in carcere; Andrea Vallebuona commercialista di Genova, in custodia cautelare in carcere. L’indagine ha portato a scoprire l’indebita appropriazione di cospicui fondi aziendali mediante la distrazioni di ingenti somme di denaro dalla cassa della società assicurativa del gruppo Carige attraverso acquisizioni, in forma diretta o indiretta, di immobili e partecipazioni societarie sopravvalutati e celati dietro articolate operazioni commerciali e finanziarie, aventi l’esclusivo fine di giustificare l’esborso di somme di denaro assolutamente sproporzionate rispetto ai reali valori dei beni oggetto di compravendita. In un periodo collocato dal 2006 al 2009, gli acquisti “gonfiati” di società facenti capo a prestanome, sono finiti in Svizzera. Il malloppo sarebbe di circa 22 milioni di euro, parte dei quali sono stati impiegati per un rilevante investimento immobiliare sul territorio svizzero, i cui titolari risultano essere i massimi vertici del gruppo Carige al centro delle attenzioni della stessa attività di vigilanza della Banca d'Italia.

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