Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/10/2017

Governare la Superba: le linee programmatiche della giunta Bucci

Intervista a Stefano Giordano e Maria Tini, consiglieri del Movimento 5 Stelle a Genova

Nelle scorse settimane la giunta di centro-destra del sindaco Bucci ha presentato al consiglio comunale le linee guida programmatiche per l’amministrazione della Superba, discutendone le eventuali modifiche.

Le azioni precedentemente intraprese dal neo-sindaco dal suo insediamento e gli sviluppi che intende dare alla propria amministrazione contenuti nelle linee guida danno il profilo dell’impronta che la giunta vuole dare alla città.

Bucci è consapevole di governare con un consenso risicato di appena un quarto del totale degli aventi diritto e della mission che il blocco di potere che ha sostenuto la sua candidatura gli ha affidato, nonché degli equilibri politici che caratterizzano la coalizione elettorale che ne ha portato l’elezione.

Per queste ragioni alcune parti del suo ampio programma “di transizione” sono risultate blindate da possibili modifiche contenute negli emendamenti proposte dall’opposizione, mentre su altre si è assistito ad una maggiore disponibilità al confronto, tra l’altro stimolato dal lavoro svolto dal gruppo dei consiglieri del Movimento 5 Stelle in aula che hanno proposto 3 differenti ordini del giorno e numerose e puntuali proposte di emendamenti.

Il “Movimento” è la maggiore forza di opposizione a Tursi, avendo ottenuto un risultato elettorale di poco inferiore al 20%, e si sta contrapponendo ad alcune scelte fondamentali della Giunta.

È sembrato utile avere un quadro di come l’attuale giunta caratterizzerà la propria opera di governance intervistandone congiuntamente due consiglieri del M5S: Stefano Giordano e Maria Tini.

Una attenzione particolare per lo sviluppo della città è data, dalle linee programmatiche, al turismo, che di fatto sta cambiando il volto di una parte importante del Centro Cittadino sempre più votato all’“accoglienza” del flusso turistico mordi-e-fuggi. Questo settore – che utilizza per la maggior parte una forza-lavoro precaria e sottopagata – non viene minimamente regolamentato per mitigarne gli effetti negativi che di fatto stanno rendendo invivibile la Città Vecchia a parte dei suoi abitanti. Puoi farci una panoramica di come si è discusso di questo tema?

Il problema della “Superba”, violentata in tutti i volti in cui si è dovuta trasformare, non è di facile soluzione. Da una parte si ascolta un “manager” che parla di grandi numeri, dall’altra si apprende che i progetti sono idee che per ora rimangono astratti.

La mia preoccupazione è il mercato del lavoro che con le regole attuali stimola contratti di sudditanza con il solo diritto alla precarietà che i governi hanno imposto, con il placido consenso del mondo sindacale confederale, con il Jobs Act.

Restando queste le condizioni di governo, non si capisce, e il sindaco non lo chiarisce, come si possa concretizzare la sua promessa di garantire 30.000 posti di lavoro, se non continuando a mantenere condizioni precarie, passeggere, instabili di lavoro.

Un altro punto importante è l’enfasi posta allo sviluppo tecnologico come motore dello sviluppo cittadino anche a livello di ricerca. Puoi illustrarci secondo te, e secondo voi, cosa fa parte di una narrazione propagandistica tesa a veicolare una immagine più smart della Superba e cosa invece vi sia di concreto, e quali ricadute reali avrà sul tessuto cittadino in termini di ricchezza reale e qualità della vita?

Le attese sono molteplici, ma se si deve analizzare un primo significativo punto nevralgico messo in atto dalla giunta è l’abbassamento delle tariffe parcheggi. Azione che nega in partenza il concetto di smart city.

Il Sindaco si riempie la bocca con le “nuove tecnologie”, con “industria ad alta tecnologia” e “città smart”, senza dare corpo e struttura a queste affermazioni.

In realtà le uniche parole che si avvicinano ad una proposta concreta, che a nostro parere è un progetto che ci suscita forti preoccupazioni, è creare “presso gli Erzelli una sede per favorire il trasferimento tecnologico tra IIT, Università e aziende”.

Area sulla quale esiste una perizia degli uffici regionali che attesta l’incompleta bonifica della collina.

E per altro il nostro emendamento alla linee programmatiche del sindaco Bucci, che così recitava: “l’area di Erzelli sarà sottoposta a riconversione ecologica (bonifica chimica, fisica ed idrogeologica del terreno) e urbanistica attraverso revisione del piano di attuazione vigente nel rispetto dei carichi insediativi, accessibilità e servizi compatibili con la natura del territorio e del suo paesaggio. L’area di Erzelli dovrà avere destinazione prevalente per attività occupazionali, competitive a livello internazionale, ad alta qualificazione tecnologica, ambientale e funzionale” è stato respinto e la proposta relativa all’uso dell’area Erzelli varia dall’insediamento di una sede universitaria, alla creazione di un ospedale su una zona non bonificata. Fatto, a dir poco, estremamente preoccupante.

Attraverso le poche informazioni che si hanno dalla giunta, che spesso comunica i progetti e le idee prima alla stampa e poi al consiglio, cercheremo di fare una opposizione costruttiva.

Una vicenda importante che ha trovato spazio anche nelle cronache di queste settimane riguarda l’azienda urbana dei trasporti AMT e quella extra-urbana APT, entrambi al centro di tentativi di privatizzazione con la giunta passata che hanno scatenato importanti risposte di mobilitazione da parte dei lavoratori. Puoi dirci cosa prevede l’attuale giunta e come vi si siete posti?

Noi abbiamo votato a favore la delibera fusione AMT ATP spa con la volontà di fare rimanere in house l’azienda. Purtroppo ad oggi non vi sono azioni concrete con piani industriali che rispettano il trasporto pubblico. Inoltre la parte di ATP srl (quella dei dipendenti) è rimasta nel limbo delle controversie giudiziarie essendo partecipata da aziende private.

Ci sono peraltro chiare contraddizioni all’interno delle linee programmatiche del Sindaco rispetto ad AMT: da una parte sembrerebbe voler garantire il mantenimento in house, dall’altra dichiara che il rilancio di AMT servirà per far partecipare l’azienda alla gara per l’affidamento del servizio di trasporto pubblico.

Pertanto il nostro obiettivo è non mollare di un centimetro la nostra azione di controllo e tutela del lavoro e del trasporto pubblico che deve rimanere nelle mani dei cittadini genovesi.

Il porto è più volte citato nelle linee programmatiche, sebbene la Riforma Portuale abbia di fatto relegato le realtà locali delle città portuali – siano esse le amministrazioni elette o le rappresentanze dei lavoratori – ad un ruolo meramente consultivo. È un settore strategico per Genova, ma quasi nessuna attenzione è rivolta – nelle linee programmatiche – a chi ci lavora. Permane poi una certa opacità, quasi un alone di mistero, su cosa stia accadendo in porto, e risulta di diretto appannaggio solo degli addetti ai lavori nonostante sia attraversato da trasformazioni epocali che ne stanno mutando la geografia dei poteri affermatasi con la prima “privatizzazione” e le forme di governance. Puoi descriverci quanto si è parlato di porto e come avete affrontato come gruppo la questione?

Abbiamo presentato un paio di emendamenti alle linee programmatiche che avevano lo scopo di richiedere la presenza del comune nel porto attraverso l’istituzione di una Commissione di monitoraggio delle attività portuali che permettesse di valorizzare il ruolo del Comune in sinergia con le altre figure del porto e di avviare una analisi di tutte le eventuali variazioni occupazionali e di traffico merci, come attività strategica della città.

Analisi che abbiamo chiesto che fosse resa pubblica alla cittadinanza ogni 6 mesi.

Queste proposte sono state respinte.

Il porto sembra un polo industriale non appartenente alla città, due entità svincolate.

Fenomeno a nostro parere molto grave, perché Genova è il porto e viceversa.

Quindi la nostra idea del rapporto tra porto e città è diametralmente opposta, diretta verso la condivisione dei cittadini, rendendoli partecipi per comprendere e poi agire una trasformazione rivolta verso un futuro di qualità delle attività portuali e non di produzione destinata solo al profitto a discapito dell’ambiente, dei diritti dei lavoratori e dei cittadini.

Un tema del tutto rilevante per Genova e che costituisce una delle battaglie principali che hai condotto anche prima di essere eletto è la questione della prevenzione e della gestione delle “micro” e “macro” emergenze riguardo il dissesto idro-geologico, la prevenzione anti-incendi e in generale la tutela del territorio di fronte ad situazione di pesante cementificazione. Puoi parlarci di questo aspetto?

Ho chiesto una commissione per un confronto costruttivo che avverrà nei primi giorni di Novembre. Tutti gli emendamenti proposti sul tema protezione civile sono stati accolti.

Si istituirà una commissione grandi rischi per analizzare il lavoro e le economie rivolte a questo tema, affinché questi possano essere dirottati nella prevenzione e non nelle economie oramai consolidate delle emergenze. Si cercherà di istituire un distaccamento nel levante cittadino dei vvf in sinergia con il ministero dell’interno e si metterà mano alla situazione fallimentare degli idranti genovesi. Per quanto riguarda la prevenzione sul dissesto idrogeologico e sugli incendi boschivi e non, c’è molto da lavorare... faremo opposizione costruttiva.

Uno spazio rilevante del documento è destinato alla “famiglia”, intesa come perno del sistema sociale e a cui vengono di fatto delegate alcune funzioni che erano proprie del “welfare state”, di fatto “deresponsabilizzando” l’amministrazione la cui azione si riduce ad essere di semplice sussidiarietà. Una amministrazione che assiste tra l’altro non coloro che hanno più bisogno ma da coloro che posso vantare una residenza più longeva nel comune. Di fatto è un sistema che maschera l’esclusione di una parte importante della società che non rientra nei parametri assolutamente arbitrali della Giunta. Puoi dirci se e come è stata attaccata questa filosofia di fondo dell’azione sociale dell’amministrazione?

Non siamo d’accordo sulle linee programmatiche del comune.

Innanzi tutto si parla solo di famiglia nel senso tradizionale del termine, perdendo di vista il fatto oggettivo che la famiglia è una realtà in continua evoluzione.

Quindi già questo esclude una grossa fetta di persone che hanno bisogno del sostegno dell’amministrazione pubblica: famiglie di fatto anche se non sposate, donne sole con figli, donne/uomini separati/divorziati con figli, di fatto comunque famiglie. La famiglia inoltre, a nostro parere, non ha colore, concetto difficile da digerire da un sindaco appoggiato dalla Lega e dalle altre componenti di Destra.

Queste sono oggettive e gravi discriminanti.

Come lo è porre il limite di residenza a 5 anni per ottenere la corresponsione di un contributo economico alle coppie di giovani sposi e di un bonus bebè o la revisione dei parametri di accesso agli asili solo per i nuclei familiari con anzianità di residenza.

Ci sembra una grossa contraddizione parlare, come obiettivo per la città, di aumento della cittadinanza genovese, di richiamare i giovani a Genova che possano restare a lavorare e vivere in città, perché Genova a loro parere diventerà così appetibile da decidere magari di passarci la vita, e poi limitare le agevolazioni sopra indicate solo a chi ha anzianità di residenza.

Bella accoglienza! Così sicuramente li convinciamo a restare!

Ci opponiamo fermamente alla loro affermazione di “favorire una sana concorrenza tra pubblico e privato” riferendosi alla scuola.

L’amministrazione a nostro parere ha l’obbligo morale di sostenere in primis la scuola pubblica e spingere a priori la scolarizzazione di tutti con particolare attenzione e priorità assoluta ai bambini/giovani appartenenti a famiglie con reddito basso.

Prima di pensare alle scuole private e alla “sana concorrenza”, che di sano e di morale ha ben poco, bisogna pensare alla messa a norma e in sicurezza di tutti gli edifici scolastici e che ci sia un monitoraggio continuo e costante sulla situazione e lo stato di questi.

Ciò che sosteniamo con forza è che la famiglia deve essere tutelata partendo dal reddito di cittadinanza, da una azione mirata di assistenza verso il mondo degli anziani che presenta problematiche croniche del sistema.

Sarebbero molti altri i punti da affrontare rispetto alle politiche sociali, relative alla famiglia, alle donne, agli anziani, ai giovani, che le linee programmatiche del sindaco non prendono minimamente in considerazione se non soltanto sfiorandole. Questa giunta pensa ai grandi progetti perdendo di vista la base, le problematiche quotidiane, persistenti e evidenti agli occhi di tutti della cittadinanza più fragile.

Un ultimo argomento è la questione sicurezza, tradizionale cavallo di battaglia del centro-destra che è riuscito a coniare i concetto di “sicurezza percepita” non quindi collegata allo stato dell’arte reale della “criminalità” e dei “crimini connessi” di fatto statisticamente in calo come ribadito più volte dai giornali. Puoi parlarci di come il comune sta declinando la sua politica a riguardo?

“Pubblicità e regresso” è il motto della giunta.

Non si affronta assolutamente una sicurezza preventiva, ma solo repressiva.

La prevenzione e l’informazione sono le uniche soluzioni per affrontare e curare il nocciolo del cancro della malavita organizzata che ha radici profonde nella nostra città.

Non a caso il Sindaco ha respinto il nostro emendamento dove si chiedeva, vista la conclamata infiltrazione mafiosa all’interno del nostro territorio, di indire una commissione permanente che si prefigga obiettivi concreti ad ogni incontro per contrastare tale fenomeno.

Il Sindaco e la Giunta hanno fatto una enorme confusione tra fenomeni criminali e disagi socio-psicologici, mescolando spaccio di droga con bullismo, parlando di corsi di anti-aggressione femminile, invece che di prevenzione dei fenomeni.

Fortunatamente hanno accettato alcuni nostri emendamenti importanti in tal senso, volti a prevenire questi eventi, aderendo alle proposte di introdurre nelle scuole figure professionali, come psicologi e assistenti sociali, e dirette all’organizzazione di corsi scolastici ed extra-scolastici per gli studenti, a partire dalle scuole elementari e per tutto il percorso scolastico; di convegni e conferenze, progetti di sensibilizzazione e di formazione aperti a tutta la cittadinanza, destinati all’educazione e all’incentivazione del rispetto dei generi, soprattutto rivolti e con speciale attenzione alla sensibilizzazione del genere maschile.

Saremo vigili e attenti mediante il confronto continuo con la cittadinanza e non faremo sconti a nessuno.

*****

Nel più bel sobborgo di Milano. Intervista a Stefano Giordano http://contropiano.org/news/politica-news/2017/09/11/genova-nel-piu-bel-sobborgo-milano-095470

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02/08/2017

Ericsson Genova. Quello che la vertenza non dice

Mentre scrivo queste righe è in corso un presidio/sciopero da parte dei lavoratori della multinazionale svedese, sostenuto da alcune ore di astensione dal lavoro da parte dei dipendenti delle restanti realtà stanziate a Erzelli, più Leonardo (ex-Finmeccanica).

Archiviata la cronaca, penso vada riconosciuto che sussistono una serie di omissioni che pesano come un macigno sulla vertenza che i licenziati Ericsson di Genova stanno sostenendo in questi giorni e sul modo in cui viene “narrata” da tutte le parti in causa.

Il ritardo. Per quanto sia comprensibile lo stato di smarrimento di chi vive sotto costante minaccia di perdere il posto di lavoro, trovo difficilmente giustificabile che i lavoratori abbiano tentato una reazione più strutturata (al momento soltanto più rumorosa) ai padroni solo dopo il 14esimo taglio del personale eseguito da Ericsson, che in un decennio, di fatto ha dimezzato la forza lavoro rispetto a quando mise il proprio marchio su una parte dello spezzatino di quella che una volta si chiamava Marconi.

Gli interlocutori. A fronte di un destino “segnato” da tempo, chi ha perso il posto di lavoro e chi teme di perderlo nel prossimo futuro viene ancora una volta rappresentato da sigle sindacali – CGIL e CISL – che in 30 anni hanno firmato esclusivamente contratti a perdere e che non hanno alcuna visione sistemica alternativa identificandosi, quindi, come tecnicamente esclusi da qualsivoglia credibilità e condivisione dei percorsi di mobilitazione scelti.

La “classe dirigente” e l’informazione. Se da una parte l’affare Ericsson pone l’ennesima pietra tombale sul mantra del mercato fonte di magnifiche e progressive sorti di sviluppo per la società, dall’altro va registrata l’insipienza di una classe dirigente che non sa e non vuole uscire dal supporto – ideologico e materiale – al privato come unico soggetto economico accreditato e accreditabile. L’informazione, purtroppo ma scontatamente segue a ruota, forte anche della precedentemente citata squalifica delle organizzazioni sindacali in campo che, nel caso specifico, al posto di strepitare nei megafoni adesso, avrebbero dovuto porre in essere una critica radicale e strutturata a tutto il progetto del polo Erzelli, che ormai da anni appare un’operazione scricchiolante, per altro perfettamente inserita nel solco di una totale assenza di pianificazione generale a livello di sistema paese, che affonda le proprie radici nelle grandi dismissioni industriali degli anni ’80, propedeutiche all’allineamento dell’Italia alle “dinamiche di mercato” che condussero nefastamente il paese nelle braccia comunitarie.

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24/07/2017

Genova - 44 licenziati alla Ericsson di Erzelli, via mail

E’ un copione già conosciuto quello che si sta consumando a Genova all’ingresso della torre A di Erzelli, sede di Liguria Digitale, Esaote/Ebit e, ancora per poco, Ericsson.

In questo momento i dipendenti della multinazionale svedese stanno inscenando un presidio di protesta contro il licenziamento di 44 colleghi, comunicato ai diretti interessati la sera di venerdì 21 luglio mediante comunicazione via posta elettronica.

E’ questo il dettaglio maggiormente e unicamente contestato da tutte le forze politiche e sindacali che si sono espresse “sdegnatamente” in merito.

Ciò che istituzionalmente si “contesta” è il mezzo, la comunicazione via mail, non il fine, ovvero l’apertura dell’ennesima crisi in un tessuto produttivo ormai esangue, in cui il pubblico sperpera costantemente fondi a supporto di un privato mai chiamato a dare garanzie e che licenzia con i bilanci in attivo.

Fin qui tutto mestamente “regolare”, ciò che forse marca una differenza rispetto ad altre vertenze, certamente più estese rispetto a quella Ericsson – penso in prima battuta a Ilva e Alitalia – è la passività con cui i lavoratori dell’azienda hanno vissuto il percorso che li ha condotti ad un epilogo ormai scontato.

Nella questione ha certamente pesato l’essere rappresentati da sigle sindacali – CISL e CGIL – che sarebbe riduttivo definire squalificate, così come cercare sponde politiche in compagini che della demolizione delle tutele lavorative hanno fatto bandiera.

L’appello stanco a un intervento del governo, insomma, più che un urlo di rabbia, suona come una campana a morto, ancor di più perché rappresentanze sindacali e lavoratori non hanno mai posto una reale critica alla gestione dell’insediamento Ericsson a Erzelli (con i famosi fondi pubblici elargiti senza esigere e vincolare la multinazionale svedese a un piano industriale strutturato nel tempo) e nemmeno hanno elaborato una propria via di uscita dalla situazione, oppure cercato di creare convergenze con le altre crisi occupazionali che attanagliano l’economia cittadina – dalle vertenze Ilva a quelle di Amiu e Amt.

Ognuno per se e dio per tutti, con risultati che sono visibili a chiunque, in cui a vincere, saranno quasi certamente ancora una volta i padroni.

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20/09/2016

Liguria. Ericsson e Piaggio chiudono e licenziano

A Genova le industrie sono ormai un ricordo del lontano passato, e il governo non si mette mai contro un'azienda che vuol chiudere e delocalizzare. Neanche quando quell'azienda aveva preso impegni e soprattutto fondi pubblici.

Accade con ben due imprese diverse, una multinazionale svedese e una del tutto italica, ossia Ericsson e Piaggio, settore Aerospace (che non è affatto un settore in crisi, sul piano globale).

La prima si è presentata all'incontro con governo e sindacati presentando un piano di esuberi per 107 dipendenti, da buttare fuori subito, entro Natale. Per altri 44 la dead line è spostata al prossimo giugno. Il governo aveva promesso, per bocca di esponenti ormai ammutoliti, un “robusto sostegno” alle ragioni dei lavoratori. Zero carbonella. La multinazionale potrà fare quel che ha deciso, senza impedimenti, scaricando i dipendenti agli ammortizzatori sociali (che nel frattempo lo stesso governo ha drasticamente ridotto per tipologia e durata).

La Piaggio, invece, ne vuole eliminare 89 a Genova e 43 ad Albenga.

Sommando le due dismissioni si arriva a quasi 300 posti persi in una regione che ha visto i disoccupati crescere di quasi il 9% nei soli tre primi mesi dell'anno.

Soprattutto il caso Ericsson solleva il velo sull'atteggiamento prono – eufemismo – dei governi rispetto alle multinazionali. Nel 2012 governo e Regione concedevano agli svedesi alcune decine di milioni di finanziamenti pubblici (42, per la precisione) alla precisa condizione di mantenere l'occupazione in loco. Impegno mai sottoscritto. In particolare, riferiscono delegati Cgil – dalla multinazionale “Hanno detto che non si poteva. Ma quaranta giorni dopo il trasferimento nella nuova sede è stata avviata la procedura di mobilità”.

Non manca il coté politico, visto che i finanziamenti pubblici erano stati concessi per lanciare il progetto centro ricerche Erzelli, operazione condotta da privati (imprenditori spesso vicini al Pd).

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15/11/2015

La narrazione della scienza nel regime di Renzi

Nella narrazione schizofrenica che contraddistingue la comunicazione del regime renziano, l’abitudine al polpettone d’annunci, funzionale a rendere il cittadino spettatore incapace di comprendere e interpretare gli eventi sulla base dei propri interessi, di recente è tornata a chiamare in causa la “tecnologia”.

Un termine sibillino quest’ultimo, perché capace di accomunare tanto i padroni (che attraverso lo sviluppo tecnologico dei mezzi di produzione massimizzano i profitti per unità di prodotto) quanto il “mondo di sotto”, (convinto che la tecnologia sia, a propri, foriera di miglioramenti della propria condizione di vita).

Va da se che la contestualizzazione del progresso tecnologico all’interno delle strutture sociali e di potere in cui si inserisce e da cui viene diretto non è mai considerato a livello di massa, altrimenti risulterebbe chiaro che, al fine di migliorare l’esistenza di ognuno, prima della tecnologia è necessario stabilire quali interessi quest’ultima debba servire.

Nonostante queste considerazioni siano state trattate un secolo e mezzo fa (!!!) con ben altra competenza dalla mente di Treviri, è sconfortante e al contempo stupefacente verificare come esse siano quasi totalmente avulse dal pensiero comune, a dimostrazione che le forze progressiste avrebbe un bisogno viscerale di condurre le masse a riappropriarsi della scienza, pena l’abbandonare il progresso al monopolio  della narrazione di mercato, che ha registrato di recente un nuovo picco “qualitativo” con la puntata di Report dedicata alla “Rivoluzione industriale 4.0”.

Un’inchiesta pressapochistica quella firmata dalla redazione della Gabbanelli, carica di entusiastici luoghi comuni (soprattutto in riferimento alla robotica, assimilata ormai da decenni negli stabilimenti produttivi ma ancora esotica nell’iconografia che ne viene fornita alla massa) e di quell’immancabile provincialismo per cui il “Dieselgate” diventa un pacco – quasi una goliardata – che la Volkswagen ci ha tirato, ma il “modello tedesco” che l'ha prodotto rimane intoccabile a maggior ragione se produce “eccellenza” anche nell'inefficiente bel paese.

Il pezzo pregiato, in quest'occasione, è l'Istituto Italiano di Tecnologia, Fondazione pubblica di diritto privato che sta vivendo un periodo di notevole esposizione mediatica, a parere di chi scrive, motivata dall’essere funzionale alla poc’anzi menzionata narrazione governativa declinata in chiave “l’Italia che riparte”.

Quale ripartenza migliore, infatti, se non quella dell’eccellenza tecnologica per un paese in crisi, oltre che economica, anche d’identità, tanto sul piano interno – da stimolare per meri fini di consenso – quanto internazionale – con la necessità d’intercettare i tanto famigerati investimenti che l’UE vieta in massima parte al settore pubblico e che il settore privato nazionale nemmeno si sogna di porre in essere –?

Si elogia, quindi, la realizzazione del modello Max Planck Institute nell’inefficiente Bel Paese, senza tuttavia sollevare alcun interrogativo di carattere sistemico e strategico in merito all’esistenza dell’IIT e al tipo di ricerca che vi si conduce.

La “dimenticanza” è comprensibile. Simili quesiti, se affrontati con onestà intellettuale, illuminerebbero le falle e contraddizioni che albergano nello sviluppo capitalistico e nella costruzione dell’Unione Europea – con particolare riferimento alla “ridefinizione delle filiere produttive” – a partire proprio dalla sua punta di diamante, la ricerca.

Qui di seguito proverò a dare conto di alcuni tra i nodi riscontrabili in merito, utilizzando l’IIT come strumento esemplificativo senza per questo voler scadere nell’identificazione del capro espiatorio o peggio nella denigrazione di chi nella Fondazione con sede a Genova spende il proprio lavoro.

-) Anzitutto per quale scopo è stato creato l’IIT in un contesto nazionale in cui sono già presenti la ricerca universitaria e il CNR?
Si potrebbe rispondere citando l’asfissia e paralisi in cui versano questi ultimi istituti, ma allora perché non rinnovarli radicalmente al posto di mettergli al fianco un nuovo concorrente che, per altro, intercetta la maggioranza dei fondi pubblici a disposizione della ricerca, e si “nutre” in larga parte della produzione di menti formate dal settore universitario nazionale?

-) Quale obiettivo industriale si pone la ricerca svolta presso l’IIT?
Prima di rispondere a questa domanda varrebbe la pena sottolineare che l’appartenenza all’UE non consente alcuna politica industriale di scala nazionale che esuli dalla creazione di un ambiente “favorevole al mercato” e che 9 anni di crisi hanno bruciato il 25% della capacità produttiva industriale italiana. Inoltre, la ricerca fatta in IIT, almeno quella che si osserva nel servizio di Report, pare decisamente scollegata con quel che resta dell’industria, a partire dagli ex colossi pubblici sopravvissuti a Genova dove l’IIT ha la sede principale.
Si potrebbe, dunque, pensare che mediante fondi pubblici si finanzia ricerca che sarà messa a profitto da aziende estranee alla disastrata economia nazionale, non proprio un guadagno per il sistema paese insomma…
L’eventuale ruolo d’incubatore di start up che viene associato all’IIT non cambia lo scenario, considerata la quantità statisticamente risibile di start up che arricchiscono il tessuto produttivo prima di fallire o essere assorbite da qualche multinazionale.

-) Un quesito andrebbe posto anche nel merito dell'utilità complessiva della ricerca condotta in IIT, soprattutto se la “Rivoluzione Industriale 4.0” è focalizzata sul miglioramento della vita umana (almeno a detta della redazione di Report, le affermazioni dei vertici industriali chiamati in causa, per esempio Bosch, lasciavano trasparire un’altra visione).
Se tentassimo di rispondere onestamente, dovremmo quanto meno riconoscere che in un sistema capitalista, per definizione, nulla viene prima del profitto e che la ricerca  ovviamente non fa eccezione. Dunque, senza voler screditare la ricerca eseguita in IIT e le 5500 pubblicazioni internazionali da essa partorita, si può convenire che la fallacia del sistema sta proprio nelle sue basi di conseguenza, anche la ricerca in questo gioiello italiano potrebbe avere poco a che fare con il miglioramento della qualità della vita dell'uomo comune.
Qualche esempio pratico: IIT pare orientarsi con decisione verso progetti di riabilitazione umana e tecnologie verdi. Tutto ovviamente encomiabile, ma viene da domandarsi per quale motivo le istituzioni pubbliche che lo finanziano da una parte “investano” in questi settori e dall’altra varino impianti legislativi che paiono strutturati per aumentare il bacino potenziale di soggetti da riabilitare – il mondo del lavoro da decenni è incamminato sulla strada del peggioramento degli standard di sicurezza e l’intensificarsi dello stress psicofisico – e deperire strutturalmente la qualità ambientale – decreto “Sblocca Italia”, grandi opere ecc. –.
Il cortocircuito di un simile approccio dovrebbe risultare macroscopico a chiunque…

-) Ultima ma non meno importante la strutturazione della ricerca basata sul “merito”, per cui chi non “pubblica”, è fuori. In poche parole, l’istituzionalizzazione nel lavoro cognitivo del principio per cui il salario, anzi il posto di lavoro, è legato a doppia mandata alla produttività che si è in grado di esprimere.
Va da se che la ricerca debba necessariamente essere legata al risultato, altrimenti si finirebbe per finanziare anche i raccoglitori di cicoria, tuttavia si è davvero sicuri che il progresso, non solo scientifico, sia veicolabile secondo questi canoni?
Personalmente credo che qualche dubbio sarebbe lecito porselo…

A fronte di quanto fin qui esposto, viene da riflettere con un certo scetticismo sul nuovo annuncio per cui la ricerca (e IIT) si pongono alla testa della valorizzazione delle aree di Expo 2015 ora che la grande abbuffata universale è terminata, e si ha la netta impressione che il “marchio” IIT e il mantra del progresso tecnico-scientifico, siano chiamati in causa all'abbisogna, per mettere una pezza su progetti discutibili fin dalla propria genesi (oltre al già citato post expo, anche il parco tecnologico Erzelli a Genova).

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24/09/2015

Genova - Ok a nuova sede di Ingegneria: ma sarà lontanissima dal centro. Rettore: “Non ci hanno dato alternative”

“Se esistesse la macchina del tempo, credo che non lo faremmo. Ma a questo punto non c’era altra strada”. La macchina del tempo non l’hanno ancora inventata e il rettore dell’Università di Genova, Paolo Comanducci (che ha cercato in tutti i modi di raggiungere una soluzione utile per l’ateneo) ha firmato l’accordo per il trasferimento di Ingegneria agli Erzelli, la cittadella che sorgerà sulle alture del capoluogo ligure. “A questo punto l’alternativa – spiega ancora – era finire per cause senza avere una sede”.

Cosa succederà? “Realizzeremo una cittadella delle tecnologia”, ha dichiarato entusiasta l’imprenditore Carlo Castellano, anima del progetto. “Finirà con un’operazione immobiliare pagata dallo Stato”, sostengono a bassa voce i critici che non vogliono metterci il nome. Ci sono voluti quindici anni per giungere a questo punto: a una firma che sblocca 125 milioni che arriveranno dal governo (Miur) e dalla Regione. Sulle alture di Genova, oltre alle industrie di alta tecnologia e alle case, andrà anche la facoltà di ingegneria.

Il progetto Erzelli è salvo, così come si salvano le casse delle imprese che ci avevano investito una fortuna e quelle della Carige che all’epoca di Giovanni Berneschil’ex presidente della banca poi finito sotto processo – avevano fornito quasi 250 milioni di finanziamenti. “Ingegneria aveva obiettivamente bisogno di una nuova sede”, spiega Comanducci. Molti in città, però, dubitano che Erzelli fosse quella giusta. Anche perché non era nata per questo scopo: “Dovremo spendere un’altra ventina di milioni per il trasloco e per la cosiddetta funzionalizzazione degli edifici”. In pratica sarà l’università che dovrà adattare gli edifici alle esigenze didattiche. C’è poi la questione della grande vasca per la progettazione navale. Era uno dei punti qualificanti dell’opera, ma rischia di essere tagliata per contenere i costi.

E i soldi pubblici richiesti salgono a 145 milioni. Salvo imprevisti, perché Edoardo Rixi, assessore allo Sviluppo Economico della giunta Toti, ha messo le mani avanti: “Noi non metteremo sul piatto più di cinquanta milioni, quindi servirà comunque un ulteriore impegno del Ministero dell’Università”. Anche Aristide Massardo, preside di Ingegneria, non ha mai nascosto le sue perplessità: “Il mio grande timore – ha dichiarato – è che alla fine Ingegneria si troverà sola agli Erzelli, in un grande contenitore senza contenuti”. Massardo non nasconde il suo stupore: “Non ci hanno mai detto: vi diamo 75 milioni per costruire la nuova università. Hanno sempre detto: vi diamo 75 milioni se andate agli Erzelli. Non ho mai capito perché”. E il preside di Ingegneria aggiunge: “Ci sono ancora molti punti da chiarire, a cominciare dalla mobilità. Devono spiegarci come pensano di far salire migliaia di studenti sulle alture degli Erzelli, come pensano di fare concorrenza ai politecnici di Milano e Torino che hanno la stazione dell’alta velocità a due passi. Con l’autobus? Se non troveremo soluzioni convincenti – conclude Massardo – credo che sarebbe doveroso abbandonare il progetto. Ma lo Stato dovrebbe lasciare i fondi a Genova. Anche se sembra molto più facile ottenere fondi quando c’è di mezzo il mattone, che quando si investe in ricerca e cervelli”.

Intanto si doveva firmare, perché altrimenti il 25 settembre il governo avrebbe destinato 75 milioni ad altre città. E Genova non poteva perdere questo tesoretto.

Il progetto – firmato da Renzo Piano – all’inizio era parso a tutti una ventata di novità per Genova: tanti spazi per le imprese e la ricerca, verde e poche case. Poi qualcosa cambiò, crebbe lo spazio per il residenziale. E l’architetto genovese si sfilò tra le polemiche. L’allora sindaco Marta Vincenzi raccontò: “Se parte del mio partito mi ha voltato le spalle e non sono stata ricandidata, dipende anche dalle modifiche che chiesi per Erzelli”.

Ma cosa ne sarà delle aree liberate dalle indusrie che si trasferiranno agli Erzelli? “Gli spazi dove c’era Esaote – la società di Carlo Castellano – diventeranno commerciali”, spiega Stefano Bernini, vicesindaco di Genova e assessore all’Urbanistica. In pratica: un centro commerciale (l’immancabile Coop), poi forse case e alberghi. Perché avete aperto le porte all’ennesimo centro commerciale, sempre della Coop? “Siamo riusciti a ottenere che Esaote non lasciasse Genova e mantenesse gli attuali livelli di occupazione”.

Ma il polo tecnologico non avrebbe dovuto offrire posti di lavoro nuovi? Una cosa è certa: Erzelli s’aveva da fare. La voleva prima di tutti il centrosinistra. Perfino Giorgio Napolitano, amico ed estimatore di Castellano (Pd), anche da Presidente della Repubblica si era espresso pubblicamente a favore del progetto. Ma la volevano anche le banche che avevano fornito finanziamenti da centinaia di milioni all’operazione. E la voleva anche Roberto Cingolani, direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia (sostenitore del candidato Pd in Regione, Raffaella Paita), uno dei pochi fiori all’occhiello rimasti a Genova.

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