La crisi economica scatenata dalla pandemia e dal successivo lockdown ha avuto un impatto immediato sul settore agricolo, un settore che fonda i suoi profitti su condizioni di lavoro e retributive miserabili:
il blocco dei flussi migratori ha decimato quell’esercito di disperati
ogni anno costretti a lavorare come bestie da soma per garantire
l’ordinato raccolto che si deve svolgere in un limitato numero di
settimane. Questa scarsità di quella parte della manodopera che è più
facilmente ricattabile ha creato un problema all’origine della catena
del valore del settore agro-alimentare, minando le opportunità di
profitto di un pezzo consistente del nostro capitalismo. Per questo,
poiché i profitti di pochi erano in pericolo, il Governo è intervenuto
al fine di garantire all’agricoltura italiana un’adeguata fornitura di
forza lavoro: lavoratori ricattabili, vulnerabili e quindi disposti ad
accettare le misere condizioni che sono essenziali per assicurare la
realizzazione di elevati profitti.
Il Decreto Rilancio
ha previsto, all’articolo 103, l’introduzione di procedure per
l’emersione del lavoro irregolare, sia di cittadini italiani sia di
cittadini stranieri. Più in particolare, sono previste due categorie di
procedure.
Con la prima, i datori di lavoro possono presentare domanda per assumere cittadini stranieri presenti nel territorio nazionale o dichiarare la sussistenza di un rapporto di lavoro irregolare
preesistente con lavoratori italiani o stranieri. Questi ultimi devono
essere stati registrati, con tanto di foto e impronte digitali, prima
dell’8 marzo 2020. In alternativa, devono dimostrare di essere stati
soggiornanti in Italia prima della stessa data. Per questa procedura, il
datore di lavoro deve indicare nell’istanza la durata del contratto di
lavoro e la retribuzione convenuta, che deve essere almeno pari a quella prevista dal contratto collettivo di lavoro di settore applicabile.
Con la seconda, si concede un permesso di soggiorno temporaneo di 6 mesi,
valido solo in Italia, agli stranieri con permesso di soggiorno scaduto
al 31 ottobre 2019 che ne facciano richiesta, che risultino presenti in
Italia prima dell’8 marzo 2020 e che abbiano svolto attività di lavoro
in determinati settori, prima del 31 ottobre 2019 e sulla base di
adeguata documentazione. In più, tale permesso temporaneo è convertito
in permesso di soggiorno per lavoro se il lavoratore viene assunto.
In entrambi i casi, i lavoratori
stranieri non devono essersi allontanati dal territorio nazionale dopo
l’8 marzo. I settori interessati dalla regolarizzazione sono agricoltura, allevamento e zootecnia, pesca e acquacoltura e attività connesse, assistenza alla persona per persone affette da patologie o handicap che ne limitino l’autosufficienza, nonché lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare.
In caso di cessazione del rapporto di lavoro dopo l’emersione, anche per gli stagionali, si prevede che al lavoratore straniero sia concesso un certo periodo di tempo per la ricerca di una nuova attività lavorativa. In altri termini, la perdita del posto di lavoro, anche per dimissioni,
non può portare alla revoca del permesso di soggiorno del lavoratore
extracomunitario, che può iscriversi al collocamento per il periodo di
validità del permesso stesso.
Questo provvedimento, si ricorda, è stato voluto fortemente dalla Ministra dell’agricoltura Teresa Bellanova, in quota Italia Viva, ex bracciante e sindacalista agricola. Abbiamo già parlato,
quando il provvedimento non era ancora stato ufficializzato, di come
l’impostazione della Bellanova e del suo partito siano figlie di quel “razzismo dei buoni” che si interessa agli immigrati solo perché li vede come “indispensabili” per il sistema produttivo
(ove “indispensabili” leggasi come “indispensabili per la sete di
profitto del padronato, che intende sfruttarli”). Allo stesso modo,
abbiamo parlato della “levata di scudi” di Crimi e dei 5S, preoccupati perché la regolarizzazione ricordava un simile provvedimento di maroniana memoria e, soprattutto, rappresentava una sorta di condono.
Abbiamo sottolineato l’ipocrisia della proposta alternativa,
consistente nel rinunciare alla regolarizzazione e nel trovare la
manodopera necessaria tra i percettori del reddito di cittadinanza. Una proposta doppiamente ipocrita
perché, da un lato, parte sempre dallo stesso presupposto: immigrato o
cittadino italiano che sia, chiunque viene visto solo ed esclusivamente
come strumento del profitto. In questo caso, il percettore di reddito di cittadinanza viene visto come un peso morto
che, per gratitudine, dovrebbe andare a lavorare per quattro soldi in
agricoltura. Dall’altro lato, perché lascia senza risposta una domanda
politica fondamentale: come rapportarsi al fenomeno storico
dell’immigrazione di massa? Con il sospetto che la risposta, tra le
righe, sia sempre la stessa: relegare l’immigrato alla clandestinità per
renderlo più vulnerabile al ricatto dello sfruttamento.
Come per ogni provvedimento riguardante gli immigrati, i partiti di destra hanno dato vita a un’ignobile operazione di sciacallaggio, contrapponendo gli interessi dei lavoratori italiani e quelli dei lavoratori stranieri, con argomenti mirabilmente riassunti
dal Secolo d’Italia: “Il governo pensa agli immigrati ma gli italiani
ancora aspettano la cassa integrazione. Molti sono quasi sul lastrico.
Gli imprenditori aspettano la liquidità promessa solennemente da Conte a
fine marzo”.
Non è qui il caso di soffermarsi sulla
totale mancanza di correlazione tra una questione prettamente
burocratica come quella dei ritardi nell’erogazione della cassa
integrazione in deroga e una questione politica come quella riguardante
la regolarizzazione. Altri due punti, però, sono probabilmente
meritevoli di un minimo di attenzione: la finta e ignobile
contrapposizione tra gli interessi dei lavoratori italiani e quelli
stranieri, da un lato, e la favola secondo cui lavoratori e imprenditori
(italiani, ci verrebbe da dire, per una questione di logica) sarebbero sulla stessa barca.
“Perché devo premiare con una sanatoria
gli irregolari e chi sfrutta il lavoro degli irregolari? Ci sono tante
persone che, se pagate in maniera dignitosa, farebbero qualunque lavoro.
Ci sono anche tanti immigrati con i documenti in regola in cerca di un
lavoro. Invece si decide di premiare chi non lo merita”: questa la summa del pensiero di Salvini sull’argomento. Sulla stessa lunghezza d’onda, manco a dirlo, Giorgia Meloni.
Si confrontano, dunque, due approcci
solo apparentemente alternativi e contrapposti. Da un lato c’è il
Governo, che vuole la regolarizzazione solo al fine di garantire
manodopera a basso costo alle imprese agricole, e non è certamente
ispirato da intenti solidaristici verso gli ultimi. Questo lo si capisce
quando si realizza che la regolarizzazione proposta è solo temporanea,
dunque replica tutta la precarietà della condizione del migrante
irregolare che, presto o tardi, sarà sottoposto al solito ricatto: se
vuoi restare in Italia devi accettare qualsiasi condizione di lavoro. A
tale posizione si contrappone solo fittiziamente quella che in realtà è
una sfumatura odiosa dello stesso approccio, che vede nel migrante
semplicemente una fonte di profitto e non un essere umano: l’alternativa
che hanno in mente Salvini e compagnia è un ancor più stringente
sistema di quote per gli ingressi, affiancato dalla criminalizzazione
degli irregolari. Due strade, dunque, per ottenere il medesimo
risultato, ossia piegare le ginocchia di una quota consistente dei
lavoratori concentrati nei settori dell’agricoltura e della logistica.
Ecco quindi che il migrante si trova stretto in una tenaglia fatta di
continue minacce alla regolarità del suo status di cittadino,
da una parte, e dall’imposizione delle peggiori condizioni di vita e di
lavoro, dall’altra: un circolo vizioso che si può spezzare solo con una
generalizzata regolarizzazione a tempo indeterminato, capace di
garantire agli immigrati le stesse identiche condizioni minime di
qualsiasi cittadino italiano.
È, infatti, questo il punto fondamentale:
i rapporti di forza tra lavoratori e datori di lavoro non si misurano
nel vuoto di un esperimento su carta, ma risentono del contesto in cui esistono. E questo contesto è dato, tra le altre cose, dalle leggi che regolano non solo i rapporti di lavoro, ma anche le condizioni di vita e la situazione legale dei lavoratori.
Se è vero, infatti, che la
regolarizzazione di Bellanova ha una portata limitata e riporterà ben
presto gli immigrati a dover sottostare a un nuovo ricatto
(o accetti queste condizioni lavorative o te ne vai), è anche vero che
l’alternativa che hanno in mente i vari fascioleghisti è ancora
peggiore, sia per i lavoratori stranieri sia per i lavoratori italiani.
La permanenza dei primi nell’illegalità e nella clandestinità, infatti, è
una vera e propria manna dal cielo per i datori di
lavoro (e, di conseguenza, una iattura per i lavoratori, sia italiani
sia stranieri). Un lavoratore clandestino sfugge ai più basilari
controlli di legalità, è spesso costretto a vivere in condizioni misere,
alla mercé di caporali e sfruttatori di ogni sorta: in altri termini,
è, di tutta evidenza, un soggetto facilmente ricattabile. Di
conseguenza, è costretto, nella generalità dei casi, ad accettare
qualsiasi offerta di lavoro gli venga proposta. In altri termini, e
questo ci sentiamo di sottoscriverlo: un lavoratore in situazione di clandestinità rappresenta, effettivamente, un’alternativa a basso costo rispetto
a un lavoratore forte di una situazione legale regolare. Ed è evidente,
a questo punto, che le destre non fanno altro che dar contro agli
immigrati perché li vogliono clandestini, irregolari e dunque
maggiormente ricattabili, per poi macinare profitti sulla loro pelle. Al
contrario, la soluzione giusta di chi ha a cuore le sorti del lavoro è
quella che garantisce a tutti i lavoratori una situazione legale
regolare, mettendoli così in condizione di rivendicare maggiori salari e
diritti: questa è l’unica valida opposizione alla politica del Governo.
È, quindi, per queste ragioni che la
finta contrapposizione tra lavoratori italiani e stranieri, creata ad
arte da chi ha interesse che le cose rimangano così, è da respingere.
Così come, per ragioni simili, è da respingere l’altro capitolo del
ragionamento del Secolo d’Italia, che sappiamo essere un classico della
letteratura delle destre corporativiste di tutti i tempi, compresi i
nostri: “I lavoratori soffrono, ma soffrono anche gli imprenditori. Siamo tutti sulla stessa barca”.
Ebbene, è chiaro che un ragionamento come questo non ha, una volta che
si sia presa in considerazione la natura conflittuale dei rapporti di
classe, nessun fondamento logico. Tutti i giochi che la politica
continua a fare sulla pelle degli immigrati, dalla mera
criminalizzazione delle destre fino alla precarizzazione insita nella
regolarizzazione a tempo determinato di Bellanova, hanno il
preciso scopo ridurre il salario pagato ai lavoratori – autoctoni e
immigrati che siano – in modo da garantire maggiori profitti agli
imprenditori. Nel conflitto distributivo, la barca che affonda è quella
dei lavoratori tutti mentre i profitti viaggiano a gonfie vele.
Ma, come abbiamo visto, sia la
regolarizzazione di Italia Viva sia la clandestinità conservano, con
diverse gradazioni, i lavoratori stranieri nella loro situazione di
precarietà e ricattabilità. La seconda per ovvie ragioni, la prima
perché stabilisce una regolarizzazione “a tempo”. Una vera
regolarizzazione, che liberi i lavoratori stranieri dalla loro
condizione di essere ricattabili, andrebbe nella direzione opposta,
ovvero quella di equiparare lavoratori autoctoni e stranieri dal punto
di vista delle tutele legali, compresi i diritti e le retribuzioni
previste dai contratti collettivi, la tutela sindacale, garanzie
previdenziali e assistenziali e così via. Non sarebbe una panacea, per i
lavoratori, ma andrebbe sicuramente nella direzione giusta, che è
quella di porre i lavoratori, autoctoni e immigrati, in condizioni di
elaborare e praticare una giusta lotta per salari, diritti e condizioni
di vita dignitose senza dover partire da una condizione di debolezza
strutturale, quale quella del migrante irregolare, che viene
cristallizzata dall’attuale cornice istituzionale con il solo scopo di
preservare i profitti di pochi. Togliendo il respiro, è proprio il caso di dirlo oggi, a molti.
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