Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/06/2020

Sfruttamento regolarizzato

La crisi economica scatenata dalla pandemia e dal successivo lockdown ha avuto un impatto immediato sul settore agricolo, un settore che fonda i suoi profitti su condizioni di lavoro e retributive miserabili: il blocco dei flussi migratori ha decimato quell’esercito di disperati ogni anno costretti a lavorare come bestie da soma per garantire l’ordinato raccolto che si deve svolgere in un limitato numero di settimane. Questa scarsità di quella parte della manodopera che è più facilmente ricattabile ha creato un problema all’origine della catena del valore del settore agro-alimentare, minando le opportunità di profitto di un pezzo consistente del nostro capitalismo. Per questo, poiché i profitti di pochi erano in pericolo, il Governo è intervenuto al fine di garantire all’agricoltura italiana un’adeguata fornitura di forza lavoro: lavoratori ricattabili, vulnerabili e quindi disposti ad accettare le misere condizioni che sono essenziali per assicurare la realizzazione di elevati profitti.

Il Decreto Rilancio ha previsto, all’articolo 103, l’introduzione di procedure per l’emersione del lavoro irregolare, sia di cittadini italiani sia di cittadini stranieri. Più in particolare, sono previste due categorie di procedure.

Con la prima, i datori di lavoro possono presentare domanda per assumere cittadini stranieri presenti nel territorio nazionale o dichiarare la sussistenza di un rapporto di lavoro irregolare preesistente con lavoratori italiani o stranieri. Questi ultimi devono essere stati registrati, con tanto di foto e impronte digitali, prima dell’8 marzo 2020. In alternativa, devono dimostrare di essere stati soggiornanti in Italia prima della stessa data. Per questa procedura, il datore di lavoro deve indicare nell’istanza la durata del contratto di lavoro e la retribuzione convenuta, che deve essere almeno pari a quella prevista dal contratto collettivo di lavoro di settore applicabile.

Con la seconda, si concede un permesso di soggiorno temporaneo di 6 mesi, valido solo in Italia, agli stranieri con permesso di soggiorno scaduto al 31 ottobre 2019 che ne facciano richiesta, che risultino presenti in Italia prima dell’8 marzo 2020 e che abbiano svolto attività di lavoro in determinati settori, prima del 31 ottobre 2019 e sulla base di adeguata documentazione. In più, tale permesso temporaneo è convertito in permesso di soggiorno per lavoro se il lavoratore viene assunto.

In entrambi i casi, i lavoratori stranieri non devono essersi allontanati dal territorio nazionale dopo l’8 marzo. I settori interessati dalla regolarizzazione sono agricoltura, allevamento e zootecnia, pesca e acquacoltura e attività connesse, assistenza alla persona per persone affette da patologie o handicap che ne limitino l’autosufficienza, nonché lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare.

In caso di cessazione del rapporto di lavoro dopo l’emersione, anche per gli stagionali, si prevede che al lavoratore straniero sia concesso un certo periodo di tempo per la ricerca di una nuova attività lavorativa. In altri termini, la perdita del posto di lavoro, anche per dimissioni, non può portare alla revoca del permesso di soggiorno del lavoratore extracomunitario, che può iscriversi al collocamento per il periodo di validità del permesso stesso.

Questo provvedimento, si ricorda, è stato voluto fortemente dalla Ministra dell’agricoltura Teresa Bellanova, in quota Italia Viva, ex bracciante e sindacalista agricola. Abbiamo già parlato, quando il provvedimento non era ancora stato ufficializzato, di come l’impostazione della Bellanova e del suo partito siano figlie di quel “razzismo dei buoni” che si interessa agli immigrati solo perché li vede come “indispensabili” per il sistema produttivo (ove “indispensabili” leggasi come “indispensabili per la sete di profitto del padronato, che intende sfruttarli”). Allo stesso modo, abbiamo parlato della “levata di scudi” di Crimi e dei 5S, preoccupati perché la regolarizzazione ricordava un simile provvedimento di maroniana memoria e, soprattutto, rappresentava una sorta di condono. Abbiamo sottolineato l’ipocrisia della proposta alternativa, consistente nel rinunciare alla regolarizzazione e nel trovare la manodopera necessaria tra i percettori del reddito di cittadinanza. Una proposta doppiamente ipocrita perché, da un lato, parte sempre dallo stesso presupposto: immigrato o cittadino italiano che sia, chiunque viene visto solo ed esclusivamente come strumento del profitto. In questo caso, il percettore di reddito di cittadinanza viene visto come un peso morto che, per gratitudine, dovrebbe andare a lavorare per quattro soldi in agricoltura. Dall’altro lato, perché lascia senza risposta una domanda politica fondamentale: come rapportarsi al fenomeno storico dell’immigrazione di massa? Con il sospetto che la risposta, tra le righe, sia sempre la stessa: relegare l’immigrato alla clandestinità per renderlo più vulnerabile al ricatto dello sfruttamento.

Come per ogni provvedimento riguardante gli immigrati, i partiti di destra hanno dato vita a un’ignobile operazione di sciacallaggio, contrapponendo gli interessi dei lavoratori italiani e quelli dei lavoratori stranieri, con argomenti mirabilmente riassunti dal Secolo d’Italia: “Il governo pensa agli immigrati ma gli italiani ancora aspettano la cassa integrazione. Molti sono quasi sul lastrico. Gli imprenditori aspettano la liquidità promessa solennemente da Conte a fine marzo”.

Non è qui il caso di soffermarsi sulla totale mancanza di correlazione tra una questione prettamente burocratica come quella dei ritardi nell’erogazione della cassa integrazione in deroga e una questione politica come quella riguardante la regolarizzazione. Altri due punti, però, sono probabilmente meritevoli di un minimo di attenzione: la finta e ignobile contrapposizione tra gli interessi dei lavoratori italiani e quelli stranieri, da un lato, e la favola secondo cui lavoratori e imprenditori (italiani, ci verrebbe da dire, per una questione di logica) sarebbero sulla stessa barca.

“Perché devo premiare con una sanatoria gli irregolari e chi sfrutta il lavoro degli irregolari? Ci sono tante persone che, se pagate in maniera dignitosa, farebbero qualunque lavoro. Ci sono anche tanti immigrati con i documenti in regola in cerca di un lavoro. Invece si decide di premiare chi non lo merita”: questa la summa del pensiero di Salvini sull’argomento. Sulla stessa lunghezza d’onda, manco a dirlo, Giorgia Meloni.

Si confrontano, dunque, due approcci solo apparentemente alternativi e contrapposti. Da un lato c’è il Governo, che vuole la regolarizzazione solo al fine di garantire manodopera a basso costo alle imprese agricole, e non è certamente ispirato da intenti solidaristici verso gli ultimi. Questo lo si capisce quando si realizza che la regolarizzazione proposta è solo temporanea, dunque replica tutta la precarietà della condizione del migrante irregolare che, presto o tardi, sarà sottoposto al solito ricatto: se vuoi restare in Italia devi accettare qualsiasi condizione di lavoro. A tale posizione si contrappone solo fittiziamente quella che in realtà è una sfumatura odiosa dello stesso approccio, che vede nel migrante semplicemente una fonte di profitto e non un essere umano: l’alternativa che hanno in mente Salvini e compagnia è un ancor più stringente sistema di quote per gli ingressi, affiancato dalla criminalizzazione degli irregolari. Due strade, dunque, per ottenere il medesimo risultato, ossia piegare le ginocchia di una quota consistente dei lavoratori concentrati nei settori dell’agricoltura e della logistica. Ecco quindi che il migrante si trova stretto in una tenaglia fatta di continue minacce alla regolarità del suo status di cittadino, da una parte, e dall’imposizione delle peggiori condizioni di vita e di lavoro, dall’altra: un circolo vizioso che si può spezzare solo con una generalizzata regolarizzazione a tempo indeterminato, capace di garantire agli immigrati le stesse identiche condizioni minime di qualsiasi cittadino italiano.

È, infatti, questo il punto fondamentale: i rapporti di forza tra lavoratori e datori di lavoro non si misurano nel vuoto di un esperimento su carta, ma risentono del contesto in cui esistono. E questo contesto è dato, tra le altre cose, dalle leggi che regolano non solo i rapporti di lavoro, ma anche le condizioni di vita e la situazione legale dei lavoratori.

Se è vero, infatti, che la regolarizzazione di Bellanova ha una portata limitata e riporterà ben presto gli immigrati a dover sottostare a un nuovo ricatto (o accetti queste condizioni lavorative o te ne vai), è anche vero che l’alternativa che hanno in mente i vari fascioleghisti è ancora peggiore, sia per i lavoratori stranieri sia per i lavoratori italiani. La permanenza dei primi nell’illegalità e nella clandestinità, infatti, è una vera e propria manna dal cielo per i datori di lavoro (e, di conseguenza, una iattura per i lavoratori, sia italiani sia stranieri). Un lavoratore clandestino sfugge ai più basilari controlli di legalità, è spesso costretto a vivere in condizioni misere, alla mercé di caporali e sfruttatori di ogni sorta: in altri termini, è, di tutta evidenza, un soggetto facilmente ricattabile. Di conseguenza, è costretto, nella generalità dei casi, ad accettare qualsiasi offerta di lavoro gli venga proposta. In altri termini, e questo ci sentiamo di sottoscriverlo: un lavoratore in situazione di clandestinità rappresenta, effettivamente, un’alternativa a basso costo rispetto a un lavoratore forte di una situazione legale regolare. Ed è evidente, a questo punto, che le destre non fanno altro che dar contro agli immigrati perché li vogliono clandestini, irregolari e dunque maggiormente ricattabili, per poi macinare profitti sulla loro pelle. Al contrario, la soluzione giusta di chi ha a cuore le sorti del lavoro è quella che garantisce a tutti i lavoratori una situazione legale regolare, mettendoli così in condizione di rivendicare maggiori salari e diritti: questa è l’unica valida opposizione alla politica del Governo.

È, quindi, per queste ragioni che la finta contrapposizione tra lavoratori italiani e stranieri, creata ad arte da chi ha interesse che le cose rimangano così, è da respingere. Così come, per ragioni simili, è da respingere l’altro capitolo del ragionamento del Secolo d’Italia, che sappiamo essere un classico della letteratura delle destre corporativiste di tutti i tempi, compresi i nostri: “I lavoratori soffrono, ma soffrono anche gli imprenditori. Siamo tutti sulla stessa barca”. Ebbene, è chiaro che un ragionamento come questo non ha, una volta che si sia presa in considerazione la natura conflittuale dei rapporti di classe, nessun fondamento logico. Tutti i giochi che la politica continua a fare sulla pelle degli immigrati, dalla mera criminalizzazione delle destre fino alla precarizzazione insita nella regolarizzazione a tempo determinato di Bellanova, hanno il preciso scopo ridurre il salario pagato ai lavoratori – autoctoni e immigrati che siano – in modo da garantire maggiori profitti agli imprenditori. Nel conflitto distributivo, la barca che affonda è quella dei lavoratori tutti mentre i profitti viaggiano a gonfie vele.

Ma, come abbiamo visto, sia la regolarizzazione di Italia Viva sia la clandestinità conservano, con diverse gradazioni, i lavoratori stranieri nella loro situazione di precarietà e ricattabilità. La seconda per ovvie ragioni, la prima perché stabilisce una regolarizzazione “a tempo”. Una vera regolarizzazione, che liberi i lavoratori stranieri dalla loro condizione di essere ricattabili, andrebbe nella direzione opposta, ovvero quella di equiparare lavoratori autoctoni e stranieri dal punto di vista delle tutele legali, compresi i diritti e le retribuzioni previste dai contratti collettivi, la tutela sindacale, garanzie previdenziali e assistenziali e così via. Non sarebbe una panacea, per i lavoratori, ma andrebbe sicuramente nella direzione giusta, che è quella di porre i lavoratori, autoctoni e immigrati, in condizioni di elaborare e praticare una giusta lotta per salari, diritti e condizioni di vita dignitose senza dover partire da una condizione di debolezza strutturale, quale quella del migrante irregolare, che viene cristallizzata dall’attuale cornice istituzionale con il solo scopo di preservare i profitti di pochi. Togliendo il respiro, è proprio il caso di dirlo oggi, a molti.

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06/06/2020

Dalla crisi si esce tassando grandi capitali e rendite non con un patto neocorporativo

L’evidenza che l’emergenza pandemica globale sarebbe ricaduta come una scure sulle fasce più deboli della popolazione si va concretizzando giorno dopo giorno.

L’ultimo decreto del governo ne è l’ennesima dimostrazione. Quello che avrebbe dovuto rappresentare il ‘rilancio’ dell’economia del nostro Paese si è rivelato in realtà l’ennesimo strumento per elargire sussidi a fondo perduto alle grandi imprese, le stesse che ogni anno staccano cedole milionarie ai propri azionisti o che evadono le tasse, portando gli ingenti profitti realizzati nel nostro paese, nei paradisi fiscali dentro e fuori l’Unione Europea.

Un sistema neoliberista che negli anni ha di fatto precarizzato e impoverito lavoratori e ceti medi, erodendo la media e piccola impresa. Anziché affrontare questa emergenza ristabilendo il proprio ruolo centrale nell’economia del paese, l'esecutivo ha preferito che a dettare le priorità dell’agenda di governo fossero ancora una volta le Authority e le associazioni datoriali, che hanno ben altro scopo che l’interesse collettivo della popolazione.

E non è un caso che proprio in questi giorni sia il vicepresidente per le relazioni industriali di Confindustria, Maurizio Stirpe, sia lo stesso presidente Carlo Bonomi, ripropongano la stessa ricetta avvelenata dei propri predecessori, sostenendo che da un lato il governo e dall’altra i lavoratori, debbano garantire la massima produttività delle imprese, puntando a un abbassamento dei salari attraverso il superamento dei contratti nazionali e dei minimi tabellari, da riconquistare se mai con la contrattazione aziendale.

Nessun impegno rispetto al mantenimento dei livelli occupazionali, anzi prevedono apertamente la scomparsa tra 500.000 e 1 milione di posti di lavoro, condendo il tutto con un pressante richiamo all’ordine rivolto a Cgil Cisl Uil per l’attuazione del famigerato accordo siglato il 9 marzo del 2018, il cui obiettivo principale era bloccare l’istituzione del salario minimo per legge e l’approvazione di una legge sulla rappresentanza/rappresentatività sindacale.

Un bel richiamo all’ordine all’insegna di un nuovo patto neocorporativo rivolto a questi sindacati che della subalternità agli interessi dell’impresa e dei profitti hanno fatto la linea guida della loro politica, in un momento in cui la pandemia ha evidenziato una tragica realtà: il fallimento di un sistema basato sul mercato, sulla competizione internazionale, sullo sfruttamento più brutale di milioni di esseri umani e sull’impoverimento generalizzato di larga parte della società.

Nessun rammarico per quanto successo negli anni passati, per le privatizzazioni a gogò che tanto hanno fatto guadagnare a loro signori, dai trasporti alle telecomunicazioni, dalle banche alle aziende municipalizzate, dai servizi comunali alla sanità, di cui oggi piangiamo lo sfascio in termini di decine di migliaia di morti.

Trent’anni di tagli ai servizi e agli investimenti sociali, peggiorati negli ultimi decenni a causa delle pressioni e dell’austerità imposte al nostro Paese dall’Unione Europea con numerosi trattati il cui risultato finale è stato di permettere alle classi dirigenti degli stati del Nord, in testa la Germania, di espandersi a spese nostre e degli altri paesi della sponda del Mediterraneo.

In questo quadro generale si inserisce un altro elemento che ci preoccupa fortemente e ci rimanda alla data del 17 agosto, quando terminerà il divieto di licenziamento, in un contesto dove la proroga di 5 settimane della cassa integrazione previste dal Decreto Rilancio risulta del tutto insufficiente a coprire un arco temporale ben più ampio.

Quale sarà il destino delle migliaia di lavoratori e lavoratrici impiegati nei settori che non vedranno una ripresa, in particolare quelli che hanno fatto ricorso alla Cassa Integrazione in deroga, se resterà aperta la strada dei licenziamenti? Dopo aver pagato a proprie spese, con ferie e permessi forzati, con gli ammortizzatori che ancora stentano ad arrivare e con stipendi ridotti, l’unica alternativa sarà la perdita del posto di lavoro?

La previsione, che ormai è data quasi per inevitabile, della scomparsa di centinaia di migliaia di posti di lavoro – dovuta alla caduta della domanda interna e dall’accentuarsi della concorrenza a livello internazionale – spinge il governo verso l’accettazione di presunti finanziamenti europei a fondo perduto o senza condizionalità: dal MES, il meccanismo di finanziamento dei paesi in difficoltà finanziaria, lo stesso che ha portato al tracollo la Grecia, al Recovery Fund destinato agli investimenti in campo sanitario. In entrambi i casi i Commissari Europei hanno già detto che presuppongono da parte dei paesi richiedenti, le necessarie riforme.

Ricordiamoci la lettera dell’8 agosto del 2011 a firma Trichet e Draghi, presidenti della BCE, uno uscente e l’altro entrante, le cui raccomandazioni pressanti portarono al governo Monti e Fornero i quali ci regalarono l’allungamento degli anni necessari per la pensione, e le prime modifiche all’art.18.

A settembre la situazione sociale sarà ancora più disastrosa, ma non possiamo certo rimanere fermi ad aspettarne l’evoluzione quasi naturale verso il conflitto.

Le risposte debbono arrivare ora, dobbiamo pretendere che le istituzioni si facciano carico fin da subito di sostenere chi non ha possibilità né l’ha mai avuta di accedere agli ammortizzatori sociali, di garantire il reddito a chi non ha lavoro, di impedire che gli Agnelli e altri loro compari continuino ad eludere il fisco italiano pagando le tasse in Olanda o in altri paradisi fiscali e poi si facciano finanziare le crisi dalle banche italiane con la garanzia dello Stato, cioè tutti noi.

Il governo deve prendere i soldi da chi li ha accumulati in questi anni, tassando le rendite da capitale e i grandi patrimoni, reinternalizzando i servizi privatizzati a partire dalla sanità, dalla previdenza, dal terzo settore, con un grande piano di assunzioni nella pubblica amministrazione, eliminando la precarietà dalla scuola, dagli ospedali, dalla ricerca, dagli enti locali, dalle istituzioni culturali, garantendo a chi ha perso il lavoro il prolungamento della CIG e della FIS, il pagamento delle bollette e degli affitti, il bonus spesa, e tutto quanto necessario ad evitare che la crisi la paghino i soliti noti.

Con la fine del lockdown molte lavoratrici e lavoratori, addetti ad attività sempre e tutt’ora chiuse, si sono mobilitati, spesso auto-organizzandosi ma molte altre volte chiedendo sostegno a più soggetti.

Le nostre federazioni in molti casi sono state presenti o hanno contribuito al successo di queste iniziative. L’invito che rivolgiamo a tutti è di continuare a sostenere tali momenti di lotta, evitando l’auto-isolamento, poiché oggi più che mai la realtà non si presenta con i canoni tradizionali cui siamo abituati, conseguenza della frantumazione del mondo del lavoro, della precarizzazione, del lavoro nero o fintamente autonomo.

Per quanto ci riguarda non ci siamo fermati nelle fasi 1 e 2 dell’emergenza: amplieremo ancor di più i momenti di lotta anche in queste settimane, con la manifestazione nazionale della scuola/ricerca/università il 10 giugno al MIUR, il 16 giugno manifesteremo davanti alle Regioni a sostegno anche delle tante vertenze che in queste settimane hanno attraversato i nostri territori, dagli stagionali ai taxisti, dai lavoratori alle partite Iva dello spettacolo, della cultura, dello sport; il 15 giugno saremo al Campidoglio per la manifestazione degli addetti al turismo, per il 18 giugno USB ha indetto lo sciopero nazionale del Trasporto Pubblico Locale mentre altre categorie stanno discutendo mobilitazioni nazionali e scioperi entro la fine di questo mese.

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23/05/2020

L’UE, il Recovery Fund e la necessità di ripensare il modello di sviluppo dell’economia italiana

Di seguito torniamo a proporre un'analisi di Riccardo Realfonzo. L'esposizione, di chiara matrice keynesiana, come di consueto va considerata di stimolo all'anemico dibattito economico presente nella sinistra.

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Intervista a Riccardo Realfonzo di Daniele Nalbone

Venti giorni dopo un’intervista dedicata ai temi dell’Europa e delle politiche anticrisi, riprendiamo su Micromega il dialogo con Riccardo Realfonzo, professore ordinario di economia politica all’università del Sannio, promotore il 13 marzo scorso di un documento pubblicato dal Financial Times per un piano europeo antivirus con finanziamento centralizzato. Al centro, stavolta, il Decreto Rilancio, gli investimenti pubblici e la necessità di ripensare il modello di sviluppo italiano.

Professore, iniziamo da un suo giudizio sul Decreto Rilancio varato dal Governo.

Si tratta del naturale compimento del percorso avviato con i precedenti decreti emergenziali Cura Italia e Liquidità, varati tra marzo e aprile. È il tentativo di ristorare almeno in parte imprese e famiglie per il gravissimo calo di ricavi e redditi registrati in questi mesi. Un intervento nell’insieme necessario, sebbene tardivo, con molti caratteri di intervento a pioggia ma anche qualche misura che potrà rivelarsi utile per i provvedimenti futuri, come alcune condizionalità introdotte negli aiuti alle imprese e assunzioni in settori pubblici fondamentali. Direi che è un decreto “resistenza” e che tutti speriamo possa preludere a un vero rilancio.

Il ministro Gualtieri la settimana scorsa ha affermato che si tratta di un decreto che “guarda allo sviluppo” e che “rilancia gli investimenti”. È davvero così?

Si tratta di affermazioni impegnative, che richiederanno ben altri sforzi normativi e finanziamenti per trasformarsi in realtà. Questi decreti puntano principalmente a limitare la riduzione del pil, a fare in modo che lo scossone del virus non faccia cascare il Paese troppo lontano dal vecchio sentiero. Il problema è che però quel vecchio sentiero era tutto in salita, considerata la lunga stagnazione che abbiamo vissuto nel periodo tra le due crisi, dal 2008 al 2019, e che l’economia stava entrando in recessione già prima dell’epidemia. Insomma, tornare al business as usual è difficilissimo dappertutto nel mondo, ma letteralmente impensabile in Italia. Occorre ripensare il modello di sviluppo del Paese.

A quale modello di sviluppo pensa? Quale dovrebbe essere la stella polare di un ripensamento che immagino debba essere per forza di cose radicale?

La vicenda della pandemia ha messo definitivamente a nudo i disastri prodotti dalle politiche economiche successive alla crisi del 2008. Mi riferisco soprattutto allo smantellamento del sistema di welfare e al fallimento delle cosiddette riforme strutturali. Per fare un esempio, è sotto gli occhi di tutti che la sanità lombarda, che secondo molti rappresenta il meglio del nostro sistema sanitario, si è rivelata del tutto inadeguata a fronteggiare l’emergenza pandemica, anche nel confronto con gli altri Paesi europei. Avremmo registrato molte vittime in meno se avessimo avuto una disponibilità di posti letto di terapia intensiva in linea con i Paesi più avanzati d’Europa. Aggiungo che la sanità privata, che tanto ha lucrato dai tagli alla sanità pubblica, non ha saputo fare altro che ritirarsi in buon ordine a cospetto del virus. E quel che vale in termini di sottofinanziamento della sanità pubblica vale per la scuola, l’università, l’amministrazione della giustizia, il governo del territorio. La strategia dell’austerità e delle riforme strutturali degli scorsi anni ha bloccato la crescita del Paese e come sappiamo non ha avuto successo nemmeno nel risanare i conti pubblici.

A cosa si riferisce quando parla di fallimento delle riforme strutturali?

Agli insuccessi delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni degli scorsi anni, e soprattutto al fallimento delle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro. I fautori di quelle politiche sostenevano che esse avrebbero incrementato la competitività del Paese, con effetti rilevanti in termini di crescita e occupazione. Non si è visto nulla di tutto ciò. Al contrario, come molti studi hanno dimostrato, la flessibilità del mercato del lavoro ha procurato solo deflazione salariale e bassi consumi, alimentando la stagnazione. La bassa competitività del Paese dipendeva da altri fattori: l’insufficienza delle infrastrutture materiali e immateriali presenti nei territori e la debolezza del sistema produttivo.

Abbiamo dunque registrato il fallimento delle principali politiche introdotte negli scorsi anni: l’austerità, la flessibilità del mercato del lavoro, le privatizzazioni. E allora da cosa ripartire?

Da un programma di investimenti pubblici coerente con un disegno complessivo di politica industriale che, da un lato, metta al centro il welfare e le infrastrutture sociali e, dall’altro, spinga le imprese a compiere un salto tecnologico e dimensionale. Bisognerebbe attrezzarsi immediatamente per elaborare un piano in questa direzione. Inviterei tutti a rileggere il libro di Giorgio Fuà e Paolo Sylos Labini, “Idee per la programmazione economica”, del lontano 1963: il mondo è radicalmente cambiato, ma da quella lettura c’è ancora da imparare. Tra l’altro sappiamo bene che gli investimenti pubblici nella sanità, nella scuola, nella ricerca, nella manutenzione del territorio e nell’ambiente hanno un moltiplicatore particolarmente elevato, e quindi impattano molto positivamente sulla crescita e sull’occupazione.

Parlando di investimenti, il governo è al lavoro sulle semplificazioni che dovrebbero agevolare sia quelli pubblici che privati.

Alcune semplificazioni burocratiche sono necessarie e in tanti rievocano il modello di intervento snello introdotto per il ponte di Genova. Io preferisco parlare di riforma della pubblica amministrazione e della necessità di rimpolparla con energie fresche, considerato quanto è stata impoverita dai blocchi del turnover degli scorsi anni. Soprattutto direi che a riguardo circola una leggenda che è necessario sfatare, secondo la quale le risorse per gli investimenti pubblici non sono mai mancate e i cantieri non procedono per la burocrazia. I dati ufficiali raccontano una storia diversa. In tutto il periodo dopo la crisi del 2008, la quota del pil dedicata agli investimenti pubblici è risultata sempre inferiore alla media europea. Ad esempio, nel 2019 l’Italia ha dedicato il 2,3% del pil agli investimenti pubblici contro una media europea del 3%. Questo significa che nel solo 2019 l’Italia avrebbe dovuto spendere dodici miliardi di euro in più per stare in linea con la media europea. E nell’intero periodo tra le due crisi l’Italia ha accumulato un deficit di investimenti pubblici di quasi 120 miliardi di euro. Un gravissimo sottoinvestimento dovuto ai tagli delle politiche di austerità, altro che burocrazia. Certo è che senza una stagione di investimenti pubblici la crescita non si rimetterà in moto. Ci potrà essere un rimbalzo contenuto ma non certo un processo di crescita duraturo.

Ma dove trovare i fondi? Nel documento “For an anti-virus plan”, che lei ha promosso il 13 marzo sul Financial Times, faceva riferimento a finanziamenti centralizzati da parte dell’Unione Europea. Questi strumenti sono stati introdotti? E cosa ne pensa della proposta franco-tedesca sul Recovery Fund? È la soluzione ai nostri problemi?

Fino ad oggi i Paesi europei hanno dovuto fare tutto da soli per finanziare gli interventi anticrisi e gli strumenti introdotti dall’UE – dal MES al SURE fino alla BEI – sono tutti prestiti. Il ricorso ad essi impatterebbe negativamente sulle finanze pubbliche, per quanto a costi un po’ più bassi rispetto ai finanziamenti ottenuti con nuove emissioni di titoli del debito pubblico. E noi già ci troviamo con un debito pubblico che – come dicevo nella nostra precedente conversazione – salterà dal 135% del pil di fine 2019 a un valore di fine 2020 compreso tra il 154% e il 163%, a seconda delle diverse previsioni sulla contrazione del pil. L’UE avrebbe dovuto ricorrere alla monetizzazione della spesa da parte della Banca Centrale Europea, ma non c’è volontà di procedere in questa direzione. L’ultima speranza per un finanziamento senza nuovo debito pubblico è proprio legata al Recovery Fund. La proposta franco-tedesca sembra andare in una buona direzione perché fa riferimento alla emissione di titoli di debito comune da parte della Commissione Europea e a un massiccio ricorso a grants, ovvero sostegni a fondo perduto, senza incremento del debito dei singoli Paesi. Le risorse però appaiono troppo limitate e soprattutto spunta l’idea di condizionare le erogazioni a chiari impegni dei Paesi beneficiari su “sane politiche economiche” e “riforme ambiziose”. E questo può essere davvero molto pericoloso. Certo è che le risorse per gli investimenti pubblici sono indispensabili, con o senza sostegno europeo. Occorre assolutamente innescare una crescita adeguata.

Una crescita adeguata?

Mi riferisco al tema della sostenibilità del debito pubblico italiano. A seguito della repentina impennata del debito che si verificherà quest’anno, per evitare di dovere scegliere tra nuove politiche di austerità e l’Italexit occorre una crescita sostenuta. Solo se il tasso di crescita nominale dell’economia raggiungerà il livello del costo del debito riusciremo a stabilizzare il rapporto tra debito e pil, fermando la corsa verso il default. Ma servono investimenti pubblici, un lucido disegno di politica industriale e tante risorse.

(19 maggio 2020)

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21/05/2020

Decreto Rilancio: tante tutele… per i profitti

Non è semplice giudicare il Decreto Rilancio, soprattutto a causa della natura eccezionale delle circostanze cui è chiamato a rispondere. Eppure, è assolutamente necessario cercare di sviluppare un’analisi autonoma di questa misura, che dice moltissimo sul futuro governo della crisi.

Partiamo dal principio. Il Decreto Rilancio comporta un indebitamento netto aggiuntivo rispetto al quadro preesistente che ammonta a 55 miliardi di euro. Le dimensioni del deficit aggiuntivo – un altro modo per definire l’indebitamento netto – risultano significative, soprattutto perché i 55 miliardi vanno a sommarsi ai 20 già previsti nel Decreto Cura Italia e, naturalmente, all’indebitamento netto programmatico, che era stato stimato nella Nota di Aggiornamento al DEF (NADEF) intorno ai 40 miliardi di euro per il 2020. Insomma, il disavanzo di bilancio complessivo per il 2020 è considerevole e stimato al 10,4% del PIL dai più recenti indicatori di finanza pubblica elaborati dal MEF, al netto di ipotetici nuovi interventi del Governo.

Depurando il disavanzo di bilancio dalla spesa per interessi (circa 60 miliardi, il 3,7% del PIL) – che sappiamo avere un effetto macroeconomico trascurabile – otteniamo un disavanzo primario pari al 6,8% del PIL. Siamo di fronte a uno stimolo fiscale netto di circa 110 miliardi di euro e, nonostante uno stimolo di tale portata non si verificasse da decenni, questo è ancora insufficiente vista l’enorme caduta della produzione, che l’Istat ha stimato al 29% nel mese di marzo.

C’è voluta una pandemia globale per costringere la classe dirigente di questo Paese a ricorrere a politiche fiscali espansive, possibili, peraltro, solo finché permane la ‘sospensione’ delle regole europee di Maastricht e del Fiscal Compact. Purtroppo, la dimensione di questo stimolo rischia di risultare insufficiente di fronte alla portata della crisi economica, senza precedenti in termini qualitativi e quantitativi. Si consideri che il nuovo Documento di Economia e Finanza (DEF) stima una caduta dell’8% del Pil, anche al netto dell’importante stimolo fiscale appena varato.

Quando i guardiani dell’austerità nostrani chiederanno il ritorno allo status quo, ossia alla disciplina di bilancio, con l’appoggio delle istituzioni europee, sarà dunque importante battersi per far sì che le misure di stimolo fiscale non restino solo episodiche toppe per le emergenze, ma diventino uno strumento strutturale per perseguire la piena occupazione e un miglioramento generalizzato delle condizioni di vita. Questo è un primo campo di battaglia per chi si pone a difesa degli interessi di chi ha bisogno di lavorare per vivere.

Ma ce ne sono molti altri. Al di là della dimensione dell’intervento pubblico, ciò che conta è anche la destinazione delle risorse stanziate, i diversi capitoli di spesa, che ci aiutano a comprendere chi beneficia delle diverse misure previste dal Decreto Rilancio. Cerchiamo di fornire innanzitutto un quadro il più possibile esaustivo. Grossolanamente, il Decreto Rilancio destina circa 25,5 miliardi a lavoro e famiglie (pari al 46% della misura), 15,5 miliardi alle imprese (28%) e i restanti 14 miliardi alla Pubblica Amministrazione (26%), all’interno dei quali sono conteggiate le risorse destinate a scuola, sanità ed enti locali.

DL

La quota principale delle risorse dedicate al lavoro (16 miliardi) è assorbita dalla proroga di 9 settimane della Cassa Integrazione Guadagni (CIG). Il Decreto Cura Italia aveva finanziato la CIG per marzo e aprile, ma si è rivelato insufficiente dal punto di vista degli stanziamenti (5 miliardi), tant’è che 3 miliardi su 16 del Decreto Rilancio sono destinati a coprire questi ammanchi. Le restanti risorse servono a prolungare di 5 settimane la CIG nel periodo che va da maggio ad agosto – solo qualora i datori abbiano già usufruito delle prime nove settimane – e di altre 4 settimane nel periodo settembre-ottobre.

L’elemento più rilevante qui è la suddivisione in due tranche delle risorse, frutto soprattutto delle pressioni della Ragioneria dello Stato per garantire le coperture. Rimane da verificare se il meccanismo stabilito sia adeguato a garantire le risorse necessarie, senza precludere il ricorso alla CIG per i lavoratori delle imprese che potrebbero richiederla per periodi più estesi. C’è da aggiungere che l’erogazione della CIG ha subito ritardi nei primi mesi dell’emergenza, in particolare per quella in deroga, a causa dei diversi passaggi burocratici tra Regioni e INPS. Questa lentezza si concretizza per i lavoratori in una perdita secca dello stipendio, senza che questa sia in alcun modo attutita dal sussidio in questione (si veda, tra i mille casi, l’esempio degli AEC a Roma).

Tra le altre misure più consistenti, c’è il rinnovo dell’indennità per gli autonomi (4 miliardi) – che include un nuovo trasferimento di 600€ per il mese di aprile, e un ulteriore aiuto di 1.000€ per maggio, quest’ultimo, tuttavia, condizionato a una perdita del 33% del fatturato nel secondo bimestre 2020, rispetto al medesimo periodo del 2019. Questa condizionalità pare incomprensibile, innanzitutto per la mancanza di una soglia massima di reddito per accedere alla misura, in secondo luogo perché penalizza gli autonomi che non hanno subito perdite gravi tra marzo e aprile, ma potrebbero subirle nei mesi estivi.

Per il Reddito di Emergenza si stanziano poi 960 milioni, destinati alle famiglie con un ISEE inferiore ai 15.000€. Oltre alle scarse risorse stanziate, questo trasferimento è soggetto a una stringente condizionalità e dà diritto ad una erogazione massima di 800€ in due quote mensili. Troviamo infine l’indennità per i lavoratori domestici (500€ mensili per aprile e maggio), il rifinanziamento della NASPI e dei congedi parentali e un bonus vacanze per le famiglie (valore complessivo di ben 2,4 miliardi).

Il Decreto Rilancio prevede infine l’estensione del blocco dei licenziamenti fino a metà agosto, al netto del vergognoso vuoto giuridico che si è creato dal 16 maggio – data in cui si esauriva quello precedente, imposto dal Cura Italia – alla definitiva pubblicazione in Gazzetta, così come la sospensione del Decreto Dignità per quanto riguarda il rinnovo dei contratti a termine (300.000 al mese, ad oggi), che potrà essere effettuato senza apporre le causali, previste nel suddetto decreto. Due fattori da tenere bene a mente.

Per quanto riguarda le imprese, la misura più cospicua è costituita dai contributi a fondo perduto per le piccole imprese (6 miliardi), un trasferimento per le aziende con un giro d’affari inferiore ai 5 milioni, che varia in una forbice tra 1.000€ e 40.000€ a seconda della perdita di fatturato subita, rispetto agli stessi mesi del 2019.

Un’altra misura – richiesta e infine strappata da Confindustria – è il taglio una tantum dell’IRAP (4 miliardi), ossia la cancellazione a giugno dell’imposta regionale per le attività produttive per le imprese con un fatturato inferiore ai 250 milioni, relativa al saldo 2019 e all’acconto 2020. Questa misura appare in tutta la sua gravità se si considera che queste mancate entrate riducono il gettito a disposizione delle Regioni per finanziare il Sistema Sanitario Nazionale, cui l’IRAP contribuiva nel 2017 con 20 miliardi (17%), di cui 13 a carico delle imprese. Per come è organizzato il finanziamento al SSN, questa misura implica che, per mantenere inalterata la spesa in Sanità, il minor gettito sarà compensato da un impegno maggiore da parte dello Stato. Si tratta di una riorganizzazione che non servirà ad aumentare complessivamente il finanziamento al SSN, bensì a coprire l’ammanco dovuto al taglio dell’IRAP. Una riduzione del contributo dei profitti alla sanità pubblica che assume i tratti di una politica redistributiva dal basso verso l’alto, e che rischia di aprire le porte al ricorso al MES, sempre più in discussione dopo la decisione di Francia e Spagna di evitare questo strumento.

Tra le altre misure dedicate alle imprese, troviamo una serie di crediti d’imposta previsti in diverse fattispecie, dall’adeguamento dei luoghi di lavoro alle nuove prescrizioni sanitarie (2 miliardi) allo sconto sull’affitto dei locali (1,5 miliardi), cui si aggiunge uno sconto sulle bollette dal valore di 600 milioni. Tra queste misure anche l’ecobonus, una detrazione IRPEF al 110% per interventi di efficientamento energetico a beneficio del settore edile, con la novità della cessione del credito.

Il mondo imprenditoriale è infine riuscito ad aggiudicarsi un pacchetto di differimento nel pagamento delle imposte, che in alcuni casi diventano cancellazioni definitive, come nel caso del settore turistico, dove si prevede l’eliminazione dell’IMU per alberghieri e balneari. E poi, ancora, 450 milioni destinati alla filiera agricola e altrettanti all’internazionalizzazione delle imprese.

La terza gamba del Decreto Rilancio è costituita dalle misure previste per la Pubblica Amministrazione. Tra queste figurano i 3,5 miliardi per gli Enti Locali (tra cui 500 milioni per il trasporto pubblico) e 1,5 miliardi per le Regioni. Allo stesso modo, il Decreto stanzia 3,5 miliardi per la Sanità – finalizzati all’assunzione di 9.600 infermieri, all’incremento di quasi 6.000 posti letto di terapia intensiva (+115%) e al potenziamento del servizio domiciliare – e 1,5 miliardi per la Protezione Civile. Una buona notizia a fronte della crisi sanitaria e delle sue possibili ricadute, che rischia però di essere completamente insufficiente per controbilanciare la contrazione costante della spesa sanitaria in termini reali, causata dall’applicazione delle severe politiche di austerità di matrice europea avviate dal governo Monti.

L’intervento sulla scuola dovrebbe produrre 16.000 assunzioni aggiuntive suddivise tra concorso ordinario e straordinario, senza oneri aggiuntivi per le finanze pubbliche. Si prevede in ogni caso lo stanziamento di 1,45 miliardi suddivisi tra 2020 e 2021 e destinati alla didattica a distanza, alla sanificazione degli ambienti e al digital divide. Poca roba, verrebbe da dire, a fronte delle gigantesche sfide poste dalle problematiche menzionate. Per l’università e la ricerca si ha infine un intervento da 1,4 miliardi, con l’incremento di 3.333 ricercatori nel reclutamento 2021, 300 milioni per il diritto allo studio e altri 500 milioni per l’Università.

Il Decreto Rilancio è costituito in larga parte da trasferimenti, ossia da misure tampone che servono a mettere una pezza sui problemi strutturali dell’economia italiana che la crisi ha reso lampanti. In un momento di crisi è sacrosanto che lo Stato intervenga a favore di lavoratori e imprese in difficoltà. L’insieme delle misure rischia tuttavia di essere insufficiente, anche a causa della loro iniqua distribuzione. Colpiscono particolarmente le condizioni stringenti e la brevità dei sussidi destinati agli autonomi e ai percettori del Reddito di Emergenza, soprattutto se confrontate ai trasferimenti a pioggia destinati alle imprese.

Nel caso dell’IRAP, la soglia massima a 250 milioni di fatturato suggerisce che non si stia tutelando la capacità produttiva in sé, salvando le PMI a rischio fallimento. Si stanno piuttosto garantendo margini di profitto ad imprese di medie dimensioni, anche nel caso in cui queste non abbiano subito perdite. I contributi a fondo perduto mettono poi in luce l’ipocrisia della classe imprenditoriale, che strilla continuamente contro l’assistenzialismo di Stato quando questo va a beneficio dei lavoratori o dei disoccupati, ma si batte fieramente per ottenere fondi senza alcuna condizionalità.

Il Ministro Gualtieri balbettava mentre spiegava la misura, e faceva bene ad aver paura. Diversamente da quanto dichiarato dal segretario del PD Zingaretti, il cui obiettivo è garantire la pace sociale, questo è piuttosto il momento di organizzare la rabbia montante nel Paese, soprattutto tra coloro che non hanno ancora ricevuto i sussidi e tra quelli a cui questi non bastano per vivere degnamente. Se non lo facciamo, possiamo star certi che le esigenze dei lavoratori e dei disoccupati non saranno adeguatamente considerate nella suddivisione delle risorse destinate al governo della crisi.

Da un punto di vista macroeconomico, sono del tutto insufficienti le misure destinate ad aumentare l’occupazione pubblica: in Italia mancano 1,5-2 milioni di lavoratori dipendenti per raggiungere il livello medio dell’Eurozona e dei principali Paesi europei. In questo quadro 28.000 assunzioni sono poca cosa, anche a fronte di una disoccupazione a due cifre e destinata a salire.

In aggiunta a questo, manca un programma di investimenti destinato ad ammodernare il sempre più inadeguato sistema infrastrutturale. Il no agli investimenti riflette la volontà di lasciare lo Stato in disparte, senza che quest’ultimo possa interferire con il libero funzionamento del mercato per risolvere problemi strutturali, quali disoccupazione e infrastrutture fatiscenti. Stiamo sprecando l’ennesima occasione, con la certezza che finita l’insperata parentesi fiscale espansiva ci troveremo nuovamente sul groppone i soliti problemi, pesanti come macigni. Qui troviamo un altro grande campo di battaglia intorno al quale organizzare gli interessi del lavoro.

C’è poi un ultimo punto su cui vale la pena tornare, ossia la totale assenza di una visione complessiva per i prossimi anni, segnalata in particolare dal rifiuto dell’attore pubblico di farsi carico della programmazione e di una politica industriale interventista. D’altro canto Gualtieri lo ha detto in conferenza stampa, “noi concepiamo la politica industriale come la capacità di dare una prospettiva nel segno della sostenibilità, dell’innovazione e della digitalizzazione, non nel segno della governance, non c’è alcun intento di interferire nella governance delle aziende”.

L’opportunità di ripensare un modello di sviluppo fallimentare non è contemplata, neanche nel momento in cui una pandemia senza precedenti accelera il processo di trasformazione dell’organizzazione produttiva internazionale, producendo in tutto il mondo un dibattito circa l’urgenza di un ribilanciamento tra Stato e mercato a favore del primo.

Non ci stancheremo di ripeterlo, ciò di cui abbiamo bisogno è una programmazione finalizzata alla socializzazione degli investimenti e alla trasformazione della composizione della produzione. Non uno Stato forte e presente in sé, ma uno che metta la produzione al servizio della collettività, riducendo la sfera del privato e con essa lo sfruttamento. Purtroppo, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

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