C’era una volta la stampa anglosassone, scuola di formazione liberaldemocratica, che insegnava – o pretendeva con successo di farlo – a “separare i fatti dalle opinioni”, acciocchè il lettore potesse formarsi la propria opinione, anche se differente da quella dell’articolista.
È forse utile ricordare che “il lettore” di quel tempo – prima della seconda guerra mondiale, diciamo – era quasi sempre un membro della borghesia, nelle sue innumerevoli figure (imprenditore, insegnante, commerciante, professionista, ecc.), e dunque parte consapevole della “classe dirigente”, ancorché in posizione gerarchicamente dipendente dalla ricchezza posseduta.
Non è più così, evidentemente.
Uno dei templi dell’informazione liberale è arrivato al punto da invitare i propri lettori a riempire quella che da sempre è una “scheda segnaletica” in formato questura, ad uso degli informatori infiltrati nei movimenti anche solo un poco “alternativi”.
Le domande sono assai poco equivocabili:
Parteciperai alla manifestazione per la Palestina?
Perché?
Come ti chiami?
Dove abiti?
Che lavoro fai?
Ci lasci una tua foto?
Ci lasci telefono e mail?
Possiamo pubblicare la tua risposta?
Più o meno quelle che la Fiat chiedeva ai suoi “guardioni” dentro gli stabilimenti per schedare illegalmente i dipendenti più attivi nel sindacato.
Visto lo stato delle lotte operaie, ora la preoccupazione dei liberal-imperialisti ha cambiato “item”: la Palestina.
Attendiamo con pazienza analoghi “scoop” sul tema Ucraina, Cina, Africa, ecc.
È forse utile che i (sempre meno) lettori contemporanei dei quotidiani generalisti sono ormai socialmente “generici”. I ceti borghesi, infatti, si sono spostati sulle testate specializzate (Financial Times, Economist, Bloomberg, ecc.).
Dunque per sapere che tipo di lettore hanno i primi, bisogna per forza schedarli.
E condividere i dati con Scotland Yard, MI6, Mossad, Cia, ovviamente...
I media hanno cambiato funzione, in qualche misura: dall’ammaestramento dell'”opinione pubblica” alla caccia all’uomo contro chi pensa con la propria testa.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta The Guardian. Mostra tutti i post
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12/11/2023
11/04/2022
Siamo in democrazia? Non sembra proprio...
“Siamo una democrazia, qui si è liberi di dire la propria opinione e di votare chi ci deve rappresentare”. Il principale mantra dell’Occidente, gridato soprattutto ora che c’è una guerra in cui si usa l’Ucraina come terreno per la partita a scacchi con la Russia, sembra poco credibile proprio dove dovrebbe essere invece pacificamente condiviso.
Nei paesi anglosassoni, e soprattutto in Gran Bretagna (alla faccia di quel trombone di Boris Johnson), risulta infatti assolutamente fuori controllo la credibilità delle istituzioni.
La ragione principale sta nel distacco assoluto tra interessi sociali e decisioni politiche. Quasi nessuno, infatti, crede che il proprio voto per uno qualsiasi dei partiti possa produrre un qualsiasi effetto sui partiti.
Molto più “efficaci”, per usare un eufemismo, risultano i “donatori” – grandi multinazionali, imprese, “benefattori”, ecc. – che con i loro soldi regalati ai partiti sicuramente impongono scelte a proprio vantaggio, ma a scapito di tutta la popolazione.
The Guardian, giornale inglese che riserva sempre qualche squarcio disincantato sulla realtà (pur essendo schierato attualmente con i guerrafondai), riporta i risultati di un sondaggio in Gran Bretagna che non lascia molto spazio alle interpretazioni.
Qui, nel regno della presunta “democrazia”, praticamente nessuno crede che “la classe politica” abbia a cuore gli interessi e i destini dei “rappresentati”.
Si potrebbe naturalmente andare oltre – scorrendo ai sondaggi anche italiani sulla “partecipazione alla guerra” (quel 70% di “non” è una laide sui guerrafondai al governo) – ma basta anche guardare alla triste sorte del “pluralismo” nei media.
Dove ormai anche solo ad esprimere “dubbi” su quel che ci viene raccontato si finisce sul banco degli imputati (“filo-Putin”!). E comunque, giorno dopo giorno, anche i cagadubbi appaiono sempre meno tra i presunti “opinionisti”.
Al punto che i generali e gli analisti della Difesa – gente di cui è impossibile non conoscere il pedigree Nato (magari ancora dotati di “nulla osta sicurezza”!) – sono diventati gli unici a descrivere le dinamiche di guerra come un problema da capire bene e non soltanto un “dichiarare da che parte si sta”.
Forse perché, da militari, sanno bene che puoi anche sapere con certezza “da che parte stai”, ma comunque “il nemico” devi conoscerlo, non soltanto demonizzarlo. Se non altro perché spara anche lui, e non cazzate in libertà.
Tornando alla “questione democratica” comunque, il sondaggio del Guardian spiega con molta chiarezza – senza probabilmente averlo tematizzato fino in fondo – il cuore del problema: la forma della democrazia è il poter votare. Ma in ogni paese – anche in Russia, in Cina o dovunque voi guardiate – si vota. Cambiano i sistemi elettorali, le modalità di voto, in qualche misura anche la “libbbertà” di poter mettere una crocetta su una casella.
Ma la sostanza della democrazia sta nel fatto che gli interessi materiali e ideali di una popolazione qualsiasi siano riconosciuti e realizzati dalle decisioni del governo.
Se invece le grandi decisioni dipendono dagli interessi di pochi gruppi imprenditoriali di dimensioni internazionali, mediando al massimo con quelli di piccola e media impresa, mirando a spostare la ricchezza sociale prodotta da chi ha pochissimo a chi ha già troppo, ci troviamo in un regime oligarchico. Non troppo dissimile da quello putiniano, forse solo un po’ più raffinato...
E questo – qui, nell’Occidente che scassa il c...o a tutto il resto del mondo – è quel che realmente accade. Lo dicono tutti a furor di popolo. Soltanto i nostri “condizionatori professionali” (giornalisti o meno) fingono di non saperlo.
Nei paesi anglosassoni, e soprattutto in Gran Bretagna (alla faccia di quel trombone di Boris Johnson), risulta infatti assolutamente fuori controllo la credibilità delle istituzioni.
La ragione principale sta nel distacco assoluto tra interessi sociali e decisioni politiche. Quasi nessuno, infatti, crede che il proprio voto per uno qualsiasi dei partiti possa produrre un qualsiasi effetto sui partiti.
Molto più “efficaci”, per usare un eufemismo, risultano i “donatori” – grandi multinazionali, imprese, “benefattori”, ecc. – che con i loro soldi regalati ai partiti sicuramente impongono scelte a proprio vantaggio, ma a scapito di tutta la popolazione.
The Guardian, giornale inglese che riserva sempre qualche squarcio disincantato sulla realtà (pur essendo schierato attualmente con i guerrafondai), riporta i risultati di un sondaggio in Gran Bretagna che non lascia molto spazio alle interpretazioni.
Qui, nel regno della presunta “democrazia”, praticamente nessuno crede che “la classe politica” abbia a cuore gli interessi e i destini dei “rappresentati”.
Si potrebbe naturalmente andare oltre – scorrendo ai sondaggi anche italiani sulla “partecipazione alla guerra” (quel 70% di “non” è una laide sui guerrafondai al governo) – ma basta anche guardare alla triste sorte del “pluralismo” nei media.
Dove ormai anche solo ad esprimere “dubbi” su quel che ci viene raccontato si finisce sul banco degli imputati (“filo-Putin”!). E comunque, giorno dopo giorno, anche i cagadubbi appaiono sempre meno tra i presunti “opinionisti”.
Al punto che i generali e gli analisti della Difesa – gente di cui è impossibile non conoscere il pedigree Nato (magari ancora dotati di “nulla osta sicurezza”!) – sono diventati gli unici a descrivere le dinamiche di guerra come un problema da capire bene e non soltanto un “dichiarare da che parte si sta”.
Forse perché, da militari, sanno bene che puoi anche sapere con certezza “da che parte stai”, ma comunque “il nemico” devi conoscerlo, non soltanto demonizzarlo. Se non altro perché spara anche lui, e non cazzate in libertà.
Tornando alla “questione democratica” comunque, il sondaggio del Guardian spiega con molta chiarezza – senza probabilmente averlo tematizzato fino in fondo – il cuore del problema: la forma della democrazia è il poter votare. Ma in ogni paese – anche in Russia, in Cina o dovunque voi guardiate – si vota. Cambiano i sistemi elettorali, le modalità di voto, in qualche misura anche la “libbbertà” di poter mettere una crocetta su una casella.
Ma la sostanza della democrazia sta nel fatto che gli interessi materiali e ideali di una popolazione qualsiasi siano riconosciuti e realizzati dalle decisioni del governo.
Se invece le grandi decisioni dipendono dagli interessi di pochi gruppi imprenditoriali di dimensioni internazionali, mediando al massimo con quelli di piccola e media impresa, mirando a spostare la ricchezza sociale prodotta da chi ha pochissimo a chi ha già troppo, ci troviamo in un regime oligarchico. Non troppo dissimile da quello putiniano, forse solo un po’ più raffinato...
E questo – qui, nell’Occidente che scassa il c...o a tutto il resto del mondo – è quel che realmente accade. Lo dicono tutti a furor di popolo. Soltanto i nostri “condizionatori professionali” (giornalisti o meno) fingono di non saperlo.
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Un sondaggio rivela che i giovani adulti hanno una drammatica perdita di fiducia nella democrazia del Regno Unito
Il rapporto afferma che l’emarginazione del parlamento da parte del governo Tory ha ulteriormente eroso la fiducia nel sistema politico
Toby Helm – The Guardian
Una drammatica perdita di fiducia nella capacità della democrazia britannica di servire gli interessi degli elettori del Regno Unito è rivelata in un nuovo rapporto che rileva che i finanziatori dei partiti politici e le grandi imprese sono ora comunemente considerati dagli elettori come i principali motori della politica di governo.
L’inquietante prova che milioni di elettori sentono che le loro voci e i loro punti di vista sono in gran parte inascoltati, mentre gli interessi dei grandi capitali hanno la meglio, è stata scoperta nell’ultimo rapporto del think tank IPPR, in collaborazione con l’Observer, sul futuro della democrazia.
Lo studio, intitolato Road to Renewal, si basa su un sondaggio YouGov tra 3.442 adulti, che ha scoperto che solo il 6% degli elettori nelle elezioni in Gran Bretagna crede che le loro opinioni o interessi siano le principali ragioni dietro le decisioni politiche prese dai ministri del governo.
Al contrario, più di quattro volte tanto (25%) crede che i maggiori finanziatori dei partiti politici abbiano la principale influenza nel plasmare la politica, seguiti da gruppi di affari e corporazioni (16%), giornali e media (13%) e lobbisti e gruppi di pressione (12%).
Solo il 2% cita i sindacati come le forze principali che orientano le decisioni politiche. Fatto che gli autori del rapporto notano essere “un cambiamento notevole dagli anni ’70 e ’80, quando erano molto diffuse le preoccupazioni per i sindacati troppo potenti”.
Il sondaggio è stato commissionato congiuntamente da IPPR, Electoral Reform Society e Unlock Democracy.
Lo studio traccia la crescente insoddisfazione per le democrazie avanzate in tutto il mondo negli ultimi decenni, sentimento che si riflette nel calo dell’affluenza alle elezioni, nella diminuzione delle iscrizioni ai partiti e nel maggior numero di persone che cambiano il loro voto, anche verso alternative populiste.
Lo studio chiede un urgente ripensamento da parte dei partiti principali su come funziona la democrazia nel Regno Unito, compresi i passi per riconnettere i cittadini con la politica e i politici attraverso la devoluzione di maggiori poteri. Chiede maggiori controlli sul potere esecutivo per salvaguardare la democrazia rappresentativa, dando la colpa al governo di Boris Johnson che ignora il Parlamento ogni volta che può.
“L’emarginazione del parlamento da parte dell’attuale governo – compresi i briefing ai media prima dei parlamentari, l’approvazione di una vasta legislazione pandemica senza censura parlamentare, la minima supervisione parlamentare dei negoziati sulla Brexit e la proroga del parlamento“, sono tutti esempi di abusi che hanno contribuito alla mancanza di fiducia nel processo democratico.
Il verdetto del pubblico sulla capacità dei politici di comprendere le loro vite è schiacciante.
Alla domanda su quanto credevano che “i politici capissero la vita delle persone come voi“, il 78% degli adulti votanti ha risposto “praticamente niente”, con questo numero quasi equamente diviso tra il 36% che ha detto “abbastanza poco” e il 42% che ha risposto “molto poco“. Solo l’1% ha detto “molto” e il 12% “abbastanza”.
I giovani adulti britannici (18-24) sono quelli meno propensi a dire che la democrazia funziona bene per i loro interessi (solo il 19% dice che ‘funziona bene’ contro il 55% che dice ‘male’); mentre quelli di 65 anni e oltre sono più propensi a dire che risponde ai loro interessi (46% dice ‘bene’ e 47% ‘male’).
L’IPPR avverte che i partiti socialdemocratici tradizionali, che non riescono più ad affrontare le cause profonde del malcontento nei confronti del sistema politico, mettono a rischio le fondamenta della democrazia liberale e le loro stesse prospettive di assicurarsi il potere.
Parth Patel, ricercatore dell’IPPR, ha detto che l’invasione russa dell’Ucraina ha portato molti leader a lodare i meriti delle democrazie liberali rispetto a quelli delle dittature, nonostante i molti difetti delle prime agli occhi degli elettori britannici.
“Sulla scia dell’invasione russa dell’Ucraina, i nostri leader si sono schierati a difendere la democrazia liberale. Ma la realtà è che la battaglia per la democrazia non deve essere vinta solo all’estero, ma anche a casa.”
“In verità, le democrazie non stanno dando buoni risultati per i loro cittadini. I politici e i partiti sono sempre più distanti, e l’influenza dei comuni cittadini sulle politiche pubbliche è diminuita. Molti stanno rinunciando del tutto alla partecipazione politica, mentre molti hanno dato il loro sostegno agli sfidanti populisti – segni di una protesta contro la ‘democrazia abituale‘”.
Negli anni ’90, ricorda il rapporto, circa due terzi dei cittadini dell’Europa occidentale, del Nord America, dell’Asia nord-orientale e dell’Australasia erano soddisfatti della democrazia nei loro paesi. “Oggi la maggioranza in queste regioni è insoddisfatta. Da nessuna parte l’aumento dell’insoddisfazione democratica è stato più ripido che nelle democrazie anglosassoni“.
Patel ha detto che i partiti politici tradizionali hanno troppo spesso cercato di “imitare l’agenda populista dei loro avversari, piuttosto che affrontare le cause di fondo del malcontento democratico“.
“Ora devono guardarsi allo specchio e impegnarsi in riforme significative che rimettano la voce dei cittadini al centro della democrazia. ‘Restituire il controllo’ dovrebbe essere una linea di demarcazione alle prossime elezioni“.
Fonte
14/06/2021
Covid-19 - La teoria del laboratorio di Wuhan rimane fantasiosa
La sortita di Biden, gli strepiti della destra “democratica” stile Repubblica e di quella fascistoide in tutti gli stili, sono segnali di guerra. Non “ipotesi”. L’inglese The Guardian – rispettabile quotidiano democratico-liberale, sempre piuttosto british – fa parlare gli scienziati, invece che testate improbabili...
Buona lettura.
Buona lettura.
*****
di David Robert Grimes - The Guardian
Le teorie del complotto sulle origini distraggono dall’affrontare la pandemia e aumentano i pacchiani giochi di colpa.
Nella tempesta di disinformazione scoppiata dalla comparsa del Covid-19, l’affermazione che il virus sia stato creato dall’uomo è rimasta ai margini. Questa stravagante congettura, una volta confinata ai teorici della cospirazione, ha subito una rinascita dopo l’insistenza di Joe Biden sul fatto che gli scienziati dovrebbero indagare sulle possibili origini di laboratorio del Covid. Da Vanity Fair al Washington Post, la teoria ha ricevuto una patina di rispettabilità.
Ma c’è un avvertimento essenziale che è stato trascurato: che due diverse ipotesi siano possibili, non le rende ugualmente probabili. Il rasoio di Occam è una regola generale, un’ingiunzione a “mantenerla semplice”; quando ci si trova di fronte a spiegazioni concorrenti per gli eventi, di solito è ragionevole adottare l’interpretazione che fa perno sul minor numero di asserzioni e presupposti supplementari.
Questo è un principio facilmente applicabile alle narrazioni concorrenti sulle origini di Covid-19.
Consideriamo l’ipotesi uno: Covid è sorto naturalmente. A sostegno di questa ipotesi c’è una storia di emergenze improvvise di malattie devastanti; infatti, abbiamo una triste abbondanza di esempi precedenti. Nel 1300, la peste nera ha spazzato via metà della popolazione europea, mentre la pandemia di influenza del 1918 ha ucciso decine di milioni di persone.
Né la modernità ci ha resi meno suscettibili ai terrori del microbiologico; HIV, influenza suina ed Ebola sono solo un campione di agenti patogeni degli ultimi 50 anni. Oltre al Covid, ci sono stati almeno altri due coronavirus (Sars e Mers) negli ultimi 20 anni. La conclusione incontrovertibile è che queste pandemie sorgono frequentemente, senza intervento umano.
In alternativa, c’è la seconda ipotesi: una fuga dal laboratorio. Perché questa sia praticabile, siamo obbligati ad aggiungere ulteriori ipotesi. Dovremmo accettare che il virus sia stato ingegnerizzato e successivamente rilasciato per caso o per progetto.
Più dannose per questa narrazione sono le condizioni temporali implicite che impone: Wuhan, una città con una popolazione di più di 11 milioni di abitanti, con fiorenti mercati umidi, ha milioni di interazioni uomo-animale ogni giorno, occasioni in cui un virus potrebbe saltare agli umani. Ma la città ha un solo laboratorio di virologia dove, accidentalmente o per progetto, tutto dovrebbe andare storto contemporaneamente per dare lo stesso risultato.
I difetti dell’idea della fuga dal laboratorio sono molti perché questa richiede una serie di caveat improbabili per spiegare i dati osservati. In netto contrasto, l’ipotesi delle origini naturali spiega le stesse osservazioni in modo molto più parsimonioso.
Se ci fossero forti prove per un’assunzione aggiuntiva o un avvertimento di supporto, dovrebbe, ovviamente, essere accettato. I sostenitori della narrativa da laboratorio insistono che ci sono: un rapporto esplosivo del Daily Mail, per esempio, riportava le affermazioni di due scienziati che Sars-Cov-2 era stato creato artificialmente. Un autore ha persino dichiarato che “le leggi della fisica significano che non si possono avere quattro aminoacidi caricati positivamente in fila. L’unico modo in cui si può ottenere questo è se lo si produce artificialmente”.
Questa sorprendente affermazione, tuttavia, è stata completamente screditata. Il biologo Michael Eisen l’ha liquidata come “incredibile stronzata”, notando che, lungi dall’essere insolito, “il 33% delle proteine umane ha quattro aminoacidi consecutivi con carica positiva”.
Simili affermazioni drammatiche, da parte di esperti marginali, che il virus potrebbe essere potenziato artificialmente sono state diffuse, ma le loro inevitabili confutazioni generano meno eccitazione.
Semplicemente non c’è nessuna prova rispettabile che il virus sia stato manipolato in alcun modo. Né è cambiata la base delle prove esistenti – il dottor Mike Ryan dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lamentato recentemente che “abbiamo visto sempre più discorsi nei media, con terribilmente poche notizie reali, o prove, o nuovo materiale”.
Esiste anche una versione molto meno cospiratoria della congettura, che sostiene che il virus è stato scoperto dai ricercatori in natura e inavvertitamente scatenato per incidente o inettitudine. Questa teoria è meno paranoica, ma è afflitta dagli stessi difetti.
Per “scappare”, il virus avrebbe dovuto esistere in natura per essere campionato. Non importa quanto grande possa essere il deposito di virus di pipistrello dell’Istituto Wuhan, il numero impressionante di virus in natura supererebbe di diversi ordini di grandezza qualsiasi biblioteca.
Né l’attuale incertezza sulla genesi animale di Covid è particolarmente sospetta; mentre Ebola è stato registrato per la prima volta nel 1976, non sappiamo come sia emerso. Tracciare l’origine di un patogeno è laborioso – ci sono voluti 14 anni per avere la prova conclusiva che la Sars è nata da un virus trasmesso dai pipistrelli agli zibetti e poi agli umani. Nulla di tutto ciò aggiunge sostegno alla narrativa delle fughe di laboratorio.
La fissazione sull’origine di Covid è una distrazione. Non fa avanzare la nostra comprensione, né affronta il problema di come dovremmo procedere. Mentre la Cina può essere oggetto di domande a cui rispondere sulla sua mancanza di trasparenza, promuovere teorie di cospirazione non è favorevole a superare la pandemia, né a mantenere uno spirito di collaborazione.
Nel corso della storia, c’è stata un’odiosa tendenza ad attribuire falsamente la colpa delle pandemie: dalle affermazioni che gli ebrei avvelenavano i pozzi, nel Medioevo, a quelle che accusavano gli omosessuali per l’aumento dell’Aids. Questo non è mai stato edificante o giustificato e dovremmo sforzarci di evitarlo ora.
Le narrazioni sulle fughe di laboratorio rischiano di incoraggiare i teorici della cospirazione. Anche se ipoteticamente possibile, non è probabile, né corroborato da prove, e ossessionarsi su di loro è profondamente fuorviante. Il detto di Carl Sagan che “affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie” è un principio che dimentichiamo a nostre spese.
Fonte
05/04/2016
L'oro di Panama
di Mario Lombardo
La pubblicazione di oltre 11 milioni di file relativi alle ricchezze depositate “offshore” dai potenti di tutto il mondo – o quasi – ha trovato in questo avvio di settimana un’eco molto ampia nei media e sui social network. Se le rivelazioni, che il giornale tedesco Süddeutsche Zeitung ha condiviso con svariate testate, hanno quanto meno il merito di mostrare i nomi di leader politici e imprenditori accostati a documenti che provano comportamenti moralmente riprovevoli, anche se non sempre illegali, per molti dei divulgatori la vicenda dei “Panama Papers” sembra avere una valenza tutta politica e serve a colpire i soliti presunti nemici dell’Occidente, a cominciare dal presidente russo, Vladimir Putin.
Emblematico, anche se tutt’altro che sorprendente, è in questo senso il caso del britannico Guardian. Già depositario di molte delle rivelazioni di Edward Snowden sull’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana (NSA), il Guardian ha prodotto lunedì una serie di articoli, approfondimenti e accattivanti grafici per spiegare gli intrecci fatti emergere dai documenti provenienti dalla società di consulenza panamense Mossack Fonseca.
Il giornale britannico ha dedicato un intero pezzo a ricostruire gli intrighi di alcuni cittadini russi molto vicini a Putin, nonché di famigliari del numero uno del Cremlino, per insinuare in maniera esplicita che quest’ultimo beneficia di centinaia di milioni se non di miliardi di dollari parcheggiati in conti offshore.
I lettori dell’articolo firmato da Luke Harding si imbattono però da subito in una precisazione che, se pure non smonta totalmente le spiegazioni che seguono, lascia intendere in modo chiaro la tendenziosità delle conclusioni. Il nome di Putin, infatti, “non compare in nemmeno uno dei documenti” analizzati.
Che l’onestà di Putin possa essere oggetto di discussione appare evidente; magari è solo più astuto o accorto di altri nel nascondere il proprio denaro in paradisi fiscali. Ma il punto è decisamente un altro: cioè che su congetture e ipotesi, i media europei e americani hanno costruito ancora una volta un impianto accusatorio nei confronti di un leader politico al centro delle mire dei fautori del cambio di regime in molte cancellerie occidentali.
D’altra parte, i precedenti del Guardian non promettono molto di buono circa la manipolazione di rivelazioni esplosive o presunte tali. Basti ricordare che nell’estate del 2013 i vertici del giornale londinese distrussero i supporti informatici contenenti i file consegnati da Snowden dietro pressioni dei servizi di sicurezza britannici. Ancora, il Guardian, malgrado avesse inizialmente pubblicato molti documenti segreti di WikiLeaks, conduce da anni una feroce campagna di discredito contro il suo fondatore, Julian Assange.
Il Guardian, in ogni caso, ricorda come Putin sia amico di Sergei Rodulgin, titolare di quote variabili di diverse compagnie, tra cui la Banca Rossiya, considerata l’istituto degli amici del presidente russo e colpita da sanzioni americane dopo lo scoppio della crisi ucraina. Sempre secondo il governo americano, il numero uno di questa banca, Yuri Kovalchuk, sarebbe il banchiere personale di molti membri del governo di Mosca, tra cui ovviamente Putin.
I
Panama Papers rivelano come Kovalchuk e la sua banca abbiano favorito
il trasferimento di almeno un miliardo di dollari verso una “entità
offshore appositamente creata”, di nome Sandalwood Continental. I fondi
proverrebbero da “una serie di prestiti senza garanzie” erogati dalla
Banca Commerciale Russa (RCB), di proprietà statale, con sede a Cipro e
da altri istituti finanziari pubblici.
L’articolo del Guardian elenca una serie di ulteriori prestiti e descrive l’utilizzo dei fondi da parte di compagnie offshore a favore di cittadini russi legati in qualche modo a Putin, per poi riproporre le speculazioni relative alla sua ricchezza, anche se il presidente russo formalmente non possiederebbe nulla o quasi.
Se il nome di Putin e la sua immagine sono apparsi in numerosi resoconti dei Panama Papers proposti dai media occidentali, ad esempio in Gran Bretagna pochi hanno parlato in maniera anche solo marginale di un altro leader tirato in ballo con modalità simili, vale a dire il primo ministro David Cameron. Sempre il Guardian, anzi, ha ricordato senza imbarazzo come il premier Conservatore in un discorso a Singapore lo scorso anno avesse denunciato il trasferimento di denaro in paradisi fiscali e manifestato la volontà del suo governo di prendere iniziative per contrastare la creazione di compagnie fasulle offshore.
Nei documenti appena pubblicati viene nominato il padre di Cameron, Ian, deceduto nel 2010, il quale una decina di anni fa si rivolse a Mossack Fonseca per evitare al suo fondo di investimenti, Blairmore Holdings, il pagamento delle imposte in Gran Bretagna. Tra i clienti di rilievo in Gran Bretagna della società panamense che fornisce assistenza per la creazione di entità offshore figurano inoltre altri leader o finanziatori dei “Tories”, tra cui l’ex parlamentare Lord Ashcroft e l’ex ministro Michael Mates.
Qualche sospetto sulla diffusione delle informazioni sui paradisi fiscali è suscitato poi dalla dichiarazione, fatta ad esempio dal Guardian, che numerosi documenti messi a disposizione dei media continueranno a rimanere segreti. Le perplessità legate a questa decisione vanno collegate al fatto insolito, rilevato da molti sui social network, che negli 11,5 milioni di documenti sembra non esserci menzione di compagnie o politici americani.
La questione dei paradisi fiscali e delle compagnie offshore rappresenta comunque una problematica non nuova né sorprendente. Soprattutto però, qualsiasi rivelazione che serva a smascherare le modalità di queste pratiche, sempre che risulti completa e imparziale, non può essere separata da un’analisi delle responsabilità dei singoli governi e dei politici che, pur dichiarando guerra alle compagnie con domiciliazione fiscale sospetta, sono quanto meno passivi nel combatterle, visto che i beneficiari fanno parte fondamentalmente delle classi a cui essi fanno riferimento o, addirittura, sono di frequente essi stessi.
I
Panama Papers, ad ogni modo, oltre a uomini della cerchia di Putin e al
padre di Cameron, citano 12 capi di stato o primi ministri, sia ex che
attualmente in carica, con interessi offshore. Tra quelli in carica
spiccano i presidenti di Argentina, Mauricio Macri, e Ucraina, Petro
Poroshenko, il primo ministro islandese, Sigmundur Gunnlaugsson, e il
sovrano dell’Arabia Saudita, Salman. L’Italia è presente con Luca
Cordero di Montezemolo, a dimostrazione che l’inutilità rende sempre.
A seguito delle rivelazioni, alcuni paesi hanno già annunciato l’avvio di indagini fiscali, più che altro per contenere eventuali malumori di chi le tasse le paga per intero. Le autorità di Australia e Nuova Zelanda si sono ad esempio mosse in questo senso lunedì dopo che i nomi di centinaia di loro cittadini sono emersi dai documenti. In Europa, invece, uno dei primi a promettere procedimenti giudiziari contro eventuali evasori è stato uno dei leader politici più impopolari tra quelli in carica nel continente: il presidente francese, François Hollande. Possono dormire tranquilli.
Fonte
La pubblicazione di oltre 11 milioni di file relativi alle ricchezze depositate “offshore” dai potenti di tutto il mondo – o quasi – ha trovato in questo avvio di settimana un’eco molto ampia nei media e sui social network. Se le rivelazioni, che il giornale tedesco Süddeutsche Zeitung ha condiviso con svariate testate, hanno quanto meno il merito di mostrare i nomi di leader politici e imprenditori accostati a documenti che provano comportamenti moralmente riprovevoli, anche se non sempre illegali, per molti dei divulgatori la vicenda dei “Panama Papers” sembra avere una valenza tutta politica e serve a colpire i soliti presunti nemici dell’Occidente, a cominciare dal presidente russo, Vladimir Putin.
Emblematico, anche se tutt’altro che sorprendente, è in questo senso il caso del britannico Guardian. Già depositario di molte delle rivelazioni di Edward Snowden sull’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana (NSA), il Guardian ha prodotto lunedì una serie di articoli, approfondimenti e accattivanti grafici per spiegare gli intrecci fatti emergere dai documenti provenienti dalla società di consulenza panamense Mossack Fonseca.
Il giornale britannico ha dedicato un intero pezzo a ricostruire gli intrighi di alcuni cittadini russi molto vicini a Putin, nonché di famigliari del numero uno del Cremlino, per insinuare in maniera esplicita che quest’ultimo beneficia di centinaia di milioni se non di miliardi di dollari parcheggiati in conti offshore.
I lettori dell’articolo firmato da Luke Harding si imbattono però da subito in una precisazione che, se pure non smonta totalmente le spiegazioni che seguono, lascia intendere in modo chiaro la tendenziosità delle conclusioni. Il nome di Putin, infatti, “non compare in nemmeno uno dei documenti” analizzati.
Che l’onestà di Putin possa essere oggetto di discussione appare evidente; magari è solo più astuto o accorto di altri nel nascondere il proprio denaro in paradisi fiscali. Ma il punto è decisamente un altro: cioè che su congetture e ipotesi, i media europei e americani hanno costruito ancora una volta un impianto accusatorio nei confronti di un leader politico al centro delle mire dei fautori del cambio di regime in molte cancellerie occidentali.
D’altra parte, i precedenti del Guardian non promettono molto di buono circa la manipolazione di rivelazioni esplosive o presunte tali. Basti ricordare che nell’estate del 2013 i vertici del giornale londinese distrussero i supporti informatici contenenti i file consegnati da Snowden dietro pressioni dei servizi di sicurezza britannici. Ancora, il Guardian, malgrado avesse inizialmente pubblicato molti documenti segreti di WikiLeaks, conduce da anni una feroce campagna di discredito contro il suo fondatore, Julian Assange.
Il Guardian, in ogni caso, ricorda come Putin sia amico di Sergei Rodulgin, titolare di quote variabili di diverse compagnie, tra cui la Banca Rossiya, considerata l’istituto degli amici del presidente russo e colpita da sanzioni americane dopo lo scoppio della crisi ucraina. Sempre secondo il governo americano, il numero uno di questa banca, Yuri Kovalchuk, sarebbe il banchiere personale di molti membri del governo di Mosca, tra cui ovviamente Putin.
L’articolo del Guardian elenca una serie di ulteriori prestiti e descrive l’utilizzo dei fondi da parte di compagnie offshore a favore di cittadini russi legati in qualche modo a Putin, per poi riproporre le speculazioni relative alla sua ricchezza, anche se il presidente russo formalmente non possiederebbe nulla o quasi.
Se il nome di Putin e la sua immagine sono apparsi in numerosi resoconti dei Panama Papers proposti dai media occidentali, ad esempio in Gran Bretagna pochi hanno parlato in maniera anche solo marginale di un altro leader tirato in ballo con modalità simili, vale a dire il primo ministro David Cameron. Sempre il Guardian, anzi, ha ricordato senza imbarazzo come il premier Conservatore in un discorso a Singapore lo scorso anno avesse denunciato il trasferimento di denaro in paradisi fiscali e manifestato la volontà del suo governo di prendere iniziative per contrastare la creazione di compagnie fasulle offshore.
Nei documenti appena pubblicati viene nominato il padre di Cameron, Ian, deceduto nel 2010, il quale una decina di anni fa si rivolse a Mossack Fonseca per evitare al suo fondo di investimenti, Blairmore Holdings, il pagamento delle imposte in Gran Bretagna. Tra i clienti di rilievo in Gran Bretagna della società panamense che fornisce assistenza per la creazione di entità offshore figurano inoltre altri leader o finanziatori dei “Tories”, tra cui l’ex parlamentare Lord Ashcroft e l’ex ministro Michael Mates.
Qualche sospetto sulla diffusione delle informazioni sui paradisi fiscali è suscitato poi dalla dichiarazione, fatta ad esempio dal Guardian, che numerosi documenti messi a disposizione dei media continueranno a rimanere segreti. Le perplessità legate a questa decisione vanno collegate al fatto insolito, rilevato da molti sui social network, che negli 11,5 milioni di documenti sembra non esserci menzione di compagnie o politici americani.
La questione dei paradisi fiscali e delle compagnie offshore rappresenta comunque una problematica non nuova né sorprendente. Soprattutto però, qualsiasi rivelazione che serva a smascherare le modalità di queste pratiche, sempre che risulti completa e imparziale, non può essere separata da un’analisi delle responsabilità dei singoli governi e dei politici che, pur dichiarando guerra alle compagnie con domiciliazione fiscale sospetta, sono quanto meno passivi nel combatterle, visto che i beneficiari fanno parte fondamentalmente delle classi a cui essi fanno riferimento o, addirittura, sono di frequente essi stessi.
A seguito delle rivelazioni, alcuni paesi hanno già annunciato l’avvio di indagini fiscali, più che altro per contenere eventuali malumori di chi le tasse le paga per intero. Le autorità di Australia e Nuova Zelanda si sono ad esempio mosse in questo senso lunedì dopo che i nomi di centinaia di loro cittadini sono emersi dai documenti. In Europa, invece, uno dei primi a promettere procedimenti giudiziari contro eventuali evasori è stato uno dei leader politici più impopolari tra quelli in carica nel continente: il presidente francese, François Hollande. Possono dormire tranquilli.
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05/11/2015
Libia. Smascherato l’imbroglio del negoziatore Onu. Sul campo resta solo l’opzione militare?
Il giornale britannico The Guardian ha svelato un retroscena che getta parecchie ombre sull’operato del “negoziatore dell’Onu” in Libia, lo spagnolo Bernardino Leon. Secondo il giornale, durante l'estate – mentre era impegnato nel suo ruolo di mediatore – avrebbe avviato una trattativa su un compenso di 50.000 euro al mese per un incarico prestigioso per conto degli Emirati Arabi Uniti, ossia uno degli stati parte in cuasa nella guerra civile.
The Guardian ha ottenuto e pubblicato una serie di mail che mettono seriamente in dubbio l'imparzialità del diplomatico spagnolo nel negoziato sulla Libia. L’articolo sottolinea come gli Emirati e l'Egitto sostengano apertamente (e militarmente) il governo di Tobruk – per il quale nella sua corrispondenza Leon afferma esplicitamente di parteggiare. E’ vero che il governo di Tobruk è quello “riconosciuto” dalle potenze occidentali e dalla cosiddetta comunità internazionale, ma un negoziatore ha quantomeno l’obbligo della neutralità per essere credibile e quanto rivelato dal Guardian mina proprio questa credibilità.
Leon è a conclusione del suo mandato per l’Onu che passerà adesso al tedesco Martin Kobler, ma appena concluso il mandato assumerà l'incarico di direttore generale della "Accademia diplomatica" degli Emirati, una istituzione con finanziamenti statali con il compito di promuovere e facilitare la politica estera degli Emirati Arabi Uniti e preparare i suoi diplomatici. In una nota inviata al The Guardian, Leon ha negato qualsiasi conflitto di interesse, ricordando che era sua intenzione lasciare l'incarico Onu entro il primo settembre. Altre mail citate dal quotidiano britannico dimostrano però che a Leon l'incarico è stato offerto a giugno, seguite a luglio da richieste di aumento del compenso per coprire le spese di alloggio. Ad agosto Leon annunciava che si sarebbe trasferito con la famiglia a Abu Dhabi, il più ricco dei 7 emirati che formano lo stato del Golfo.
Ma ci sono elementi ancora più gravi. In una mail inviata il 31 dicembre 2014 al ministro degli esteri degli Emirati, Leon affermava testualmente che: "Non intendo lavorare ad un piano politico che includa tutti", aggiungendo di avere una strategia "per delegittimare completamente" il General National Congress, cioè il 'Parlamento' di Tripoli. Nella stessa mail Leon ammette inoltre che: "Tutte le mie mosse e proposte sono state confrontate con (ed in molti casi messe a punte dal) Parlamento di Torbuk e (con l'ambasciatore libico negli Emirati) Aref Nayed e (l'ex premier libico ora residente negli Emirati) Mahmud Jibril". Anche la conclusione del messaggio inviato alle autorità degli Emirati risulta una vera e propria lapide sulla non imparzialità di Leon come negoziatore: "Io posso aiutare a controllare il processo mentre sono qui. Tuttavia, come lei sa, non penso di restare qui a lungo... Sono considerato come sbilanciato a favore di Tobruk e ho consigliato gli Usa, il Regno Unito e l'Ue di lavorare con voi".
Leon si è giustificato con il Guardian in merito alle succitate affermazione asserendo che "il mio obiettivo era conquistare la fiducia di tutti gli attori in gioco”.
Che il negoziato tra le parti in conflitto in Libia fosse “taroccato” era fin troppo visibile. L’ostilità unilaterale delle potenze della Nato contro il governo di Tripoli e il sostegno a quello di Tobruk, è emerso piuttosto chiaramente in questi anni. Una posizione che, di fatto, ha paralizzato ogni seria trattativa che potesse portare ad un governo di unità nazionale. Alla luce delle rivelazioni del The Guardian, è evidente come adesso i governi, per esempio quello italiano, non potranno più nascondersi dietro la foglia di fico del negoziato portato avanti dall’inviato dell’Onu.
Il rischio è che una volta svelato l’imbroglio e dichiarato il re nudo, le potenze occidentali, l’Egitto e le petromonarchie del Golfo decidano di passare direttamente all’intervento militare in Libia.
Fonte
The Guardian ha ottenuto e pubblicato una serie di mail che mettono seriamente in dubbio l'imparzialità del diplomatico spagnolo nel negoziato sulla Libia. L’articolo sottolinea come gli Emirati e l'Egitto sostengano apertamente (e militarmente) il governo di Tobruk – per il quale nella sua corrispondenza Leon afferma esplicitamente di parteggiare. E’ vero che il governo di Tobruk è quello “riconosciuto” dalle potenze occidentali e dalla cosiddetta comunità internazionale, ma un negoziatore ha quantomeno l’obbligo della neutralità per essere credibile e quanto rivelato dal Guardian mina proprio questa credibilità.
Leon è a conclusione del suo mandato per l’Onu che passerà adesso al tedesco Martin Kobler, ma appena concluso il mandato assumerà l'incarico di direttore generale della "Accademia diplomatica" degli Emirati, una istituzione con finanziamenti statali con il compito di promuovere e facilitare la politica estera degli Emirati Arabi Uniti e preparare i suoi diplomatici. In una nota inviata al The Guardian, Leon ha negato qualsiasi conflitto di interesse, ricordando che era sua intenzione lasciare l'incarico Onu entro il primo settembre. Altre mail citate dal quotidiano britannico dimostrano però che a Leon l'incarico è stato offerto a giugno, seguite a luglio da richieste di aumento del compenso per coprire le spese di alloggio. Ad agosto Leon annunciava che si sarebbe trasferito con la famiglia a Abu Dhabi, il più ricco dei 7 emirati che formano lo stato del Golfo.
Ma ci sono elementi ancora più gravi. In una mail inviata il 31 dicembre 2014 al ministro degli esteri degli Emirati, Leon affermava testualmente che: "Non intendo lavorare ad un piano politico che includa tutti", aggiungendo di avere una strategia "per delegittimare completamente" il General National Congress, cioè il 'Parlamento' di Tripoli. Nella stessa mail Leon ammette inoltre che: "Tutte le mie mosse e proposte sono state confrontate con (ed in molti casi messe a punte dal) Parlamento di Torbuk e (con l'ambasciatore libico negli Emirati) Aref Nayed e (l'ex premier libico ora residente negli Emirati) Mahmud Jibril". Anche la conclusione del messaggio inviato alle autorità degli Emirati risulta una vera e propria lapide sulla non imparzialità di Leon come negoziatore: "Io posso aiutare a controllare il processo mentre sono qui. Tuttavia, come lei sa, non penso di restare qui a lungo... Sono considerato come sbilanciato a favore di Tobruk e ho consigliato gli Usa, il Regno Unito e l'Ue di lavorare con voi".
Leon si è giustificato con il Guardian in merito alle succitate affermazione asserendo che "il mio obiettivo era conquistare la fiducia di tutti gli attori in gioco”.
Che il negoziato tra le parti in conflitto in Libia fosse “taroccato” era fin troppo visibile. L’ostilità unilaterale delle potenze della Nato contro il governo di Tripoli e il sostegno a quello di Tobruk, è emerso piuttosto chiaramente in questi anni. Una posizione che, di fatto, ha paralizzato ogni seria trattativa che potesse portare ad un governo di unità nazionale. Alla luce delle rivelazioni del The Guardian, è evidente come adesso i governi, per esempio quello italiano, non potranno più nascondersi dietro la foglia di fico del negoziato portato avanti dall’inviato dell’Onu.
Il rischio è che una volta svelato l’imbroglio e dichiarato il re nudo, le potenze occidentali, l’Egitto e le petromonarchie del Golfo decidano di passare direttamente all’intervento militare in Libia.
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23/06/2015
L'Isis fa vendere libri. Copia, incolla e "grandi firme"
La scorsa settimana ho comprato il libro Il Califfato del terrore. Perché lo Stato Islamico minaccia l’Occidente (Rizzoli, 2015) di Maurizio Molinari e ho notato alcune strane cose.
Apro a pagina 36 e 37, e trovo uno “scalino” nello stile di scrittura. Mi è sembrato di sentire abbastanza chiaramente la traduzione letterale da un’altra lingua. Molinari introduce la sezione “La rinascita del Califfato”, in cui spiega ai lettori religione e cultura islamica, con le seguenti parole:
Déja vu. Apro le pagine 16 e 17 del libro Rise of ISIS (un best seller del New York Times) di Jay Sekulow - se ne avete voglia, fate una ricerca in rete per vedere chi è Sekulow, magari se ne riparla in una prossima puntata - e trovo le stesse identiche parole, in inglese:
Il paragrafo successivo del libro di Molinari e quello di Sekulow coincidono parecchio. Ecco Sekulow:
Molinari scrive:
Altri passaggi di Sekulow e Molinari sembrano estremamente simili. Poi continuando a leggere ho notato che altri paragrafi sembrano presi da altre fonti senza citarle. Ad esempio a pagina 119 Molinari inizia una sezione sui nasheed, che definisce come “musiche jihadiste che accompagnano le pattuglie della polizia religiosa nelle strade di Raqqa [in Siria]”. Il testo continua facendo (erroneamente) risalire la nascita dei nasheed agli anni '70 (le musiche hanno ben altra storia, irriducibile alla jihad):
E allora basta confrontare queste righe con l’articolo di Alex Marshall su The Guardian del 9 novembre per ritrovare il passaggio, poco diverso:
Queste le cose che ho notato e che hanno a che fare con questioni di ordine metodologico e deontologico.
Poi c’è tutta una serie di questioni di ordine analitico su cui vale la pena di soffermarsi. Sulla quarta di copertina «Una nuova guerra si combatte in Europa»; poi «Chi si nasconde dietro i terroristi islamici che vogliono conquistare Roma»; e per finire «Chi li protegge e cosa possiamo fare per difenderci».
Apro la prima pagina del libro e guardo la dedica di Molinari: «A Vittorio Dan Segre che era solito dire: “Per comprendere il Medio Oriente, evitiamo banalità”».
Vado a pagina 9 e trovo proprio una serie di banalità di apertura. Forse più che banalità, perché sono frasi che tracciano subito l’orizzonte politico e retorico del libro, incanalandolo subito dentro binari discorsivi precisi. Ecco l’incipit: «Abbiamo i barbari alle porte di casa. Vogliono portare il terrore nelle nostre città, decapitare i passanti, stravolgere la vita di milioni di persone, obbligarci a rinunciare alle libertà civili e precipitarci in un Medioevo sanguinario. A muoverli è l’ideologia della jihad, la volontà di combattere gli “infedeli”, di imporre su ognuno la versione più estrema della sharia, la legge islamica».
I migranti che entrano in Europa vengono dipinti come massa di potenziali reclute dello Stato Islamico - un mare di “lupi solitari” che potrebbero colpire da un momento all’altro. D’altronde l’ossatura argomentativa del libro è abbastanza semplice: lo Stato Islamico è la nuova faccia della brutalità sulla terra, vuole conquistare territorio fino a Roma e siamo tutti in pericolo. Molinari usa la nozione di “jihad totalitaria” e annuncia nell’introduzione che i lettori potranno scoprire questo mostro misterioso «dal di dentro grazie alle testimonianze raccolte fra chi ci vive, chi lo combatte e chi lo costruisce», lasciando intendere che ci saranno fonti di prima mano che aiuteranno a comprendere la sua tesi.
Tuttavia, le fonti di prima mano sono davvero poche. Piuttosto troverete passaggi in cui Molinari fa coincidere non innocentemente Islam e Stato Islamico, al-Qaida e resistenza palestinese. Le imprecisioni e le mistificazioni sono molte.
Potrei andare avanti in questa mia strana recensione, ma mi fermo, perché a questo punto le questioni di rigore metodologico e analitico si saldano. È arrivato il momento di porre qualche domanda.
Rizzoli, che lo ha pubblicato, è contenta di trasformare in un best seller - con tutta la macchina pubblicitaria che ha fatto seguito alla sua pubblicazione - un libro in cui si possono notare le strane cose che ho notato in apertura di questa mia recensione?
E, mi domando, per «La Stampa», che giustamente intende raccontare il Medio Oriente con analisi dal vivo, tutto ciò non pone un problema deontologico?
Tutte questioni urgenti: per Molinari, per chi lo pubblica, e soprattutto per chi lo legge.
Poi c’è una questione ancora più ampia. Molinari rappresenta uno dei pochi inviati in pianta stabile in Medio Oriente dei nostri quotidiani nazionali. Dunque detiene un certo potere di rappresentazione di una realtà molto delicata in questo momento storico. Un potere di verità, potremmo dire. Tanto che le diverse radio, giornali, università, centri di ricerca (l’ISPI) e figure intellettuali e istituzionali (incluso il Ministro degli Esteri Gentiloni) che hanno dialogato con Molinari sul suo Il Califfato del terrore sembrano aver preso il suo libro per un lavoro affidabile - “un libro prezioso che ci aiuta a capire”, per usare le parole del Ministro Gentiloni.
Il problema sta proprio qui. Rigore metodologico-deontologico e rigore analitico sono inseparabili, anche per chi come Molinari vuole entrare a far parte di quella formazione intellettuale, culturale e politica egemonica che in Italia rischia di mettere in circolo rappresentazioni islamofobe da “scontro di civiltà” che spiegano davvero poco della realtà dei paesi del mondo arabo e islamico, perché con quelle realtà hanno poca aderenza.
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Apro a pagina 36 e 37, e trovo uno “scalino” nello stile di scrittura. Mi è sembrato di sentire abbastanza chiaramente la traduzione letterale da un’altra lingua. Molinari introduce la sezione “La rinascita del Califfato”, in cui spiega ai lettori religione e cultura islamica, con le seguenti parole:
L’Islam afferma di essere una religione universale, in grado di coprire ogni aspetto della vita quotidiana, e dunque ha come obiettivo ultimo uno Stato Islamico. Questa idea politica è parte integrante del concetto di ‘umma’, secondo il quale tutti i musulmani, ovunque risiedano, sono legati da una fede che trascende i confini geografici, politici, nazionali. Tale legame è la fedeltà ad Allah e al profeta Maometto. Poiché i musulmani credono che Allah abbia rivelato tutte le leggi concernenti questioni religiose e laiche attraverso il Profeta, l’intera umma è governata dalla sharia, la legge divina, applicabile in ogni tempo e luogo perché anch’essa trascende i confini.
Déja vu. Apro le pagine 16 e 17 del libro Rise of ISIS (un best seller del New York Times) di Jay Sekulow - se ne avete voglia, fate una ricerca in rete per vedere chi è Sekulow, magari se ne riparla in una prossima puntata - e trovo le stesse identiche parole, in inglese:
Islam purports to be a universal religion. In other words. Its teaching encompass all aspects of life and its ultimate goal is the establishment of a global Islamic State. This political idea of Islam is embodied in the concept of the ummah (community), which is the idea that all Muslims, wherever they reside, are bound together through a common faith that transcends all geographical, political, or national boundaries. This common bond is formed through Muslims allegiance to Allah and to the Prophet Muhammad. Because Muslims believe that Allah revealed all laws concerning religious and secular matters through the Prophet Muhammad, the entire ummah is governed by the divine law, or Sharia. Sharia is applicable at all times and places and, therefore, supersedes all other laws.
Il paragrafo successivo del libro di Molinari e quello di Sekulow coincidono parecchio. Ecco Sekulow:
Traditionally Islam divides the world into two spheres: the house of Islam (dar-al-Islam) and the house of war (dar-al-harb). The house of Islam includes nations and territories that are under the control of Muslims and where Sharia law is the highest authority. The house of war includes nations and territories that are under the control of non-Muslims and that do not submit to Sharia.
Molinari scrive:
La religione islamica divide il mondo in due sfere: la ‘Casa dell’Islam’, dove il territorio è controllato da musulmani e la sharia viene applicata, e la “Casa della guerra”, che include le zone sotto controllo altrui.
Altri passaggi di Sekulow e Molinari sembrano estremamente simili. Poi continuando a leggere ho notato che altri paragrafi sembrano presi da altre fonti senza citarle. Ad esempio a pagina 119 Molinari inizia una sezione sui nasheed, che definisce come “musiche jihadiste che accompagnano le pattuglie della polizia religiosa nelle strade di Raqqa [in Siria]”. Il testo continua facendo (erroneamente) risalire la nascita dei nasheed agli anni '70 (le musiche hanno ben altra storia, irriducibile alla jihad):
La genesi dei nasheed risale alla fine degli anni Settanta quando, in Egitto e in Siria, i fondamentalisti islamici iniziano a comporli per ispirare i seguaci, motivare la jihad e diffondere il proprio messaggio. Si tratta di motivi a sfondo religioso che i Fratelli Musulmani trasformarono in inni alla ribellione politica per sfidare Hafez Assad in Siria e Anwar Sadat in Egitto, facendoli circolare sotto forma di cassette e suscitando sovente le ira di imam salafiti, che li condannano come una “distrazione dallo studio del Corano”. A conferma dell’importanza di questi inni come fattore aggregante c’è il fatto che Osama bin Laden, da adolescente, finanziò e cantò in un gruppo nasheed, puntando a diventare popolare fra i suoi coetanei sauditi.
E allora basta confrontare queste righe con l’articolo di Alex Marshall su The Guardian del 9 novembre per ritrovare il passaggio, poco diverso:
Jihadi nasheeds date back to the late 1970s, when Islamic fundamentalists in Egypt and Syria started writing them to inspire their supporters and get out their message. “Nasheeds as a genre of religious songs are old,” Behnam says, “but supporters of the Muslim Brotherhood and other groups started making ones that were political and rebellious in the 70s. That was new.” These were circulated on cassette, reaching a wide audience. Some stringent fundamentalists, mainly Salafists with their literal interpretation of Islam, condemned nasheeds, saying music was unIslamic and a distraction from studying the Qu’ran. But this didn’t stop them. Even a teenage Osama bin Laden founded and sang in a nasheed group in an effort to avoid being seen as “too much of a prig”, according to The Looming Towers, journalist Lawrence Wright’s history of al-Qaida.Dell’articolo di The Guardian manca la parte in cui un esperto intervistato spiega che i nasheed hanno un’origine antica. Molinari li trasforma maldestramente in un fenomeno salafita contemporaneo. Però i due testi sembrano intercambiabili.
Queste le cose che ho notato e che hanno a che fare con questioni di ordine metodologico e deontologico.
Poi c’è tutta una serie di questioni di ordine analitico su cui vale la pena di soffermarsi. Sulla quarta di copertina «Una nuova guerra si combatte in Europa»; poi «Chi si nasconde dietro i terroristi islamici che vogliono conquistare Roma»; e per finire «Chi li protegge e cosa possiamo fare per difenderci».
Apro la prima pagina del libro e guardo la dedica di Molinari: «A Vittorio Dan Segre che era solito dire: “Per comprendere il Medio Oriente, evitiamo banalità”».
Vado a pagina 9 e trovo proprio una serie di banalità di apertura. Forse più che banalità, perché sono frasi che tracciano subito l’orizzonte politico e retorico del libro, incanalandolo subito dentro binari discorsivi precisi. Ecco l’incipit: «Abbiamo i barbari alle porte di casa. Vogliono portare il terrore nelle nostre città, decapitare i passanti, stravolgere la vita di milioni di persone, obbligarci a rinunciare alle libertà civili e precipitarci in un Medioevo sanguinario. A muoverli è l’ideologia della jihad, la volontà di combattere gli “infedeli”, di imporre su ognuno la versione più estrema della sharia, la legge islamica».
I migranti che entrano in Europa vengono dipinti come massa di potenziali reclute dello Stato Islamico - un mare di “lupi solitari” che potrebbero colpire da un momento all’altro. D’altronde l’ossatura argomentativa del libro è abbastanza semplice: lo Stato Islamico è la nuova faccia della brutalità sulla terra, vuole conquistare territorio fino a Roma e siamo tutti in pericolo. Molinari usa la nozione di “jihad totalitaria” e annuncia nell’introduzione che i lettori potranno scoprire questo mostro misterioso «dal di dentro grazie alle testimonianze raccolte fra chi ci vive, chi lo combatte e chi lo costruisce», lasciando intendere che ci saranno fonti di prima mano che aiuteranno a comprendere la sua tesi.
Tuttavia, le fonti di prima mano sono davvero poche. Piuttosto troverete passaggi in cui Molinari fa coincidere non innocentemente Islam e Stato Islamico, al-Qaida e resistenza palestinese. Le imprecisioni e le mistificazioni sono molte.
Potrei andare avanti in questa mia strana recensione, ma mi fermo, perché a questo punto le questioni di rigore metodologico e analitico si saldano. È arrivato il momento di porre qualche domanda.
Rizzoli, che lo ha pubblicato, è contenta di trasformare in un best seller - con tutta la macchina pubblicitaria che ha fatto seguito alla sua pubblicazione - un libro in cui si possono notare le strane cose che ho notato in apertura di questa mia recensione?
E, mi domando, per «La Stampa», che giustamente intende raccontare il Medio Oriente con analisi dal vivo, tutto ciò non pone un problema deontologico?
Tutte questioni urgenti: per Molinari, per chi lo pubblica, e soprattutto per chi lo legge.
Poi c’è una questione ancora più ampia. Molinari rappresenta uno dei pochi inviati in pianta stabile in Medio Oriente dei nostri quotidiani nazionali. Dunque detiene un certo potere di rappresentazione di una realtà molto delicata in questo momento storico. Un potere di verità, potremmo dire. Tanto che le diverse radio, giornali, università, centri di ricerca (l’ISPI) e figure intellettuali e istituzionali (incluso il Ministro degli Esteri Gentiloni) che hanno dialogato con Molinari sul suo Il Califfato del terrore sembrano aver preso il suo libro per un lavoro affidabile - “un libro prezioso che ci aiuta a capire”, per usare le parole del Ministro Gentiloni.
Il problema sta proprio qui. Rigore metodologico-deontologico e rigore analitico sono inseparabili, anche per chi come Molinari vuole entrare a far parte di quella formazione intellettuale, culturale e politica egemonica che in Italia rischia di mettere in circolo rappresentazioni islamofobe da “scontro di civiltà” che spiegano davvero poco della realtà dei paesi del mondo arabo e islamico, perché con quelle realtà hanno poca aderenza.
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18/06/2014
La scienza del conflitto. Secondo il Pentagono...
Si fa presto a straparlare di “conflitto”. Se uno si accontenta di nuotare – sempre meno liberamente – nelle “tonnare” predisposte in piazza dalla polizia italiana, meglio che non si avventuri in questa lettura. Se invece non sopporta proprio di sentirsi come un insetto sotto la lente dell'entomologo, è bene che vada avanti.
Il conflitto sociale è materia che può e deve essere analizzata in maniera scientifica, tenendo conto dei precedenti storici come delle tecnologie esistenti, della “qualità” del nemico come di quella degli “amici”. Altrimenti ci si inoltra in un terreno sconosciuto, irto ovviamente di rischi imprevedibili, dotati soltanto delle proprie buone intenzioni e di una dose di incoscienza sopra la soglia.
Un'inchiesta eccellente apparsa sul giornale inglese The Guardian nei giorni scorsi aiuta a rimettere con i piedi per terra sia l'idea che la pratica reale del conflitto sociale. Come fa? Semplice: guarda a quel che il Pentagono sta facendo da alcuni anni a questa parte per “implementare” la sua già immensa conoscenza.
Da prima ancora che l'11 settembre rendesse concreto il concetto di “guerra asimmetrica”, ai piani alti della Difesa statunitense si era capito che “il nemico” dei futuri scenari bellici sarebbe stata la popolazione civile. Quella di altri paesi, in primo luogo di quelli che per vari motivi, economici e politici, gli Stati Uniti avrebbero considerato degni di essere attaccati. Ma anche la propria; e hanno fatto esperienza sia con Occupy Wall Street sia con il controllo delle Ong.
L'inchiesta condotta da Nafeez Ahmed – nome pachistano, ma cittadinanza inglese e ruolo accademico oltre che giornalistico – mette in luce soprattutto l'arruolamento delle “scienze sociali” nelle fila dell'esercito degli Stati Uniti. Si parla di un buon numero di professori universitari, beneficiati di finanziamenti mirati.
L'articolo lo abbiamo tradotto e ve lo proponiamo qui sotto. Ma ci sembra utile sottolineare alcuni temi, visto che la prospettiva di Nafeez Ahmed – limpidamente liberal – non corrisponde alla nostra.
Prima questione. Il Pentagono ha chiesto l'intervento degli scienziati sociali per modellizzare le modalità con cui agiscono, si sviluppano e prendono consistenza sociale i movimenti politici che puntano a un cambiamento radicale del sistema economico e politico. Dei movimenti “rivoluzionari”, si potrebbe dire, se questo termine non assumesse contenuti assai diversi – praticamente opposti – se accostato ai conflitti per una “società socialista” oppure a quelli miranti a un califfato islamico o altro integralismo religioso. Per brevità, allora, diciamo che si tengono sotto tiro tutti quei movimenti che contrastano con “l'equilibrio desiderato dagli Stati Uniti”, senza riguardi agli obiettivi finali. Modellizzare significa cercare le ricorrenze stabili in flussi di movimento altamente variabili. Significa puntare alla conoscenza dell'essenza semplice del movimento in quanto tale per predisporre gli strumenti – comunicativi, di intelligence e infiltrazione o specificamente militari – per contrastarlo e distruggerlo. Per quanta fantasia conflittuale ritengano di avere i protagonisti dei diversi movimenti, infatti, le modalità di diffusione (del discorso, organizzative, di mobilitazione o di “contagio”) sono sostanzialmente riconducibili ad alcuni schemi principali; con alcune variazioni sul tema che dipendono dalle “culture” in campo avverso o anche dal livello di sviluppo dell'area interessata (una cosa sono i movimenti metropolitani altro quelli delle bande nel deserto, per schematizzare).
Restringere questa variabilità a pochi “modelli” consente dunque di predisporre contromosse e strategie replicabili in diverse situazioni, sia pure con le necessarie differenze. E quindi anche di formare un personale militare e/o di intelligence in grado di affrontare più situazioni specifiche, con alle spalle un addestramento standard da implementare ad hoc. Nessuna “originalità assoluta” è infatti ipotizzabile quando si prende in considerazione il comportamento umano rispetto a contesti “simili”. Il “rivoltoso” che crede di essere totalmente imprevedibile è insomma un illuso, un insetto che si muove inconsapevole sotto la lente dell'entomologo che lo sta studiando per sopprimerlo.
Destino certo, dunque? Assolutamente no. Ma, sembra banale dirlo, bisogna elevare la propria conoscenza al livello della scienza del conflitto. In modo da capire come ragiona l'entomologo e contrastarne le mosse. Meno (molta meno) “spontaneità”, più scienza, insomma.
Seconda questione. Tutti i social network – come già illustrato dalla vicenda di Eward Snowden – sono da tempo utilizzati dalle diverse “agenzie della sicurezza” statunitensi per mettere a punto non soltanto la conoscenza “nominale e individuale” degli oppositori alla politica degli Stati Uniti, in qualsiasi paese risiedano, ma anche e soprattutto i comportamenti che questi mettono in atto. Il tutto per arrivare a prevedere le modalità di concentrazione di questa/e opposizione/i in rivolte o rivoluzioni vere e proprie (c'è una differenza drastica tra i due termini, ma non ci sembra il caso di ricordarla in questa sede). Cosa significa? Che le uniche “rivoluzioni via internet” possibili sono quelle promosse, finanziate, appoggiate dagli Stati Uniti; mentre ogni movimento contrario sarà monitorato e contrastato proprio a partire (anche) dal controllo della Rete.
Non è una sorpresa, almeno a livello concettuale. Ogni strumento, in mano a un militare, è sempre “double use”; può servire per attaccare o difendersi, come qualsiasi altra arma.
Terza questione. La visione strategica del Pentagono – e quindi anche della Casa Bianca e del Congresso degli Stati Uniti – si pone decisamente oltre e fuori i confini della democrazia politica. Non soltanto perché le popolazioni dei paesi diversi dagli Usa sono programmaticamente escluse dalla possibilità di decidere autonomamente del proprio destino – nella misura in cui queste decisioni vengano ad limitare o danneggiare “gli interessi degli Stati Uniti” (nazionalizzando il petrolio o altre materie prime, per esempio). Anche la popolazione interna al centro dell'imperialismo “gode” ormai dello stesso trattamento (“gli scenari di formazione HTS adattavano i COIN [scenari di controinsurrezione] pensati per l'Afghanistan o l'Iraq a situazioni interne degli Stati Uniti, dove la popolazione locale è stata vista dalla prospettiva militare come una minaccia per il normale equilibrio di potere e influenza, e come una sfida alla legge e l'ordine). Ci sembra di poter dire che si tratti ormai di una svolta epocale nel capitalismo occidentale, peraltro attuata con destrezza nella costruzione dell'Unione Europea (trattati intergovernativi, centralizzazione dei poteri nell'esecutivo e assenza di un'assemblea elettiva dotata di potere legislativo). E programmata nelle “riforme costituzionali” messe nero su bianco dal governo Renzi, in Italia.
Un corollario necessario, ammesso indirettamente anche dal Pentagono, è il controllo diretto dei mezzi di informazione e comunicazione (dalla stampa alle tv), incaricate di "piegare" le coscienze limitandone si la natura che la disponibilità di informazione libera. Un tema che da solo distrugge il mito dell'"opinione pubblica" e del "consenso informato".
Quarta questione. Di conseguenza, non c'è più distinzione tra “nemico combattente” e “oppositore politico”. Anzi, proprio i “non combattenti” sono al centro dell'analisi affidata agli scienziati sociali sotto contratto. Una eco minore di questa nuova “cultura del conflitto” è arrivata anche in Italia. Basti guardare all'aggravante di “terrorismo” elevata contro un numero crescente di esponenti del movimento No Tav. Questo passaggio è quello che preoccupa di più Ahmed, il Guardian e i liberal anglosassoni, perché mette in discussione radicalmente il loro ruolo e la stessa loro esistenza. Quasi un'eutanasia.
Quinta ed ultima questione. Non ci sembra un caso – anzi vi vediamo l'operare di una forza superiore e incontrollabile condizionante persino l'agire militaresco dell'imperialismo – che il programma di ricerca finanziato dal Pentagono sia stato avviato all'esplodere della crisi finanziaria del 2007, che (giunta ormai alla conclusione del settimo anno consecutivo) sta mettendo a nudo i limiti insuperabili del presente modo di produzione e vita. Né che il nome immaginato per il programma sia Minerva. Non sappiamo se al Pentagono attualmente sia in servizio anche qualche filosofo fallito – è più che probabile – ma di sicuro la scelta invera ancora una volta la tragedia della conoscenza: la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo.
Del capitalismo o dell'umanità, questo è il dilemma.
P.S. Siamo convinti che indubbiamente i nostri lettori sapranno trovare altri spunti di notevole interesse nell'inchiesta di Ahmed. Non avrete che da segnalarceli...
Nafeez Ahmed – The Guardian – 12 giugno 2014
Il Pentagono sta finanziando la ricerca delle scienze sociali per modellizzare i rischi di "contagio sociale" che potrebbero danneggiare gli interessi strategici degli Stati Uniti.
Un programma di ricerca del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (DoD) sta finanziando le università per modellizzare le dinamiche, i rischi e i punti critici di disordini civili su larga scala in tutto il mondo, sotto la supervisione di varie agenzie militari statunitensi. Il programma multi-milionario in dollari è stato progettato per sviluppare immediati e a lungo termine "spunti rilevanti a scopi di combattimento" per alti funzionari e decision maker "della comunità politica della difesa", e di informare la politica sviluppata da "comandi combattenti."
Lanciato nel 2008 – anno della crisi bancaria globale – la 'Minerva Research Initiative' del Dipartimento della Difesa ha stabilito rapporti di partneriato con le università "per migliorare le conoscenze di base del Dipartimento della Difesa sulle forze sociali, culturali, comportamentali e politiche che formano le regioni del mondo di importanza strategica per gli Stati Uniti. "
Tra i progetti premiati per il periodo 2014-2017 c'è uno studio della Cornell University guidato dall'Ufficio della ricerca scientifica della US Air Force che mira a sviluppare un modello empirico "delle dinamiche delle mobilitazioni e dei contagi fra i movimenti." Il progetto determinerà "la massa critica (tipping point)" dei “contagi” sociali studiando le loro "tracce digitali" nei casi di studio come la "rivoluzione egiziana 2011, le elezioni della Duma russa nel 2011, la crisi delle forniture di petrolio nigeriano nel 2012 e le proteste di Gezi park in Turchia, nel 2013".
Saranno esaminati i messaggi e le conversazioni di Twitter "per identificare le persone mobilitate in un contagio sociale, e quando diventano mobilitate".
Un altro progetto assegnato quest'anno alla University of Washington "cerca di scoprire le condizioni per cui nascono i movimenti politici che puntano ad un cambiamento politico ed economico su vasta scala", insieme alle loro "caratteristiche e conseguenze." Il progetto, gestito dall'Ufficio di Ricerca dell'Esercito degli Stati Uniti, si concentra sui "movimenti su vasta scala che coinvolgono più di 1.000 partecipanti in perenne attività", e coprirà 58 paesi in totale.
L'anno scorso, la Minerva Initiative del Dipartimento della Difesa ha finanziato un progetto per determinare 'Chi non diventa un terrorista, e perché?'; progetto che, tuttavia, mette insieme attivisti pacifici e "sostenitori della violenza politica", che sono diversi dai terroristi solo nel senso che non si inseriscono personalmente nella "militanza armata". Il progetto è impostato esplicitamente per lo studio degli attivisti non violenti:
Ho contattato il principale ricercatore del progetto, il prof. Maria Rasmussen della US Naval Postgraduate School, chiedendo perché gli attivisti non violenti che lavorano per le ONG devono essere equiparati ai sostenitori di violenza politica e quali "partiti e ONG" siano stati oggetto di indagine, ma non ho ricevuto risposta.
Allo stesso modo, lo staff del programma Minerva ha rifiutato di rispondere a una serie di domande simili che ho posto loro, comprese le domande su come le "cause radicali" promosse da ONG pacifiche potessero costituire una potenziale minaccia alla sicurezza nazionale di interesse del Dipartimento della Difesa.
Tra le mie domande, c'era anche questa:
Fin dall'inizio, è stato previsto di fornire al programma Minerva oltre 75 milioni di dollari in cinque anni per la ricerca nelle scienze sociali e comportamentali. Solo quest'anno dal Congresso degli Stati Uniti è stato stanziato un budget totale di 17,8 milioni dollari.
Uno scambio di mail interno allo staff della comunicazione Minerva, reso noto in una dissertazione per il Master 2012, rivela che il programma è orientato verso la produzione di risultati rapidi, direttamente applicabili alle operazioni sul campo. La dissertazione era parte di un progetto finanziato da Minerva sul "discorso islamico contro-radicale", presso l'Arizona State University.
L'e-mail interna da Prof Steve Corman, uno dei principali ricercatori del progetto, descrive una riunione ospitata dal programma di Modellizzazione umana sociale culturale e comportamentale (HSCB) del Dipartimento della Difesa, in cui alti funzionari del Pentagono hanno detto che la loro priorità era quella di "sviluppare capacità che sono consegnabili rapidamente", sotto forma di "modelli e strumenti che possono essere integrati con le operazioni".
Sebbene il supervisore dell'Office of Naval Research – dottor Harold Hawkins – avesse in via preliminare rassicurato i ricercatori universitari che il progetto era semplicemente "uno sforzo di ricerca di base, quindi non dovremmo essere preoccupati circa le possibili applicazioni", l'incontro ha di fatto dimostrato che il Dipartimento della Difesa sta cercando "risultati trasformabili" in "applicazioni", ha affermato Corman nella sua email. Ha consigliato i suoi ricercatori di "pensare a plasmare risultati, relazioni, ecc, in modo che [il Dipartimento della Difesa] possa vedere chiaramente la loro applicazione in strumenti che possono essere adottati sul campo."
Molti studiosi indipendenti sono critici verso ciò che vedono come uno sforzo del governo degli Stati Uniti di militarizzare la scienza sociale al servizio della guerra. Nel maggio 2008, l'American Anthropological Association (AAA) ha scritto al governo degli Stati Uniti facendo notare che al Pentagono manca "il tipo di infrastrutture per la valutazione antropologica della ricerca [scienze sociali e altre]", il che comporta "un esame rigoroso, equilibrato e obiettivo di peer review", chiedendo che tale ricerca sia gestita invece da agenzie civili come la National Science Foundation (NSF).
Il mese successivo, il Dipartimento della Difesa ha firmato un memorandum d'intesa (MoU) con la NSF per collaborare alla gestione di Minerva. In risposta, l'AAA ha avvertito che le proposte di ricerca dovrebbero ora essere valutate da commissioni di revisione di merito del NSF. Mentre "I funzionari del Pentagono avranno potere decisionale nel decidere che siede nelle commissioni":
Il prof. Price ha già esposto come il programma del Pentagono stia finanziando la ricerca delle scienze sociali per modellizzare i rischi di "contagio sociale" che potrebbero danneggiare gli interessi strategici degli Stati Uniti.
Citando una sintesi critica del programma inviato da un ex dipendente ad amministratori dell'HTS, Price ha riferito che gli scenari di formazione HTS "adattavano i COIN [scenari di controinsurrezione] pensati per l'Afghanistan o l'Iraq" a situazioni interne "degli Stati Uniti, dove la popolazione locale è stata vista dalla prospettiva militare come una minaccia per il normale equilibrio di potere e influenza, e come una sfida alla legge e l'ordine".
Un gioco di guerra, ha detto Price, che coinvolgeva attivisti ambientali che protestavano per l'inquinamento prodotto da una centrale a carbone vicino al Missouri, alcuni dei quali erano membri della nota ONG ambientale Sierra Club. I partecipanti avevano il compito di "individuare coloro che erano 'risolutori di problemi' e quelli che erano 'produttori di problemi', e il resto della popolazione sarebbe il bersaglio di operazioni informative per spostare il loro centro di gravità verso quella serie di punti di vista e valori che era lo 'stato finale desiderato' della strategia militare".
Questi giochi di guerra sono coerenti con una serie di documenti di pianificazione del Pentagono che suggeriscono che la sorveglianza di massa prodotta dalla National Security Agency (NSA) sia in parte motivata dalla necessità di preparare all'impatto destabilizzante di futuri shock ambientali, energetici ed economici.
James Petras, Bartle Professor di Sociologia presso la Binghamton University di New York, concorda con le preoccupazioni del prof. Price. Gli scienziati sociali finanziati da Minerva legati a operazioni di controinsurrezione del Pentagono sono coinvolti nello "studio delle emozioni nel fomentare o reprimere i movimenti diretti ideologicamente", ha detto, compreso il come "contrastare movimenti di base."
Minerva è un ottimo esempio della natura profondamente gretta e autolesionista dell'ideologia militare. Peggio ancora, la mancanza di volontà dei funzionari del Dipartimento della Difesa nel rispondere alle domande più elementari è sintomatico di un semplice fatto: nella loro missione incrollabile di difendere un sistema globale sempre più impopolare, servendo gli interessi di una piccola minoranza, le agenzie di sicurezza non esitano a dipingere la maggior parte di noi come potenziali terroristi.
Nafeez Ahmed è un giornalista specializzato in sicurezza internazionale e un accademico. È autore della Guida per l'utente nella crisi della civiltà: e come salvarla, e il prossimo thriller di fantascienza, PUNTO ZERO.
Fonte
Il conflitto sociale è materia che può e deve essere analizzata in maniera scientifica, tenendo conto dei precedenti storici come delle tecnologie esistenti, della “qualità” del nemico come di quella degli “amici”. Altrimenti ci si inoltra in un terreno sconosciuto, irto ovviamente di rischi imprevedibili, dotati soltanto delle proprie buone intenzioni e di una dose di incoscienza sopra la soglia.
Un'inchiesta eccellente apparsa sul giornale inglese The Guardian nei giorni scorsi aiuta a rimettere con i piedi per terra sia l'idea che la pratica reale del conflitto sociale. Come fa? Semplice: guarda a quel che il Pentagono sta facendo da alcuni anni a questa parte per “implementare” la sua già immensa conoscenza.
Da prima ancora che l'11 settembre rendesse concreto il concetto di “guerra asimmetrica”, ai piani alti della Difesa statunitense si era capito che “il nemico” dei futuri scenari bellici sarebbe stata la popolazione civile. Quella di altri paesi, in primo luogo di quelli che per vari motivi, economici e politici, gli Stati Uniti avrebbero considerato degni di essere attaccati. Ma anche la propria; e hanno fatto esperienza sia con Occupy Wall Street sia con il controllo delle Ong.
L'inchiesta condotta da Nafeez Ahmed – nome pachistano, ma cittadinanza inglese e ruolo accademico oltre che giornalistico – mette in luce soprattutto l'arruolamento delle “scienze sociali” nelle fila dell'esercito degli Stati Uniti. Si parla di un buon numero di professori universitari, beneficiati di finanziamenti mirati.
L'articolo lo abbiamo tradotto e ve lo proponiamo qui sotto. Ma ci sembra utile sottolineare alcuni temi, visto che la prospettiva di Nafeez Ahmed – limpidamente liberal – non corrisponde alla nostra.
Prima questione. Il Pentagono ha chiesto l'intervento degli scienziati sociali per modellizzare le modalità con cui agiscono, si sviluppano e prendono consistenza sociale i movimenti politici che puntano a un cambiamento radicale del sistema economico e politico. Dei movimenti “rivoluzionari”, si potrebbe dire, se questo termine non assumesse contenuti assai diversi – praticamente opposti – se accostato ai conflitti per una “società socialista” oppure a quelli miranti a un califfato islamico o altro integralismo religioso. Per brevità, allora, diciamo che si tengono sotto tiro tutti quei movimenti che contrastano con “l'equilibrio desiderato dagli Stati Uniti”, senza riguardi agli obiettivi finali. Modellizzare significa cercare le ricorrenze stabili in flussi di movimento altamente variabili. Significa puntare alla conoscenza dell'essenza semplice del movimento in quanto tale per predisporre gli strumenti – comunicativi, di intelligence e infiltrazione o specificamente militari – per contrastarlo e distruggerlo. Per quanta fantasia conflittuale ritengano di avere i protagonisti dei diversi movimenti, infatti, le modalità di diffusione (del discorso, organizzative, di mobilitazione o di “contagio”) sono sostanzialmente riconducibili ad alcuni schemi principali; con alcune variazioni sul tema che dipendono dalle “culture” in campo avverso o anche dal livello di sviluppo dell'area interessata (una cosa sono i movimenti metropolitani altro quelli delle bande nel deserto, per schematizzare).
Restringere questa variabilità a pochi “modelli” consente dunque di predisporre contromosse e strategie replicabili in diverse situazioni, sia pure con le necessarie differenze. E quindi anche di formare un personale militare e/o di intelligence in grado di affrontare più situazioni specifiche, con alle spalle un addestramento standard da implementare ad hoc. Nessuna “originalità assoluta” è infatti ipotizzabile quando si prende in considerazione il comportamento umano rispetto a contesti “simili”. Il “rivoltoso” che crede di essere totalmente imprevedibile è insomma un illuso, un insetto che si muove inconsapevole sotto la lente dell'entomologo che lo sta studiando per sopprimerlo.
Destino certo, dunque? Assolutamente no. Ma, sembra banale dirlo, bisogna elevare la propria conoscenza al livello della scienza del conflitto. In modo da capire come ragiona l'entomologo e contrastarne le mosse. Meno (molta meno) “spontaneità”, più scienza, insomma.
Seconda questione. Tutti i social network – come già illustrato dalla vicenda di Eward Snowden – sono da tempo utilizzati dalle diverse “agenzie della sicurezza” statunitensi per mettere a punto non soltanto la conoscenza “nominale e individuale” degli oppositori alla politica degli Stati Uniti, in qualsiasi paese risiedano, ma anche e soprattutto i comportamenti che questi mettono in atto. Il tutto per arrivare a prevedere le modalità di concentrazione di questa/e opposizione/i in rivolte o rivoluzioni vere e proprie (c'è una differenza drastica tra i due termini, ma non ci sembra il caso di ricordarla in questa sede). Cosa significa? Che le uniche “rivoluzioni via internet” possibili sono quelle promosse, finanziate, appoggiate dagli Stati Uniti; mentre ogni movimento contrario sarà monitorato e contrastato proprio a partire (anche) dal controllo della Rete.
Non è una sorpresa, almeno a livello concettuale. Ogni strumento, in mano a un militare, è sempre “double use”; può servire per attaccare o difendersi, come qualsiasi altra arma.
Terza questione. La visione strategica del Pentagono – e quindi anche della Casa Bianca e del Congresso degli Stati Uniti – si pone decisamente oltre e fuori i confini della democrazia politica. Non soltanto perché le popolazioni dei paesi diversi dagli Usa sono programmaticamente escluse dalla possibilità di decidere autonomamente del proprio destino – nella misura in cui queste decisioni vengano ad limitare o danneggiare “gli interessi degli Stati Uniti” (nazionalizzando il petrolio o altre materie prime, per esempio). Anche la popolazione interna al centro dell'imperialismo “gode” ormai dello stesso trattamento (“gli scenari di formazione HTS adattavano i COIN [scenari di controinsurrezione] pensati per l'Afghanistan o l'Iraq a situazioni interne degli Stati Uniti, dove la popolazione locale è stata vista dalla prospettiva militare come una minaccia per il normale equilibrio di potere e influenza, e come una sfida alla legge e l'ordine). Ci sembra di poter dire che si tratti ormai di una svolta epocale nel capitalismo occidentale, peraltro attuata con destrezza nella costruzione dell'Unione Europea (trattati intergovernativi, centralizzazione dei poteri nell'esecutivo e assenza di un'assemblea elettiva dotata di potere legislativo). E programmata nelle “riforme costituzionali” messe nero su bianco dal governo Renzi, in Italia.
Un corollario necessario, ammesso indirettamente anche dal Pentagono, è il controllo diretto dei mezzi di informazione e comunicazione (dalla stampa alle tv), incaricate di "piegare" le coscienze limitandone si la natura che la disponibilità di informazione libera. Un tema che da solo distrugge il mito dell'"opinione pubblica" e del "consenso informato".
Quarta questione. Di conseguenza, non c'è più distinzione tra “nemico combattente” e “oppositore politico”. Anzi, proprio i “non combattenti” sono al centro dell'analisi affidata agli scienziati sociali sotto contratto. Una eco minore di questa nuova “cultura del conflitto” è arrivata anche in Italia. Basti guardare all'aggravante di “terrorismo” elevata contro un numero crescente di esponenti del movimento No Tav. Questo passaggio è quello che preoccupa di più Ahmed, il Guardian e i liberal anglosassoni, perché mette in discussione radicalmente il loro ruolo e la stessa loro esistenza. Quasi un'eutanasia.
Quinta ed ultima questione. Non ci sembra un caso – anzi vi vediamo l'operare di una forza superiore e incontrollabile condizionante persino l'agire militaresco dell'imperialismo – che il programma di ricerca finanziato dal Pentagono sia stato avviato all'esplodere della crisi finanziaria del 2007, che (giunta ormai alla conclusione del settimo anno consecutivo) sta mettendo a nudo i limiti insuperabili del presente modo di produzione e vita. Né che il nome immaginato per il programma sia Minerva. Non sappiamo se al Pentagono attualmente sia in servizio anche qualche filosofo fallito – è più che probabile – ma di sicuro la scelta invera ancora una volta la tragedia della conoscenza: la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo.
Del capitalismo o dell'umanità, questo è il dilemma.
P.S. Siamo convinti che indubbiamente i nostri lettori sapranno trovare altri spunti di notevole interesse nell'inchiesta di Ahmed. Non avrete che da segnalarceli...
*****
Il Pentagono si sta preparando ad affrontare rivolte di massa
Nafeez Ahmed – The Guardian – 12 giugno 2014
Il Pentagono sta finanziando la ricerca delle scienze sociali per modellizzare i rischi di "contagio sociale" che potrebbero danneggiare gli interessi strategici degli Stati Uniti.
Un programma di ricerca del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (DoD) sta finanziando le università per modellizzare le dinamiche, i rischi e i punti critici di disordini civili su larga scala in tutto il mondo, sotto la supervisione di varie agenzie militari statunitensi. Il programma multi-milionario in dollari è stato progettato per sviluppare immediati e a lungo termine "spunti rilevanti a scopi di combattimento" per alti funzionari e decision maker "della comunità politica della difesa", e di informare la politica sviluppata da "comandi combattenti."
Lanciato nel 2008 – anno della crisi bancaria globale – la 'Minerva Research Initiative' del Dipartimento della Difesa ha stabilito rapporti di partneriato con le università "per migliorare le conoscenze di base del Dipartimento della Difesa sulle forze sociali, culturali, comportamentali e politiche che formano le regioni del mondo di importanza strategica per gli Stati Uniti. "
Tra i progetti premiati per il periodo 2014-2017 c'è uno studio della Cornell University guidato dall'Ufficio della ricerca scientifica della US Air Force che mira a sviluppare un modello empirico "delle dinamiche delle mobilitazioni e dei contagi fra i movimenti." Il progetto determinerà "la massa critica (tipping point)" dei “contagi” sociali studiando le loro "tracce digitali" nei casi di studio come la "rivoluzione egiziana 2011, le elezioni della Duma russa nel 2011, la crisi delle forniture di petrolio nigeriano nel 2012 e le proteste di Gezi park in Turchia, nel 2013".
Saranno esaminati i messaggi e le conversazioni di Twitter "per identificare le persone mobilitate in un contagio sociale, e quando diventano mobilitate".
Un altro progetto assegnato quest'anno alla University of Washington "cerca di scoprire le condizioni per cui nascono i movimenti politici che puntano ad un cambiamento politico ed economico su vasta scala", insieme alle loro "caratteristiche e conseguenze." Il progetto, gestito dall'Ufficio di Ricerca dell'Esercito degli Stati Uniti, si concentra sui "movimenti su vasta scala che coinvolgono più di 1.000 partecipanti in perenne attività", e coprirà 58 paesi in totale.
L'anno scorso, la Minerva Initiative del Dipartimento della Difesa ha finanziato un progetto per determinare 'Chi non diventa un terrorista, e perché?'; progetto che, tuttavia, mette insieme attivisti pacifici e "sostenitori della violenza politica", che sono diversi dai terroristi solo nel senso che non si inseriscono personalmente nella "militanza armata". Il progetto è impostato esplicitamente per lo studio degli attivisti non violenti:
"In ogni contesto troviamo molte persone che condividono il contesto demografico, familiare, culturale e/o socio-economico di coloro che hanno deciso di impegnarsi nel terrorismo, ma si sono astenuti dal prendere militanza armata, anche se erano in sintonia con gli obiettivi finali di gruppi armati. Il campo degli studi sul terrorismo non ha, fino a poco tempo fa, tentato di guardare a questo gruppo di controllo. Questo progetto non è sui terroristi, ma sui sostenitori della violenza politica."Il caso 14 del progetto "comprende ampie interviste con dieci o più attivisti e militanti nei partiti e nelle ONG che, pur in sintonia con cause radicali, hanno scelto un percorso di non violenza."
Ho contattato il principale ricercatore del progetto, il prof. Maria Rasmussen della US Naval Postgraduate School, chiedendo perché gli attivisti non violenti che lavorano per le ONG devono essere equiparati ai sostenitori di violenza politica e quali "partiti e ONG" siano stati oggetto di indagine, ma non ho ricevuto risposta.
Allo stesso modo, lo staff del programma Minerva ha rifiutato di rispondere a una serie di domande simili che ho posto loro, comprese le domande su come le "cause radicali" promosse da ONG pacifiche potessero costituire una potenziale minaccia alla sicurezza nazionale di interesse del Dipartimento della Difesa.
Tra le mie domande, c'era anche questa:
«Il Dipartimento della Difesa statunitense vede i movimenti di protesta e l'attivismo sociale in diverse parti del mondo come una minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti? Se sì, perché? Il Dipartimento della Difesa statunitense considera i movimenti politici che puntano al cambiamento politico ed economico su larga scala come una questione di sicurezza nazionale? Se è così, perché? L'attivismo, la protesta, i movimenti politici e naturalmente le ONG sono un elemento vitale di una società civile sana e della democrazia - perché il Dipartimento della Difesa sta finanziando la ricerca per indagare su tali questioni?"Il direttore del programma Minerva, il dottor Erin Fitzgerald, ha dichiarato "Apprezzo le vostre preoccupazioni e sono contento che le abbia espresse dandoci l'opportunità di chiarire", prima di promettere una risposta più dettagliata. Invece, ho ricevuto la seguente anonima dichiarazione dell'ufficio stampa del Dipartimento della Difesa:
"Il Dipartimento della Difesa prende sul serio il suo ruolo nella sicurezza degli Stati Uniti, dei suoi cittadini e di alleati e partner degli Stati Uniti. Finché ogni sfida per la sicurezza non provoca conflitto e ogni conflitto non coinvolge l'esercito americano, Minerva contribuisce a finanziare ricerca scientifica di base che aiuta l'aumento della comprensione del Dipartimento della Difesa su ciò che provoca instabilità e insicurezza in tutto il mondo. Attraverso la migliore comprensione anticipata di questi conflitti e delle loro cause, il Dipartimento della Difesa può prepararsi meglio per il futuro ambiente di sicurezza dinamica".Nel 2013, Minerva ha finanziato un progetto dell'Università del Maryland in collaborazione con il Pacific Northwest National Laboratory del Dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti per valutare il rischio di disordini a causa del cambiamento climatico. Il progetto – tre anni, 1,9 milioni dollari – sta sviluppando modelli per anticipare ciò che potrebbe accadere in alcune società sotto una serie di potenziali scenari di cambiamento climatico.
Fin dall'inizio, è stato previsto di fornire al programma Minerva oltre 75 milioni di dollari in cinque anni per la ricerca nelle scienze sociali e comportamentali. Solo quest'anno dal Congresso degli Stati Uniti è stato stanziato un budget totale di 17,8 milioni dollari.
Uno scambio di mail interno allo staff della comunicazione Minerva, reso noto in una dissertazione per il Master 2012, rivela che il programma è orientato verso la produzione di risultati rapidi, direttamente applicabili alle operazioni sul campo. La dissertazione era parte di un progetto finanziato da Minerva sul "discorso islamico contro-radicale", presso l'Arizona State University.
L'e-mail interna da Prof Steve Corman, uno dei principali ricercatori del progetto, descrive una riunione ospitata dal programma di Modellizzazione umana sociale culturale e comportamentale (HSCB) del Dipartimento della Difesa, in cui alti funzionari del Pentagono hanno detto che la loro priorità era quella di "sviluppare capacità che sono consegnabili rapidamente", sotto forma di "modelli e strumenti che possono essere integrati con le operazioni".
Sebbene il supervisore dell'Office of Naval Research – dottor Harold Hawkins – avesse in via preliminare rassicurato i ricercatori universitari che il progetto era semplicemente "uno sforzo di ricerca di base, quindi non dovremmo essere preoccupati circa le possibili applicazioni", l'incontro ha di fatto dimostrato che il Dipartimento della Difesa sta cercando "risultati trasformabili" in "applicazioni", ha affermato Corman nella sua email. Ha consigliato i suoi ricercatori di "pensare a plasmare risultati, relazioni, ecc, in modo che [il Dipartimento della Difesa] possa vedere chiaramente la loro applicazione in strumenti che possono essere adottati sul campo."
Molti studiosi indipendenti sono critici verso ciò che vedono come uno sforzo del governo degli Stati Uniti di militarizzare la scienza sociale al servizio della guerra. Nel maggio 2008, l'American Anthropological Association (AAA) ha scritto al governo degli Stati Uniti facendo notare che al Pentagono manca "il tipo di infrastrutture per la valutazione antropologica della ricerca [scienze sociali e altre]", il che comporta "un esame rigoroso, equilibrato e obiettivo di peer review", chiedendo che tale ricerca sia gestita invece da agenzie civili come la National Science Foundation (NSF).
Il mese successivo, il Dipartimento della Difesa ha firmato un memorandum d'intesa (MoU) con la NSF per collaborare alla gestione di Minerva. In risposta, l'AAA ha avvertito che le proposte di ricerca dovrebbero ora essere valutate da commissioni di revisione di merito del NSF. Mentre "I funzionari del Pentagono avranno potere decisionale nel decidere che siede nelle commissioni":
"... Permangono preoccupazioni all'interno della disciplina che la ricerca sarà finanziata solo quando sostiene l'agenda del Pentagono. Altri critici, compresa il Network of Concerned Anthropologists, hanno sollevato preoccupazioni sul fatto che il programma potrebbe scoraggiare la ricerca in altri settori importanti e minare il ruolo dell'università come luogo di discussione indipendente e critica dei militari."Secondo il prof. David Price, un antropologo culturale in servizio presso l'Università di San Martino, a Washington, autore di Weaponizing Antropologia: Scienze Sociali al servizio dello Stato Militarizzato, "quando osservi i singoli bit di molti di questi progetti, questi possono sembrare normali scienze sociali, analisi testuale, ricerca storica, e così via; ma quando sommi tutti questi singoli bit questi sembrano condividere problemi di leggibilità, con tutte le distorsioni di un eccesso di semplificazione. Minerva è la produzione a cottimo di un impero con modalità che possono permettere ai singoli ricercatori di dissociare i loro contributi individuali dal progetto più grande".
Il prof. Price ha già esposto come il programma del Pentagono stia finanziando la ricerca delle scienze sociali per modellizzare i rischi di "contagio sociale" che potrebbero danneggiare gli interessi strategici degli Stati Uniti.
Citando una sintesi critica del programma inviato da un ex dipendente ad amministratori dell'HTS, Price ha riferito che gli scenari di formazione HTS "adattavano i COIN [scenari di controinsurrezione] pensati per l'Afghanistan o l'Iraq" a situazioni interne "degli Stati Uniti, dove la popolazione locale è stata vista dalla prospettiva militare come una minaccia per il normale equilibrio di potere e influenza, e come una sfida alla legge e l'ordine".
Un gioco di guerra, ha detto Price, che coinvolgeva attivisti ambientali che protestavano per l'inquinamento prodotto da una centrale a carbone vicino al Missouri, alcuni dei quali erano membri della nota ONG ambientale Sierra Club. I partecipanti avevano il compito di "individuare coloro che erano 'risolutori di problemi' e quelli che erano 'produttori di problemi', e il resto della popolazione sarebbe il bersaglio di operazioni informative per spostare il loro centro di gravità verso quella serie di punti di vista e valori che era lo 'stato finale desiderato' della strategia militare".
Questi giochi di guerra sono coerenti con una serie di documenti di pianificazione del Pentagono che suggeriscono che la sorveglianza di massa prodotta dalla National Security Agency (NSA) sia in parte motivata dalla necessità di preparare all'impatto destabilizzante di futuri shock ambientali, energetici ed economici.
James Petras, Bartle Professor di Sociologia presso la Binghamton University di New York, concorda con le preoccupazioni del prof. Price. Gli scienziati sociali finanziati da Minerva legati a operazioni di controinsurrezione del Pentagono sono coinvolti nello "studio delle emozioni nel fomentare o reprimere i movimenti diretti ideologicamente", ha detto, compreso il come "contrastare movimenti di base."
Minerva è un ottimo esempio della natura profondamente gretta e autolesionista dell'ideologia militare. Peggio ancora, la mancanza di volontà dei funzionari del Dipartimento della Difesa nel rispondere alle domande più elementari è sintomatico di un semplice fatto: nella loro missione incrollabile di difendere un sistema globale sempre più impopolare, servendo gli interessi di una piccola minoranza, le agenzie di sicurezza non esitano a dipingere la maggior parte di noi come potenziali terroristi.
Nafeez Ahmed è un giornalista specializzato in sicurezza internazionale e un accademico. È autore della Guida per l'utente nella crisi della civiltà: e come salvarla, e il prossimo thriller di fantascienza, PUNTO ZERO.
Fonte
31/03/2014
La verità sul Venezuela: una rivolta dei ricchi, non una “campagna di terrore”
Sul quotidiano inglese The Guardian è comparso questo interessante articolo del politologo Mark Weisbrot che ha sentito il dovere di andare in Venezuela a verificare le notizie sui disordini che nel mese scorso (e ancora oggi) hanno attirato l’attenzione non disinteressata di molti media internazionali. (A.R.)
*****
di Mark Weisbrot per il The Guardian, 20 marzo 2014
Le immagini modellano la realtà, ciò che mandano le televisioni, i video, fino alle fotografie sono un potere che scava in profondità nelle menti delle persone, senza che esse se ne rendano conto. Io mi credevo immune a questi ripetitivi ritratti del Venezuela come uno Stato fallito in mezzo a una rivolta popolare. Non ero però preparato a ciò che ho visto a Caracas, in questo mese: quanto poco della vita quotidiana sembra essere colpita dalle proteste, alla normalità prevalente nella maggior parte della città. Anch’io ero stato ingannato dalle immagini dei media.
I grandi media hanno riferito che i poveri in Venezuela non hanno aderito alle proteste dell’opposizione di destra, ma questo è un eufemismo: non sono solamente i poveri che si astengono – a Caracas, ma sono quasi tutti, eccetto alcune aree come Altamira, dove piccoli gruppi di manifestanti entrano in scontri notturni con le forze di sicurezza, lanciando pietre, bombe incendiarie e gas lacrimogeni.
Camminando dentro il quartiere popolare Sabana Grande, al centro della città, non ci sono segni che il Venezuela sia sull’orlo di una “crisi” che richieda l’intervento dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), nonostante ciò che John Kerry afferma. Anche la metropolitana funziona molto bene, nonostante non abbia potuto inoltrarmi nella stazione di Altamira, dove i ribelli avevano stabilito la loro base di operazioni almeno fino a quando non li hanno tirati fuori questa settimana.
Sono riuscito a vedere le barricate per la prima volta a Los Palos Grandes, zona dell’alta classe, dove i manifestanti hanno il sostegno popolare e i vicini gridano a chiunque cerchi di rimuovere le barricate – una cosa rischiosa da provare (almeno quattro persone sono state apparentemente uccise per averlo fatto). Ma anche nelle barricate, la vita era abbastanza normale, tranne che per il forte traffico. Durante il fine settimana, Parque dell’Est era pieno di famiglie e corridori sudati con una temperatura di trentadue gradi – che prima di Chávez, avrebbero dovuto pagare, mentre,i residenti, mi è stato detto, erano rimasti delusi, perché si era permesso ai meno agiati di entrare gratis.
I ristoranti continuano a essere pieni di notte.
Viaggiare aiuta a verificare la realtà ed io ho visitato Caracas per ottenere informazioni soprattutto in campo economico, nonostante fossi scettico riguardo al racconto riportato quotidianamente dai media, che la mancanza di materie prime era stato il motivo delle proteste. Gli abitanti di Altamira e Los Palos Grandes, dove ho visto le proteste, avevano però servitori che facevano la coda, per quello di cui necessitavano e hanno reddito e spazio per accumulare le scorte.
Queste persone non stanno soffrendo – e se la passano molto bene. I loro guadagni sono cresciuti a ritmo sostenuto da quando Chávez prese il controllo dell’industria petrolifera, un decennio fa. Hanno anche un grande sostegno del governo: chiunque abbia una carta di credito (tranne i poveri e milioni della classe operaia), ha diritto a 3.000 dollari l’anno, a un tasso di cambio agevolato. Essi possono quindi vendere sei volte più caro il dollaro di quanto l’hanno pagato, il che rende una sovvenzione annuale di svariati milioni di dollari per i privilegiati – eppure sono loro la base delle truppe di sedizione.
La natura di classe di questa lotta è sempre stata forte e inconfutabile, ora più che mai.
Passeggiando tra le masse che hanno partecipato alle cerimonie per l’anniversario della morte di Chávez il 5 marzo, ho visto una marea di venezuelani della classe operaia, decine di migliaia di loro. Non c’erano vestiti costosi o scarpe da 300 dollari. Che contrasto con le masse scontente di Los Palos Grandes, che possedevano Grand Cherokee SUV di 40.000 dollari elevando lo slogan del momento: VENEZUELA SOS.
Per quanto riguarda il Venezuela, John Kerry sa da quale parte è la guerra di classe. La scorsa settimana, proprio quando sono andato via, il Segretario di Stato ha raddoppiato la sua retorica contro il governo, accusando il presidente Nicolas Maduro di fomentare una “campagna di terrore contro il proprio popolo”. Kerry ha anche minacciato di invocare la Carta Democratica dell’OEA contro il Venezuela, così come di applicare sanzioni.
Vantarsi della Carta democratica contro il Venezuela è quasi come minacciare Vladimir Putin con un voto del’Onu sulla secessione in Crimea. Forse Kerry non se n’è accorto, ma pochi giorni prima delle sue minacce, l’OAS ha approvato una risoluzione che Washington aveva introdotto contro il Venezuela, ma che è stata rivoltata, dichiarando “la solidarietà” dell’organismo regionale con il governo di Maduro. E’ stata approvata da ventinove paesi e solo i governi di destra di Panama e Canada si son alleati con gli Stati Uniti contro di essa.
L’articolo 21 della Carta Democratica dell’OSA si applica davanti “all’incostituzionale interruzione dell’ordine democratico di uno Stato membro” (come il colpo di stato militare in Honduras 2009, che Washington ha contribuito a legittimare o il colpo di stato militare 2002 in Venezuela, sempre con il contributo degli States). Grazie a questa votazione recente, l’OAS potrebbe invocare la Carta Democratica, più contro il governo degli Stati Uniti per decessi causati da loro droni sui cittadini americani, che per ciò che potrebbe farsi contro il Venezuela.
La retorica della “campagna di terrore” di Kerry è scissa dalla realtà e com’era prevedibile, ha provocato una risposta equivalente del cancelliere del Venezuela, che ha definito Kerry “un assassino”. Questa è la verità circa le accuse di Kerry: da quando sono iniziate le proteste in Venezuela, sempre più persone sono morte per mano dei manifestanti che per le forze di sicurezza. Secondo i decessi segnalati dal CEPR (Centro di Ricerca in Economia e Politica) nel corso del mese passato, in aggiunta alle morti per cercare di togliere le barricate, almeno sette sono apparentemente morti a causa degli ostacoli creati dai manifestanti – compreso un motociclista decapitato dal filo metallico posto sulla strada e cinque ufficiali della Guardia Nazionale sono stati uccisi. Per quanto riguarda la violenza da parte delle forze di sicurezza, presumibilmente tre persone potrebbero essere state uccise dalla Guardia Nazionale e da altre forze di sicurezza – tra cui due manifestanti e un attivista che appoggiava il governo. Alcune persone accusano il governo per altri tre morti di civili armati, in un paese con una media di oltre 65 omicidi il giorno, è del tutto possibile che queste persone agissero per conto proprio. Un totale di 21 membri delle forze di sicurezza sono in stato di arresto per presunti abusi, tra cui da alcuni degli omicidi. Questa non è una “campagna di terrore”.
Allo stesso tempo, è difficile trovare una seria denuncia circa la violenta opposizione dei leader più importanti. Secondo i dati dell’indagine, le proteste sono in gran parte rifiutate in Venezuela. I sondaggi suggeriscono anche che la maggior parte dei venezuelani vedono questi disturbi per quello che sono: un tentativo di rovesciare un governo eletto.
La politica interna della posizione di Kerry è abbastanza semplice. Da un lato è appoggiata dalla lobby cubano-americana di destra della Florida e dei suoi alleati neoconservatori che sono a favore del rovesciamento. A sinistra... non c’è nulla. A questa Casa Bianca importa poco dell’America Latina e non comporta conseguenze elettorali che la maggior parte dei governi dell’emisfero si infastidiscano con Washington.
Forse Kerry pensa che l’economia del Venezuela crollerà, portando alcuni venezuelani non ricchi a manifestare contro il governo. La situazione economica, però, si sta stabilizzando – l’inflazione mensile è scesa nel mese di febbraio e il dollaro sul mercato parallelo è sceso drasticamente, di fronte alle notizie che il governo sta introducendo una nuova tariffa basata sul mercato. Le obbligazioni sovrane del Venezuela hanno avuto un rendimento dell’11,5 % dall’11 febbraio (il giorno dell’inizio delle proteste) al 13 marzo: il più alto rendimento, secondo gli indici del Bloomberg Usd Emerging Market (Index Obbligazionari Paesi Emergenti).
Naturalmente, questo è esattamente il problema principale dell’opposizione: le prossime elezioni saranno entro un anno e mezzo e a quel momento, la carenza economica e l’inflazione, che sono aumentati negli ultimi 15 mesi, scenderanno. In questa direzione, l’opposizione perderà molto probabilmente le elezioni, così come ha perso tutte le elezioni negli ultimi 15 anni. In più, l’attuale strategia insurrezionale non sta aiutando la sua causa: pare che abbia diviso le opposizioni e unito i chavisti.
L’unico posto dove l’opposizione sembrerebbe guadagnare consensi è a Washington.
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03/11/2013
Il nemico dei governi europei? Le opposizioni interne
Ogni governo spia. E' una regola vecchia quanto il mondo. La differenza tra Stati Uniti e Unione Europea, o almeno una sua parte, è che il "grande fratello" yankee non si fida di nessuno, nemmeno dei leader "alleati" di lunga data, mentre gli europei non si fidano soprattutto delle proprie stesse popolazioni. E così hanno messo in piedi un sistema di spionaggio di massa, che setaccia le telefonate quanto le mail o altri mezzi di comunicazione, indirizzato di preferenza - manco a dirlo - verso le aree di opposizione sociale e politica. Mezzi tecnologici di ultima generazione, ovviamente, ma anche "bipedi" vecchio stile, infiltrati qua e là, secondo l'imperscrutabile disegno dei servizi segreti interni. Mettersi a castellare, per esempio, sui "perché" i servizi avrebbero avuto bisogno di infiltrare Rifondazione - come denunciato dal segretario Paolo Ferrero - è un esercizio inutile, prima ancora che stupido, per un motivo assai semplice: obiettivi e strategie altrui vengono definiti in base a interessi che noi non conosciamo se non dopo che si sono realizzati o sono stati in qualche modo "scoperti". La "nostra" immaginazione non basta mai a coprire le informazioni che mancano.
Non ci stupisce troppo, dunque, che anche diversi paesi europei si siano accordati per stendere una rete di controllo sulle comunicazioni continentali - tenendo ovviamente al riparo i principali leader dei rispettivi paesi - né che i capifila si chiamino Germania, Francia, Spagna. Qualche sorpresa viene solo, in negativo, dalla Svezia. Ma non è più tempo di mitologie sulle "socialdemocrazie scandinave".
La nuova rivelazione arriva ancora dal Guardian, giornale progressista britannico che sta effettivamente squarciando molti veli (vedi qui per l'articolo originale: http://www.theguardian.com/uk-news/2013/nov/01/gchq-europe-spy-agencies-mass-surveillance-snowden).
Secondo il quotidiano britannico - che utilizza nuovi documenti forniti ancora una volta dalla ‘talpa’ del Datagate, Edward Snwoden - lo sviluppo di questa rete europea di spionaggio risalirebbe a 5 anni fa. In parallelo con l'istituzionalizzazione della "polizia comunitaria" chiamata Eurogendfor. Della serie: non abbiamo istituzioni politiche comunitarie permeabili - secondo le regole democratiche - agli interessi e alle domande della popolazione continentale, ma abbiamo un sistema unitario di controllo delle vite e delle formazioni politiche. Sarebbe interessante sapere in base a quale schema istituzionale o "costituzionale", visto che una "Costituzione europea" non c'è...
Dai file emerge che il GCHQ, l’equivalente britannico della Nsa statunitense, agiva da "consulente" nell’aiutare i partner europei ad aggirare le leggi nazionali che limitano i poteri delle agenzie di intelligence. Interessante, vero? Mettetevi comodi e ragionateci sopra. Esistono diversi paesi europei, i cui servizi segreti agiscono "limitati" da leggi nazionali altrettanto diverse. Bene, gli inglesi si sono messi a fare la "consulenza" perché questi servizi riuscissero a "liberarsi" di questi lacci e lacciuoli, mettendosi a spiare i propri cittadini in barba a qualsiasi legge. Molto democratico, vero?
Non sappiamo perché, ma non riusciamo a stupirci neppure del fatto che i servizi segreti italiani non abbiano partecipato in prima fila a questo"consorzio" spionistico extralegale. Avrebbero voluto, spiega il Guardian (che forse non sa quanto i servizi italiani siano abituati a occuparsi soprattutto delle opposizioni interne...), ma non ci sono riusciti perché troppo presi a farsi concorrenza tra loro. Succede anche questo, in un paese che si è dotato di sette o otto polizie diverse...
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Non ci stupisce troppo, dunque, che anche diversi paesi europei si siano accordati per stendere una rete di controllo sulle comunicazioni continentali - tenendo ovviamente al riparo i principali leader dei rispettivi paesi - né che i capifila si chiamino Germania, Francia, Spagna. Qualche sorpresa viene solo, in negativo, dalla Svezia. Ma non è più tempo di mitologie sulle "socialdemocrazie scandinave".
La nuova rivelazione arriva ancora dal Guardian, giornale progressista britannico che sta effettivamente squarciando molti veli (vedi qui per l'articolo originale: http://www.theguardian.com/uk-news/2013/nov/01/gchq-europe-spy-agencies-mass-surveillance-snowden).
Secondo il quotidiano britannico - che utilizza nuovi documenti forniti ancora una volta dalla ‘talpa’ del Datagate, Edward Snwoden - lo sviluppo di questa rete europea di spionaggio risalirebbe a 5 anni fa. In parallelo con l'istituzionalizzazione della "polizia comunitaria" chiamata Eurogendfor. Della serie: non abbiamo istituzioni politiche comunitarie permeabili - secondo le regole democratiche - agli interessi e alle domande della popolazione continentale, ma abbiamo un sistema unitario di controllo delle vite e delle formazioni politiche. Sarebbe interessante sapere in base a quale schema istituzionale o "costituzionale", visto che una "Costituzione europea" non c'è...
Dai file emerge che il GCHQ, l’equivalente britannico della Nsa statunitense, agiva da "consulente" nell’aiutare i partner europei ad aggirare le leggi nazionali che limitano i poteri delle agenzie di intelligence. Interessante, vero? Mettetevi comodi e ragionateci sopra. Esistono diversi paesi europei, i cui servizi segreti agiscono "limitati" da leggi nazionali altrettanto diverse. Bene, gli inglesi si sono messi a fare la "consulenza" perché questi servizi riuscissero a "liberarsi" di questi lacci e lacciuoli, mettendosi a spiare i propri cittadini in barba a qualsiasi legge. Molto democratico, vero?
Non sappiamo perché, ma non riusciamo a stupirci neppure del fatto che i servizi segreti italiani non abbiano partecipato in prima fila a questo"consorzio" spionistico extralegale. Avrebbero voluto, spiega il Guardian (che forse non sa quanto i servizi italiani siano abituati a occuparsi soprattutto delle opposizioni interne...), ma non ci sono riusciti perché troppo presi a farsi concorrenza tra loro. Succede anche questo, in un paese che si è dotato di sette o otto polizie diverse...
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