Domenica a Roma, il Ministero degli Esteri ospiterà una conferenza internazionale sulla Libia. La conferenza promossa da Italia e Stati Uniti, vedrà la partecipazione degli esponenti delle due fazioni libiche che hanno polarizzato un paese destabilizzato su due governi contrapposti: quello di Tobruk e quello di Tripoli. In mezzo dilagano le milizie dello Stato Islamico, a sud persistono tribù e milizie armate che agiscono per conto proprio.
Il radicamento dell’autoproclamatosi “Stato Islamico”, soprattutto nell'area della Sirte (dove starebbero affluendo “foreign fighters” provenienti dall’Africa sub sahariana) viaggia in parallelo con il fallimento del negoziato avvenuto sotto il mandato dell'inviato speciale dell'Onu Bernardino Léon. Quest'ultimo ha compromesso e di molto i margini di trattativa faticosamente costruiti in questi anni. Lo scandalo suscitato dalle rivelazioni del “Guardian” circa le intese personali che sarebbero intercorse fra Léon e il governo di Dubai (che mostrano un pregiudizio di Léon a favore di Tobruk a fronte di una ben remunerata posizione del diplomatico quale direttore di un think tank del governo degli Emirati), ha azzerato la credibilità con cui le potenze occidentali, dopo aver bombardato e destabilizzato la Libia, possono candidarsi a risolutrici della crisi.
L'incarico di mediatore per conto dell'Onu è stato assunto dall’ambasciatore Martin Kobler che ha preso il posto di Léon. La sua intenzione è quella di premere sulle due fazioni libiche principali affinché approvino e mettano in atto la bozza Léon. Ma, al momento, appare assai lontano il “governo di concordia nazionale” che dovrebbe riportare ordine nel paese, riavviare la produzione petrolifera, stoppare i flussi d'immigrati verso l’Europa e addirittura combattere l’Isis sul terreno per conto delle potenze europee. Kobler dovrebbe cercare di recuperare la fiducia che è venuta meno, a torto o ragione che sia.
Tutti i governi coinvolti (da quelli dei paesi limitrofi a quelli europei ed anche la Nato) affermano di essere disponibili a sostenere operazioni sul territorio libico - e l’Italia è in prima fila - ma solo a condizione che ci sia un governo di unità nazionale. Se questo non si realizza resta aperto un problema rilevante: l’intervento di forze militari straniere metterebbe queste forze di fronte al rischio di essere considerate in una forza schierata con una delle due parti ed essere quindi coinvolta in una nuova guerra civile.
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05/11/2015
Libia. Smascherato l’imbroglio del negoziatore Onu. Sul campo resta solo l’opzione militare?
Il giornale britannico The Guardian ha svelato un retroscena che getta parecchie ombre sull’operato del “negoziatore dell’Onu” in Libia, lo spagnolo Bernardino Leon. Secondo il giornale, durante l'estate – mentre era impegnato nel suo ruolo di mediatore – avrebbe avviato una trattativa su un compenso di 50.000 euro al mese per un incarico prestigioso per conto degli Emirati Arabi Uniti, ossia uno degli stati parte in cuasa nella guerra civile.
The Guardian ha ottenuto e pubblicato una serie di mail che mettono seriamente in dubbio l'imparzialità del diplomatico spagnolo nel negoziato sulla Libia. L’articolo sottolinea come gli Emirati e l'Egitto sostengano apertamente (e militarmente) il governo di Tobruk – per il quale nella sua corrispondenza Leon afferma esplicitamente di parteggiare. E’ vero che il governo di Tobruk è quello “riconosciuto” dalle potenze occidentali e dalla cosiddetta comunità internazionale, ma un negoziatore ha quantomeno l’obbligo della neutralità per essere credibile e quanto rivelato dal Guardian mina proprio questa credibilità.
Leon è a conclusione del suo mandato per l’Onu che passerà adesso al tedesco Martin Kobler, ma appena concluso il mandato assumerà l'incarico di direttore generale della "Accademia diplomatica" degli Emirati, una istituzione con finanziamenti statali con il compito di promuovere e facilitare la politica estera degli Emirati Arabi Uniti e preparare i suoi diplomatici. In una nota inviata al The Guardian, Leon ha negato qualsiasi conflitto di interesse, ricordando che era sua intenzione lasciare l'incarico Onu entro il primo settembre. Altre mail citate dal quotidiano britannico dimostrano però che a Leon l'incarico è stato offerto a giugno, seguite a luglio da richieste di aumento del compenso per coprire le spese di alloggio. Ad agosto Leon annunciava che si sarebbe trasferito con la famiglia a Abu Dhabi, il più ricco dei 7 emirati che formano lo stato del Golfo.
Ma ci sono elementi ancora più gravi. In una mail inviata il 31 dicembre 2014 al ministro degli esteri degli Emirati, Leon affermava testualmente che: "Non intendo lavorare ad un piano politico che includa tutti", aggiungendo di avere una strategia "per delegittimare completamente" il General National Congress, cioè il 'Parlamento' di Tripoli. Nella stessa mail Leon ammette inoltre che: "Tutte le mie mosse e proposte sono state confrontate con (ed in molti casi messe a punte dal) Parlamento di Torbuk e (con l'ambasciatore libico negli Emirati) Aref Nayed e (l'ex premier libico ora residente negli Emirati) Mahmud Jibril". Anche la conclusione del messaggio inviato alle autorità degli Emirati risulta una vera e propria lapide sulla non imparzialità di Leon come negoziatore: "Io posso aiutare a controllare il processo mentre sono qui. Tuttavia, come lei sa, non penso di restare qui a lungo... Sono considerato come sbilanciato a favore di Tobruk e ho consigliato gli Usa, il Regno Unito e l'Ue di lavorare con voi".
Leon si è giustificato con il Guardian in merito alle succitate affermazione asserendo che "il mio obiettivo era conquistare la fiducia di tutti gli attori in gioco”.
Che il negoziato tra le parti in conflitto in Libia fosse “taroccato” era fin troppo visibile. L’ostilità unilaterale delle potenze della Nato contro il governo di Tripoli e il sostegno a quello di Tobruk, è emerso piuttosto chiaramente in questi anni. Una posizione che, di fatto, ha paralizzato ogni seria trattativa che potesse portare ad un governo di unità nazionale. Alla luce delle rivelazioni del The Guardian, è evidente come adesso i governi, per esempio quello italiano, non potranno più nascondersi dietro la foglia di fico del negoziato portato avanti dall’inviato dell’Onu.
Il rischio è che una volta svelato l’imbroglio e dichiarato il re nudo, le potenze occidentali, l’Egitto e le petromonarchie del Golfo decidano di passare direttamente all’intervento militare in Libia.
Fonte
The Guardian ha ottenuto e pubblicato una serie di mail che mettono seriamente in dubbio l'imparzialità del diplomatico spagnolo nel negoziato sulla Libia. L’articolo sottolinea come gli Emirati e l'Egitto sostengano apertamente (e militarmente) il governo di Tobruk – per il quale nella sua corrispondenza Leon afferma esplicitamente di parteggiare. E’ vero che il governo di Tobruk è quello “riconosciuto” dalle potenze occidentali e dalla cosiddetta comunità internazionale, ma un negoziatore ha quantomeno l’obbligo della neutralità per essere credibile e quanto rivelato dal Guardian mina proprio questa credibilità.
Leon è a conclusione del suo mandato per l’Onu che passerà adesso al tedesco Martin Kobler, ma appena concluso il mandato assumerà l'incarico di direttore generale della "Accademia diplomatica" degli Emirati, una istituzione con finanziamenti statali con il compito di promuovere e facilitare la politica estera degli Emirati Arabi Uniti e preparare i suoi diplomatici. In una nota inviata al The Guardian, Leon ha negato qualsiasi conflitto di interesse, ricordando che era sua intenzione lasciare l'incarico Onu entro il primo settembre. Altre mail citate dal quotidiano britannico dimostrano però che a Leon l'incarico è stato offerto a giugno, seguite a luglio da richieste di aumento del compenso per coprire le spese di alloggio. Ad agosto Leon annunciava che si sarebbe trasferito con la famiglia a Abu Dhabi, il più ricco dei 7 emirati che formano lo stato del Golfo.
Ma ci sono elementi ancora più gravi. In una mail inviata il 31 dicembre 2014 al ministro degli esteri degli Emirati, Leon affermava testualmente che: "Non intendo lavorare ad un piano politico che includa tutti", aggiungendo di avere una strategia "per delegittimare completamente" il General National Congress, cioè il 'Parlamento' di Tripoli. Nella stessa mail Leon ammette inoltre che: "Tutte le mie mosse e proposte sono state confrontate con (ed in molti casi messe a punte dal) Parlamento di Torbuk e (con l'ambasciatore libico negli Emirati) Aref Nayed e (l'ex premier libico ora residente negli Emirati) Mahmud Jibril". Anche la conclusione del messaggio inviato alle autorità degli Emirati risulta una vera e propria lapide sulla non imparzialità di Leon come negoziatore: "Io posso aiutare a controllare il processo mentre sono qui. Tuttavia, come lei sa, non penso di restare qui a lungo... Sono considerato come sbilanciato a favore di Tobruk e ho consigliato gli Usa, il Regno Unito e l'Ue di lavorare con voi".
Leon si è giustificato con il Guardian in merito alle succitate affermazione asserendo che "il mio obiettivo era conquistare la fiducia di tutti gli attori in gioco”.
Che il negoziato tra le parti in conflitto in Libia fosse “taroccato” era fin troppo visibile. L’ostilità unilaterale delle potenze della Nato contro il governo di Tripoli e il sostegno a quello di Tobruk, è emerso piuttosto chiaramente in questi anni. Una posizione che, di fatto, ha paralizzato ogni seria trattativa che potesse portare ad un governo di unità nazionale. Alla luce delle rivelazioni del The Guardian, è evidente come adesso i governi, per esempio quello italiano, non potranno più nascondersi dietro la foglia di fico del negoziato portato avanti dall’inviato dell’Onu.
Il rischio è che una volta svelato l’imbroglio e dichiarato il re nudo, le potenze occidentali, l’Egitto e le petromonarchie del Golfo decidano di passare direttamente all’intervento militare in Libia.
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27/06/2015
Libia - Tobruk accetta la bozza Leon: riaperto il dialogo con Tripoli
di Chiara Cruciati – Il Manifesto
Una qualità che certo non manca all’inviato Onu per la Libia, Bernardino Leon, è la caparbietà: dopo l’umiliazione rimediata a Berlino il 9 giugno, quando il governo di Tobruk rifiutò la quarta bozza di accordo delle Nazioni Unite, ripartono i negoziati tra i due parlamenti del paese. Teatro del dialogo torna ad essere il Marocco: le delegazioni di Tripoli (il movimento islamista Fajr Libya) e di Tobruk (l’esecutivo riconosciuto dalla comunità internazionale) sono arrivate tra giovedì e ieri per discutere la proposta di due settimane fa.
A favorire l’ennesima svolta nel caos libico è stata la decisione del parlamento di Tobruk di accettare, mercoledì sera, la bozza redatta da Leon. Un via libera che ha generato rinnovato entusiasmo al Palazzo di Vetro, con Leon che dal resort di Skhirat (dove si aprirà il tavolo del negoziato) sbandiera «una soluzione vicina»: «Il fatto che tutti i partecipanti abbiano accettato la bozza come base per una soluzione definitiva è estremamente incoraggiante», ha detto ieri alla stampa.
Un via libera che, però, resta zoppo: Tobruk ha messo le mani avanti e chiesto «modifiche» alla quarta bozza d’accordo, ritenuta troppo sbilanciata a favore dei rivali islamisti. La proposta Leon prevede la formazione di un governo di unità nazionale, a tempo determinato (un anno), con un consiglio dei ministri guidato da un triumvirato rappresentativo delle due fazioni rivali; la formazione di una Camera dei Rappresentanti (ovvero l’attuale parlamento di Tobruk) con potere legislativo e di un Alto Consiglio di Stato (120 membri di cui 90 provenienti dal parlamento islamista di Tripoli) con potere consultivo; e l’integrazione in un unico esercito delle due forze armate.
La bozza era stata accolta positivamente da Tripoli, ma rigettata all’ultimo momento da Tobruk che accusava Leon di essersi piegato alle richieste islamiste e aver concesso agli avversari un potere eccessivo: l’Alto Consiglio avrebbe la facoltà di emettere pareri vincolanti, ovvero di approvare o bocciare i disegni di legge della Camera. Ora, però, quella stessa proposta torna sul tavolo, accompagnata dal plauso della comunità internazionale che vede in un governo di unità la risposta alla crisi libica e all’emergenza migranti, reale preda di Unione Europea e Nazioni Unite. Che, ciecamente e colpevolmente, attribuiscono le stragi nel Mediterraneo all’assenza dello Stato in Libia e sperano che un nuovo esecutivo permetterà di implementare l’operazione navale EuNavFor, approvata lunedì da Bruxelles per fermare le imbarcazioni di disperati diretti in Europa.
Eppure i due parlamenti libici, divisi in tutto, paiono vicini proprio nella reazione al piano Ue: la sovranità della Libia è una linea rossa invalicabile. E se Tripoli ha già manifestato le proprie riserve in merito, lunedì, aprendo il fuoco contro un barcone, Tobruk ha minacciato raid aerei nel caso di ingresso nelle acque territoriali libiche di navi europee.
In tale contesto si apre il negoziato marocchino, debolissimo perché superficiale, alienato dalla reale situazione del paese. Se è vero che il potere “ufficiale” nel post-Gheddafi appare diviso a metà, tra Tobruk e Tripoli, la realtà sul terreno è diversa: la Libia è smembrata in una miriade di autorità rivali sul piano religioso ed etnico, milizie armate, tribù, organizzazioni islamiste che coprono l’ampio spettro degli incubi occidentali, dall’Isis ad al Qaeda nel Maghreb Islamico.
Di gruppi (molti armati durante l’operazione Nato contro il Colonnello, nel 2011) ne esisterebbero almeno 1.700. Laici, islamisti, secessionisti, liberali. Ideologie diverse ma obiettivi comuni: controllo del territorio e delle immense risorse energetiche libiche. Ogni milizia, ogni tribù va alla caccia di alleanze profittevoli, con Tripoli o Tobruk, per garantirsi il controllo del traffico d’armi da Ciad e Niger o quello del greggio.
La Libia è tornata il paese della “tribalizzazione” pre-Gheddafi: talmente frammentata in autorità avversarie, geograficamente divisa tra tribù rivali, che pensare di risolvere le innumerevoli guerre civili che la scuotono con un governo Tripoli-Tobruk appare ingenuo. Per questo nei giorni scorsi Leon ha incontrato a Misurata le milizie armate attive a ovest, per discutere di cessate il fuoco locali e scambio di prigionieri.
Fonte
Una qualità che certo non manca all’inviato Onu per la Libia, Bernardino Leon, è la caparbietà: dopo l’umiliazione rimediata a Berlino il 9 giugno, quando il governo di Tobruk rifiutò la quarta bozza di accordo delle Nazioni Unite, ripartono i negoziati tra i due parlamenti del paese. Teatro del dialogo torna ad essere il Marocco: le delegazioni di Tripoli (il movimento islamista Fajr Libya) e di Tobruk (l’esecutivo riconosciuto dalla comunità internazionale) sono arrivate tra giovedì e ieri per discutere la proposta di due settimane fa.
A favorire l’ennesima svolta nel caos libico è stata la decisione del parlamento di Tobruk di accettare, mercoledì sera, la bozza redatta da Leon. Un via libera che ha generato rinnovato entusiasmo al Palazzo di Vetro, con Leon che dal resort di Skhirat (dove si aprirà il tavolo del negoziato) sbandiera «una soluzione vicina»: «Il fatto che tutti i partecipanti abbiano accettato la bozza come base per una soluzione definitiva è estremamente incoraggiante», ha detto ieri alla stampa.
Un via libera che, però, resta zoppo: Tobruk ha messo le mani avanti e chiesto «modifiche» alla quarta bozza d’accordo, ritenuta troppo sbilanciata a favore dei rivali islamisti. La proposta Leon prevede la formazione di un governo di unità nazionale, a tempo determinato (un anno), con un consiglio dei ministri guidato da un triumvirato rappresentativo delle due fazioni rivali; la formazione di una Camera dei Rappresentanti (ovvero l’attuale parlamento di Tobruk) con potere legislativo e di un Alto Consiglio di Stato (120 membri di cui 90 provenienti dal parlamento islamista di Tripoli) con potere consultivo; e l’integrazione in un unico esercito delle due forze armate.
La bozza era stata accolta positivamente da Tripoli, ma rigettata all’ultimo momento da Tobruk che accusava Leon di essersi piegato alle richieste islamiste e aver concesso agli avversari un potere eccessivo: l’Alto Consiglio avrebbe la facoltà di emettere pareri vincolanti, ovvero di approvare o bocciare i disegni di legge della Camera. Ora, però, quella stessa proposta torna sul tavolo, accompagnata dal plauso della comunità internazionale che vede in un governo di unità la risposta alla crisi libica e all’emergenza migranti, reale preda di Unione Europea e Nazioni Unite. Che, ciecamente e colpevolmente, attribuiscono le stragi nel Mediterraneo all’assenza dello Stato in Libia e sperano che un nuovo esecutivo permetterà di implementare l’operazione navale EuNavFor, approvata lunedì da Bruxelles per fermare le imbarcazioni di disperati diretti in Europa.
Eppure i due parlamenti libici, divisi in tutto, paiono vicini proprio nella reazione al piano Ue: la sovranità della Libia è una linea rossa invalicabile. E se Tripoli ha già manifestato le proprie riserve in merito, lunedì, aprendo il fuoco contro un barcone, Tobruk ha minacciato raid aerei nel caso di ingresso nelle acque territoriali libiche di navi europee.
In tale contesto si apre il negoziato marocchino, debolissimo perché superficiale, alienato dalla reale situazione del paese. Se è vero che il potere “ufficiale” nel post-Gheddafi appare diviso a metà, tra Tobruk e Tripoli, la realtà sul terreno è diversa: la Libia è smembrata in una miriade di autorità rivali sul piano religioso ed etnico, milizie armate, tribù, organizzazioni islamiste che coprono l’ampio spettro degli incubi occidentali, dall’Isis ad al Qaeda nel Maghreb Islamico.
Di gruppi (molti armati durante l’operazione Nato contro il Colonnello, nel 2011) ne esisterebbero almeno 1.700. Laici, islamisti, secessionisti, liberali. Ideologie diverse ma obiettivi comuni: controllo del territorio e delle immense risorse energetiche libiche. Ogni milizia, ogni tribù va alla caccia di alleanze profittevoli, con Tripoli o Tobruk, per garantirsi il controllo del traffico d’armi da Ciad e Niger o quello del greggio.
La Libia è tornata il paese della “tribalizzazione” pre-Gheddafi: talmente frammentata in autorità avversarie, geograficamente divisa tra tribù rivali, che pensare di risolvere le innumerevoli guerre civili che la scuotono con un governo Tripoli-Tobruk appare ingenuo. Per questo nei giorni scorsi Leon ha incontrato a Misurata le milizie armate attive a ovest, per discutere di cessate il fuoco locali e scambio di prigionieri.
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07/03/2015
Libia - Onu: "Progressi nei colloqui tra parlamenti rivali"
di Roberto Prinzi
Passi
in avanti sulla strada della pacificazione in Libia. Questo è quanto
hanno affermato ieri i rappresentati dei due parlamenti libici rivali (uno guidato da un’alleanza islamista a Tripoli e l’altro, a Tobruq, riconosciuto dalla comunità internazionale) e l’inviato speciale delle Nazioni Unite nel Paese Bernardino Leon.
I negoziati per la formazione di un governo di unità nazionale si sono
tenuti giovedì e venerdì in Marocco e sono avvenuti, secondo quanto ha
dichiarato l’alto diplomatico internazionale, in uno “spirito
costruttivo e positivo”.
La soddisfazione dell’indomito Leon è comprensibile: da mesi sta provando
con fatica a ricomporre il difficile mosaico libico (su cui pesano le
enormi responsabilità occidentali) ottenendo risultati modesti. Ma
qualcosa stavolta, negli incontri a Skirat vicino a Rabat, sembra essere
andato diversamente. O, meglio dire, questo è quanto i protagonisti
vogliono far credere. “Le due parti sono assolutamente consapevoli
dell’urgenza della situazione” – ha dichiarato Leon che ha poi aggiunto –
“[il vertice] non porterà ad una soluzione [del conflitto] in uno o due
giorni, ma ne segnerà un importante avanzamento”. Il suo ottimismo è
stato confermato all’agenzia Anadolu da un membro del parlamento di Tripoli che ha preferito restare anonimo. Secondo la fonte,
i due governi paralleli e rivali hanno concordato a preparare delle
liste per possibili candidati al ruolo di primo ministro del futuro
governo di unità nazionale.
Il
candidato non dovrà avere nazionalità straniera, né essere espressione
di una determinata fazione politica, né essere membro dei due
parlamenti. In pratica sarà una figura super partes che rappresenterà le
istanze di tutte le forze politiche. I delegati dei rispettivi
schieramenti si incontreranno nuovamente la prossima settimana sempre in Marocco
per cercare di trovare una intesa su un possibile nome comune.
Nella
conferenza stampa congiunta con il ministro degli esteri marocchino
Salah ad-din Mezuwar, Leon ha sottolineato come “i passi in avanti” si
debbano concretizzare non solo nella formazione di un governo unico, ma
anche nell’ambito della sicurezza. L’augurio – ha detto l’inviato Onu – è
quello di raggiungere un accordo definitivo tra Tripoli e Tobruq a
breve. Mezuwar, da parte sua, ha esortato le fazioni in lotta in Libia a
risolvere il conflitto attraverso il dialogo perché “noi abbiamo
bisogno di un governo libico unito e stabile”. Quello che, piaccia o
meno ammetterlo, c’era quando al potere regnava il rais Mo’ammar
al-Ghaddhafi, deposto da bombe Nato e da, è bene ricordarlo, miliziani finanziati e armati fino ai denti dalle cancellerie
occidentali.
Dunque
tra la soddisfazione generale si è chiuso il primo round di incontri in
Marocco. Appuntamento ora al vertice della prossima settimana che,
secondo quanto riferisce il portavoce di Leon, Samir Ghattas, tratterà
anche il tema sicurezza e si proporrà di “fermare i combattimenti nel
Paese”. Un obiettivo che appare francamente troppo pretenzioso allo
stato attuale.
Eppure
dietro sorrisi, strette di mano calorose e pii auguri permangono forti
divergenze. Le due parti, infatti, continuano a dissentire su quale
parlamento dovrà ratificare l’eventuale governo d’unità, approvare il
suo budget e monitorare le sue attività. Quello di Tobruq, che
gode del riconoscimento internazionale, insiste a considerarsi l’unico
rappresentante legittimo del popolo libico. L’Assemblea di Tripoli,
sostiene, invece, l’esatto contrario: a lei spetta l’autorità
legislativa in seguito al verdetto dello scorso novembre dell’Alta Corte
Libica che ha decretato la dissoluzione del parlamento di Tobruq.
Problemi, in pratica, tutt’affatto irrilevanti e su cui Leon ha
astutamente sorvolato.
Continuano,
inoltre, le divergenze tra Tobruq e i suoi alleati internazionali su
un’altra questione spinosa: quella relativa agli armamenti. I
rappresentati del governo riconosciuto, infatti, insistono nella
rimozione dell’embargo sulle armi perché darebbe – secondo loro –
maggiori possibilità di sconfiggere i jihadisti. Al momento il loro
tentativo di sventolare la carta rappresentata dal pericolo “Stato
Islamico” (Is) non sta riscuotendo molto successo nella stanza dei
bottoni della comunità internazionale. I membri del consiglio di
Sicurezza dell’Onu sono infatti assolutamente contrari a togliere
l’embargo perché, affermano, altre armi potrebbero finire
nelle “mani sbagliate”.
Accanto
alle divergenze tra i due parlamenti, vi è poi la contrarietà dell’Onu
verso gli attacchi compiuti da Tripoli e Tobruq “contro i jihadisti”.
Secondo Leon, infatti, i raid aerei rappresentano “una serie minaccia”
al successo politico dell’iniziativa di riconciliazione che sta guidando.
Qualche giorno prima che avesse inizio il vertice marocchino, il
governo di Tobruq aveva pertanto annunciato una moratoria di tre giorni
sui raid aerei in modo da creare un clima costruttivo per i negoziati.
Parole rimaste lettera morta: l’Onu, infatti, sostiene che ci sono stati
dei bombardamenti sia giovedì sia venerdì.
Sulla questione libica è intervenuta ieri da Riga anche
l’Alta rappresentante dell’Unione Europea (Ue), Federica Mogherini:
“Se il processo politico porterà a qualche punto d’inizio in Libia,
allora la comunità internazionale e, in primo luogo l’Unione europea,
sarà pronta a sostenerlo con tutti i mezzi possibili”. “Ogni
possibile mandato di una missione Ue in Libia – ha precisato – dovrà
essere concordato prima di tutto con i libici nel caso in cui dovessimo
avere un governo di unità nazionale o qualcosa di simile”. Secondo l’alto
rappresentante europeo, l’intervento dell’Ue potrebbe includere un
monitoraggio del cessate il fuoco (laddove sarà raggiunto), la
protezione delle infrastrutture fondamentali [del Paese], la difesa dei
confini interni ed esterni della Libia”. “Il punto fondamentale – ha
affermato Mogherini – è quello di agire coordinandoci con i bisogni, le
richieste e la tempistica dei libici insieme all’Onu e ai principali
interlocutori arabi”.
Ad
un coinvolgimento più esteso pensa il premier italiano Matteo Renzi.
Incontrando giovedì il presidente russo Putin al Cremlino, il primo
ministro ha sottolineato il bisogno di “una forte risposta
internazionale al caos in corso in Libia” aggiungendo di essere
“fiducioso che la Federazione russa possa giocare un ruolo decisivo per
risolvere il problema”. A sua volta Putin ha detto di essere favorevole
ai negoziati promossi dall’Onu rivelando che Roma e Mosca hanno avuto “una dettagliata discussione sulla minaccia terroristica che proviene dal
Medio Oriente e dal Nord Africa e, in particolare, sul brusco
peggioramento della situazione in Libia”.
Una
situazione che continua ad essere totalmente fuori controllo. Ieri
uomini armati hanno attaccato il campo petrolifero di al-Ghani uccidendo
11 guardie (alcune delle quali decapitandole) prima che le
forze locali del governo di Tobruq riuscissero ad allontanarle.
L’attacco ad al-Ghani fornisce l’idea dell’instabilità che regna nel
Paese dove, approfittando dei litigi dei due governi rivali e
dell’instabilità post Gheddhafi, bande armate e gruppi jihadisti sono
così forti da minacciare la principale fonte economica del Paese: il
petrolio.
L’ufficiale di sicurezza Ali al-Hassi ha confermato che la minaccia degli uomini armati è stata respinta e che i suoi uomini hanno ripreso il controllo anche dei pozzi di Bahi e Dahra nel bacino della Sirte attaccati da estremisti islamici la scorsa settimana. Resta da chiedersi, però, per quanto tempo ancora.
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