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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/12/2015

Libia. Domenica conferenza a Roma. Ma la soluzione della crisi appare compromessa

Domenica a Roma, il Ministero degli Esteri ospiterà una conferenza internazionale sulla Libia. La conferenza promossa da Italia e Stati Uniti, vedrà la partecipazione degli esponenti delle due fazioni libiche che hanno polarizzato un paese destabilizzato su due governi contrapposti: quello di Tobruk e quello di Tripoli. In mezzo dilagano le milizie dello Stato Islamico, a sud persistono tribù e milizie armate che agiscono per conto proprio.

Il radicamento dell’autoproclamatosi “Stato Islamico”, soprattutto nell'area della Sirte (dove starebbero affluendo “foreign fighters” provenienti dall’Africa sub sahariana) viaggia in parallelo con il fallimento del negoziato avvenuto sotto il mandato dell'inviato speciale dell'Onu Bernardino Léon. Quest'ultimo ha compromesso e di molto i margini di trattativa faticosamente costruiti in questi anni. Lo scandalo suscitato dalle rivelazioni del “Guardian” circa le intese personali che sarebbero intercorse fra Léon e il governo di Dubai (che mostrano un pregiudizio di Léon a favore di Tobruk a fronte di una ben remunerata posizione del diplomatico quale direttore di un think tank del governo degli Emirati), ha azzerato la credibilità con cui le potenze occidentali, dopo aver bombardato e destabilizzato la Libia, possono candidarsi a risolutrici della crisi.

L'incarico di mediatore per conto dell'Onu è stato assunto dall’ambasciatore Martin Kobler che ha preso il posto di Léon. La sua intenzione è quella di premere sulle due fazioni libiche principali affinché approvino e mettano in atto la bozza Léon. Ma, al momento, appare assai lontano il “governo di concordia nazionale” che dovrebbe riportare ordine nel paese, riavviare la produzione petrolifera, stoppare i flussi d'immigrati verso l’Europa e addirittura combattere l’Isis sul terreno per conto delle potenze europee. Kobler dovrebbe cercare di recuperare la fiducia che è venuta meno, a torto o ragione che sia.

Tutti i governi coinvolti (da quelli dei paesi limitrofi a quelli europei ed anche la Nato) affermano di essere disponibili a sostenere operazioni sul territorio libico - e l’Italia è in prima fila - ma solo a condizione che ci sia un governo di unità nazionale. Se questo non si realizza resta aperto un problema rilevante: l’intervento di forze militari straniere metterebbe queste forze di fronte al rischio di essere considerate in una forza schierata con una delle due parti ed essere quindi coinvolta in una nuova guerra civile.

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05/11/2015

Libia. Smascherato l’imbroglio del negoziatore Onu. Sul campo resta solo l’opzione militare?

Il giornale britannico The Guardian ha svelato un retroscena che getta parecchie ombre sull’operato del “negoziatore dell’Onu” in Libia, lo spagnolo Bernardino Leon. Secondo il giornale, durante l'estate – mentre era impegnato nel suo ruolo di mediatore – avrebbe avviato una trattativa su un compenso di 50.000 euro al mese per un incarico prestigioso per conto degli Emirati Arabi Uniti, ossia uno degli stati parte in cuasa nella guerra civile.

The Guardian ha ottenuto e pubblicato una serie di mail che mettono seriamente in dubbio l'imparzialità del diplomatico spagnolo nel negoziato sulla Libia. L’articolo sottolinea come gli Emirati e l'Egitto sostengano apertamente (e militarmente) il governo di Tobruk – per il quale nella sua corrispondenza Leon afferma esplicitamente di parteggiare. E’ vero che il governo di Tobruk è quello “riconosciuto” dalle potenze occidentali e dalla cosiddetta comunità internazionale, ma un negoziatore ha quantomeno l’obbligo della neutralità per essere credibile e quanto rivelato dal Guardian mina proprio questa credibilità.

Leon è a conclusione del suo mandato per l’Onu che passerà adesso al tedesco Martin Kobler, ma appena concluso il mandato assumerà l'incarico di direttore generale della "Accademia diplomatica" degli Emirati, una istituzione con finanziamenti statali con il compito di promuovere e facilitare la politica estera degli Emirati Arabi Uniti e preparare i suoi diplomatici. In una nota inviata al The Guardian, Leon ha negato qualsiasi conflitto di interesse, ricordando che era sua intenzione lasciare l'incarico Onu entro il primo settembre. Altre mail citate dal quotidiano britannico dimostrano però che a Leon l'incarico è stato offerto a giugno, seguite a luglio da richieste di aumento del compenso per coprire le spese di alloggio. Ad agosto Leon annunciava che si sarebbe trasferito con la famiglia a Abu Dhabi, il più ricco dei 7 emirati che formano lo stato del Golfo.

Ma ci sono elementi ancora più gravi. In una mail inviata il 31 dicembre 2014 al ministro degli esteri degli Emirati, Leon affermava testualmente che: "Non intendo lavorare ad un piano politico che includa tutti", aggiungendo di avere una strategia "per delegittimare completamente" il General National Congress, cioè il 'Parlamento' di Tripoli. Nella stessa mail Leon ammette inoltre che: "Tutte le mie mosse e proposte sono state confrontate con (ed in molti casi messe a punte dal) Parlamento di Torbuk e (con l'ambasciatore libico negli Emirati) Aref Nayed e (l'ex premier libico ora residente negli Emirati) Mahmud Jibril". Anche la conclusione del messaggio inviato alle autorità degli Emirati risulta una vera e propria lapide sulla non imparzialità di Leon come negoziatore: "Io posso aiutare a controllare il processo mentre sono qui. Tuttavia, come lei sa, non penso di restare qui a lungo... Sono considerato come sbilanciato a favore di Tobruk e ho consigliato gli Usa, il Regno Unito e l'Ue di lavorare con voi".

Leon si è giustificato con il Guardian in merito alle succitate affermazione asserendo che "il mio obiettivo era conquistare la fiducia di tutti gli attori in gioco”.

Che il negoziato tra le parti in conflitto in Libia fosse “taroccato” era fin troppo visibile. L’ostilità unilaterale delle potenze della Nato contro il governo di Tripoli e il sostegno a quello di Tobruk, è emerso piuttosto chiaramente in questi anni. Una posizione che, di fatto, ha paralizzato ogni seria trattativa che potesse portare ad un governo di unità nazionale. Alla luce delle rivelazioni del The Guardian, è evidente come adesso i governi, per esempio quello italiano, non potranno più nascondersi dietro la foglia di fico del negoziato portato avanti dall’inviato dell’Onu.

Il rischio è che una volta svelato l’imbroglio e dichiarato il re nudo, le potenze occidentali, l’Egitto e le petromonarchie del Golfo decidano di passare direttamente all’intervento militare in Libia.

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27/06/2015

Libia - Tobruk accetta la bozza Leon: riaperto il dialogo con Tripoli

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Una qua­lità che certo non manca all’inviato Onu per la Libia, Ber­nar­dino Leon, è la capar­bietà: dopo l’umiliazione rime­diata a Ber­lino il 9 giu­gno, quando il governo di Tobruk rifiutò la quarta bozza di accordo delle Nazioni Unite, ripar­tono i nego­ziati tra i due par­la­menti del paese. Tea­tro del dia­logo torna ad essere il Marocco: le dele­ga­zioni di Tri­poli (il movi­mento isla­mi­sta Fajr Libya) e di Tobruk (l’esecutivo rico­no­sciuto dalla comu­nità inter­na­zio­nale) sono arri­vate tra gio­vedì e ieri per discu­tere la pro­po­sta di due set­ti­mane fa.

A favo­rire l’ennesima svolta nel caos libico è stata la deci­sione del par­la­mento di Tobruk di accet­tare, mer­co­ledì sera, la bozza redatta da Leon. Un via libera che ha gene­rato rin­no­vato entu­sia­smo al Palazzo di Vetro, con Leon che dal resort di Skhi­rat (dove si aprirà il tavolo del nego­ziato) sban­diera «una solu­zione vicina»: «Il fatto che tutti i par­te­ci­panti abbiano accet­tato la bozza come base per una solu­zione defi­ni­tiva è estre­ma­mente inco­rag­giante», ha detto ieri alla stampa.

Un via libera che, però, resta zoppo: Tobruk ha messo le mani avanti e chie­sto «modi­fi­che» alla quarta bozza d’accordo, rite­nuta troppo sbi­lan­ciata a favore dei rivali isla­mi­sti. La pro­po­sta Leon pre­vede la for­ma­zione di un governo di unità nazio­nale, a tempo deter­mi­nato (un anno), con un con­si­glio dei mini­stri gui­dato da un trium­vi­rato rap­pre­sen­ta­tivo delle due fazioni rivali; la for­ma­zione di una Camera dei Rap­pre­sen­tanti (ovvero l’attuale par­la­mento di Tobruk) con potere legi­sla­tivo e di un Alto Con­si­glio di Stato (120 mem­bri di cui 90 pro­ve­nienti dal par­la­mento isla­mi­sta di Tri­poli) con potere con­sul­tivo; e l’integrazione in un unico eser­cito delle due forze armate.

La bozza era stata accolta posi­ti­va­mente da Tri­poli, ma riget­tata all’ultimo momento da Tobruk che accu­sava Leon di essersi pie­gato alle richie­ste isla­mi­ste e aver con­cesso agli avver­sari un potere ecces­sivo: l’Alto Con­si­glio avrebbe la facoltà di emet­tere pareri vin­co­lanti, ovvero di appro­vare o boc­ciare i dise­gni di legge della Camera. Ora, però, quella stessa pro­po­sta torna sul tavolo, accom­pa­gnata dal plauso della comu­nità inter­na­zio­nale che vede in un governo di unità la rispo­sta alla crisi libica e all’emergenza migranti, reale preda di Unione Euro­pea e Nazioni Unite. Che, cie­ca­mente e col­pe­vol­mente, attri­bui­scono le stragi nel Medi­ter­ra­neo all’assenza dello Stato in Libia e spe­rano che un nuovo ese­cu­tivo per­met­terà di imple­men­tare l’operazione navale EuNa­v­For, appro­vata lunedì da Bru­xel­les per fer­mare le imbar­ca­zioni di dispe­rati diretti in Europa.

Eppure i due par­la­menti libici, divisi in tutto, paiono vicini pro­prio nella rea­zione al piano Ue: la sovra­nità della Libia è una linea rossa inva­li­ca­bile. E se Tri­poli ha già mani­fe­stato le pro­prie riserve in merito, lunedì, aprendo il fuoco con­tro un bar­cone, Tobruk ha minac­ciato raid aerei nel caso di ingresso nelle acque ter­ri­to­riali libi­che di navi europee.

In tale con­te­sto si apre il nego­ziato maroc­chino, debo­lis­simo per­ché super­fi­ciale, alie­nato dalla reale situa­zione del paese. Se è vero che il potere “uffi­ciale” nel post-Gheddafi appare diviso a metà, tra Tobruk e Tri­poli, la realtà sul ter­reno è diversa: la Libia è smem­brata in una miriade di auto­rità rivali sul piano reli­gioso ed etnico, mili­zie armate, tribù, orga­niz­za­zioni isla­mi­ste che coprono l’ampio spet­tro degli incubi occi­den­tali, dall’Isis ad al Qaeda nel Magh­reb Islamico.

Di gruppi (molti armati durante l’operazione Nato con­tro il Colon­nello, nel 2011) ne esi­ste­reb­bero almeno 1.700. Laici, isla­mi­sti, seces­sio­ni­sti, libe­rali. Ideo­lo­gie diverse ma obiet­tivi comuni: con­trollo del ter­ri­to­rio e delle immense risorse ener­ge­ti­che libi­che. Ogni mili­zia, ogni tribù va alla cac­cia di alleanze pro­fit­te­voli, con Tri­poli o Tobruk, per garan­tirsi il con­trollo del traf­fico d’armi da Ciad e Niger o quello del greggio.

La Libia è tor­nata il paese della “tri­ba­liz­za­zione” pre-Gheddafi: tal­mente fram­men­tata in auto­rità avver­sa­rie, geo­gra­fi­ca­mente divisa tra tribù rivali, che pen­sare di risol­vere le innu­me­re­voli guerre civili che la scuo­tono con un governo Tripoli-Tobruk appare inge­nuo. Per que­sto nei giorni scorsi Leon ha incon­trato a Misu­rata le mili­zie armate attive a ovest, per discu­tere di ces­sate il fuoco locali e scam­bio di prigionieri.

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07/03/2015

Libia - Onu: "Progressi nei colloqui tra parlamenti rivali"

di Roberto Prinzi

Passi in avanti sulla strada della pacificazione in Libia. Questo è quanto hanno affermato ieri i rappresentati dei due parlamenti libici rivali (uno guidato da un’alleanza islamista a Tripoli e l’altro, a Tobruq, riconosciuto dalla comunità internazionale) e l’inviato speciale delle Nazioni Unite nel Paese Bernardino Leon. I negoziati per la formazione di un governo di unità nazionale si sono tenuti giovedì e venerdì in Marocco e sono avvenuti, secondo quanto ha dichiarato l’alto diplomatico internazionale, in uno “spirito costruttivo e positivo”.

La soddisfazione dell’indomito Leon è comprensibile: da mesi sta provando con fatica a ricomporre il difficile mosaico libico (su cui pesano le enormi responsabilità occidentali) ottenendo risultati modesti. Ma qualcosa stavolta, negli incontri a Skirat vicino a Rabat, sembra essere andato diversamente. O, meglio dire, questo è quanto i protagonisti vogliono far credere. “Le due parti sono assolutamente consapevoli dell’urgenza della situazione” – ha dichiarato Leon che ha poi aggiunto – “[il vertice] non porterà ad una soluzione [del conflitto] in uno o due giorni, ma ne segnerà un importante avanzamento”. Il suo ottimismo è stato confermato all’agenzia Anadolu da un membro del parlamento di Tripoli che ha preferito restare anonimo. Secondo la fonte, i due governi paralleli e rivali hanno concordato a preparare delle liste per possibili candidati al ruolo di primo ministro del futuro governo di unità nazionale.

Il candidato non dovrà avere nazionalità straniera, né essere espressione di una determinata fazione politica, né essere membro dei due parlamenti. In pratica sarà una figura super partes che rappresenterà le istanze di tutte le forze politiche. I delegati dei rispettivi schieramenti si incontreranno nuovamente la prossima settimana sempre in Marocco per cercare di trovare una intesa su un possibile nome comune.

Nella conferenza stampa congiunta con il ministro degli esteri marocchino Salah ad-din Mezuwar, Leon ha sottolineato come “i passi in avanti” si debbano concretizzare non solo nella formazione di un governo unico, ma anche nell’ambito della sicurezza. L’augurio – ha detto l’inviato Onu – è quello di raggiungere un accordo definitivo tra Tripoli e Tobruq a breve. Mezuwar, da parte sua, ha esortato le fazioni in lotta in Libia a risolvere il conflitto attraverso il dialogo perché “noi abbiamo bisogno di un governo libico unito e stabile”. Quello che, piaccia o meno ammetterlo, c’era quando al potere regnava il rais Mo’ammar al-Ghaddhafi, deposto da bombe Nato e da, è bene ricordarlo, miliziani finanziati e armati fino ai denti dalle cancellerie occidentali.

Dunque tra la soddisfazione generale si è chiuso il primo round di incontri in Marocco. Appuntamento ora al vertice della prossima settimana che, secondo quanto riferisce il portavoce di Leon, Samir Ghattas, tratterà anche il tema sicurezza e si proporrà di “fermare i combattimenti nel Paese”. Un obiettivo che appare francamente troppo pretenzioso allo stato attuale.

Eppure dietro sorrisi, strette di mano calorose e pii auguri permangono forti divergenze. Le due parti, infatti, continuano a dissentire su quale parlamento dovrà ratificare l’eventuale governo d’unità, approvare il suo budget e monitorare le sue attività. Quello di Tobruq, che gode del riconoscimento internazionale, insiste a considerarsi l’unico rappresentante legittimo del popolo libico. L’Assemblea di Tripoli, sostiene, invece, l’esatto contrario: a lei spetta l’autorità legislativa in seguito al verdetto dello scorso novembre dell’Alta Corte Libica che ha decretato la dissoluzione del parlamento di Tobruq. Problemi, in pratica, tutt’affatto irrilevanti e su cui Leon ha astutamente sorvolato.

Continuano, inoltre, le divergenze tra Tobruq e i suoi alleati internazionali su un’altra questione spinosa: quella relativa agli armamenti. I rappresentati del governo riconosciuto, infatti, insistono nella rimozione dell’embargo sulle armi perché darebbe – secondo loro – maggiori possibilità di sconfiggere i jihadisti. Al momento il loro tentativo di sventolare la carta rappresentata dal pericolo “Stato Islamico” (Is) non sta riscuotendo molto successo nella stanza dei bottoni della comunità internazionale. I membri del consiglio di Sicurezza dell’Onu sono infatti assolutamente contrari a togliere l’embargo perché, affermano, altre armi potrebbero finire nelle “mani sbagliate”.

Accanto alle divergenze tra i due parlamenti, vi è poi la contrarietà dell’Onu verso gli attacchi compiuti da Tripoli e Tobruq “contro i jihadisti”. Secondo Leon, infatti, i raid aerei rappresentano “una serie minaccia” al successo politico dell’iniziativa di riconciliazione che sta guidando. Qualche giorno prima che avesse inizio il vertice marocchino, il governo di Tobruq aveva pertanto annunciato una moratoria di tre giorni sui raid aerei in modo da creare un clima costruttivo per i negoziati. Parole rimaste lettera morta: l’Onu, infatti, sostiene che ci sono stati dei bombardamenti sia giovedì sia venerdì.

Sulla questione libica è intervenuta ieri da Riga anche l’Alta rappresentante dell’Unione Europea (Ue), Federica Mogherini: “Se il processo politico porterà a qualche punto d’inizio in Libia, allora la comunità internazionale e, in primo luogo l’Unione europea, sarà pronta a sostenerlo con tutti i mezzi possibili”. “Ogni possibile mandato di una missione Ue in Libia – ha precisato – dovrà essere concordato prima di tutto con i libici nel caso in cui dovessimo avere un governo di unità nazionale o qualcosa di simile”. Secondo l’alto rappresentante europeo, l’intervento dell’Ue potrebbe includere un monitoraggio del cessate il fuoco (laddove sarà raggiunto), la protezione delle infrastrutture fondamentali [del Paese], la difesa dei confini interni ed esterni della Libia”. “Il punto fondamentale – ha affermato Mogherini – è quello di agire coordinandoci con i bisogni, le richieste e la tempistica dei libici insieme all’Onu e ai principali interlocutori arabi”.

Ad un coinvolgimento più esteso pensa il premier italiano Matteo Renzi. Incontrando giovedì il presidente russo Putin al Cremlino, il primo ministro ha sottolineato il bisogno di “una forte risposta internazionale al caos in corso in Libia” aggiungendo di essere “fiducioso che la Federazione russa possa giocare un ruolo decisivo per risolvere il problema”. A sua volta Putin ha detto di essere favorevole ai negoziati promossi dall’Onu rivelando che Roma e Mosca hanno avuto “una dettagliata discussione sulla minaccia terroristica che proviene dal Medio Oriente e dal Nord Africa e, in particolare, sul brusco peggioramento della situazione in Libia”.

Una situazione che continua ad essere totalmente fuori controllo. Ieri uomini armati hanno attaccato il campo petrolifero di al-Ghani uccidendo 11 guardie (alcune delle quali decapitandole) prima che le forze locali del governo di Tobruq riuscissero ad allontanarle. L’attacco ad al-Ghani fornisce l’idea dell’instabilità che regna nel Paese dove, approfittando dei litigi dei due governi rivali e dell’instabilità post Gheddhafi, bande armate e gruppi jihadisti sono così forti da minacciare la principale fonte economica del Paese: il petrolio.
 
L’ufficiale di sicurezza Ali al-Hassi ha confermato che la minaccia degli uomini armati è stata respinta e che i suoi uomini hanno ripreso il controllo anche dei pozzi di Bahi e Dahra nel bacino della Sirte attaccati da estremisti islamici la scorsa settimana. Resta da chiedersi, però, per quanto tempo ancora.

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