di Roberto Prinzi
Passi
in avanti sulla strada della pacificazione in Libia. Questo è quanto
hanno affermato ieri i rappresentati dei due parlamenti libici rivali (uno guidato da un’alleanza islamista a Tripoli e l’altro, a Tobruq, riconosciuto dalla comunità internazionale) e l’inviato speciale delle Nazioni Unite nel Paese Bernardino Leon.
I negoziati per la formazione di un governo di unità nazionale si sono
tenuti giovedì e venerdì in Marocco e sono avvenuti, secondo quanto ha
dichiarato l’alto diplomatico internazionale, in uno “spirito
costruttivo e positivo”.
La soddisfazione dell’indomito Leon è comprensibile: da mesi sta provando
con fatica a ricomporre il difficile mosaico libico (su cui pesano le
enormi responsabilità occidentali) ottenendo risultati modesti. Ma
qualcosa stavolta, negli incontri a Skirat vicino a Rabat, sembra essere
andato diversamente. O, meglio dire, questo è quanto i protagonisti
vogliono far credere. “Le due parti sono assolutamente consapevoli
dell’urgenza della situazione” – ha dichiarato Leon che ha poi aggiunto –
“[il vertice] non porterà ad una soluzione [del conflitto] in uno o due
giorni, ma ne segnerà un importante avanzamento”. Il suo ottimismo è
stato confermato all’agenzia Anadolu da un membro del parlamento di Tripoli che ha preferito restare anonimo. Secondo la fonte,
i due governi paralleli e rivali hanno concordato a preparare delle
liste per possibili candidati al ruolo di primo ministro del futuro
governo di unità nazionale.
Il
candidato non dovrà avere nazionalità straniera, né essere espressione
di una determinata fazione politica, né essere membro dei due
parlamenti. In pratica sarà una figura super partes che rappresenterà le
istanze di tutte le forze politiche. I delegati dei rispettivi
schieramenti si incontreranno nuovamente la prossima settimana sempre in Marocco
per cercare di trovare una intesa su un possibile nome comune.
Nella
conferenza stampa congiunta con il ministro degli esteri marocchino
Salah ad-din Mezuwar, Leon ha sottolineato come “i passi in avanti” si
debbano concretizzare non solo nella formazione di un governo unico, ma
anche nell’ambito della sicurezza. L’augurio – ha detto l’inviato Onu – è
quello di raggiungere un accordo definitivo tra Tripoli e Tobruq a
breve. Mezuwar, da parte sua, ha esortato le fazioni in lotta in Libia a
risolvere il conflitto attraverso il dialogo perché “noi abbiamo
bisogno di un governo libico unito e stabile”. Quello che, piaccia o
meno ammetterlo, c’era quando al potere regnava il rais Mo’ammar
al-Ghaddhafi, deposto da bombe Nato e da, è bene ricordarlo, miliziani finanziati e armati fino ai denti dalle cancellerie
occidentali.
Dunque
tra la soddisfazione generale si è chiuso il primo round di incontri in
Marocco. Appuntamento ora al vertice della prossima settimana che,
secondo quanto riferisce il portavoce di Leon, Samir Ghattas, tratterà
anche il tema sicurezza e si proporrà di “fermare i combattimenti nel
Paese”. Un obiettivo che appare francamente troppo pretenzioso allo
stato attuale.
Eppure
dietro sorrisi, strette di mano calorose e pii auguri permangono forti
divergenze. Le due parti, infatti, continuano a dissentire su quale
parlamento dovrà ratificare l’eventuale governo d’unità, approvare il
suo budget e monitorare le sue attività. Quello di Tobruq, che
gode del riconoscimento internazionale, insiste a considerarsi l’unico
rappresentante legittimo del popolo libico. L’Assemblea di Tripoli,
sostiene, invece, l’esatto contrario: a lei spetta l’autorità
legislativa in seguito al verdetto dello scorso novembre dell’Alta Corte
Libica che ha decretato la dissoluzione del parlamento di Tobruq.
Problemi, in pratica, tutt’affatto irrilevanti e su cui Leon ha
astutamente sorvolato.
Continuano,
inoltre, le divergenze tra Tobruq e i suoi alleati internazionali su
un’altra questione spinosa: quella relativa agli armamenti. I
rappresentati del governo riconosciuto, infatti, insistono nella
rimozione dell’embargo sulle armi perché darebbe – secondo loro –
maggiori possibilità di sconfiggere i jihadisti. Al momento il loro
tentativo di sventolare la carta rappresentata dal pericolo “Stato
Islamico” (Is) non sta riscuotendo molto successo nella stanza dei
bottoni della comunità internazionale. I membri del consiglio di
Sicurezza dell’Onu sono infatti assolutamente contrari a togliere
l’embargo perché, affermano, altre armi potrebbero finire
nelle “mani sbagliate”.
Accanto
alle divergenze tra i due parlamenti, vi è poi la contrarietà dell’Onu
verso gli attacchi compiuti da Tripoli e Tobruq “contro i jihadisti”.
Secondo Leon, infatti, i raid aerei rappresentano “una serie minaccia”
al successo politico dell’iniziativa di riconciliazione che sta guidando.
Qualche giorno prima che avesse inizio il vertice marocchino, il
governo di Tobruq aveva pertanto annunciato una moratoria di tre giorni
sui raid aerei in modo da creare un clima costruttivo per i negoziati.
Parole rimaste lettera morta: l’Onu, infatti, sostiene che ci sono stati
dei bombardamenti sia giovedì sia venerdì.
Sulla questione libica è intervenuta ieri da Riga anche
l’Alta rappresentante dell’Unione Europea (Ue), Federica Mogherini:
“Se il processo politico porterà a qualche punto d’inizio in Libia,
allora la comunità internazionale e, in primo luogo l’Unione europea,
sarà pronta a sostenerlo con tutti i mezzi possibili”. “Ogni
possibile mandato di una missione Ue in Libia – ha precisato – dovrà
essere concordato prima di tutto con i libici nel caso in cui dovessimo
avere un governo di unità nazionale o qualcosa di simile”. Secondo l’alto
rappresentante europeo, l’intervento dell’Ue potrebbe includere un
monitoraggio del cessate il fuoco (laddove sarà raggiunto), la
protezione delle infrastrutture fondamentali [del Paese], la difesa dei
confini interni ed esterni della Libia”. “Il punto fondamentale – ha
affermato Mogherini – è quello di agire coordinandoci con i bisogni, le
richieste e la tempistica dei libici insieme all’Onu e ai principali
interlocutori arabi”.
Ad
un coinvolgimento più esteso pensa il premier italiano Matteo Renzi.
Incontrando giovedì il presidente russo Putin al Cremlino, il primo
ministro ha sottolineato il bisogno di “una forte risposta
internazionale al caos in corso in Libia” aggiungendo di essere
“fiducioso che la Federazione russa possa giocare un ruolo decisivo per
risolvere il problema”. A sua volta Putin ha detto di essere favorevole
ai negoziati promossi dall’Onu rivelando che Roma e Mosca hanno avuto “una dettagliata discussione sulla minaccia terroristica che proviene dal
Medio Oriente e dal Nord Africa e, in particolare, sul brusco
peggioramento della situazione in Libia”.
Una
situazione che continua ad essere totalmente fuori controllo. Ieri
uomini armati hanno attaccato il campo petrolifero di al-Ghani uccidendo
11 guardie (alcune delle quali decapitandole) prima che le
forze locali del governo di Tobruq riuscissero ad allontanarle.
L’attacco ad al-Ghani fornisce l’idea dell’instabilità che regna nel
Paese dove, approfittando dei litigi dei due governi rivali e
dell’instabilità post Gheddhafi, bande armate e gruppi jihadisti sono
così forti da minacciare la principale fonte economica del Paese: il
petrolio.
L’ufficiale di sicurezza Ali al-Hassi ha confermato che la minaccia degli uomini armati è stata respinta e che i suoi uomini hanno ripreso il controllo anche dei pozzi di Bahi e Dahra nel bacino della Sirte attaccati da estremisti islamici la scorsa settimana. Resta da chiedersi, però, per quanto tempo ancora.
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento