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09/10/2024

Libano - Israele oltrepassa la linea blu. A Gaza prosegue il mattatoio

I carri armati israeliani hanno superato la linea blu al confine con il Libano, entrando nelle zone dove è presente il contingente italiano coinvolto nella missione Unifil delle Nazioni Unite violando così la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

L’ordine ai caschi blu dell’Onu è quello di cercare riparo per tutto il settore ovest, tra Shama, Naqoura e lungo la costa.

Vengono segnalati scontri tra combattenti di Hezbollah e forze armate israeliane ad Ain Ebel, un piccolo centro una volta abitato da più di mille persone e attualmente in gran parte deserto a causa degli sfollamenti. Hezbollah ha detto martedì che i suoi combattenti hanno attaccato le forze israeliane a Labbouneh vicino ad al-Naqoura nel sud-ovest del Libano, dove hanno sede l’Unifil, le forze di pace delle Nazioni Unite. Il Jerusalem Post conferma che tre soldati israeliani sono stati feriti in combattimento nel sud del Libano.

Ieri il vice leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha pronunciato il suo primo discorso registrato dopo l’uccisione di Hassan Nasrallah, in cui ha detto che l’invasione di terra di Israele “non è avanzata” e ha ribadito che il movimento libanese è pronto a definire un cessate il fuoco.

Le forze armate israeliane hanno ucciso almeno 36 persone in attacchi in tutto il Libano e ne hanno ferite 150 solo nella giornata di ieri, ha riferito oggi il ministero della Sanità libanese. Questo porta il bilancio delle vittime dall’8 ottobre 2023 a 2119, con oltre 10.019 feriti.

Secondo il Wall Street Journal, l’amministrazione USA sarebbe “frustrata” dalla riluttanza di Israele nel condividere i suoi piani di ritorsione contro l’Iran. La Casa Bianca starebbe esortando il suo più stretto alleato in Medio Oriente a non colpire le strutture petrolifere o i siti nucleari dell’Iran, ma “continua ad essere colta di sorpresa dalle operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza e in Libano”.

A conferma di questa interruzione delle comunicazioni sensibili tra Washington e Tel Aviv, è arrivata anche la decisione del premier israeliano Netanyahu di annullare il viaggio del ministro della Difesa Gallant negli Stati Uniti, dove era previsto oggi un incontro con Austin. Secondo le fonti citate dal WSJ, Gallant avrebbe dovuto svelare alcuni dettagli del piano e discutere con l’omologo statunitense degli obiettivi israeliani nella guerra in Libano.

Secondo la Reuters l‘attesa telefonata tra il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e il primo ministro Benjamin Netanyahu per discutere i piani per colpire l’Iran si terrà oggi.

A Gaza continua il mattatoio, la gente non sa dove fuggire

Non c’è fine all’inferno nel nord di Gaza, dove almeno 400.000 palestinesi sono intrappolati in mezzo a un nuovo assalto israeliano di terra e aereo nell’area. “I recenti ordini di evacuazione da parte delle autorità israeliane stanno costringendo le persone a fuggire ancora e ancora, soprattutto dal campo di Jabalia”, ha detto Philippe Lazzarini, commissario generale dell’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi.

Il nuovo intenso assalto israeliano, iniziato sabato, ha costretto i rifugi e i servizi gestiti dell’Unrwa a chiudere, alcuni per la prima volta dall’inizio della guerra più di un anno fa, ha aggiunto Lazzarini su X. Tuttavia, molte persone si rifiutano di lasciare le loro case, sapendo che non c’è un posto sicuro a Gaza dove fuggire.

Almeno 17 palestinesi sono stati uccisi questa mattina in bombardamenti nel centro e nel nord di Gaza, secondo i media locali. Le forze armate israeliane stanno attaccando l’ospedale Kamal Awdan a Beit Lahia, insieme ad altre strutture mediche nel nord della Striscia di Gaza. Bombardamenti di artiglieria pesante sono stati segnalati questa mattina nelle sue vicinanze. Il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Awdan, ha detto che le forze israeliane gli hanno detto martedì sera che lui e tutti coloro che si trovavano nell’ospedale devono andarsene entro 24 ore o affrontare lo stesso destino dell’ospedale al-Shifa di Gaza City.

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01/10/2024

Libano - L’invasione di terra israeliana

Aggiornamento. Le truppe israeliane sono entrate in Libano, coperte da raid aerei. Ad annunciare ufficialmente il passo avanti dell’Idf che tutti si aspettavano è stato il Dipartimento di Stato Usa dopo che Israele ha informato Washington delle sue intenzioni. Poco dopo i media libanesi, tra cui la tv al Manar hanno riferito di colpi di artiglieria vicino ai villaggi frontalieri di Wazzani, Khiyam, Alma el Chaab e Naqura.

È stato colpito un edificio anche nel campo di rifugiati palestinesi di Ain El-Hilweh vicino a Sidone, nel sud del Libano. Lo riporta Times of Israel. Il campo è il più grande di quelli palestinesi nel Paese. Secondo indiscrezioni, Israele stava puntando a Mounir Maqdah, comandante delle Brigate dei martiri di Al-Aqsa, il braccio militare di Fatah.

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L’esercito israeliano ha dichiarato di aver deciso di stabilire una zona militare chiusa a Metulla, Misgav Amm e Kafr Giladi nel nord di Israele.

I media libanesi riferiscono di pesanti bombardamenti dell’artiglieria israeliana verso il villaggio di confine di Wazzani, vicino a Ghajar. I rapporti arrivano tra le crescenti indicazioni di un’imminente incursione di terra israeliana nel sud del Libano.

Le autorità politiche e militari israeliane non fanno mistero di voler ri-occupare una parte del Libano fino al fiume Litani, una zona che Israele ha controllato fino al 2000 dopo l’invasione del Libano nel 1982 e dalla quale era stata cacciata dalla resistenza libanese.

Il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth ha detto che l’esercito israeliano ha esteso i bombardamenti di artiglieria ad altre aree lungo il confine con il Libano. Il corrispondente di Al-Jazeera ha confermato che i bombardamenti dell’artiglieria israeliana hanno preso di mira Kafr Kila, Al-Adaisseh, Al-Khiam e Sarda nel settore orientale del Libano meridionale. Gli attacchi aerei israeliani hanno preso di mira anche le città di Aitit, Khirbet Selm, al-Siksakiyeh e Yahmor al-Shaqif.

L’esercito libanese si è ritirato di almeno 5 chilometri dal confine israelo-libanese, secondo l’agenzia Reuters. Un ufficiale libanese ha detto all’AFP che l’esercito sta riposizionando le truppe di stanza al confine meridionale a seguito della minaccia di un’invasione israeliana. La Forza internazionale delle Nazioni Unite in Libano, UNIFIL, ha smentito le notizie secondo cui avrebbe chiesto all’esercito libanese di lasciare i posti di frontiera in vista di una prevista invasione israeliana del Libano.

Il presidente turco Erdogan ha chiesto alle Nazioni Unite di raccomandare l’uso della forza per fermare gli attacchi israeliani in Libano e a Gaza.

Erdogan ha invocato per tale scopo una vecchia risoluzione del Consiglio di Sicurezza. “L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dovrebbe attuare rapidamente l’autorità di raccomandare l’uso della forza, come ha fatto con la risoluzione del 1950 Uniting for Peace, se il Consiglio di Sicurezza non può mostrare la volontà necessaria”, ha detto Erdogan dopo una riunione di gabinetto ad Ankara.

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26/08/2016

Assalto a Jarablus

Mercoledì (24/8, ndr) alle 16.00 ora locale è iniziata l’operazione militare "Scudo dell’Eufrate": dopo un fitto fuoco di artiglieria e lancio di missili dalla città turca di Karkamis sulla città di confine siriana di Jarablus, ruspe protette da unità speciali turche hanno rotto le installazioni al confine con la Siria. Due ore dopo sono iniziati attacchi aerei sul territorio siriano. Le forze militari turche hanno prima aperto un corridoio in direzione della città fino ad ora controllata dallo Stato Islamico (IS), poi unità di milizie siriane alleate con Ankara sono entrate da un campo appositamente costruito dal territorio turco a Jarablus.

Il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan che governa in modo autoritario ha proclamato che l’obiettivo della guerra di aggressione è di scacciare diversi "gruppi terroristici" dalla zona di confine. "Minacce" da parte di questi gruppi – si intendono le milizie curde delle YPG e IS – vanno stroncate una volta per tutte. Obiettivo ufficiale dell’operazione: si vogliono eliminare "elementi terroristici", portare "aiuti umanitari" e fermare "una nuova ondata di profughi", ha dichiarato l’agenzia stampa statale Anadolu.

È palese che l’attacco militare è indirizzato in primo luogo contro le forze curde nel nord della Siria (Rojava). Queste ultime poco tempo fa insieme a milizie arabe locali aveva cacciato IS dalla città di Manbij a 35 km di distanza da Jarablus. Il governo turco che non si è mai mosso per liberare la città di confine occupata da IS dal 2013, vuole unicamente impedire la conquista di altro territorio da parte dei curdi siriani vicini al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK).

Che le forze armate di Erdogan non siano entrate in Siria per combattere terroristi jihadisti, si comprende già dalla coalizione di ribelli "moderati" che fungono da truppe di terra di Ankara: ci sono bande jihadiste come Ahrar Al-Sham e le Brigate Sultan-Murad turkmene. Perfino la milizia islamista Harka Nur Al-Din Al-Senki, che da poco ha conquistato fama mondiale perché suoi componenti hanno decapitato un bambino di dodici anni davanti a una telecamera, prende ufficialmente parte all’operazione. La parte prevalente dei fati di Ankara è unita da uno stretto legame con il governo turco dell’AKP, così come il desiderio di costruire in Siria uno stato islamico basato sulla Sharia.

Facendo riferimento a testimoni oculari civili fuggiti da Jarablus a Manbij, l’agenzia stampa ANF riferisce inoltre che la città viene in larga misura "consegnata" senza combattimenti da IS agli altri gruppi jihadisti. Commentatori parlano di un "cambio della guardia" al confine.

Nel "Great Game" intorno alla Siria l’attacco indubbiamente lesivo della legalità internazionale segna una svolta: da un lato gli Stati Uniti e con essi tutto l’occidente con il sostegno all’attacco per la prima volta si schierano contro i loro fino ad ora presunti più stretti alleati: le YPG curde e le Forze Democratiche della Siria (FDS) da loro guidate. Dall’altro né la Turchia né gli jihadisti da lei posizionati a Jarablus si accontenteranno della conquista della città di confine.

Il governo siriano a Damasco nel frattempo si è rivolto agli Stati Uniti e parla di una "grave lesione della sovranità". Anche portavoce delle forze curde hanno preso la parola. Aldar Khalil del "Partito di Unione Democratica" (PYD) maggioritario nel Rojava ha parlato di una "dichiarazione di guerra" della Turchia.

Da Junge Welt – Diffuso da Rete Kurdistan Italia

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24/08/2016

Gli Usa cedono, i turchi invadono la Siria

L'esercito turco sostenuto dall'aviazione ha lanciato l'operazione "Scudo dell'Eufrate" prima dell'alba di oggi con aerei da guerra e forze speciali.

Stando alle notizie battute dalle agenzie di stampa, l'esercito turco e le forze della cosiddetta “coalizione internazionale” a guida Usa (il cui coinvolgimento diretto però per ora non è confermato) hanno avviato questa mattina all'alba una offensiva contro lo Stato Islamico che controlla la città siriana di Jarabulus, vicino al confine turco.

Mentre decine di carri armati ed altri mezzi corazzati di Ankara, insieme a un numero imprecisato di militari delle forze speciali, hanno varcato il confine con la Siria, circa mille e cinquecento ribelli siriani manovrati da Ankara si preparano a partecipare all'offensiva per conquistare Jarabulus. I caccia e gli elicotteri da guerra turchi avrebbero già messo a segno alcune decine di bombardamenti in territorio siriano colpendo obiettivi di Daesh dopo che nei giorni scorsi l'artiglieria turca aveva bersagliato le postazioni delle Ypg curde, reduci dalla liberazione di Mambij.

E' lo stesso regime turco a informare che l'operazione ha l'obiettivo di impedire che le milizie curde conquistino Jarabulus e di "aprire un corridoio per i ribelli moderati", cioè per alcune formazioni jihadiste e salafite che per ora rispondono agli ordini e agli interessi della Turchia.

«Il troppo è troppo – ha detto Erdogan in un discorso trasmesso in diretta tv – ogni popolo ha diritto a difendersi, e non ci importa quello che dicono della Turchia».

Il presidente turco Recep Tayyp Erdogan ha detto che l'offensiva iniziata questa mattina all'alba vuole sì colpire i jihadisti dello Stato islamico mettendo fine ai continui attacchi contro le sue località di frontiera ma anche (e soprattutto) le milizie del Partito dell'Unione Democratica (Pyd), la forza egemone all'interno della guerriglia curda siriana.

Da anni il regime turco prepara l'invasione della Siria, contro il cui governo ha sostenuto e armato quei jihadisti che hanno poi iniziato a spargere sangue e terrore ad Istanbul e nelle altre città del paese e che ora Erdogan afferma di voler combattere.

Inutilmente il 'sultano' ha a lungo chiesto a Washington e Bruxelles il consenso per inviare le sue truppe nel nord della Siria; un consenso più volte negato ma che ora sembra essere arrivato anche se l'ipotesi più credibile al momento sembra dire che Ankara abbia messo Washington davanti al 'fatto compiuto'. Dopo il maldestro e fallito golpe del 15 luglio, nel quale lo zampino degli Stati Uniti è acclarato e la cui repressione ha concesso al regime turco la possibilità di rafforzarsi, il governo statunitense sembra ora in una condizione che lo obbliga a concedere ad Ankara l'autorizzazione ad inviare le proprie truppe nella fascia settentrionale della Siria. Nel tentativo di tenersi a galla in un Medio Oriente in cui i competitori aumentano e dove le tradizionali pedine non ubbidiscono più ai propri ordini, Washington cerca di rimediare al passo falso del putsch di luglio – che ha paradossalmente avvicinato Ankara a Mosca, proprio ciò che gli Usa volevano impedire – concedendo il via libera all'esercito turco in cambio dell'impegno militare di Erdogan contro Daesh.

Il ragionamento di Obama e del suo stato maggiore sembra essere: visto che non siamo riusciti a eliminarlo, ora è meglio cedere ad alcune delle pretese di Erdogan piuttosto che perdere definitivamente la Turchia, bastione militare della Nato in Medio Oriente. Il messaggio inviato dall'altra parte dell'oceano dal regime turco – l'assedio alla base di Incirlik, in cui operano un migliaio di militari statunitensi – sembra essere arrivato forte e chiaro alle orecchie dei militari e dei politici statunitensi.

L’offensiva inizia proprio nel giorno dell’arrivo del vicepresidente Usa Joe Biden, giunto ad Ankara questa mattina per la sua prima visita in Turchia dopo il fallito golpe del 15 luglio. Nel corso della visita è atteso anche un confronto sulla richiesta di estradizione di Fethullah Gulen, magnate e imam rifugiatosi in Pennsylvania che Ankara accusa del tentato colpo di stato (con la complicità della Casa Bianca).

Ma il sì di Washington all'operazione “Scudo dell'Eufrate” apre altre contraddizioni nella già altalenante e maldestra politica estera statunitense nell'area, visto che l'obiettivo di Erdogan è allentare la morsa dei jihadisti ai propri confini – tentando così di conquistare una parte dell'opinione pubblica interna giustamente spaventata dal radicamento di Daesh in Turchia e dai sempre più sanguinosi attacchi jihadisti – ma soprattutto assestare un duro colpo alla guerriglia curda che, finora sostenuta e protetta dagli Stati Uniti, ha cacciato Daesh da numerosi territori liberando un gran numero di città e villaggi proprio nell'area che interessa ad Ankara.

Insomma, per tenersi buono Erdogan – ammesso che non sia ormai troppo tardi per recuperare un satrapo che non si è riusciti a sostituire – Washington concede carta bianca al contrasto militare da parte turca delle sue 'truppe di terra' in Siria, quella guerriglia curda delle Ypg che dopo aver preso il posto delle 'milizie moderate' presto squagliatesi o unitesi a Daeh ed al Qaeda dopo aver ricevuto armi e soldi occidentali, ora potrebbero essere abbandonate da Obama. Da vedere cosa farà la Russia, che finora ha sostenuto i curdi siriani contro i jihadisti e le minacce turche ma che all'interno di un processo, per quanto relativo, di ricucitura con Ankara potrebbe ridimensionare il suo appoggio alle Ypg del Rojava.

In un contesto di alleanze mutevoli e a geometria variabile, la Turchia si conferma, almeno per ora, la pedina più ambita per Stati Uniti e Russia all'interno di un pericoloso gioco al massacro che potrebbe far deflagrare completamente tutto il Medio Oriente.

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05/12/2015

Truppe turche invadono la regione irachena di Mosul

Il governo turco, messo alle strette dal massiccio intervento militare di Mosca in Siria e dalla conseguente controffensiva delle forze armate di Damasco, coadiuvate direttamente dagli Hezbollah libanesi e dalle milizie sciite irachene, e indirettamente dai miliziani delle Ypg curde, ha ulteriormente alzato la tensione nell’area.

Alcune ore fa i media internazionali hanno battuto la notizia che centinaia di soldati turchi, accompagnati da decine di carri armati e blindati, hanno sconfinato in territorio iracheno invadendo la provincia di Mosul, sotto il controllo dello Stato Islamico da più di un anno.

Una conferma della notizia è poi arrivata dal primo ministro iracheno, Haider al-Abadi, che ha chiesto ad Ankara di richiamare immediatamente il suo contingente inviato nella provincia di Ninive ed ha scritto in un tweet: “La presenza non autorizzata di truppe turche nella provincia di Mosul è una grave violazione della sovranità irachena”.

Il governo di Ankara si difende affermando che le sue truppe sono entrate in territorio iracheno su esplicito invito del governo autonomo regionale del Kurdistan guidato da Massud Barzani, allo scopo di addestrare i peshmerga e alcune milizie sunnite agli ordini dell’esecutivo locale che ha sempre mantenuto ottime relazioni con la Turchia, alla quale vende il proprio petrolio senza passare per Baghdad. Anche ora che l’esercito e la polizia di Erdogan massacrano i guerriglieri del Pkk e hanno causato la morte di decine di manifestanti curdi in diverse località assediate e bombardate dai militari.

Secondo il quotidiano turco Hurriyet l’accordo tra il governo regionale curdo iracheno e quello di Ankara sarebbe stato raggiunto circa un mese fa, mentre secondo Al Jazeera sarebbe stato il governatore di Mosul – leader del Fronte di Mobilitazione Nazionale, formato da ex poliziotti e da volontari sunniti insediati nei sobborghi dell’importante città occupata da Daesh – ad invitare le truppe turche senza alcuna autorizzazione da parte delle autorità centrali di Baghdad. Secondo le notizie finora diffuse le truppe turche si sarebbero insediate a Bashiqa, dove starebbero realizzando una propria base permanente a una trentina chilometri a nord di Mosul.

Il generale Nureddin Herki, comandante dei peshmerga curdi nell'area, ha detto che il movimento di truppe rappresenta un avvicendamento di routine nel programma di addestramento, accompagnato da una forza di protezione che è già tornata in Turchia. "In precedenza alcuni militari turchi erano arrivati per addestrare le forze del Hashad al-Watani nella base di Zilkan" ha detto Herki in una nota, in riferimento ai volontari anti-Isis. "Un altro gruppo è arrivato al campo per sostituire il gruppo precedente e la missione del contingente arrivato con loro era solo di proteggere gli addestratori e riportare l'altro gruppo in Turchia". Herki ha poi smentito le notizie secondo cui le forze turche si preparano a partecipare a una vasta operazione per la riconquista di Mosul dall'Isis. Ma i media turchi parlano di uno schieramento molto più importante di quello descritto da Herki. "La Turchia sta allestendo una base nella regione di Bashiqa di Mosul con 600 uomini" scrive il quotidiano Hurriyet in prima pagina.

Secondo l'emittente televisiva statunitense Cnn sarebbero addirittura 1200 i soldati di Ankara penetrati in profondità nel territorio iracheno.

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