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01/03/2026

Ucciso Khamenei, la guerra va avanti

Mentre si spara è sempre difficile tenere insieme la cronaca e la riflessione (almeno) di medio periodo. Ma è obbligatorio provarci perché bisogna agire/reagire agli eventi mentre accadono. A spiegare cos’è successo – dopo – sono buoni tutti e serve solo come pro memoria per la prossima crisi.

È indubbio che la prima notizia sia quella della morte dell’ayatollah Khamenei, 87 anni (era nato il 16 aprile del ‘39, ma i media occidentali ormai scrivono i notiziari con il copia-e-incolla, per cui se dal Pentagono o dall’Idf arriva il messaggio con su “86” anni neanche si azzardano a fare i conti; figuriamoci come controllano il resto...). Era l’erede di Khomeini e della “rivoluzione” del 1979, che mise fine al regime coloniale dello shah Pahlevi.

Il colpo è sicuramente grosso sul piano simbolico, ma è difficile credere che a quell’età un qualsiasi leader non vincolato all’esito delle prossime elezioni non abbia preparato l’inevitabile “ricambio”. Già tutte le responsabilità propriamente militari, per esempio, erano state affidate ai vertici dell’esercito e delle Guardie della Rivoluzione (più noti come “pasdaran”).

La stessa Cia, in un report analitico consegnato a Trump, ritiene che l’uccisione di Khameni non porterà ad un “ammorbidimento” delle posizioni iraniane, né ad una divisione interna debilitante. Anzi, dovrebbe far emergere “figure ancora più radicali”.

L’omicidio è stato rivendicato direttamente da Netanyahu, chiarendo che la “divisione dei compiti” in questa guerra affida agli Usa l’attacco alle strutture militari, missilistiche e ai laboratori nucleari, mentre lascia a Israele il preferito ruolo di killer dei vertici politici e militari.

Il generale Mohammad Pakpour, che ha assunto il ruolo di capo della Guardia rivoluzionaria dopo la morte del precedente comandante nella “guerra di 12 giorni” nel giugno dello scorso anno, è stato ucciso in un attacco aereo a Teheran sabato, ha detto l’agenzia di stampa statale Irna. Anche Ali Shamkhani, un alto consigliere del leader supremo e segretario del Consiglio di sicurezza iraniano, è stato ucciso negli attacchi.

A differenza degli attacchi passati, anche Israele e Stati Uniti avrebbero fatto ricorso a droni di grandi dimensioni e missili piuttosto che ad aerei, probabilmente temendo che “l’aggiornamento” delle difese antiaeree iraniane sia stato efficace.

La reazione iraniana è stata comunque “robusta”, colpendo con droni e missili le basi americane nei paesi del Golfo e la stessa Israele, ancora una volta con la tecnica della “saturazione” delle possibilità antimissile dell’Iron Dome (che hanno una disponibilità di colpi limitata e tempi di “ricarica” non istantanei) e delle difese Usa.

Come in tutte le guerre, nella comunicazione ufficiale la prima regola è negare le proprie perdite o danni e amplificare al massimo quelle del nemico. Quindi Usa e Israele, pur non potendo negare di essere stati raggiunti da numerosi colpi, non ammettono alcuna perdita (tranne la scontata enfatizzazione dei “feriti civili” mentre stavano correndo nei rifugi). “L’invulnerabilità” è del resto il principale “contenuto narrativo” della propaganda imperiale (lo si era visto anche con il rapimento di Maduro e della moglie, in cui si è parlato di militari Usa rimasti feriti nell’azione solo al momento della loro “premiazione” al Congresso).

Il massimo funzionario della sicurezza iraniana, il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale Ali Larijani, ha dichiarato che domenica verrà istituito un consiglio direttivo temporaneo, come riportato dalla televisione di Stato iraniana, per dare continuità anche formale alla direzione politica e militare.

Ha inoltre avvertito che “i gruppi secessionisti subiranno una dura reazione se tenteranno qualsiasi azione, accusando gli Stati Uniti e Israele di voler saccheggiare e disintegrare l’Iran”. Non è un mistero che una delle ipotesi di “sterilizzazione” futura dell’Iran sia quella di dividerlo in più staterelli “etnici” privi di peso specifico (azeri, persiani, curdi, turkmeni, awazi, ecc.).

L’andamento della guerra

Le sirene, ieri notte, hanno risuonato in tutta Israele, specie a Tel Aviv si sono udite una serie di esplosioni mentre il sistema di difesa aerea cercava di intercettare l’ultima offensiva iraniana. Naturalmente gli “invulnerabili” non ammettono altro (è quello che hanno sentito e visto i giornalisti stranieri presenti). In mancanza di dettagli attendibili sugli effetti dello scambio di missili e droni, bisogna intanto registrare che la crisi bellica ha provocato uno dei più gravi sconvolgimenti dell’aviazione mondiale degli ultimi anni.

I principali aeroporti del Medio Oriente, tra cui Dubai, lo snodo internazionale più trafficato al mondo, sono stati chiusi dopo gli attacchi contro l’Iran e la sua reazione. L’aeroporto internazionale di Dubai, che gestisce più di 1.000 voli al giorno, ha del resto subito danni durante un attacco alla limitrofa base Usa; hanno subito danni, e chiuso le attività, anche gli aeroporti di Abu Dhabi e Kuwait.

Praticamente tutti i paesi del Medio Oriente hanno chiuso il loro spazio aereo. Le mappe dei voli mostravano cieli sopra Iran, Iraq, Kuwait, Israele e Bahrein praticamente vuoti, mentre le compagnie aeree in Europa e Medio Oriente hanno annunciato cancellazioni su larga scala.

Ma tutta l’attesa degli operatori economici mondiali è rivolta all’apertura dei mercati finanziari, domattina (anzi: stanotte, con quelli asiatici). È certo infatti che una guerra che coinvolge in modo più o meno completo tutti i paesi del Golfo, con la chiusura annunciata (e obbligata, per chiunque gestisca il traffico delle navi petroliere) dello Stretto di Hormuz, provocherà un balzo drastico del prezzo del petrolio, con ricadute a cascata sull’intera struttura delle produzioni, dei commerci, dei consumi... e delle bollette. Lo stesso sviluppo della guerra è poco chiaro.

Trump e i suoi alternano annunci circa una possibile durata prolungata degli attacchi (qualche settimana al massimo, però) con dichiarazione che parlano di “due-tre giorni”, per calcolare gli effetti reali (quelli propagandistici sono sempre “definitivi” e “i più grandi della storia“).

La stessa risposta iraniana, pur “robusta”, sembra essere stata inferiore alle attese sioniste e statunitensi. Bisognerà vedere se e quanto l’uccisione di Khamenei porterà a “potenziare” i contrattacchi, come qualche funzionario di Tehran minaccia. Entrambi gli schieramenti, però, hanno un problema simile: la disponibilità di “munizioni”.

È abbastanza semplice capire che l’Iran, per quanto abbia costruito negli anni una notevole riserva di droni e missili di varia gittata, e li abbia anche nascosti in rifugi sotterranei, non dispone di quantità illimitate e facilmente sostituibili (anche le relative fabbriche sono obiettivi militari).

Specularmente, Usa e Israele dispongono di una quantità limitata di missili antimissile (per i sistemi Patriot o per l’Iron Dome), e dunque potrebbero vedere le proprie difese esaurite prima di raggiungere gli obbiettivi che si sono prefissati. A quel punto diventerebbe anche più difficile nascondere i danni subiti.

Questo dettaglio vale politicamente soltanto per gli Stati Uniti, dove sia i democratici che i repubblicani “old style”, e persino una parte del mondo “Maga”, stanno sbraitando contro la violazione costituzionale operata aprendo una guerra vera e propria senza alcuna autorizzazione del Congresso. E in effetti Trump aveva vinto le elezioni anche grazie alla promessa di farla finita con le “guerre inutili”, mentre ora ne sta aprendo una al mese.

In Israele, invece, non esiste alcuna differenza tra il governo e l’opposizione per quanto riguarda le guerre, visto che l’orizzonte condiviso è quello di una “Grande Israele” sagomata sugli incerti confini descritti... dalla Bibbia!

In aggiornamento.

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