Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/01/2023

Il marxismo secondo Bloch

di Fabio Ciabatti

Ernst Bloch, Speranza e Utopia. Conversazioni 1964-1975, Mimesis, Milano 2022, pp. 142, € 15,81

“Rompere l’assedio, tentare il futuro” è uno degli slogan scelti dal collettivo di fabbrica della GKN, impegnato nel difficile tentativo di salvare 300 posti di lavoro riconvertendo il sito produttivo in uno stabilimento “pubblico e socialmente integrato”. Quanto stiamo tentando – sostengono i lavoratori della fabbrica fiorentina – è completamente nuovo e al contempo affonda pienamente le radici nella storia di questo nostro territorio”. L’accostamento potrebbe apparire eccessivo, ma in queste parole sembra di ascoltare la lontana eco del “principio speranza” di Ernst Bloch. Per il filosofo tedesco, infatti, il futuro autentico, l’avvenire propriamente utopico, è ciò che non è accaduto mai e in alcun luogo. Allo stesso tempo, “non tutto ciò che è scomparso è ciarpame, perché c’è del futuro nel passato, qualcosa che non è stato liquidato, che ci è dato in eredità”.1

Bisogna fare attenzione, però, perché in questa duplicità si apre anche lo sciagurato spazio per un futuro inautentico, quello rappresentato, per esempio, dalla traboccante retorica del “Führer che ci conduce a nuove imprese”; quello che si spaccia per un nuovo inizio ma risale fino alla notte dei tempi per riscoprire una patria concepita come “sangue e suolo”.  In realtà, la vera patria è un luogo dove nessuno è mai stato, ma che dobbiamo cercare di raggiungere, ammesso che si intenda la categoria di Heimat nella sua vecchia accezione filosofica e mistica: “essere a casa”, trovarsi finalmente in un posto in cui cessa l’alienazione e gli oggetti non sono più estranei, ma prossimi al soggetto. Riappropriarsi del “futuro nel passato” non significa, come per i nazisti, resuscitare una tradizione ancestrale per riutilizzarla bella e pronta, come fosse un antico cimelio recuperato dal mondo dei morti. Significa, piuttosto, cercare dare compimento al canto della guerra dei contadini tedeschi del '500, citato da Bloch: “Battuti torniamo a casa, i nostri nipoti combatteranno meglio”. Questo è il passato che ancora  ci interpella perché ci assegna il compito di portare a compimento ciò che si è manifestato come possibilità nei tempi che furono senza poter giungere a realizzazione. Nulla c’è nella storia di cui possiamo riappropriarci realmente, se la ripresa non è contemporaneamente un’anticipazione sul nostro futuro.

Sono questi alcuni fili che si dipanano dalla lettura di Speranza e utopia, testo che raccoglie le conversazioni intrattenute da Ernst Bloch tra il 1964 e il 1975, gli ultimi dieci anni della sua vita, con vecchi amici, come Lukács e Adorno, e altri intellettuali. Da questo libro, nota il traduttore Eliano Zigiotto nel breve saggio che chiude il volume, “emergono, esposti in modo colloquiale e diretto, a tratti perfino didascalico, i temi principali del pensiero blochiano, che disegnano anche per l’oggi una topografia del pensiero non arreso”.2 Un pensiero ancora utile per tutti coloro che non vogliono unirsi all’ampia schiera dei corifei dello status quo, felici di celebrare ad abundantiam “i funerali dell’utopia”. Ciò non significa, secondo Bloch, abbandonarsi a vuote fantasticherie perché la speranza è il contrario dell’ottimismo ingenuo. La speranza può essere delusa perché non è fiducia, ma è circondata dal pericolo e da ciò che può anche essere diverso”.3 Non a caso, “Il coraggio di sperare e di disperare” è il titolo del sintetico testo di Laura Boella che precede quello di Zigiotto. In queste poche parole l’autrice esprime un punto fondamentale del pensiero di Bloch il quale afferma:

Io ho cercato – per esempio nel Principio speranza – di esaminare la cenerentola della logica, la possibilità, e di comprenderla come un’eccedenza molto, molto più grande dell’esistente, perché lo abbraccia tanto per il peggio quanto per il meglio, tanto nel segno della sventura, del nulla, dell’invano, della rovina, quanto nel segno del tutto, del buon esito e della luce.4

Per Bloch, in ogni caso, si tratta di fondare la speranza, l’utopia concreta, attraverso il concetto di “possibile oggettivo-reale”. Entra dunque in gioco la “categoria del non-ancora, che si dà in due forme, soggettiva e oggettiva: come non-ancora conscio e non-ancora divenuto. La prima è interiore, la seconda esteriore”.5

Entrambe sono forme del nuovo, del futuro autentico. Partendo dal punto soggettivo, il non-ancora-conscio è una categoria assai diversa dal non-più-conscio, cioè dal rimosso e dall’inconscio di Freud e, a maggior ragione, da quello di Jung con i suoi archetipi dell’era diluviana. Si tratta del “crepuscolo che guarda avanti, ciò che cova nella giovinezza. È l’aria che circola nei tempi di svolta – Rinascimento, Sturm und Drang, 1848, 1917 – quando sta per nascere qualcosa di nuovo”.6 Il non-ancora-conscio non si manifesta prioritariamente nei sogni notturni, regno del rimosso, ma si esprime più facilmente nei sogni ad occhi aperti, sebbene questi abbiano spesso carattere privato, individuale. Dal punto di vista oggettivo occorre analizzare il reale nella sua dinamica, andando oltre il mero dato di fatto che, positivisticamente, trova appagamento in ciò che è, nell’esser-fattuale, innalzato a giudice di ogni pensiero e a criterio del vero. “Tendenza, latenza, processo ... sono concetti arci-materialisti che hanno la loro origine in Aristotele, il primo pensatore del processo di sviluppo”.7

E proprio attraverso il filosofo greco, Bloch tenta una delle sue operazioni concettuali più ardite: “tracciare un arco tra il concetto di utopia ... e la sostanza dell’accadere, ossia la materia”.8 In particolare, secondo la terza definizione di Aristotele della materia, essa costituisce

il grembo di ogni possibilità in generale, il dynámei ón, l’essere-in-possibilità. La materia stessa è incompiuta ed è pertanto protesa in avanti, aperta, ha dinnanzi a sé un imprevedibile percorso che coinvolge gli esseri umani: è la sostanza del mondo. Il mondo è un esperimento, che la materia, attraverso di noi, mette in atto con sé stessa.9

Con questo tentativo di fondazione materialistica della speranza Bloch sembra quasi rispondere indirettamente alle osservazioni di Horkheimer che criticava Benjamin, in una lettera a lui indirizzata, tacciando di idealismo la sua concezione della storia come “non-compiuta”. Una concezione che ha significativi punti di contatto con quella di Bloch. “Se si prende del tutto sul serio l’incompiutezza – scriveva l’esponente della Scuola di Francoforte nel 1936 – bisogna credere al giudizio universale”.10 Altre analogie tra Bloch e Benjamin si potrebbero rilevare, ma qui ci limitiamo a indicare ciò che probabilmente li separa: l’importanza attribuita all’idea di futuro. L’odio di classe e la volontà di sacrificio, sostiene Benjamin, “si alimentano all’immagine degli antenati asserviti, non all’ideale dei discendenti liberati”.11 L’angelo della storia ha lo sguardo  rivolto all’indietro perché cerca di allontanarsi dal cumulo di rovine prodotte da ciò che viene chiamato progresso. Per Bloch, invece, occorre porre maggiormente l’accento sul “verso-dove” sul “a-che-scopo”, ciò che gli utopisti hanno provato a fare. Non si tratta di sacrificare i fini prossimi per i fini lontani, ma di riscoprire la presenza dei fini lontani.

Ciò non significa presentare un’immagine di futuro “dipinta alla perfezione” perché ogni volta che lo facciamo “l’utopia si allenta”. Anche un semplice “acconto dell’utopia”, come può essere la sua rappresentazione in un libro, significa darla in qualche modo per raggiunta e ciò non può che portare all’inganno, alla reificazione di ciò che deve essere concepito soltanto come una tendenza. L’utopia, nella sua funzione critica, deve continuamente rimandare a un “non-dover-essere”, a un’insufficienza del reale, piuttosto che a un essere perfettamente realizzato.
Rimane il fatto che, secondo Bloch, il progresso del socialismo dall’utopia alla scienza di engelsiana memoria è stato forse troppo grande con la conseguenza che il socialismo stesso ha perduto il suo sfondo morale e la sua capacità di catturare la fantasia delle persone.  

La rivoluzione è di per sé morale, a partire dalla spinta che le sta alla base, e non è economica, ma morale: non tollerare più che ci siano due specie di uomini, il servo e il padrone. L’esistenza del servo e del padrone può essere definita esattamente in termini economici, ma con questo non ho ancora cavato un ragno dal buco. Che ciò non debba e non possa essere, che non se ne possa più – ecco il fuoco che accende la rivoluzione.12

Parlare di morale, di fantasia non significa, per il filosofo tedesco, sottovalutare “la grande missione illuministica” del marxismo, quella di far “cadere la benda dagli occhi”. Parlando del ruolo scientifico del marxismo, Bloch ne descrive così gli effetti:

Al posto delle parolone generiche, invece del fumoso idealismo, subentrava la spiegazione materiale a cui si aggiungeva la strana sensazione di scoprire un crimine; quasi che un detective scoprisse il funzionamento, l’ingranaggio entro cui la società si muove con la lotta di classe, con l’oppressione di una classe sull’altra fin dal tempo dell’economia agricola, quindi da molti, forse centinaia di migliaia di anni.13

Ben venga dunque il disincanto legato alla demistificazione della sovrastruttura e, per certi versi, anche il suo essere ridotta a un “niet’altro che”, vale a dire a un’espressione di interessi di classe. Ma con questo il compito del marxismo non è concluso perché il suo vero obiettivo è il salto dal regno della necessità al regno della libertà.

Il sobrio sguardo sul mondo non consente alcun inganno ed è interamente al servizio dell’interesse degli sfruttati e degli oppressi, degli umiliati e offesi, contro quello dell’esiguo ceto padronale. La corrente fredda marxista è questo. Sulla sua scia, però, spesso, troppo spesso è stata ingiustificatamente trascurata la corrente calda del marxismo che si volge alla luce che deve sorgere al cadere dell’inganno.14

La polemica marxiana contro l’utopismo astratto, secondo Bloch, fu probabilmente una medicina necessaria per curare l’intellettualismo dei vari Owen, Fourier, Saint-Simon e per sconfiggere la loro illusione che si dovesse fare appello solo alla coscienza dei ricchi perché cominciassero a segare il ramo sul quale erano seduti. L’astrattezza non esaurisce però l’utopia sociale perché essa contiene un’eccedenza che ancora ci interpella: l’idea della “costruzione di uno Stato in cui non ci siano sfruttati e oppressi”.15 Così come ci riguarda ancora l’altra componente utopica, da sempre colpevolmente trascurata dal marxismo, quella derivante dal diritto naturale che ci parla della “costruzione di uno Stato in cui non ci siano umiliati e offesi”.16 Senza dimenticare neanche la religione che è sempre stata “la più forte esplosione di speranza” perché in  in essa “hanno trovato posto sogni, tempi e spazi del desiderio”.17 Bisogna però precisare che quella di Bloch è una religione “de-teologizzata”, “senza dio”. Solo attraverso un’opera di demistificazione che non si risolva in un cinico disincanto, possiamo distinguere i miti reazionari al servizio dei signori da quelli dei sovversivi che stanno dalla parte degli sfruttati e degli umiliati recuperando “tutto ciò che nel mito alza il pugno chiuso del servo”.18

In conclusione,

I fatti possono essere criticati solo a partire dai contenuti della speranza fondata, cioè dalla speranza guidata dal sapere della tendenza, che permette di rettificarla. È impossibile criticare qualcosa dal di fuori, perché da fuori c’è solo imprecazione o quel che si sapeva già prima, a priori.19

Allo stesso tempo,

ogni critica dell’imperfezione, di ciò che è incompiuto, inaccettabile, intollerabile, presuppone la rappresentazione e l’anelito di una perfezione possibile. L’imperfezione non sussisterebbe se nel processo non ci fosse qualcosa che non deve essere, se non s’intravedesse in qualche modo la perfezione, e precisamente come momento critico.20

In estrema sintesi, per agire abbiamo bisogno di una mappa che ci dica con la maggiore precisione possibile dove siamo e dove stiamo andando. Ma, come sostiene Bloch citando Oscar Wilde, “Una carta del mondo non merita neppure uno sguardo, se non riporta il paese di Utopia”.

Note

  1. E. Bloch, “Il marxismo come morale”, in Id., Speranza e Utopia, Mimesis, Milano 2022, p. 97. 

  2. E. Zigiotto, “Echi del pensiero blochiano”, in E. Bloch, Speranza e Utopia, cit., p. 136. 

  3. E. Bloch, “Speranza in lutto, in Id., Speranza e Utopia, cit., p. 15. 

  4. E. Bloch, “Utopie dell’uomo comune e altri sogni a occhi aperti”, in Id., Speranza e Utopia, cit., p. 36. 

  5. E. Bloch, “Speranza in lutto”, cit., p. 11. 

  6. Ibidem. 

  7. E. Bloch, “Ereditare la decadenza”, in Id., Speranza e Utopia, cit., p. 27. 

  8. E. Bloch, “La funzione utopica nel materialismo”, in Id., Speranza e Utopia, cit., p. 122. 

  9. Ivi, p. 124. 

  10. Cit. in M. Löwy, Segnalatore di incendio, Ombre Corte, Verona 2022, pp. 49-50. 

  11. W. Benjamin, Sul concetto di storia, Einaudi, Torino 1997, p. 43. 

  12. E. Bloch, “Il marxismo come morale”, cit., p. 102. 

  13. E. Bloch, “Speranza in lutto”, cit., p. 13. 

  14. E. Bloch, “La funzione utopica nel materialismo”, cit., p. 126. 

  15. E. Bloch, “Qualcosa manca … sulle contraddizioni dell’anelito utopico”, in Id., Speranza e Utopia, cit., p. 50 

  16. Ibidem. 

  17. E. Bloch, “Speranza in lutto”, cit., p. 16. 

  18. E. Bloch, “Il significato della Bibbia”, in Id., Speranza e Utopia, cit., pp. 83-84. 

  19. E. Bloch, “Speranza in lutto”, cit., p. 15. 

  20. E. Bloch, “Qualcosa manca… sulle contraddizioni dell’anelito utopico”, cit., p. 56.

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25/05/2020

Covid-19 e spettri della movida

Il decorso della pandemia covid nella vita sociale ha ultimamente mostrato due tendenze tra loro contraddittorie. La prima è quella dell’immediato desiderio del ritorno al “prima” alla “normalità” qualsiasi cosa effettivamente questo significhi. La seconda è la consapevolezza che non solo qualcosa è cambiato ma che i cambiamenti intervenuti sono destinati a permanere ma, anche qui, senza una reale percezione di cosa sia effettivamente mutato. Questo genere di contraddizioni è visibile nel nostro paese sulla questione del governo della vita notturna, che, oltre alla questione del virus, investe il tema della vita urbana, del consenso politico e anche della difficile connessione tra economie.

Già perchè quella che viene chiamata movida, trapiantando il termine spagnolo nel linguaggio giornalistico italiano, è tutto fuorché una abitudine frivola e senza conseguenze: è una night-time economy molto sviluppata tanto che, non molto prima della crisi covid, veniva stimata in poco più del 4 per cento del pil nazionale praticamente il doppio del peso dell’agricoltura (2,2 per cento del Pil nel 2019).

La night-time economy, come tutte le economie, subisce due tipi di regolazione: giuridica e morale. Per quanto possa essere incerta e contraddittoria la regolazione giuridica su questo settore è molto forte la pressione morale che, nelle nostre società, si misura con i comportamenti dell’opinione pubblica (media e social assieme). Arriviamo così al fatto che ogni aspetto della night-time economy subisce una pressione morale dettata da criteri di valore provenienti dalla società agricola (la vita regolata, il risveglio mattiniero) già trasmessi alla società industriale (di qui l’archetipo dell’operaio operoso e puntuale) e che si ripropongono, virulenti, sui media e sui social nella nostra società. E funziona tanto che oggi si è fatto persino pressante il discorso di chi chiede i droni per tutto: dal controllo degli aperitivi a quello di chi getta la carta nei cestini.

Già molto prima della crisi covid, prima ancora delle codificazione di tutto questo come movida, il potere politico e l’opinione pubblica si sono gettati sulle difficoltà strutturali della connessione tra day-time e night-time economy. Del resto l’occasione è troppo ghiotta: nella difficile coesistenza nello spazio urbano di differenti stili di vita ed economie, la pressione su giovani e sulla vita notturna, l’affermazione del primato di un certo tipo di vita regolata crea consenso politico sui territori, e quel senso di superiorità morale che fa rating sui social e pubblico sui media.

Con la crisi covid la situazione è persino più complicata: nella grande incertezza legata alle modalità di cambiamento degli stili di vita, e dell’economia, del dopo pandemia, tutto il sistema di valori della day-time economy prova a imporsi per sopravvivere. Ovviamente stiamo parlando di un sistema di valori, e di comunicazione, che rimuove i comportamenti diffusi pericolosi in materia di prevenzione da contagio nella sfera produttiva e si concentra nel trovare bersagli nelle possibilità di contagio della sfera postproduttiva, per quanto economicamente importante, tra i runner, i bagnanti e la movida. Ed è il modo con il quale riemerge, in nuove vesti da social e da media mainstream e a difesa della fabbrica diffusa, il sistema profondo di valori di un’Italia rurale archetipica che prova a censurare ciò che si allontana dal suo cerchio di interesse: esibizione del corpo, promiscuità e piacere.

In questa maniera la day-time economy sopravvissuta alla pandemia prova a imporre le proprie emergenze, i propri sistemi di comunicazione, le proprie priorità nel modo che sa fare meglio da prima della pandemia: attaccando lo stile di vita della night-time economy, compresi comportamenti affini, approfittando delle oggettive difficoltà create dal decorso dell’epidemia, dei dubbi reali sul tipo di società che abbiamo davanti.

Naturalmente quando si muove un potere disciplinare, e da tempo questo tipo di potere ha fatto il salto sia nei media sia sui social, il controllo sulla vita, sull’educazione e sui giovani rappresenta un classico, che permette la legittimazione di questo tipo di potere. Con questo modo di operare, in una situazione di epidemia come la nostra, la movida viene rappresentata, con efficacia, come uno spettro, quello della vita non regolata, notturna, dai confini incerti che trasforma il problema della regolazione odierna nella night-time economy in una bomba fatta di ansia sociale che viene dal profondo. In questa ansia, piuttosto, di galleggiamento di una day-time economy che non vuol strutturalmente cambiare (infatti ripesca in un immaginario da Italia rurale) la censura morale pressante sulla movida come spettro rappresenta  una società che non riesce né a cambiare né a regolare sé stessa anche di fronte a questioni epocali come quelle poste dal virus covid. Oltretutto è legittimo, e anche sensato, pensare che nel prossimo futuro, sia per motivi sanitari che economici, gli stili di vita debbano cambiare. Ma nessuna società trova un proprio equilibrio se nei confronti della rappresentazione simbolica dell’esibizione del corpo, della promiscuità e del piacere trova solo occasione di censura, di imposizione ansiogena di una economia e uno stile di vita messi in discussione dagli eventi, e non possibilità di politiche adatte per vivere pienamente la vita sociale nella nuova dimensione.

per Codice Rosso, nique la police

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18/01/2015

Cofferati e i "limiti" della sinistra

Sergio Cofferati esce dal PD pronunciando, sul piano etico, un duro giudizio nel merito delle primarie liguri ma estendibile a tutto l’andamento di questo partito sul piano morale e politico: del resto da un partito che nasce proclamando una presunta “vocazione maggioritaria” fondata, al suo interno, sull’antico “homini, homini lupus” ben dimostrato nell’occasione dell’ascesa del suo segretario alla Presidenza del Consiglio non c’era (e non c’è) d’aspettarsi molto di meglio.

Il PD rappresenta la quintessenza dello smarrimento totale di un minimo rapporto tra etica e politica collocandosi al centro di un’idea di “governabilità” senza principi, senza indirizzi, buona soltanto ad alimentare la voracità di potere dei suoi famelici gruppi dirigenti. Inoltre questo gruppo dirigente o “giglio magico” che dir si voglia si muove in termini di presenza sociale e politica che molto assomigliano ai metodi di un triste passato regime: presenzialismo esasperato, clientele, utilizzo della funzione pubblica per favorire la macchina di una parte del partito.

La campagna delle primarie in Liguria è stata soprattutto questo se guardiamo, tanto per fare un esempio, all’utilizzo delle cooperative sociali proprio in una funzione di esclusiva raccolta d’indiscriminato e inavvertito consenso. Aver partecipato a questa kermesse rende Sergio Cofferati (e SeL) difficilmente credibili in un’operazione di distacco non tanto e non solo dal PD, ma dalle fonti primarie dell’esercizio di margini di potere.

La questione è sempre la stessa, da molto tempo e riguarda la finalità complessiva dell’agire politico: se noi la individuiamo esclusivamente nell’esercizio del potere, allora non servono le regole e tutto si riduce, alla fine, alla logica dello scambio, del mercimonio politico. L’assenza di un’idea di costruzione di una diversa soggettività che traspare già in queste ore appare essere il giusto corollario di questo stato di cose: come si può costruire un nuovo soggetto quando si pensa esclusivamente alle tornate elettorali in funzione di far parte di maggioranze comunque?

E’ questo il punto, l’ombra che insegue la sinistra italiana dal decisionismo craxiano allo “sblocco del sistema politico” di marca occhettiana: il resto è disceso giù per i rami. Non c’è più nemmeno il coraggio di tentare una seria operazione politica di marca socialdemocratica (eppure programmi di marca keynesiana avrebbero spazio). Si tratterebbe di un’operazione di verità perché potrebbe aprire anche gli altri grandi temi inespressi: quelli dell’opposizione e della “questione comunista”.

Due temi che dovrebbero essere necessariamente affrontati con coraggio e capacità d’analisi e che invece restano negletti e quasi dimenticati. Par di capire che si va verso l’ennesima associazione (ce ne saranno già una dozzina in giro) rifiutando il terreno della soggettività e della rappresentanza politica, a dimostrazione dello smarrimento profondo in cui si trovano le (necessariamente) diverse realtà della sinistra italiana: sia per quello che riguarda l’area che si vuole moderata, sia per quel che concerne l’area che si vorrebbe alternativa.

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17/01/2015

Che limiti ha la “libertà di espressione”?

Nell’immediatezza del fatto era inopportuno qualsiasi distinguo sul merito delle vignette di Charlie Hebdo, così come ha fatto il “Financial Times”. Sul momento, il punto da tenere fermo era la difesa intransigente della libertà di espressione ed in questo senso mi sono espresso partecipando ad una puntata di Tgcom24. Ora il fatto si allontana ed è possibile una riflessione più sfaccettata, in parte sollecitata dalla dichiarazione del Papa sui limiti della libertà di espressione.

Tema delicato che richiede di essere affrontato su più piani: morale, giuridico, politico e non sempre le conclusioni collimano.

Da un punto di vista morale non posso che essere d’accordo con Papa Francesco: non è simpatico offendere la fede altrui e ferire gli altri nei propri sentimenti, dunque non è di buon gusto la satira sulle religioni o sull’appartenenza razziale, etnica, nazionale. Soprattutto se si tratta di satira di grana grossa. Una delle vignette di Charlie ritraeva il “Profeta” nudo che diceva “Vi piace il mio sedere?”. Proviamo ad immaginare che al posto di Maometto ci fosse stata la Madonna cosa sarebbe successo. Non so se Ferrara avrebbe sfoderato lo stesso accanito sostegno alla libertà di espressione. Sono ateo ma, da laico, ho sempre giudicato male chi non rispetta le convinzioni altrui o le dileggia. E siccome non ci sono religioni (o credo filosofici) di serie A ed altre di serie B, questo vale anche per l’Islam.

In particolare, se vogliamo aprire un dialogo con l’Islam (o almeno con la parte disponibile), presentarci con un’irrisione che, alle orecchie dei nostri interlocutori, ha il suono di una superiorità razziale. In fondo, se ci ricordassimo ogni tanto di essere stati  colonialisti da quelle parti e di non avervi lasciato un buon ricordo, non sarebbe male.

Ricordo poi che dieci anni fa, al tempo delle vignette danesi, emerse che il giornale satirico che le pubblicò, era stato finanziato da Heritage Foundation, sodalizio vicino all’ala più oltranzista del Partito Repubblicano degli Usa. Giusto per ricordarlo.

Dunque, non è che queste vignette di Charlie Hebdo mi abbiano mai fatto impazzire o che fossero la cosa più opportuna, una volta chiarito quale debba essere la risposta da dare al terrorismo jihadista, possiamo concederlo senza difficoltà.

Però… capiamoci: una cosa è parlare di opportunità politica e di rispetto degli altri, altro è invocare interventi di censura. La satira deve essere totalmente libera, così come la libertà di espressione deve essere integrale salvo le offese personali o la calunnia. Non si può trasformare una regola di buona educazione in un articolo del codice penale, anche perché il confine sarebbe assai labile.

Trenta anni fa (e passa) il Male pubblicò un disegno in cui si vedeva un Gesù in croce che diceva: “ridendo e scherzando si è fatta l’una” e ricordo che a riderne di cuore era una mia amica dirigente di Cl: la vignetta era ai limiti della blasfemia ma si muoveva su un difficile crinale che poteva non offendere anche un cattolico militante come la mia amica. Dunque, qualche impertinenza ci può essere ed essere sopportata. Poi ci sono cose davvero offensive, ma chi stabilisce il limite fra l’una e l’altra cosa? E quali sono i limiti di oggetto? Solo divinità o anche santi? Posso fare una vignetta sul Papa? O sul Dalai Lama o sui Mullah? Sarebbe un terreno scivolosissimo, per cui non è nemmeno il caso di parlarne. E, d’altra parte, non sin tratta solo della religione: ci sono anche altri reati di opinione che andrebbero cancellati  dai codici penali.

Ad esempio, il comico franco-camerunese M’bala M’bala Dieudonnè è stato arrestato (e subito rilasciato) per una sua gag intitolata “Io sono Charlie Coulibaly” che è parsa una “apologia di terrorismo”, ora è rinviato a giudizio. Non ho visto la gag e non mi interessa neppure cercarla su youtube, il merito è totalmente irrilevante (così come lo era nel caso di Charlie), il punto è la libertà di espressione che, per i principi della carta europea dei diritti dell’uomo (artt. 6-19), dovrebbe ricevere il massimo grado di tutela. Se la si ammette in linea di principio, non c’è spazio per i reati d’opinione, che dovrebbero essere semplicemente aboliti. E per di più, in questo caso non si è trattato solo di un avviso di reato: c’è stato l’arresto, cioè una misura di restrizione della libertà personale che dovrebbe essere usata solo in casi estremi.

Dunque, dal punto di vista giuridico una iniziativa assai discutibile, ma soprattutto una bestialità politica senza precedenti. Proprio nel momento in cui stiamo difendendo la libertà di espressione del pensiero di un giornale francese, si sceglie di mandare sotto processo un comico camerunese (ignoro se anche islamico) perché fa una satira che non ci piace. Come dire che la libertà di satira c’è solo per quella che è in linea. Che tristezza!

In Italia abbiamo un ordine giudiziario di cui vergognarci, ma vedo che anche in Francia non scherzano.