Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/08/2018

La differenza tra “il vivo” e “il morto” colpisce anche Caldarola

La politica è battaglia tra interessi sociali (strutturati o meno), visioni del mondo e idee su come cambiarlo secondo gli interessi che si supportano. In genere imprese multinazionali e finanza da una parte, piccole e medie imprese da un’altra (a tratti con disperazione), da un’altra ancora lavoratori dipendenti ormai tutti precari e insicuri, disoccupati, pensionati, senza casa, giovani, migranti, ecc.

L’aspetto intellettualmente più interessante della battaglia politica si mostra quando si incontrano persone collocate in campi assai diversi, ma capaci di guardare in faccia i problemi, bastonando – se necessario – la propria parte per indicare i punti di debolezza, forza, scoperti, sia nel proprio fronte che in quelli avversi.

Peppino Caldarola, tra le altre cose ex direttore de l’Unità, è una di queste persone, con cui più volte abbiamo intrecciato di fioretto o sciabola, a volte concordando e altre criticandolo anche duramente.

Stavolta coglie il punto essenziale di fragilità devastante in Liberi e uguali – l’immobilismo politico e sociale, ovvero il “far politica con le dichiarazioni” invece che con l’azione tra la gente che poi, ogni tanto, vota anche. E oggi non li pensa più.

Il punto di partenza è un sondaggio Swg che dà ora Potere al Popolo! davanti a Grasso e Bersani, che pur precipitando nella scala del potere godono ancora di “buona stampa” o ampie e frequenti apparizioni in tv. Pur sapendo forse meglio di tanti “esperti di statistica da tastiera” che i sondaggi sono ballerini e – su certe percentuali – alquanto aleatori, Caldarola non sottovaluta affatto questo “sorpassino”.

L’intento, esplicito, è quello di frustare l’orgoglio di quelli con cui ha condiviso una lunghissima stagione di lotta politica (Bersani, D’Alema, Cofferati, ecc), invitandoli ad agire. In qualsiasi modo, su qualsiasi tema, ma ad agire. A uscire insomma dalla routine delle riunioni diplomatiche, degli “abboccamenti” con Tizio o Caio in sofferenza nel Pd renziano, dei talk show in cui diventa ogni volta più palese l’assenza di idee (e di coerenza) del poveraccio di turno che viene invitato. E tornare finalmente a parlare “alla gente”, a immergersi “tra le masse” per un benefico bagno di umiltà, autocritica, recupero di energie e credibilità.

A noi – lo diciamo senza spocchia – sembra una speranza impossibile. Quel ceto politico ha frequentato Parlamento e ministeri per decenni. I suoi vertici hanno legalizzato la precarietà, incentivato il “lavoro gratuito”, spinto centinaia di migliaia di giovani a cercare fortuna all’estero. Hanno distrutto il sistema sanitario pubblico, quello pensionistico e l’edilizia popolare, l’istruzione a tutti i livelli; hanno regalato le industrie e le banche pubbliche per un tozzo di pane. Non hanno alcuna più credibilità sociale. Neanche se si sottoponessero a mesi di “riabilitazione” maoista riuscirebbero a farsi perdonare quel che hanno combinato in oltre venti anni di obbedienza alle politiche di austerità dell’Unione Europea. Anche se la memoria collettiva in questo paese è sempre piuttosto scarsa, ci penserebbero di certo quelli della destra o i grillini a ricordarlo h24...

L’aspetto interessante, in effetti, non è questo, ma l’aver colto la differenza qualitativa tra il soggetto calante e quello crescente nella “percezione di autenticità” della popolazione. Numeri piccoli, differenze infinitesimali che magari la prossima settimana saranno ribaltate a causa di qualche fattore contingente, ma che indicano una dinamica totalmente opposta da qui in avanti.

Sintetizza brutalmente Caldarola: “Siamo assediati da citazioni di Bernie Sanders e di Jeremy Corbyn, ma nessuno che dica che cosa è il socialismo italiano. Accade perciò che se andate in mezzo alle persone vere, in molte città ci troverete solo quelli di Potere al Popolo. Spesso ne ho parlato bene, spesso li ho criticati, cosa che loro non sopportano. Continuerò a fare l’una cosa e l’altra. Con rispetto, perché, vivaddio, loro almeno si muovono”.

E’ il tema di una discussione che sta attraversando in questo periodo tutta l’area politica informe che sta tra Leu, appunto, e anche oltre Potere al Popolo! Con tanti singoli compagni, collettivi, componenti organizzate e frazioni di esse, tirate come corde di violino tra l’antico andazzo “politicista” e la spinta a “fare tutto al contrario”. In mezzo alla nostra gente, battagliando porta a porta, problema per problema, rivendicazione per rivendicazione, bisogno per bisogno. Sbagliando cento volte, per ingenuità, inesperienza e qualche errore di calcolo... Ci sta e ci si correggerà. In fondo, alle generazioni nuove di questo paese non ci sembra che nessuno possa offrire un “modello di sinistra vincente”. No?

Non è una contrapposizione ideologica (anche se c’è sempre chi, in difficoltà con la pratica, la butta su questo piano sterile), ma un’articolazione politica che si risolve solo facendo. Se è ancora vero che il comunismo è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente, e non una serie di massime e icone da esibire con orgoglio un po’ solitario...

Non è difficile. Qualcuno che una volta era comunista, come Caldarola, ha riconosciuto a lume di naso “ciò che è vivo e ciò che è morto”. Anche se con dolore, perché “i suoi” sono decisamente l’esempio calzante del “morto che non riesce più ad afferrare il vivo”.

*****

Se Viola Carofalo si mangia Pietro Grasso

Peppino Caldarola

Lettera 43

L’immobilismo dei dirigenti di sinistra in questo periodo storico non ha precedenti. Così Liberi e uguali ha aperto la strada alla crescita di Potere al Popolo.

Tranne pochissimi casi, non leggo mai parole allarmate di leader di sinistra su quel che sta accadendo. Non vorrei essere frainteso: tanti dichiarano contro il governo, contro il razzismo, contro Matteo Salvini e poi Luigi Di Maio. Ma non si percepisce mai il senso della drammaticità della situazione nella sinistra. Io ho già scritto come la penso. Credo che serva una rivoluzione contro l’establishment di sinistra e una dotazione culturale che parta da un pensiero che inglobi la critica globale del capitalismo. Penso che anche se l’attuale maggioranza di governo ha sondaggi favorevoli, non credo siano dati definitivi perché molti contrasti li divideranno e molti punti di crisi sono già aperti fra alcuni di loro e porzioni di elettorato. Penso, infine, che la caduta di questa maggioranza di destra possa avvenire se si rianima una destra costituzionale che prende la bandiera della moderazione e la impugni con severità e aggressività. Non vedo, invece, fatti nuovi a sinistra a parte la buona, anzi ottima, volontà di alcuni, Maurizio Martina per primo. Prendiamo il caso del sondaggio che dà Potere al Popolo in sorpasso su Liberi ed uguali. Viola Carofalo si sta mangiando Pietro Grasso.

TROPPO SILENZIO DA PARTE DI DIRIGENTI E INTELLETTUALI DI SINISTRA

Avete letto un commento, una analisi, un cenno di preoccupazione in quella decina di parlamentari che hanno occupato manu militari le liste escludendone, ad esempio, il medico di Lampedusa Pietro Bartolo? Avete letto una presa di posizione di Pietro Grasso e di altri maggiorenti che abbia cercato di dare una spiegazione e si siano offerti di elaborare una strategia? Che si siano, come si diceva una volta, messi in gioco? Niente. Io ricordo bene la crisi del Psiup, piccolo partito denso di personalità eccezionali che ruppe con il Psi quando nacque il primo centro-sinistra organico. Era un partito vero ma era al tempo stesso un amalgama malriuscito in cui però c’era gente che veniva dai Quaderni Rossi, dal socialismo, c’erano sindacalisti alla Vittorio Foa, assieme a “carristi” alla Tullio Vecchietti e Dario Valori. Fu una campagna elettorale malriuscita, che non elesse neppure un parlamentare, a segnare la morte di quel partito che era già stato ucciso dal suo gruppo dirigente “carrista” che, a differenza del Pci, scelse i sovietici nello scontro su Praga. Tuttora, però, raccogliamo i testi apparsi nelle riviste, nei giornali pubblicati in quegli anni e vissuti poco tempo, cerchiamo i discorsi di tanti intellettuali di sinistra e di tanti giovani (in quel partito c’erano Peppino Impastato e Mauro Rostagno, un genio assoluto) e troviamo il senso del tempo, la drammaticità del tempo. I dirigenti di LeU avranno preso, in questi mesi, una dose tripla di Tavor perché non si scompongono. Il sorpasso di Potere al Popolo continuerà ad accrescere le distanze.

I RENZIANI SONO ORMAI UNA BUFFA SETTA

È ovvio che un elettorato di sinistra di fronte ad azioni esemplari preferirà questo gruppo a chi è solo chiacchiere e distintivo. Tuttavia – lo sottolineava tempo fa Antonio Bassolino in un seminario di Italianieuropei – questa assenza di drammaticità, questa incomprensione del ruolo che bisogna svolgere di fronte alla storia e ai propri errori spiegano perché questa classe dirigente non potrà fare nulla di buono. Da un lato i renziani sono, ormai, una buffa setta che nega l’evidenza (come il famoso colonnello Buttiglione del film di Mino Guerrini (del 1973), dall’altra gli anti-renziani (non tutti, ci sono molte eccezioni) si sono specializzati in convegnistica, e aspettano che il Movimento 5 stelle si “ravveda”. Non era mai successo che la sinistra stesse così ferma, così attonita, così priva di iniziativa in tutti questi decenni repubblicani. Ripeto, mai. Siamo assediati da citazioni di Bernie Sanders e di Jeremy Corbyn, ma nessuno che dica che cosa è il socialismo italiano. Accade perciò che se andate in mezzo alle persone vere, in molte città ci troverete solo quelli di Potere al Popolo. Spesso ne ho parlato bene, spesso li ho criticati, cosa che loro non sopportano. Continuerò a fare l’una cosa e l’altra. Con rispetto, perché, vivaddio, loro almeno si muovono.

Fonte

22/02/2018

L’imbeccata a Caldarola per fare autocritica su Potere al Popolo


Pio Pompa è vivo e lotta insieme a loro. Per chi ha meno di 30 anni è bene ricordare che era un agente dei servizi segreti (il “ramo esteri”, che allora si chiamava Sismi), il cui compito era “indirizzare” la stampa mainstream, ingaggiando singoli giornalisti, facendo circolare veline, suggerendo “fonti” altamente inquinate che lui stesso o i suoi uomini avevano predisposto.

Il caso scoppiò quando il vicedirettore di Libero, Renato Farina, al secolo “agente Betulla”, si fece “sgamare” dall’allora pm di Milano, Armando Spataro, cui cercava di carpire qualche informazione sul sequestro in Italia di Abu Omar da parte di un commando della Cia.

Un episodio che gettò l’ombra della manipolazione sul complesso dell’informazione in Italia, già di suo prostrata da proprietari “impuri” (gente che si serve di un media per combattere i concorrenti di business), direttori e capiredattori alquanto disposti a obbedire, cronisti sempre più esposti al precariato assoluto, ecc.

Può sembrare ingeneroso scomodare il fantasma di Pio Pompa per l’articolo scritto da Peppino Caldarola contro Potere al Popolo su Lettera43, uno dei migliori giornali online italiani. Ma c’è un perché.

Caldarola è un giornalista acuto, con una lunga e brillante storia professionale. E’ stato anche direttore de l’Unità in tempi in cui il giornale navigava in acque non troppo tempestose. Su Potere al Popolo, come correttamente ricorda lui stesso, aveva già scritto altri due articoli, per nulla antipatizzanti, pur premettendo sempre che lui avrebbe votato Liberi e Uguali.

“Io su Potere al Popolo ho scritto tre articoli. Nel primo segnalavo la presenza di questa formazione prevedendo un suo buon risultato e indicando come la sua leader, Viola, come la chiama confidenzialmente la signora Raffaella Ferraro, fosse brava in tivù. Nel secondo articolo mi servivo della visita di Melenchon a Napoli, invitato da Potere al Popolo, per criticare Liberi e Uguali che non aveva chiamato qui alcun esponente della sinistra per fare un pezzo di campagna elettorale. Poi, e si arriva all’ultimo articolo, ho scoperto una rivista della loro area secondo cui anche Potere al Popolo era un partito a vita limitata. Le prime due volte tutti zitti, la terza è scattata la lesa maestà”.

Pur non avendone scritto, noi di Contropiano ci eravamo accorti dei primi due, valutandoli come una sorta di “sveglia” fatta risuonare nelle orecchie dei “leu-cemici”, privi di un qualsivoglia interesse per possibili partner europei (due giorni fa Grasso ha cercato di porvi rimedio andando a Londra per incontrare i dirigenti laburisti).

Il terzo, invece, ci è sembrato motivato dalla necessità di farsi perdonare l’eccesso di critica nei confronti dei suoi leader. Saremo fantasiosi, ma ci siamo immaginato un Mandrake con il baffino tuonare al telefono un “ma che cavolo scrivi?”.

Se Caldarola avesse preso la tastiera per scrivere un pezzo di critica feroce a Potere al Popolo, beh, ce ne saremmo fatti una ragione (le elezioni non sono il regno del bon ton, specie in questo paese) e avremmo lasciato perdere, come facciamo ogni (rara) volta che qualche giornale di peso nomina la nostra lista.

Il problema è che per stendere il suo articolo Caldarola si è affidato come fonte a un “pezzo” pubblicato da una “rivista” sconosciuta persino a noi che, lo confessiamo, abbiamo una certa antica dimestichezza con l’editoria “dura e purissima”.

Un qualsiasi programma in grado di censire la notorietà di un qualsiasi sito nel mondo – ad esempio Alexa.com o SEMrush – non riesce proprio a trovare traccia di vita intorno ai sedicenti “Tempi post moderni”.

Potreste dire: Beh, certo, chi volete che legga certe cose nel 2018? Obiezione in parte giusta ma, se si fa la prova con altri siti di impostazione anche più settaria, qualche segnale lo si può registrare. Minimo, magari, ma non zero carbonella.

Dunque è quantomeno un sito fin troppo anonimo. Aprendolo, si nota subito – al di là della scenografia iper “comunista” – che non c’è un nome, una firma, un riferimento geografico o di area ad esclusione di un articolo sull’anniversario del Pci firmato da uno stimato compagno torninese.

L’articolo – chiamiamolo così – da cui Caldarola prende spunto è chiaramente scritto da qualcuno che ha buttato un occhio in qualche assemblea di Potere al Popolo, cogliendo – non ci vuole molto – le differenze generazionali, di appartenenza “partitica” (esageruma nen, dicono in Piemonte), di radicamento sociale, ecc. Quel che insomma fa la forza di questa lista e promette di durare bel al di là del 4 marzo.

Quelle differenze le racconta come insormontabili, laceranti, abissali, brodo di coltura di rapidi tradimenti, ben prima – addirittura! – della giornata elettorale. Insomma un articolo/bulldozer per cercare di smontare quello che si sta cercando di costruire e ricomporre. Una speranza soggettiva dello/degli scriventi. Ma tanto basta a Caldarola per intingere la penna nel (poco) veleno offerto da questa “fonte” quasi anonima.

Gli auguriamo con questo servizio di aver in qualche misura rammendato la sfilacciatura nei rapporti con i “leu-cemici” e di poter brindare al loro risultato.

Non gliene vorremo più tanto ma, come è noto, il rapporto tra mass media e ingegnerie degli apparati dello stato è diventato fin troppo grigio. La nascita di Potere al Popolo è stata, da gennaio in poi, una variabile imprevista e destabilizzante per uno schema politico e mediatico già allestito. Farsi venire qualche dubbio diventa più che legittimo.

Fonte