Non è la prima volta che in Italia degli uomini politici, anche con responsabilità di governo oppure economisti e funzionari di livello vengono scoperti con le mani nella marmellata rispetto a loro lavori “scientifici”, tesi di laurea o di dottorato che si scopre essere copiate. A quest’attività sembrano particolarmente votati gli economisti, veri campioni del copia/incolla o, per essere più in linea con quell’ambiente, che predilige l’inglese, cut/copy/paste.
Che però una commissione nominata dal Presidente del Consiglio con il delicato compito di “far ripartire l’Italia” si dedichi a una pratica del genere è davvero troppo.
Avevamo già dedicato un articolo a contestare quel micidiale misto di idiozie aziendaliste, liberiste e confindustriali che compongono le pagine sulla scuola e l’università della commissione Colao che, forse anche per mancanza al suo interno di esperti di scuola e pedagogia, si è concentrata quasi esclusivamente sull’università.
Ora scopriamo che quel capitolo di riflessione (naturalmente smart) per l’università post Covid era già stato pubblicato ben tre anni fa nel libro Salvare l’Università firmato, con due suoi colleghi, da Marino Regini, professore emerito di Sociologia Economica all’Università Statale di Milano.
Il prof. Regini ha fatto parte della Commissione Colao, evidentemente incapace di fare una riflessione originale sul futuro dell’istruzione in Italia, ma anche meno seria, rispetto ai propri doveri, di un ragazzino di terza media di fronte alla tesina per l’esame.
La cosa più divertente, comunque, è che i dati utilizzati dal prof. Regini per il suo libro – per giustificare le “necessarie riforme” contro l’università – erano stati a loro volta copiati ed erano sbagliati! Succede anche a scuola, di copiare da un asino...
Di questa gentucola è fatta, oggi, la “classe dirigente” che dovrebbe indicare la “via del rilancio” a questo disgraziato Paese...
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Lo “Spunto di riflessione – Una differenziazione smart per il sistema universitario” contenuto nel Rapporto redatto dal Comitato di esperti in materia economica e sociale, presieduto dal top manager Vittorio Colao, già oggetto di un tagliente post di Giuseppe De Nicolao, è stato copiato e incollato (senza citazione) da un libro uscito nel 2017 per i tipi de Il Mulino. Il libro è intitolato Salvare l’università italiana. Gli autori di quel volume sono Giliberto Capano, Matteo Turri e Marino Regini, quest’ultimo parte della task-force capitanata da Colao.
Evidentemente per rilanciare l’università dopo l’emergenza COVID, non c’era niente di meglio da fare che rispolverare una ricetta di qualche anno fa (fortunatamente) dimenticata.
Il testo dello spunto di riflessione di Colao riporta letteralmente, con qualche taglio, gran parte delle pagine 146-148 del volume di Capano, Regini e Turri.
Per essere precisi, Colao e la sua task-force hanno fatto un solo intervento rilevante sul testo originario: hanno trasformato la “differenziazione intelligente” di Capano et al. in “differenziazione smart“, come richiede un testo dal piglio manageriale.
Nella figura riportata sopra si confrontano visivamente il testo di Colao (in celeste a sinistra) e quello originario di Capano et al. (a destra). Nelle tre pagine di destra sono evidenziate in giallo le parti copiate e incollate dalla task-force.
L’effetto è a tratti esilarante. Il lettore del rapporto è portato a credere che Colao e la sua task-force abbiano effettivamente elucubrato e discusso e poi scritto:
“È possibile allora ... stimolare ciascuna università a a definire la propria particolare vocazione in una specifica combinazione di quelle funzioni per ciascuna delle aree scientifiche al suo interno, tendendo conto delle risorse disponibili e delle esigenze del territorio di riferimento? Noi riteniamo di sì.“
Peccato che quella domanda e quel “noi riteniamo di sì” siano stati scritti non da Colao e dalla task-force, ma da Capano e coautori a pagina 148 del loro libro.
Una volta trovato l’originale, è stato facile trovare e ricostruire anche la fonte originaria della supercazzola sui dati VQR sbeffeggiata nel post di Giuseppe De Nicolao. Una supercazzola di terza mano, come vedremo.
Scrive la task-force:
“La qualità scientifica in Italia non è concentrata in pochi atenei eccellenti, ma è relativamente diffusa. Prendiamo l’esempio dell’area economica: nel primo esercizio di valutazione della qualità della ricerca (Vqr) i ricercatori che hanno presentato lavori valutati tutti come ‘eccellenti’ erano solo 296 (poco più del 6% del totale), ma distribuiti in ben 59 atenei e 93 diversi dipartimenti.”
La task force ha copiato e incollato le frasi in rosso della precedente citazione dal testo di Capano e coautori. Purtroppo i tre dati contenuti in quelle frasi sono tutti sbagliati:
1) non è vero che ‘i ricercatori valutati tutti come eccellenti erano solo 296 (poco più del 6%)”. Nella VQR 2004-2010 i ricercatori di area economica che presentarono “lavori valutati tutti come eccellenti” furono infatti 440 pari al 9,6% (lo si legge a pagina 30 del rapporto ANVUR di Area 13). Tra questi 440, scrive ANVUR, si distinguono “144 soggetti con un numero di lavori attesi inferiore a 3 (si tratta in massima parte di giovani ricercatori assunti...) e i 296 soggetti valutati con 3 valutazioni eccellenti (6,4% del totale)”;
2) non è vero che quei “296 ... erano distribuiti in ben 59 atenei”; erano distribuiti su 52 atenei. Mentre ad essere distribuiti su 59 atenei erano i 440 ricercatori eccellenti (tabella 4.14 del rapporto VQR);
3) infine non è vero che quei 296 appartenessero a “93 dipartimenti diversi”. Secondo il testo del rapporto ANVUR (p. 31) sono i 440 totali che si distribuivano su 93 dipartimenti diversi. (Peccato solo che il dato riportato nel rapporto ANVUR non coincida con quanto contenuto nella tabella 4.15 dello stesso rapporto, dove i dipartimenti con almeno un ricercatore “tutto eccellente” sono 107. Ma si sa dei dati dell’ANVUR non c’è da fidarsi).
Ma perché Capano, Regini e Turri riportano dati sbagliati? Perché pure loro li hanno presi di seconda mano, senza controllare cosa c’era veramente scritto nel rapporto VQR. Li hanno copiati e incollati (citando la fonte) non da una pubblicazione scientifica o dal rapporto originale di ANVUR, ma da un post firmato dagli economisti della Voce.info (che evidentemente essendo eccellenti e avendo a suo tempo occupato in forze il panel di valutazione della VQR, non possono certo scrivere dati sbagliati).
coloro che hanno ricevuto la valutazione massima in ciascuno dei lavori presentati... sono complessivamente 296 (poco più del 6 per cento del totale), e presenti in 59 diversi atenei e 93 dipartimenti distinti.
Quindi, per riassumere, la task-force capitanata da Colao, per tratteggiare i dati essenziali sulla ricerca in Italia, fa copia-incolla da un libro di Capano, Regini e Turri; i quali a loro volta, invece di verificare i dati alla fonte, li avevano ripresi da un post su internet, errori inclusi.
Se il rilancio dell’Italia è affidato a questi esperti, che possiamo dire? Andrà tutto bene!
Per qualche ragione misteriosa
chi in Italia si sente titolato a prescrivere ricette sulle riforme
dell’Università è solito imbastire discorsi corredati di numeri e
citazioni che impressionano il lettore distratto o sprovveduto, ma che,
una volta dissezionati, rivaleggiano con la famosa supercazzola
prematurata. L’ultimo episodio di una lunga serie è lo “Spunto di
riflessione” riportato nel Rapporto redatto dal Comitato di esperti in
materia economica e sociale, presieduto dal top manager Vittorio Colao.
Si intitola “Una differenziazione smart per il sistema universitario”
che, tradotto in parole povere, significa “Università di serie A e serie
B”. Perché bisogna differenziarsi? Ce lo chiede la VQR: nell’Area
economica c’è solo un misero 6% di ricercatori eccellenti che, per di
più, sono dispersi in tutta Italia. ”Un’analoga frammentazione della
migliore ricerca è stata rilevata nelle Vqr successive ed è propria di
quasi tutte le aree scientifiche” ci garantisce la task force.
Abbiamo controllato e abbiamo scoperto che era solo una “Tarapìa
tapiòco”. Nelle altre aree ci sono percentuali di eccellenti fino a 5
volte maggiori e in molti atenei più del 50% dei ricercatori sono
“eccellenti”, qualsiasi cosa possa voler dire. Come non bastasse, il
vero dato dell’area economica era 9% e non 6%. Per quanto riguarda
l’Università, il rapporto della task force di Colao assomiglia un po’
troppo a quei rapporti che ti rifilano a caro prezzo alcune quotate
società di consulenza: storielle per gli ingenui, confezionate per
puntellare scelte decise a priori (la differenziazione tra università di
serie A e serie B, tanto per cambiare). In tutto ciò, che ruolo hanno i
numeri? Beh, fungono da guarnizione. Come la panna montata spray.
L’indimenticato Conte Mascetti di Amici miei, per non pagare una multa, stordiva il
vigile sciorinando una cantilena senza senso: «Tarapìa tapiòco! Prematurata la supercazzola, o scherziamo».
Per qualche ragione misteriosa chi in Italia si sente titolato a
prescrivere ricette sulle riforme dell’Università è solito imbastire
discorsi corredati di numeri e citazioni che impressionano il lettore
distratto o sprovveduto, ma che, una volta dissezionati, rivaleggiano
con la famosa supercazzola prematurata.
L’ultimo episodio di una lunga serie è lo “Spunto di riflessione” (sic) riportato a pagina 38 del Rapporto Iniziative per il rilancio “Italia 2020-2022”,
redatto dal Comitato di esperti in materia economica e sociale,
presieduto dal top manager Vittorio Colao. Ecco il primo paragrafo.
Spunto di riflessione – Una differenziazione smart per il sistema universitario
La qualità scientifica in Italia
non è concentrata in pochi atenei eccellenti, ma è relativamente
diffusa. Prendiamo l’esempio dell’area economica: nel primo esercizio di
valutazione della qualità della ricerca (Vqr) i ricercatori che hanno
presentato lavori valutati tutti come ‘eccellenti’ erano solo 296 (poco
più del 6% del totale), ma distribuiti in ben 59 atenei e 93 diversi
dipartimenti. Un’analoga frammentazione della migliore ricerca è stata
rilevata nelle Vqr successive ed è propria di quasi tutte le aree
scientifiche. Si tratta dunque di un dato che contraddistingue
stabilmente il sistema universitario italiano rispetto alla maggior
parte dei sistemi universitari più avanzati. Questa dispersione dei
migliori ricercatori fra le varie sedi ci aiuta a spiegare un apparente
paradosso. Da un lato, nonostante il cronico sotto-investimento in
ricerca e il bassissimo numero di ricercatori occupati, la qualità
complessiva della produzione scientifica risulta molto elevata in Italia
in termini comparati e in netto aumento negli ultimi 15 anni.
Dall’altro, le università italiane risultano pressoché assenti fra le
top 100 in tutti i ranking internazionali basati su produttività e
impatto della ricerca, mentre sono molto numerose fra le top 500. Una
spiegazione di questo paradosso sta appunto nell’elevata dispersione dei
migliori ricercatori italiani fra atenei diversi, che fa sì che molti
atenei siano di buona qualità, ma (quasi) nessuno eccellente.
Un’argomentazione scritta con
autorevolezza e fondata sui numeri, come insegna lo stile McKinsey,
azienda da cui è transitato Colao. In sintesi:
- solo il 6% di ricercatori “eccellenti”;
- viene citata solo l’area economica e, per di più, prestazioni vecchie di un decennio (VQR 2004-2010), ma state tranquilli: “Un’analoga
frammentazione della migliore ricerca è stata rilevata nelle Vqr
successive ed è propria di quasi tutte le aree scientifiche“;
- dato che i pochi “eccellenti” sono dispersi in tante sedi, nessun
ateneo raggiunge la massa critica per entrare nell’Olimpo delle top 100
nei ranking internazionali.
Chi ha un minimo di pratica con i dati della VQR, sente però ronzare nelle orecchie “Tarapìa tapiòco!” E anche: “come fosse Antani!“.
“È propria di quasi tutte le aree scientifiche”
ci rassicurano i cervelloni della task force. Bene, verifichiamo come
stavano le Scienze Fisiche in quanto a ricercatori eccellenti. I dati
che ci servono sono nella Tabella 2.17a del Rapporto VQR di Area 2:
- il 35% dei ricercatori (736 su 2.113) hanno ottenuto il punteggio massimo;
un altro 32% ha ottenuto punteggio “quasi massimo” (2 giudizi eccellenti e 1 buono su tre prodotti, pari al 93% del punteggio massimo);
- nessuno dei 50 atenei è privo di “eccellenti”, ma il loro numero varia da 1 a 54 (Roma Sapienza). A Padova gli eccellenti sono 49 su 102 ricercatori, ovvero quasi il 50%;
- per quanto riguarda la massa critica, in 8 atenei la percentuale di eccellenti supera il 50%.
È vero nell’area della Fisica le cose
vanno diversamente dall’Economia, ma una rondine non fa primavera,
obietterà qualcuno. Gli esperti hanno precisato che la mancanza di massa
critica di eccellenza era propria di “quasi tutte le
aree scientifiche”. Prendiamo allora l’Ingegneria Industriale e
dell’Informazione, Tabella 4.16 del Rapporto VQR di Area 9:
- il 34% dei ricercatori (1.661 su 4.822) hanno ottenuto il punteggio massimo;
- un altro 26% dei ricercatori ha ottenuto punteggio “quasi massimo”, pari al 93% del punteggio massimo;
- il numero di “eccellenti” per singolo ateneo varia da 0 a 250 (Milano Politecnico);
- in 11 atenei la percentuale di eccellenti supera il 50%: Trento,
Ferrara, Torino, Catanzaro, Roma Foro Italico, Urbino, Bolzano, Pisa
Sant’Anna, Enna, Roma Biomedico, Napoli Parthenope.
Nella maggior parte delle aree l’Anvur
non aveva fornito le statistiche dei voti individuali, ma per farci
un’idea di quanto l’eccellenza sia rara, dispersa e carente di massa
critica, bastano le seguenti percentuali di prodotti eccellenti (Tabella
6.2 di Tabelle Parte Prima):
- Scienze Matematiche e informatiche: 40%
- Scienze Chimiche: 55%
- Scienze Biologiche: 39%
- Scienze Veterinaria: 41%
- Ingegneria Civile: 41%
A questo punto, facciamo un esperimento.
Riprendiamo il paragrafo dello “spunto di riflessione” e vediamo come
suona se sostituiamo i dati dell’area economica con quelli
dell’Ingegneria industriale e dell’informazione.
Spunto di riflessione – Una differenziazione smart per il sistema universitario La qualità scientifica in Italia non è concentrata
in pochi atenei eccellenti, ma è relativamente diffusa. Prendiamo
l’esempio dell’area dell’ingegneria industriale e dell’informazione:
nel primo esercizio di valutazione della qualità della ricerca (Vqr) i
ricercatori che hanno presentato lavori valutati tutti come
‘eccellenti’ erano solo 1.661 (poco più del 34% del totale), ma distribuiti in ben 58 atenei. […]
Solo 1.661 eccellenti? Solo il 34%? Ci
sono ricercatori eccellenti in 58 atenei e dovremmo preoccuparcene?
Abbiamo 4 atenei (Milano Politecnico, Padova, Bologna, Torino
Politecnico) in ciascuno dei quali ci sono più di 100 ricercatori a
punteggio pieno e piagnucoliamo perché non riusciamo a concentrare le
eccellenze? Il Conte Mascetti era un dilettante, al confronto.
Se l’esperto che ha partorito questo
“Spunto” credesse veramente ai responsi della VQR, dovrebbe piuttosto
concludere che, mentre in diverse aree le concentrazioni di eccellenti
ci sono e sono anche parecchie, ci sono aree che scontano dei ritardi.
Tra queste vi è l’area economica, una sacca di sottosviluppo nel
panorama dell’accademia italiana. Dato che i numeri del Rapporto sono
stati presi pari pari dalle pagine 31-32 del Rapporto VQR 2004-2010
dell’area economica, è lecito sospettare che l’esperto fosse proprio un
economista. Curiosamente, ha anche ritoccato verso il basso la percentuale dei ricercatori che hanno presentato lavori valutati tutti come ‘eccellenti’
(9,6%), sostituendola con quella dei valutati con 3 valutazioni
eccellenti (6,4%). Perché negare la medaglia di eccellente ai giovani
che, essendo tenuti a presentare meno di tre lavori, avevano comunque
ottenuto l’en plein? La battuta sarebbe fin troppo facile:
l’area economica è talmente scientificamente depressa da annoverare come
“esperto” chi ha persino scordato quel minimo rigore scientifico che ti
fa controllare i numeri (e magari riportarli fedelmente),
prima di dare per scontato che la propria desolante situazione sia
rappresentativa delle altre aree. Ma, a differenza del Rapporto Colao,
preferiamo tenerci lontani dalle analisi sociologiche un tanto al cento.
In base ai numeri, le ricette avrebbero
dovuto essere ben diverse. È evidente che gli italiani sono un popolo di
fisici, di ingegneri (e di matematici, di chimici, etc), ma non di
economisti. Inutile che l’Italia butti soldi in un secchio bucato,
meglio concentrare i finanziamenti nelle aree in cui eccelliamo davvero
e riorientare gli studi economici verso corsi professionalizzanti,
capaci di fornire, senza fronzoli inutili, le competenze basilari
richieste dal mondo del lavoro. Alla luce di quel misero 6%, mettiamo in
pratica la differenziazione smart e lasciamo la scienza
economica a quelle nazioni in cui l’eccellenza economica può raggiungere
masse critiche che non fanno per noi.
Vista la sua credulità nella VQR, questo
avrebbe dovuto concludere l’esperto della task force, se solo avesse
controllato cosa dicevano davvero i numeri. Ma si sarebbe ugualmente
sbagliato. Chi crede nella VQR difficilmente la conosce a fondo.
Infatti, la sua fede subirebbe un duro colpo se scoprisse che, in base
alla VQR, Unicusano e Messina superano i Politecnici di Milano e Torino per qualità della ricerca.
Una delle conseguenze dell’avvento
dell’Anvur e delle sue valutazioni pseudoscientifiche è aver messo in
circolazione dei fondi di caffè che vengono pensosamente interpretati
dagli esperti di turno, chiamati al capezzale di un malato che, invece,
avrebbe un gran bisogno di levarsi di torno i venditori di elisir
miracolosi (e scaduti, visto che gli ingredienti sono quelli di 10 e più
anni fa).
Di fondi di caffè ce ne sono già a
sufficienza in circolazione, anche senza l’Anvur. Basta pensare alle
classifiche internazionali degli atenei, il cui unico merito è quello di
essere una cartina di tornasole quasi infallibile: se incroci qualcuno
che porta le classifiche a sostegno dei suoi ragionamenti, puoi star
sicuro che di istruzione superiore ha studiato e capito ben poco.
Infatti, solo chi non le conosce e non sa come funzionano può dar
credito a quelle classifiche e usarle a supporto delle proprie tesi
senza provare imbarazzo. Difficile dare troppo credito alla
scientificità dei World University Rankings di Times Higher Education se sai che l’Università di Assuan (Egitto) con i suoi 100 punti su 100 (a pari merito con altri 6 atenei), è la prima università mondiale per impatto scientifico (misurato dall’indicatore Citations).
Gli egiziani superano di diverse posizioni Stanford (posizione 8-9, a
pari merito con la Anglia Ruskin University), Massachusetts Institute of
Technology (posizione 14-15, a pari merito con la Nova Southeastern
University) e Harvard (18-19, a pari merito con la cilena University of
Desarrollo).
Le più note classifiche internazionali
sono costruite in modo da premiare con le prime posizioni nella
classifica generale gli atenei con bilanci miliardari e, da un certo
punto in poi, sono troppo influenzate dal rumore statistico e
dall’arbitrarietà degli algoritmi di standardizzazione. Sono pertanto
inutilizzabili per qualsiasi valutazione delle prestazioni scientifiche e
didattiche e, a maggior ragione, delle loro variazioni nel tempo. Nel
2019, Roma Sapienza è tornata la prima delle università italiane nella
classifica ARWU, grazie alle affiliazioni di due scienziati Highly cited:
un ex-docente ultraottantenne che negli articoli si firma come
affiliato a diversi enti (Helmholtz Institute Ulm, IIT, … ), tutti
diversi da Roma Sapienza, e un professore che invece era di Ferrara. Il
rettore aveva commentato il “balzo in avanti” con queste parole: «Questo risultato giunge grazie all’impegno di tutti ed è frutto di investimenti della Sapienza per quanto possibile crescenti». Secondo Paolo Fox, il 2020 sarebbe stato “un anno di crescita, vantaggioso per viaggi e spostamenti”;”tra
gennaio e maggio avete una bellissima situazione”, aggiungeva. Se c’è
chi crede agli oroscopi, perché non dovrebbe esserci anche chi crede nei
ranking degli atenei?
Il vero problema è che ci creda anche
chi dovrebbe avere per mestiere una mentalità scientifica. Beata
l’ingenuità di chi si spiega l’assenza degli atenei italiani nelle “top
100” con la storiella della dispersione:
le università italiane risultano
pressoché assenti fra le top 100 in tutti i ranking internazionali
basati su produttività e impatto della ricerca, mentre sono molto
numerose fra le top 500. Una spiegazione di questo paradosso sta appunto
nell’elevata dispersione dei migliori ricercatori italiani
Ma è davvero così? Proviamo a rispondere guardando i numeri.
La figura mostra il punteggio PUB
(pubblicazioni) estratto dagli indicatori della classifica ARWU per 20
“national champions” (rosso), ovvero le prime università delle
rispettive nazioni e per gli atenei italiani censiti dalla classifica
(blu). Il punteggio PUB mostra una chiara correlazione con i costi
operativi: chi dispone di più risorse pubblica di più e scala la classifica. Si vede anche che, con i fondi a loro disposizione, gli atenei italiani ottengono ottimi risultati.
Per quanto riguarda l’Università, il
rapporto della task force di Colao assomiglia un po’ troppo a quei
rapporti che ti rifilano a caro prezzo alcune quotate società di
consulenza: storielle per gli ingenui, confezionate per puntellare
scelte decise a priori (la differenziazione tra università di serie A e
serie B, tanto per cambiare). In tutto ciò, che ruolo hanno i numeri?
Beh, fungono da guarnizione. Come la panna montata spray.
Non siamo tra quelli che rivendicano la
vittoria anche di fronte a una sconfitta, come una importante cultura
politica insegna a fare sempre e comunque, col risultato di tramutare
magicamente gli ematomi, frutto di anni e anni di bastonate, in medaglie
giallastre. Lo scontro sulla Vqr – i cui dettagli tecnici qui non interessano (per questi c’è roars.it) – è stato uno scontro politico che ci ha visti uscire, per ora, sconfitti. Di qui le parole del Riccardo III di Shakespeare come contraltare alla Primavera dell’università, un’iniziativa della Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane: un organismo privato) svoltasi il 21 marzo scorso, per provare a sedare il dissenso che si era manifestato attraverso la protesta contro la Vqr.
La sconfitta non ci rende però pessimisti,
senza arrivare a dire che, in realtà, abbiamo vinto e senza nasconderci
i dati della protesta. Che non sono però quelli presentati dall’Anvur,
un carrozzone che costa più di quanto si sarebbe dovuto restituire ai
docenti per legge e di fatto restituito a tutti gli altri comparti dello
Stato: politici, magistrati, insegnanti delle scuole, forze armate e
dell’ordine, medici, prefetti, diplomatici e ministeriali. I dati,
infatti, sono viziati dal fatto che in molte università s’è verificato il caricamento forzato dei prodotti(sic!) dei docenti anche a fronte della loro diffida scritta a procedere in tal senso.
Un fatto inaudito, probabilmente passibile di denuncia penale (visto
che i prodotti sono di proprietà, almeno intellettuale, di chi li
produce che, quindi, può farne ciò che vuole). Il vero dato, tra
astensione reale e caricamento coatto (a fronte di minacce più o meno
esplicite), si aggira attorno al 25% del personale docente e non all’8%
come sostiene, in pieno stile cileno, l’Anvur, agenzia nemmeno «accreditata come membro effettivo dell’Enqa, la European Association for Quality Assurance in Higher Education».
Il 25% è un dato rilevante e su esso
bisogna puntare per individuare nuove iniziative, che gli consentano di
manifestarsi con più forza, prendendo il timone della protesta e
resistendo alle pressioni, spesso dure e scorrette, a cui molti docenti
sono stati sottoposti affinché autorizzassero il caricamento, anche da
parte di terzi, dei loro prodotti. Tra l’8% di coloro che non
hanno effettivamente conferito i propri prodotti e il 17% che lo ha
fatto per coercizione non ci devono essere fratture: questi
ultimi vanno recuperati alla lotta – in qualche università, ad esempio,
alcuni hanno espresso apertamente il loro disagio di essersi trovati
costretti (a volte anche per ragioni personali) a ottemperare alla
procedura (che, va ricordato, è volontaria, non essendo prevista da
nessuna legge), pur condividendo le ragioni della protesta. Non va
dimenticato, inoltre, che l’Anvur è stata costretta a rinviare per ben
due volte la data della scadenza della Vqr e che un terzo rinvio è stato
rifiutato solo per evitare il ridicolo. Infine, la protesta ha avuto
anche qualche risonanza nei mass-media notoriamente schierati contro
quei privilegiati e fannulloni dei professori universitari. Per quanto
non sembri molto – resta il 75% degli allineati, anche se, forse, pure
tra costoro qualche mal di pancia c’è – in realtà è un dato importante e
potenzialmente decisivo per le sorti dell’università pubblica italiana,
perché delinea un orizzonte di lotta molto ampio, che non si registrava da anni, anzi da decenni.
Quello che nessuno dice, però, è che, per ora, la sconfitta non è solo dei pochi ribelli, ma di tutti,
anche, se non soprattutto, degli zelanti, dei ligi al dovere imposto
dall’ideologia del servizio pubblico, dei realisti più realisti del re
(il cui servilismo non li rende necessariamente vincitori),
dell’incapacità politica (indipendentemente dalle dichiarazioni) ormai
conclamata della Crui, dei Rettori, dei Direttori di dipartimento, dei
Consigli di dipartimento e di tanti ricercatori e professori,
soprattutto di quelli che inizialmente avevano appoggiato la lotta e che
poi si sono sottratti all’ultimo momento con argomenti pretestuosi
(false proiezioni basate su dati incompleti), per ignavia, o addirittura
esibendosi in promesse farsesche di una rivoluzione prossima ventura. Sappiamo
da tempo che parlare di rivoluzione, di scioperi selvaggi o attacchi
alla diligenza è il modo migliore per non fare nulla. Chi se ne
riempie la bocca, infatti, non ne riempie la storia e tutt’al più
soddisfa la propria pulsione anarcoide, effetto della sua costante
assenza dai luoghi reali della lotta politica. Che è lì dove si dà
un’occasione e ci sono strumenti (anche deboli) a disposizione, dove si
presentano ragioni sufficienti e dove esistono realistiche prospettive
di espansione della lotta. Nel caso della Vqr, da rivendicazione
corporativa riguardo problemi salariali a posizione di una serie di
questioni più ampie sull’università, la formazione, la valutazione, la
selezione e il reclutamento (soprattutto in relazione ai precari); ma
anche sul diritto allo studio (il problema delle borse è drammatico), le
strutture e gli investimenti.
Abbiamo perso, infatti,
significa – e questo interessa agli studenti e alle famiglie, al di là
delle insensate regole della Vqr – che l’università pubblica italiana ha
perso: forse definitivamente. E quel «forse» dipende
tutto dal 25% di cui parlavamo sopra. Viene da chiedersi: ma se anche di
fronte a rivendicazioni banalmente salariali, il mondo accademico non
s’è mosso in modo compatto, per quale altra ragione sarà disposto a
mobilitarsi? Gran parte del 75% non è mosso di per sé da alti ideali:
tra chi pensa solo alla pensione, chi continua a farsi i fatti propri
soddisfatto del proprio stipendio e chi addirittura ci crede, per
cinismo o per fatalismo, non resta granché. Nella protesta, però, si è palesata una composizione trasversale sia generazionale sia di ruoli
che speriamo non abdichi all’onere di provare a costruire l’università
pubblica del futuro fuori dai canoni dell’aziendalismo e della
privatizzazione. I più giovani soprattutto, si pensi ai precari, che
sono la componente più dinamica dell’università e quella più fottuta
dalla ristrutturazione in corso; e i ricercatori, che non sono
professori, forse è il caso di ricordarlo, anche se per tenere su la
baracca fanno i corsi, malpagati, e molto altro che non dovrebbe fare,
lavorando come un ordinario ma con la metà dello stipendio. Questa sconfitta, dunque, potrebbe sedimentare le basi per la prosecuzione della lotta.
In caso contrario, le conseguenze saranno pesanti e non solo per i ribelli, ma per tutti. Per capirlo, basta leggere l’intervista a La repubblica
rilasciata il 4 febbraio 2012 dall’Ing. Prof. Sergio Benedetto, nella
quale l’allora membro del direttivo della Vqr, col candore che riverbera
dal suo cognome, sollecitato da un’ossequiosa giornalista del
quotidiano che si è distinto negli ultimi anni per le continue campagne
di disinformazione e demonizzazione di alcuni comparti dello Stato
(scuola e università su tutti), così affermava:
G: Alla fine del vostro lavoro avremo una mappatura dell’università italiana, con indicata la serie A la serie B… e la serie Z.
B: Sì, il
risultato finale sarà una classificazione delle università fatta
all’interno di ogni area scientifica. Ad esempio, emergerà una
graduatoria che dirà come la ricerca nella fisica sia migliore
nell’ateneo A piuttosto che B, e così via. I ragazzi saranno aiutati a
scegliere.
Fosse vero... Col metodo di valutazione adottato (peraltro viziato da un fatal error),
la sola cosa che forse riusciranno a capire sarà il grado di notorietà
di alcuni docenti piuttosto che altri, ma non certo a stabilire quale
ricerca è davvero ben fatta e se è utile oggi o domani, visto che la
valutazione si basa o sul grado di apprezzamento da parte della
comunità scientifica o, peggio, sul gradimento espresso da alcuni kapò che
si prestano a valutare, con le loro incomplete conoscenze e per 30
denari cadauno, i prodotti dei colleghi della loro stessa area
disciplinare, come se dall’alto della loro statura (e «non conoscendo
affatto la statura di dio» come cantava il poeta) potessero sindacare su
tutto e tutti, distribuendo voti e... vendicandosi finalmente dei loro
nemici accademici. Perché questo è la Vqr (per non parlare
dell’Asn: l’abilitazione scientifica nazionale): un regolamento di conti
interno all’università (anche quando va bene), in modo tale che la classifica delle università risulti essere il frutto di una pulizia interna.
Mentre il primo meccanismo si basa sul
numero di citazioni che un certo testo totalizza nella comunità
scientifica (pensate che valutazione avrebbero avuto Mendel o Einstein
se si fosse ascoltata la «comunità scientifica» del loro tempo – e
questo per le scienze «dure»: immaginiamoci per le altre), il secondo,
il peggiore (chiamato in gergo peer review, che di una revisione tra pari ha solo il nome), è un sistema del tutto soggettivo: se ti valutano gli amici va tutto bene, se ti valutano i nemici va tutto male, altrimenti stai nel mezzo;
senza contare che le valutazioni non sono motivate, ma calate dall’alto
come giudizi divini. E che dire del ruolo che in tutto questo giocano
l’incompetenza, l’ignoranza o le paturnie personali di qualche baronazzo
di seconda fila pronto a sfogare la propria frustrazione sul lavoro
altrui?
Ma il solerte burocrate prosegue nel cantare le magnifiche sorti e progressive della Vqr, perché, grazie a essa:
G: Ci saranno gli atenei che danno la laurea triennale, quelli che specializzano e le strutture dell’eccellenza con i dottorati.
B: Tutte le
università dovranno ripartire da zero. E quando la valutazione sarà
conclusa, avremo la distinzione tra researching university e teaching
university. Ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea
triennale. E qualche sede dovrà essere chiusa. Ora rivedremo anche i
corsi di dottorato, con criteri che porteranno a una diminuzione molto
netta.
Bene cari studenti e cari genitori: preparatevi a pagare (molto più di quanto non pagate oggi) per avere la qualità (se tale è)!
Oppure convincetevi che, a questo punto, tanto vale andare a studiare
all’estero. Questi sono i risultati dell’euro speso dal governo Renzi in
cultura per ogni euro speso nella lotta al terrorismo e delle
propagandistiche promesse di investire nelle università con la chiamata
di 500 teste fine anche dall’estero o di qualche nuovo docente (un
migliaio circa) a fronte di un sostanziale e pluriennale blocco del
turnover, e una perdita di migliaia di posti di lavoro (circa 10.000 in
sei anni). Ma si preparino soprattutto studenti e genitori delle
università del Sud, perché saranno quelle a diventare quasi
esclusivamente teaching universitye, quindi, non
licei o poco più, ma vere e proprie scuole professionalizzanti, la cui
laurea non varrà un penny. È ovvio, inoltre, che se da ciò non deriverà
l’abolizione del valore legale del titolo di studio (com’è peraltro
molto probabile) ne deriverà senz’altro una diversificazione e
gerarchizzazione del valore.
Le università di serie A, invece, si
spartiranno la torta: a loro verrà dato di più perché a qualcun altro è
stato tolto, forse anche immeritatamente, dal momento che in molte
università cosiddette di serie B è probabile (statisticamente) ci sia
qualche ottimo ricercatore. Nonostante l’apologia dell’individuo, infatti, ognuno è legato alla valutazione della struttura a cui appartiene,
col risultato che il proprio impegno può essere vanificato da un cattivo
risultato collettivo. Così la classificazione e la gerarchizzazione
potranno proseguire! Come avviene già a livello internazionale, dove
qualcuno, bardato di criteri discutibili, si perita di fornire ogni anno
la classifica delle migliori università al mondo. E quelle italiane
sono sempre in fondo! Già, ma nessuno dice che mentre le risorse
attribuite annualmente all’Università italiana rappresentano circa lo
0,4% del PIL, i Paesi che sono in testa alla classifica investono più
del doppio delle risorse. È la solita logica liberale: in attesa che
tutti possano partire dalle stesse condizioni, si fa una bella
classifica che premia solo quelli già bravi! Forse, così facendo,
credono che quelli ‘scarsi’ si daranno da fare di più per raggiungere
quelli bravi? Beh, qui una risata ci sta!
Se qualcuno crede poi che, in questo modo, si apriranno nuovi posti per i precari, probabilmente non ha capito l’antifona.
Diminuiranno i dottorati, diminuiranno comunque i posti per la ricerca
(la figura del ricercatore a tempo indeterminato è stata abolita
dalla legge Gelmini), aumenteranno gli studenti per docente
(soprattutto nelle università migliori), la ricerca finanziata sarà
sempre più limitata ad alcuni settori, lasciando il resto al mercato, la
libertà di insegnamento sempre più vincolata all’utile economico e
quando le teaching university si svuoteranno (e chi ci andrà?
perché pagare per avere un pezzo di carta straccia?) verranno chiuse; e
si potrebbe continuare. La divisione tra serie A e B – per proseguire
con la metafora calcistica, che rappresenta ormai il livello più alto di
impiego del pensiero figurato in questo Paese – è uno specchietto per
le allodole, dato che il campionato che conta è la Champions League e
non i campionati nazionali. Sarà divertente vedere applicati criteri
ancor più restrittivi alle stesse università di serie A, per
distinguerle in A1 e A2 o per dare ad alcune di loro la patente di
università europee e ad altre quella di semplici atenei locali.
Non è una risata che seppellirà i
devastatori dell’università pubblica italiana che sono tutt’uno con gli
autori in malafede della sua privatizzazione; ma merda: quanta non ne
abbiamo vista mai.
Per evitare che ciò accada, bisogna proseguire nella lotta, come si sta cercando di fare pur tra mille difficoltà.
La protesta contro la Vqr ha prodotto un po’ di mobilitazione interna
(l’ultima di una certa consistenza risaliva a quella dei soli
ricercatori contro l’approvazione della legge Gelmini: 240/2010) e molta
discussione anche accesa (che fa sempre bene); inoltre, sembra si sia prodotta – e se sì va ampliata e consolidata – un’intesa trasversale tra professori e ricercatori. Coinvolgere
in essa i precari facendo proprie le loro rivendicazioni – capendo la
delicatezza ma anche la strategicità della loro posizione – sarebbe un
passo fondamentale. Numerose iniziative sono al vaglio: dagli
scioperi riguardo le sedute di laurea e gli esami ai boicottaggi delle
attività non previste dal contratto, dalle pressioni sul governo al
rifiuto di fare i valutatori-kapò e altro ancora. Se concertate
potrebbero avere un impatto significativo sull’ordinario funzionamento
delle attività universitarie.
Crediamo, però, sarebbe il caso di
prendere in esame anche alcune altre ipotesi, che peraltro non escludono
a priori una sinergia con quelle appena ricordate. Sappiamo che le
ambiguità contenute nella legge 240/2010 riguardo agli incarichi di
docenza curricolare di cui sono investiti i ricercatori a tempo
indeterminato sono passibili di contestazione, come dimostra la sentenza
del Tar Lombardia n. 00644/2015,
che ha accolto il ricorso di alcuni ricercatori del Politecnico di
Milano contro il tentativo dell’Ateneo di rendere obbligatorie 80 ore di
didattica frontale all’interno delle 350 di didattica integrativa
previste dalla legge. Questa fattispecie configura la possibilità di un’astensione da parte dei ricercatori incardinati dalla didattica curricolare (da
rafforzare con la contemporanea rinuncia degli altri docenti ad
accettare carichi didattici oltre il monte ore previsto per legge e/o a
supplire i corsi lasciati vacanti dai ricercatori), mentre più delicata è
la posizione di quelli a tempo determinato. Si tratta perciò di individuare terreni di lotta capaci di fungere da campo di battaglia comune per ricercatori e professori
e quindi in grado di portare a un coinvolgimento più ampio e unitario
di quello verificatosi sino ad ora. In particolare, sarebbero da
considerare: 1) la rivendicazione del ruolo unico con
conseguente abolizione della gerarchia accademica e relativo accesso
gerarchizzato agli incarichi universitari (una proposta che circola da
tempo nei circuiti del dibattito universitario); 2) la richiesta di porre fine alla Vqr e chiudere l’Anvur
(con significativo risparmio per le casse dello Stato) ossia: a) il
rifiuto di ogni paradigma meritocratico e di ogni forma di valutazione
per manifesta impossibilità (con qualunque sistema) di arrivare a un
esito scientifico della stessa; b) l’abolizione di un’agenzia che genera
gerarchie prive di fondamento scientifico e legittima una politica di
distruzione dell’università pubblica, anziché lavorare per il suo
miglioramento e il suo consolidamento.
Sono modeste proposte, ma solo così «l’inverno del nostro scontento» potrà forse diventare «una radiosa estate» (sempre il Riccardo III) e riusciremo a non ridurci come Ethan Hawley, il protagonista di L’inverno del nostro scontento di Steinbeck.
La Vqr (Valutazione della
qualità della ricerca) è una procedura in atto già da qualche tempo
nell’università italiana e, a dispetto dell’acronimo, valuta solo
elementi quantitativi. Essa serve a distribuire i finanziamenti ai Dipartimenti in base all’attribuzione di un coefficiente a singoli «prodotti» (sic!)
della ricerca (libri, saggi ecc.). Il meccanismo è ovvio: più basso il
punteggio ottenuto (dato dalla somma delle valutazioni ottenute dai
singoli «prodotti») meno soldi vengono erogati al Dipartimento… Meno
soldi si ricevono, meno ricerca si farà e meno docenti si potranno
chiamare, siano essi ricercatori o professori. Al prossimo giro
(triennale) si avrà quindi un punteggio ancora più basso. Questa
procedura non è solo ridicola per gli indicatori che utilizza, ma si
presta a usi impropri (valutare le Università e non solo i Dipartimenti
ad esempio, ma anche spingere gli Atenei a intervenire valutando i
singoli docenti, nonostante il Ministero continui ad affermare che non
sono i docenti gli oggetti della valutazione), e penalizza, per una
serie di ragioni che qui sarebbe troppo lungo elencare, gli Atenei del
Sud.
L’attuale protesta attraverso il boicottaggio della Vqr per riavere gli scatti stipendiali,
che, dopo il blocco, il governo ha riconosciuto a tutti i comparti
della pubblica amministrazione tranne che all’università, ha dei limiti
che sono oggettivamente innegabili. Una qualunque delle diverse forme
con cui la protesta si è presentata è colma di lacune, soprattutto di
natura politica, sia nell’analisi sia nella proposta. In generale, per
non far torto a nessuno, il difetto principale è l’incapacità (o la non
volontà) di farle assumere un carattere meno corporativo e più ampio,
che si faccia carico di mettere al centro del dibattito l’organizzazione
attuale dell’università (e della scuola) basata su una progressiva e
apparentemente ineluttabile aziendalizzazione e privatizzazione. Detto
questo, è vero che l’adesione al boicottaggio è molto diversificata,
andando da chi ha di mira soltanto il risarcimento economico e chi
invece vuole modificare radicalmente le procedure di valutazione, fino a
chi vuole cancellarle.
In questo marasma riteniamo che l’azione contro la Vqr vada comunque sostenuta e difesa; che se occuparsi dei soldi che ci hanno portato via negli ultimi anni è corporativo, allora toccherà essere corporativi,
anche perché non si chiede un aumento di salario, ma solo il
riconoscimento giuridico del quadriennio 2011-2014 e degli scatti
stipendiali dovuti per legge, prima bloccati e ora tolti; che la
ricerca non si fa con corpi eterei o con lo spirito e, dunque, le
condizioni materiali che la rendono possibile richiedono si sia meno
schizzinosi sul rapporto tra denaro e scienza.
Ogni azione di lotta collettiva,
inoltre, va contestualizzata storicamente se non si vuol cadere nel
manicheismo, rinunciando, in nome di una perfezione ideale, cioè
immaginaria, all’unica lotta concreta che c’è. Che l’università (e tutto
il comparto dell’istruzione pubblica) stia attraversando una crisi che
concerne anche il corpo insegnante è evidente da anni. La sua
spoliticizzazione progressiva non è casuale, bensì è un obiettivo
perseguito con tenacia attraverso la diminuzione progressiva ma
inesorabile delle risorse che ha scatenato una guerra di tutti contro
tutti per accaparrarsele, per quanto insufficienti a fornire un’offerta
didattica di qualità. Un’aggressività solo minimamente lasciata sfogare
da contentini tipo Abilitazione Scientifica Nazionale, il cui fallimento
– proprio per mancanza di fondi – è inciso come un marchio nella pelle
di decine di abilitati in attesa di una chiamata. Neanche fosse quella che fece cadere Paolo di sella!
Gli effetti si vedono ancora
prima che nella composizione politica dell’apparato docente nella sua
difficoltà ad assumere un atteggiamento politico, per tacere
della sua aperta avversione a farlo, almeno in alcuni casi. Questo è il
risultato di aver posto alla base del consenso la «maggioranza
silenziosa» che, fedele al proprio nome, si guarda bene dal dire
qualcosa anche di fronte all’avanzare di ciò che la distruggerà.
Trent’anni di bombardamento ideologico
sul male rappresentato dalla politicizzazione del discorso pubblico
cominciano a dare risultati. La politica ormai è, per i più, un male «a
prescindere» e non solo per lo squallido spettacolo che ne offrono
quotidianamente i politici di professione. Come se la sua apparente
assenza non costituisse il lasciapassare per politiche neoliberiste e
classiste, anziché per un’inesistente quanto mitica neutralità dei
provvedimenti governativi o peggio di governance.
Continui e progressivi cedimenti
stanno producendo in questi giorni numerose defezioni tra i docenti
inizialmente a favore del boicottaggio; per tacere dello
squallido spettacolo offerto dai Rettori, sempre pronti a fare il doppio
gioco con l’unico fine reale di soffiare sul fuoco mostrandosi prima
solidali e poi inviando mail, in alcuni casi minatorie, affinché si
espletasse la procedura. I molti che si stanno chiamando fuori dalla
lotta proprio quando servirebbe maggiore determinazione sono il frutto
di una progressiva disabitudine alla lotta e testimoniano la conseguente
consacrazione della paura come passione eminentemente politica. E chi
ha paura è sempre un suddito – anche se non per questo un nemico, ma
poco ci manca – perché ha già in sé il proprio sovrano assoluto, senza
aspettare che qualcuno lo rappresenti in carne e ossa – cosa che prima o
poi, comunque, accade sempre. Questi voltafaccia sono la spia
della difficoltà di leggere il salario come un rapporto di forza e,
dunque, come un rapporto politico di potere. Con tutti i limiti
che possiede, infatti, la protesta in atto, ha il pregio di provare a
saldare i ridicoli meccanismi di valutazione con cui si pretende di
ricondurre il lavoro universitario all’interno dei criteri del marxiano
«lavoro astratto» con la questione del salario; sebbene, lo ripetiamo, a
un livello ancora insufficiente.
I manichei, invece, che non appoggiano o
non appoggiano più la lotta per la sua insufficienza e imperfezione, da
un lato si nascondono dietro una perfezione del tutto immaginaria di
cui non sono certo i depositari e, dall’altro, si crogiolano nel
piagnisteo insopportabile che, non essendo ideali le condizioni della
lotta, non ha senso lottare. Si capisce bene che tutto il «godimento»
sta in questa immaginaria impossibilità. Ma non c’è tempo per la
psicoanalisi! C’è bisogno invece di persone capaci di spingere a
fondo le lotte quanto più possibile partendo dalle condizioni date e
non da quelle immaginarie, di migliorarle se se ne è capaci, di ampliarle e sostenerle nonostante
le loro imperfezioni. La lotta perfetta è come Dio e come tale la
lasciamo a chi è incapace di protestare e agire (o non lo vuole) contro
la «miseria reale» ossia contro lo «spettacolo» orrendo di una «società
divisa all’infinito nelle razze più svariate, le quali si contrastano
con piccole antipatie, cattiva coscienze e brutale mediocrità e che a
causa della reciproca posizione ambigua e sospetta vengono trattate
tutte senza distinzione, se pur con differenti formalità, dai loro signori come esistenze consentite. E lo stesso fatto di essere dominate, governate, possedute, esse devono riconoscerlo e professarlo come una concessione dal cielo!»
(K. Marx). Oltre al lamento, infatti, non c’è nulla: non un’analisi
diversa (che non sfoci nell’inevitabilità dell’accondiscendenza), non
una proposta alternativa, non l’indicazione di un terreno di lotta più
proficuo, ma solo la narcisistica pretesa di essere gli unici a capire…
che nulla si può fare di fronte al Destino che «il cielo» ha elargito.
Viva dunque chi sta resistendo, fino all’ultimo, con un sussulto di coraggio.
Gli altri fanno davvero venir voglia di cedere alla tentazione di
pensare che questa università meriti di essere distrutta come stanno
cercando di fare destra e sinistra da almeno dieci anni a questa parte.
Non vogliamo però cadere in questo
tranello. Se ciò verso cui la Vqr e tutto il resto vogliono andare è una
nuova università d’élite, cioè di classe (e non certo dei migliori),
allora bisogna resistere (almeno resistere, anche se sarebbe
meglio contrattaccare) all’idea che non sia possibile fare una buona
università di massa. Certo, come abbiamo già detto,
servono soldi e strutture, volontà politica e organizzazione, capacità
di pianificazione sul lungo periodo e consenso sociale; ma serve anche
una classe docente che sappia farsi rispettare non solo
scientificamente, ma anche politicamente, anziché calare i pantaloni,
rassegnata, ma in fondo felice, per il godimento che la aspetta.
Infine, chi pensa sia un
privilegio fare questo mestiere, provi a parlare con i precari, con i
ricercatori e con le loro famiglie. Osservi le loro vite e con
esse un lavoro quotidiano, spesso di ottima qualità, portato avanti
nonostante i salari più bassi di tutta Europa, i finanziamenti
inesistenti, le strutture fatiscenti, i carichi di insegnamento sempre
maggiori senza nessuna controparte, l’incertezza costante del proprio
futuro, la sempre maggiore dipendenza dai «baroni» alla faccia della
supposta premialità del merito. Non si ripeterà mai abbastanza, infatti,
che dalla riforma Gelmini in poi l’università è stata consegnata sempre
di più in mano ai soli baroni: molto più di quanto non lo fosse già
prima, il che è tutto dire. Anche se la Vqr non riguarda i
precari dell’Università, ma solo i cosiddetti «incardinati», sono
proprio i precari che sconteranno gli effetti più deleteri della
procedura e primo fra tutti il fatto che le università con una
valutazione bassa si troveranno nell’impossibilità di assumere nuovi
docenti e alcune correranno pure il rischio di dover chiudere interi
corsi di laurea. Una penalizzazione che toccherà ovviamente anche i
futuri studenti.
La protesta contro la Vqr,
comunque finisca, non è certo la battaglia decisiva, ma è un tassello
importante di un’ipotesi di progetto contro-egemonico: sia per
far capire che dopo anni di tagli l’Università non è più disposta a
tollerarli, sia per provare a costruire un discorso e un movimento di
lotta che affronti alla radice i problemi che la attanagliano.
Forse non sarà la protesta contro la
Vqr, ma non sarà neppure una risata che seppellirà i distruttori
dell’università pubblica italiana.