Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/07/2020

Reddito di base, Sinistra e Tecnologia: intervista a Roberto Ciccarelli

Non è una giornata particolarmente feconda di letture interessanti quella di oggi. Dopo le analisi economiche che invertono la causa con l'effetto, di seguito propongo una tirata fin troppo estesa che ha tttavia il pregio di dimostrare come sia possibile parlare di sinistra eludendo i temi centrali della stessa ovvero il salario sostituito con il reddito, la sovranità popolare con l'orizzontalismo delle moltitudini e il controllo dei mezzi di produzione con l'internazionalismo del fisco...
Con l'autore concordo comunque su un punto, "siamo ancora indietro". Sì e molto.

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1. In questo periodo di crisi, moltiplicata a causa dell’epidemia del Coronavirus, si è discusso della possibilità di un reddito incondizionato di base in sostituzione di un reddito di emergenza, di istituti come la cassa integrazione o misure varie di sostegno ai redditi bassi e fasce più deboli. Di fronte alla narrazione quotidiana di Confindustria, partiti asserviti al potere economico, giornali, tv e media che senso ha oggi parlare di un vero e proprio reddito di esistenza (definito così anni fa da Andrea Fumagalli e da altri ricercatori economici)? In che misura, come e dove attivarlo?

I primi avversari di una riforma universalistica del Welfare, che contiene anche la possibilità dell’istituzione di un reddito di base incondizionato a livello nazionale e sovranazionale, sono i partiti attualmente al governo in Italia, a cominciare dal Pd, da Italia Viva e dal movimento 5 stelle che ha creato con la Lega il cosiddetto “reddito di cittadinanza”: un pericoloso sistema di workfare che, almeno sulla carta, prevede fino a 16 ore di lavoro gratuito a settimana erogato agli enti locali, mobilità obbligatoria anche su tutto il territorio nazionale alla ricerca di un lavoro, fondi alle imprese che assumono. Chi non rispetta queste norme è penalizzato e punito fino alla perdita del sussidio. È difficile che queste condizioni entrino in funzione: il lavoro precario a cui si voleva avviare i beneficiari del “reddito” giudicati abili al lavoro non si troverà a causa della devastante recessione. La piattaforma digitale che avrebbe dovuto incrociare la domanda e l’offerta secondo gli schemi del workfare neoliberale non è entrata in funzione, e probabilmente non lo farà mai a causa dei gravi problemi causati dall’agenzia per le politiche attive del lavoro (Anpal) bloccata, anche a causa del presidente nominato dai Cinque Stelle Domenico Parisi. Nei fatti, oggi, il “reddito di cittadinanza” è un reddito di base, di 500 euro in media. Non è un brutto risultato, nonostante tutto. Ma si tratta di una misura razzista. Sono esclusi tutti i cittadini extracomunitari residenti in Italia da meno di 10 anni. Una misura decisa dalla Lega e imposta ai Cinque Stelle. Nessuno intende cambiarla nell’attuale governo di segno diverso, ma sempre con i Cinque Stelle. Tutto questo resta incardinato in una struttura politica e sociale fortemente regressiva, orientata alle imprese, nell’ipotesi inesistente al momento, che serva a governare i poveri e a gestire una forza lavoro non specializzata, per di più orientata per creare l’effetto ottico di una diminuzione della povertà assoluta che c’è stata, ma è stata di dimensioni tutto sommato modeste: meno 400 mila unità negli ultimi mesi del 2019, rispetto ai più di 5 milioni di poveri assoluti del 2018. Queste cifre sono destinate ad essere spazzate vie dalla nuova crisi innescata dal Covid-19. La povertà, probabilmente, è destinata addirittura a raddoppiare. E si capirà che il reddito, con le sue forti condizioni fiscali e patrimoniali si dimostrerà inutile per affrontare questa ondata paurosa. Resterà tutt’al più un sussidio di ultima istanza, inadeguato. Le imprese hanno rifiutato violentemente questa misura giudicata come “assistenziale”. E non hanno mai preso sul serio il desiderio dei Cinque Stelle di consegnargli manodopera a basso prezzo e non qualificata. Lo stesso orientamento è stato adottato da tutto il sistema mediatico dominante, tranne alcuni giornali: il fatto quotidiano che sostiene i Cinque Stelle e Il Manifesto. Quest’ultimo giornale critica fortemente i creatori del reddito, così come la misura che hanno concepito, e fa parte della campagna mondiale per l’istituzione del reddito di base incondizionato. Nei mesi della quarantena per il Covid-19 abbiamo fatto un passo in avanti, politicamente parlato. Abbiamo creato una rivendicazione ampia sull’estensione senza vincoli né condizionalità dell’attuale “reddito di cittadinanza” – che non è un “reddito di cittadinanza”. Esso può diventare ora, subito, adesso uno strumento ampio e strutturale capace di raggiungere almeno 15 milioni di persone in Italia per affrontare la nuova povertà che si aggiungerà a quella già enorme esistente prima del 2020. Senza entrare troppo nello specifico, in una parola si può aumentare subito il reddito a 780 euro A TESTA, il massimale già previsto dalla legge in vigore. È necessario riformare tutti gli ammortizzatori sociali in uno solo universale modulabile per categoria. Trasformare Sanità, Istruzione, tutele sociali universali a partire dalla casa e dai trasporti nell’ottica di una ripubblicizzazione gratuita e universale del Welfare. Politiche del salario minimo per evitare il dumping salariale. Sono questi i primi punti essenziali da cui partire per comporre un’agenda per la politica nuova. Non sarà facile. Nulla è scontato. Rischiamo di restare passivi e subalterni. A dodici anni dalla prima crisi del 2008, e con la nuova che è appena iniziata, sarebbe una tragedia. A me piacerebbe vivere, almeno una volta nella vita, un movimento che si rafforza e si impone. A questo lavoro. Potrei non vivere nulla di tutto questo. Spero un giorno di vedere almeno un inizio.

2. In Italia si possono trovare alcuni movimenti e piani della sinistra (per intenderci non quella della PD o quella della sinistra di destra...) che, presi singolarmente, sono molto interessanti, ma che sembrano isolati e separati da un progetto generale e condiviso; pensiamo appunto al reddito incondizionato di base, alla questione del salario minimo, ben evidenziata dai lavori di Marta e Simone Fana, alla battaglia intorno al capitalismo digitale e agli appelli di un’unione di tutti i lavoratori del web, dei Riders o dei precari, ai movimenti femministi e anti razzisti, al Municipalismo e ai progetti partecipativi... Com’è possibile unire, una volta per tutte, le linee della sinistra? E le nuove generazioni, anche se è riduttivo parlare di categorie come generazioni, come possono costituire parte integrante di questo insieme?

Ti chiedo: ma quando mai, nella storia del concetto di “sinistra”, si è dato un Unico Soggetto di Sinistra? La sinistra è la storia di conflitti, anche violenti, persino fratricidi, dissennati, senza senso. E non solo questo, per fortuna. È un concetto che cambia con la storia e ha sempre avuto bisogno di essere aggettivato per essere comprensibile. Diciamo basta a questa nostalgia dell’età dell’oro che non è mai stata tale. Basta con questa retromania per il Grande Partito. Pratichiamo le genealogie, caliamoci nella storia, abbandoniamo il presentismo. Ho trovato interessante una genealogia di Dario Gentili secondo il quale sinistra significa sinisteritas: una linea spezzata, divergente, obliqua, inadatta a dettare la linea, ma capace di tracciare più linee, punti di fuga. Più che il concetto in sé, perché “sinistra” è tutt’al più un concetto, non una pratica, né una politica, a me interessa la molteplicità che emerge dal concetto e non si fa ridurre da esso. È impossibile da riportarla all’Uno. Anzi, è l’Uno che si dà in questa molteplicità. Per spiegare questo meccanismo più che sull’unità a cui tendere mi soffermerei dunque sul concetto di totalizzazione che si pratica mentre nascono i movimenti molteplici. Più che sul concetto sostantivato di sinistra, o sul suo aggettivo inteso come un soggetto, trovo molto più decisivi i movimenti femministi, ecologisti e antirazzisti intesi come processi di totalizzazione infiniti, agenti, sono sempre aperti a nuove totalizzazioni. Questa è la forma della politica da pensare per arrivare a un’idea di istituzione e alla contemporanea trasformazione critica della società, dell’economia, della vita. La nuova onda di Black Lives Matter dopo l’omicidio razzista di George Floyd da parte della polizia di Minneapolis ha dimostrato che il lavoro politico nella società americana è un processo di totalizzazione molto profondo che unisce il conflitto alla necessità di una radicale modifica delle istituzioni. I primissimi risultati si vedono, persino a livello mondiale considerata la diffusione della solidarietà che questo movimento ha avuto. Questa dialettica della totalizzazione può essere utile per riprendere e rafforzare la critica dell’economia politica del capitalismo che non è semplicemente “anticapitalista”, ma è una visione storica e politica del capitalismo diretta al suo superamento. La pratica di questo punto di vista contro i poteri razzisti, sessisti e patriarcali, capitalisti è co-rivoluzionaria: insieme siamo tutto, divisi siamo niente. Senza questo punto di vista non c’è totalizzazione in prospettiva, né unità nella contingenza. La politica di questo tipo è una sperimentazione continua. Può portare alla definizione delle nuove forme della politica che stiamo in molti cercando. Ciò che manca non è dunque la “sinistra”. Ciò che manca è la piena sperimentazione di nuove forme collettive, e individuali, della politica nei movimenti della totalizzazione. Bisogna intensificare la ricerca, a partire dall’esistenza di ciascuno, sperimentare quel poco, o quel tanto, che abbiamo capito, da soli e insieme. Farlo subito. E non stancarsi mai di correggere, migliorare, in maniera generosa, ma non dispersiva, in una prospettiva internazionalista. l’Internazionale è la coabitazione della futura umanità con i prossimi e gli stranieri già da oggi. Questo significa oggi “la nostra patria è il mondo intero”. Cantiamo gli inni, queste parole sono bellissime. È una prospettiva necessaria per coltivare contemporaneamente una disposizione alla pratica, all’impegno, alla solidarietà, alla cooperazione. Quando parliamo di conflitto, dovremmo nutrirci prima della potenza che questa tessitura permette di sviluppare. Senza, non c’è conflitto. A volte ho l’impressione che sarà un lavoro che terrà impegnata almeno la prossima generazione, anche se alcuni risultati li intravediamo già oggi, anche per necessità, considerando la violenza delle crisi ambientali, pandemiche, economiche che si stanno abbattendo su di noi. Non è un lavoro scontato. È necessario continuarlo. E spero non saranno solo risultati parziali, allusioni, aspirazioni. Il campo della sperimentazione è ampio, è attuale, sta già accadendo e ha comunque superato il mantra della “sinistra che non c’è”. Detto questo, alla luce di un lavoro diffuso, globale, molecolare, posso dirti che non mi interessa molto la “sinistra”, mi interessano i movimenti marxisti nella realtà e una rinnovata politica della classe. Un concetto ripensato alla luce della nuova divisione del lavoro e della società e delle nuove politiche della cooperazione sociale e produttiva. Marxista è un movimento femminista che fa il discorso sulla razza, la classe e la liberazione delle donne. Marxista è un movimento antirazzista che combatte contro la polizia omicida. Marxista è un movimento ecologista che chiede la rivoluzione del modo di produzione capitalista. Marxista è prendere parte con i senza parte affinché la divisione in parti della società sia rovesciata da una politica capace di sperimentare ciò che è singolarmente comune, ciò che è universalmente singolare. Parlare di “sinistra” è invece troppo generico e spesso riconduce questi sintomi di una nuova politica alla trinità di proprietà, confini e sovranità. “Sinistra” è parlare dei diritti fondamentali senza partire dai diritti sociali, considerati sganciati da questi altri diritti. Chi parla di “sinistra” in quanto tale può anche organizzare la divisione del lavoro, di classe, di sesso e di razza. O le accetta illudendosi di riformare, migliorare, neutralizzare. Sinistra oggi può significare anche la possibilità di vivere in una società classista illudendosi che non esistano più le classi sociali, che la storia è finita, che non esista più una lotta di classe e solo la denuncia delle “diseguaglianze”. Sinistra è anche definire la politica come governabilità. Non si tratta dunque di unire i suoi frammenti, politicamente ininfluenti. Se si riuniranno, se proprio sarà il caso, quando sarà affrontato, con le conseguenti pratiche, il superamento della cultura quotidiana che organizza le divisioni di cui la “sinistra” è parte organica. Senza una politica dell’egemonia, alla luce dei nuovi elementi con i quali l’attualità ci interroga fortemente, nulla di tutto questo potrà essere fatto.

3. Cosa possiamo fare di fronte alla potenza del “ lato oscuro della rivoluzione digitale” che ci sta rubando lavoro, tempo, spazio e vita? Come possiamo muoverci in questo mondo di big data e di fake news, controllato e costituito da piattaforme invasive come Google, Amazon, Facebook e Apple o di fronte a quei progetti economici e sociali come quelli “ scritti” in Cina (vedi WeChat o Smart City), come ci suggerisce Simone Pieranni nel suo ultimo libro?

Al momento si fa poco. Siamo ancora alle premesse di un ragionamento, così come delle possibili politiche alternative. La forza di questi attori è tale, così come lo scontro geoeconomico tra multinazionali Usa e cinesi, che non è possibile ancora agire all’altezza. Ma è invece possibile lavorare sul piano culturale e politico per cercare di influenzare a livello programmatico le decisioni. Anche da questo punto di vista mi sembra che siamo ancora indietro. A questo proposito è utile riprendere il tema del reddito, da un altro punto di vista. Parto dalla tesi per cui il reddito di base risponde alla questione sociale del XXI secolo: sempre più grandi moltitudini di persone vivranno male perché lavorano troppo e male, mentre sono ancora più numerosi coloro che non trovano lavoro e sono distrutti dal bisogno. Le piattaforme digitali trasformano questa condizione in un profitto. Più aumenta la crisi, più spingono i loro utenti a farsi profilare e ad acquistare i prodotti pubblicizzati dalle aziende che pagano per apparire sugli schermi. Oppure convincono i lavoratori poveri ad accettare mansioni servili e compensi al di sotto della soglia di povertà. Il reddito di base è una possibilità di liberarsi da queste trappole, pretendere un lavoro liberato, abitare dignitosamente la vita. Chi parla di reddito digitale di base capovolge la logica delle piattaforme che si appropriano del valore della forza lavoro senza riconoscere nulla in cambio. Il ragionamento è il seguente: tanto più queste interfacce sono usate, tanto più dovrebbero accrescere il valore di chi le usa, liberando la forza lavoro dalla ripetizione degli schemi comportamentali e permettendo alla sua potenza di esercitarsi diversamente nella vita virtuale e in quella reale. Il reddito digitale di base non andrebbe erogato alle persone solo perché cliccano su uno schermo, ma a una forza lavoro che produce il valore complessivo delle piattaforme. Tale valore non è di proprietà delle aziende. È comune e, come tale, va redistribuito. La proposta è finanziare il reddito tassando le piattaforme. Il nuovo sistema fiscale va assicurato con accordi vincolanti a livello sovranazionale. È stato anche indicato un criterio utile per intercettare la nuova ricchezza. Le grandi aziende tecnologiche non andrebbero tassate solo sulla base dei data center, degli uffici o del fatturato che producono in un paese, ma sulla base dei dati prodotti dalla forza lavoro dei loro utenti. Se in un paese esistono 30-40 milioni di utenti, ad esempio l’Italia, allora la tassazione va commisurata in base alla produzione totale. Una volta raccolti, i fondi andrebbero convogliati sul reddito e non dispersi in altre misure. A questo scopo dovrebbero servire anche le multe comminate alle piattaforme dalla Commissione Europea o dalle autorità federali degli Stati Uniti per abuso di posizione dominante sul mercato, oppure i capitali recuperati dall’evasione o dall’elusione fiscale operate dalle piattaforme. Sono il prodotto del lavoro dei prosumers, devono essere restituiti in modo equo paese per paese attraverso un dividendo distribuito in maniera equa. È giusto che questi lavoratori digitali comprendano di essere parte di una società e non solo di una comunità virtuale di proprietà di un capitalista. È uno dei provvedimenti utili per redistribuire le ricchezze incommensurabili accumulate dagli anni Ottanta del XX secolo ad oggi e per intervenire su quelle che saranno prodotte dalla forza lavoro in futuro. A titolo di esempio, sono citati la Tobin Tax sui capitali finanziari; la Carbon Tax per la conversione ecologica dell’industria fossile; l’“euro-dividendo”, ovvero un reddito di importo variabile in base al costo medio della vita in ciascuno stato membro dell’Unione Europea, o perlomeno dell’Eurozona, integrato in maniera variabile dalla Banca Centrale Europea; le imposte progressive sulla proprietà, l’eredità e i redditi superiori a una soglia del milione di euro. Insieme, queste e altre misure possono finanziare una riforma del Welfare su basi universalistiche, sostenere un cambiamento del sistema di produzione e una trasformazione della contrattazione del lavoro.

Roberto Ciccarelli, filosofo, blogger e giornalista, scrive anche per il Manifesto. Ha pubblicato, tra l’altro, Il Quinto Stato (con Giuseppe Allegri), La furia dei cervelli (con Giuseppe Allegri, 2011), 2035. Fuga dal precariato (2011), Immanenza. Filosofia, diritto e politica della vita dal XIX al XX secolo (2009), Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale (2018) e Capitale disumano. La vita in alternanza scuola lavoro (2018).

Fonte

03/11/2018

La povertà in Italia. Ciò che deve preoccupare è quella “relativa”

Il dibattito e le misure sulla povertà in Italia sono falsate da un dato che è diventato fisiologico ormai dagli anni ‘80. Era il 1983 quando come Radio Proletaria conducemmo una prima inchiesta sulla nuova povertà nel nostro paese, intuendo che si stava consolidando uno “zoccolo duro” di persone imbrigliate in una marginalità di cui non si intravedevano vie d’uscita senza un forte intervento pubblico, soprattutto nel Meridione e nelle realtà metropolitane più che nelle province.

Questo zoccolo duro è cresciuto con il manifestarsi dell’immigrazione alla fine degli anni ‘80 (prima era fenomeno limitatissimo relativo a immigrati filippini, maghrebini e capoverdiani) ma si è sostanzialmente mantenuto quantitativamente limitato, anche dentro una struttura sociale “a due/terzi” (con il corpaccione centrale rappresentato dai ceti medi) poi demolita dalla fortissima polarizzazione sociale avviata dagli anni ’90 con le misure liberiste e antipopolari imposte dal Trattato di Maastricht.

L’Istat ha diffuso pochi mesi fa una nota nella quale conferma come la povertà assoluta coinvolga 5 milioni di persone su una popolazione di 60 milioni. Ma, giustamente, nella stessa nota si segnala come la povertà relativa sia cresciuta molto più di quella assoluta coinvolgendo 9 milioni e 368 mila persone.

La prima (quella assoluta) è aumentata dello 0,6% nel 2017 rispetto al 2016; la seconda è aumentata dell’1,7% – tre volte tanto – rispetto al 2016, e tra questi “poveri” ci sono soprattutto “operai ed assimilati” e disoccupati (tra cui si assiste ad un aumento del 6% della povertà rispetto al 2016). Il dato comune a tutte le penalizzazioni sono i nuclei familiari numerosi.

E’ evidente il nesso tra l’aumento della povertà relativa e, ad esempio, i bassi e bassissimi salari dovuti alla sterminata platea di contratti di lavoro precari. Si lavora ma si percepisca una retribuzione talmente bassa che tiene anche i lavoratori e le lavoratrici inchiodate dentro la fascia di povertà.

Qualche settimana fa in televisione, una giornalista anche brava, segnalava come l’eventuale reddito di cittadinanza sarebbe stato di poco inferiore allo stipendio di una cassiere o di un banchista della grande distribuzione. Purtroppo non ha colto che lo scandalo doveva essere gridato non sulla quantità del reddito di cittadinanza quanto sull’infamia delle vergognose e bassissime retribuzioni di chi già lavora. Introdurre infatti un reddito sociale minimo per i disoccupati (cosa diversa dal reddito di cittadinanza messo in cantiere dal governo), indubbiamente sarebbe uno strumento di pressione e di cessazione del ricatto dei padroni sui bassissimi salari con cui oggi retribuiscono le loro lavoratrici e lavoratori. Ed è sulla rottura di questo meccanismo di ricatto che va ragionata una seria proposta di reddito sociale minimo da introdurre nel paese.

Il dato che dunque va preso di petto, è sì la povertà assoluta rispetto alla quale le prestazioni sociali messe in campo non offrono alcuna possibilità di fuoriuscita, ma al centro dello scontro politico va messo l’aumento della povertà relativa, perché questo è l’indicatore più netto e drammatico del boom delle disuguaglianze sociali, dell’aumento dei working poor e di una polarizzazione sociale che sta producendo danni sociali enormi. E su questo terreno non è solo un problema di welfare, è un cambio di rotta sui meccanismi della totale deregulation del mercato del lavoro realizzati dal 1998 a oggi (dal pacchetto Treu alla Legge Biagi al Jobs Act).


Qui di seguito ripubblichiamo il report diffuso a giugno dall’Istat sulla povertà in Italia.

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Le stime diffuse in questo report si riferiscono a due distinte misure della povertà: assoluta e relativa, che derivano da due diverse definizioni e sono elaborate con metodologie diverse, utilizzando i dati dell’indagine campionaria sulle spese per consumi delle famiglie.

Nel 2017 si stimano in povertà assoluta 1 milione e 778 mila famiglie residenti in cui vivono 5 milioni e 58 mila individui; rispetto al 2016 la povertà assoluta cresce in termini sia di famiglie sia di individui.

L’incidenza di povertà assoluta è pari al 6,9% per le famiglie (da 6,3% nel 2016) e all’8,4% per gli individui (da 7,9%). Due decimi di punto della crescita rispetto al 2016 sia per le famiglie sia per gli individui si devono all’inflazione registrata nel 2017. Entrambi i valori sono i più alti della serie storica, che prende avvio dal 2005.

Nel 2017 l’incidenza della povertà assoluta fra i minori permane elevata e pari al 12,1% (1 milione 208 mila, 12,5% nel 2016); si attesta quindi al 10,5% tra le famiglie dove è presente almeno un figlio minore, rimanendo molto diffusa tra quelle con tre o più figli minori (20,9%).

L’incidenza della povertà assoluta aumenta prevalentemente nel Mezzogiorno sia per le famiglie (da 8,5% del 2016 al 10,3%) sia per gli individui (da 9,8% a 11,4%), soprattutto per il peggioramento registrato nei comuni Centro di area metropolitana (da 5,8% a 10,1%) e nei comuni più piccoli fino a 50mila abitanti (da 7,8% del 2016 a 9,8%). La povertà aumenta anche nei centri e nelle periferie delle aree metropolitane del Nord.

L’incidenza della povertà assoluta diminuisce all’aumentare dell’età della persona di riferimento. Il valore minimo, pari a 4,6%, si registra infatti tra le famiglie con persona di riferimento ultra sessantaquattrenne, quello massimo tra le famiglie con persona di riferimento sotto i 35 anni (9,6%).

A testimonianza del ruolo centrale del lavoro e della posizione professionale, la povertà assoluta diminuisce tra gli occupati (sia dipendenti sia indipendenti) e aumenta tra i non occupati; nelle famiglie con persona di riferimento operaio, l’incidenza della povertà assoluta (11,8%) è più che doppia rispetto a quella delle famiglie con persona di riferimento ritirata dal lavoro (4,2%).

Cresce rispetto al 2016 l’incidenza della povertà assoluta per le famiglie con persona di riferimento che ha conseguito al massimo la licenza elementare: dall’8,2% del 2016 si porta al 10,7%. Le famiglie con persona di riferimento almeno diplomata, mostrano valori dell’incidenza molto più contenuti, pari al 3,6%.

Anche la povertà relativa cresce rispetto al 2016. Nel 2017 riguarda 3 milioni 171 mila famiglie residenti (12,3%, contro 10,6% nel 2016), e 9 milioni 368 mila individui (15,6% contro 14,0% dell’anno precedente).

Come la povertà assoluta, la povertà relativa è più diffusa tra le famiglie con 4 componenti (19,8%) o 5 componenti e più (30,2%), soprattutto tra quelle giovani: raggiunge il 16,3% se la persona di riferimento è un under35, mentre scende al 10,0% nel caso di un ultra sessantaquattrenne.

L’incidenza di povertà relativa si mantiene elevata per le famiglie di operai e assimilati (19,5%) e per quelle con persona di riferimento in cerca di occupazione (37,0%), queste ultime in peggioramento rispetto al 31,0% del 2016.

Si confermano le difficoltà per le famiglie di soli stranieri: l’incidenza raggiunge il 34,5%, con forti differenziazioni sul territorio (29,3% al Centro, 59,6% nel Mezzogiorno).

Fonte