Migliaia di persone si sono radunate a Parigi sabato pomeriggio, in memoria di Adama Traoré nonostante il divieto prefettizio, mentre altre «marche citoyennes» si sono svolte in tutto l’Esagono.
Ne erano state annunciate più di una trentina.
Le mobilitazioni sono state chiamate in maniera unitaria da un centinaio di organizzazioni politiche, sindacati combattivi e collettivi sotto il segno del «cordoglio e della rabbia», come recitava il manifesto di convocazione.
Assa Traoré, sorella di Adama Traoré e figura di spicco della battaglia contro le violenze poliziesche, aveva annunciato pubblicamente che sarebbe stata presente comunque – sabato alle 15 in place de la Republique – anche dopo il divieto di manifestare (emanato a Beaumont-sur-Oise) in memoria del fratello morto durante un “interrogatorio” da parte della gendarmerie, nel luglio del 2016.
L’annuncio di questo primo divieto era giunto giovedì 6 luglio in tarda serata, dopo la convocazione unitaria lanciata il giorno prima.
L’appello a manifestare era stato criticato duramente dal portavoce del governo Olivier Véran, che aveva puntato il dito sugli insoumise di Jean-Luc Mélenchon, nonostante la formazione non fosse all’origine di questo appello comune.
Alla marcia, nell’estremo nord della regione parigina, avrebbe dovuto partecipare tra gli altri la madre di M. Nahel, promotrice della marche blanche in ricordo del figlio ucciso a Nanterre.
Alcuni/e eletti/e della LFI erano perciò stati altrettanto duri rispetto a questo primo divieto di manifestare.
Clémentine Autain, deputata della LFI eletta a Seine-Saint-Denis, si è provocatoriamente domandata: «Come spiegare – dopo la morte di un ragazzo ucciso da un poliziotto – che non bisogna bruciare le macchine e incendiare gli edifici se una manifestazione pacifica e democratica viene proibita?».
L’altro eletto della LFI a Seine-Saint-Denis, Eriq Coquerel, ha chiesto direttamente al Ministro degli Interni: «Gérald Darmanin, qual’è l’obiettivo del vostro prefetto, se voi proibite tutte le manifestazioni pacifiche in seguito alla morte di Nahel?».
Le numerose associazioni che avevano promosso l’appello – a cominciare dal sindacato Solidaire, che ne era stato l’ideatore, al fianco di Attac, della CGT, del sindaco degli insegnanti FSU e della storica organizzazione anti-razzista nata sull’onda delle mobilitazione di 40 anni fa in seguito alle rivolte urbane del 1983 – si sono espresse in termini simili.
Considerazioni legittime, la cui ragionevolezza è stata rafforzata dal successivo divieto prefettizio a manifestare nel centro di Parigi.
Come ha affermato il deputato della LFI nell’Essone, Antoine Léaument, a BFM-TV: «queste manifestazioni si sono sempre svolte nella calma. È proprio il fatto di vietarle che può far sì che ci siano tensioni, perché le persone sono arrabbiate, bisogna capirlo». Anche lui aveva così annunciato poco dopo sul proprio profilo Twitter che sarebbe andato a place de la République, insieme ad una decina di altri deputati della LFI.
Al raduno parigino, di fronte ad alcuni deputati de La France Insoumise – tra cui la capo-gruppo all’Assemblea Nazionale della LFI Mathilde Panot – e dei verdi (EELV), venuti nonostante il divieto prefettizio, ha affermato: «Manifestiamo per la gioventù, per denunciare le violenze poliziesche. Vogliono nascondere i nostri morti».
Ed ha aggiunto «autorizzano la marcia dei neonazisti, ma non autorizzano la nostra manifestazione. La Francia non può dare lezioni di moralità. La polizia è razzista, la polizia è violenta».
Un riferimento, questo, alla mobilitazione che è stata lasciata sfilare tranquillamente nel centro della capitale francese alcune settimane fa, con le immagini dei militanti neonazisti e delle croci celtiche che avevano fatto il giro del mondo.
Parole come pietre.
Poco dopo, circondati da un importante dispositivo poliziesco, ai manifestanti è stato intimato di disperdersi, e si sono verificate alcune scaramucce con gli agenti, mentre i presenti scandivano lo slogan: «Giustizia per Nahel», in riferimento al 17enne ucciso dalla polizia durante un controllo a Nanterre martedì 27 giugno.
I manifestanti sono partiti poi in corteo in direzione del boulevard Magenta, al grido di «Nessuna giustizia, nessuna pace!» e «Nessuna Giustizia per Nahel!, Giustizia per Adama!».
Dopo una decina di minuti la polizia ha di nuovo intimato di disperdere il corteo che era partito con alla testa alcuni deputati della LFI e dei Verdi (EELV).
Prima che il comitato «Verità e Giustizia per Adama» chiedesse ai manifestanti di sciogliersi, c’è stato un intervento di Assa Traoré da una pensilina dell’autobus, che ha affermato: «abbiamo avuto l’ultima parola». Poi è stata “scortata” dagli organizzatori fuori dalla manifestazione, per proteggerla da possibili ritorsioni.
Alla fine della manifestazione, attorno alle 17, un giornalista di Loopsider ha filmato dei poliziotti della famigerata unità motorizzate (BRAV-M) intente a caricare alcuni dei manifestanti, procedendo anche ad alcuni fermi.
Uno dei fratelli di Adama, Youssouf, è stato fermato e un giornalista violentemente manganellato. Le immagini sono state riprese da altri siti di informazione e sono diventate virali.
Il doppio divieto prefettizio rappresenta senz’altro un salto di qualità nell’annullamento dei margini di azione politica pubblica dell’opposizione, nel giorno che di fatto ha registrato il primo tentativo di mobilitazione dopo la rivolta urbana che ha incendiato la Francia.
Una prima tappa nel percorso che ha chiamato alla mobilitazione in una trentina di città e che proseguirà sabato prossimo.
La prefettura parigina ha pubblicato on line il suo divieto alle 10:30 di sabato stesso, giustificando la proibizione per un «concentramento non dichiarato che presenta rischi di turbamento dell’ordine pubblico».
Il divieto firmato dal prefetto Laurent Nuñez ricorda il «contesto teso» e le «cinque notti consecutive» di “violenze” nella regione parigina.
Di fatto si tratta di motivazioni identiche a quelle additate per giustificare la proibizione della manifestazione a Persan e a Beaumont-sur-Oise, che è facile pensare siano state dettate direttamente da Darmanin, il Ministro dell’Interno che ha decretato lo scioglimento del collettivo ecologista “Les soulèvements de la Terre” (il primo atto concreto di messa fuorilegge di un movimento politico progressista).
Lo stesso Darmanin aveva fatto intervenire con i mezzi blindati le unità speciali della polizia e della gendarmerie (BIM, RAID, GIGN), la settimana scorsa, e permesso l’utilizzo delle mortali munizioni “beanbag” in tutto l’Esagono.
3.700 persone sono state messe in “garde à vue” dall’inizio delle rivolte, martedì 27 giugno. 1.160 sono minorenni, secondo le cifre della Cancelleria che ha annunciato che a venerdì le persone incarcerate sono tutt’ora 400.
Giovani e giovanissimi, per la maggior parte incensurati, per cui il Guardasigilli Eric Dupont-Moretti ha chiesto «una risposta penale, ferma, rapida e sistematica»
Una rivolta urbana che non ha pari nella storia recente della Francia – l’ultima di queste dimensioni risale al 2005 – ma che gli osservatori reputano “più violenta” di una ventina d’anni fa, in un contesto di vita più degradato, con una velocità di comunicazione più diretta e soprattutto dopo una scia di sangue di omicidi polizieschi impunti molto più lunga.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/07/2023
05/05/2023
Francia e Italia. La “sindrome degli Interni”
“Vorrei vedere se Piantedosi avesse detto delle cose simili sulla Francia e sul suo governo, cosa sarebbe successo. Lo possiamo immaginare facilmente ci sarebbero state delle conseguenze gravissime”. Così ha affermato oggi il ministro degli Esteri italiano Tajani in una intervista al Corriere della Sera.
Tajani ha annullato la visita in Francia prevista per oggi come ritorsione per le parole del ministro degli Interni francese Darmanin contro il governo italiano accusato di incompetenza nella gestione dell’emergenza immigrati. La Francia la settimana scorsa ha schierato altri 150 militari al confine con l’Italia per gestire i respingimenti di migranti che vorrebbero andare in territorio francese.
Ma torniamo all’intervista di Tajani che, inconsapevolmente, sottolinea la contraddizione venuta in evidenza, la quale non attiene alla gestione dell’emergenza migranti quanto alla funzione dei ministri degli Interni nei paesi reazionari, magari “formalmente democratici”, ma reazionari nella natura.
Dunque, se al posto del ministro degli Interni francese Darmanin ci fosse stato Piantedosi cosa sarebbe successo? Esattamente la stessa cosa. Il problema infatti è che i ministri degli Interni nei paesi reazionari sono fatti così.
Recitano la parte degli “uomini d’ordine” e indirizzano il discorso pubblico verso un clima da caserma. Sono inclini – e abituati – a parlare il linguaggio dell’ordine pubblico e a scaricare su capri espiatori i fallimenti della propria funzione.
Una capacità “narrativa” che è spesso di successo, che appare addirittura “geniale” visto che propone ricette semplicissime per problemi complicatissimi. Solo che quella “genialità” riesce a sembrare tale fin quando quel ministro – o quel governo – parla da solo, senza un contraddittorio altrettanto “autoritario”.
Lo stesso Piantedosi, per esempio,in questi mesi non si è risparmiato in dichiarazioni improvvide allontanando da sé responsabilità e additando altri come causa delle difficoltà (spesso obiettive, ma appunto per questo viene pagato un ministro e tutte le forze di polizia) e delle emergenze da gestire.
Le uniche soluzioni che è riuscito a partorire sono stati decreti “punitivi” che hanno complicato enormemente i salvataggi in mare da parte delle Ong, rendono clandestini anche gli immigrati con permesso di soggiorno con protezione speciale, mentre la narrazione pubblica viene concentrata contro “gli scafisti” solo perché sono gli unici “a portata di mano”.
Il suo collega francese Darmanin, è della stessa pasta. Per settimane ha scagliato la polizia contro le manifestazioni sindacali legittimando brutalità che hanno sdegnato il mondo. Adesso di fronte ad una prevedibile pressione migratoria sulle frontiere con l’Italia lancia sguaiatamente la palla nel campo del vicino innescando una crisi diplomatica.
Che poi Italia e Francia dovrebbero avere tra loro relazioni d’acciaio. È passato poco più di un anno dalla firma del Trattato del Quirinale, un trattato bilaterale complessivo che dovrebbe proiettare le relazioni tra due Stati al livello più alto. Ma a quanto pare le classi dirigenti attuali non hanno neanche contezza di quello che firmano e delle conseguenze che ne derivano.
I ministri degli Interni reazionari, in Francia come in Italia, sono fatti così. Sembrano geniali solo fino a quando le loro ricette – uguali dappertutto – non vengono usate per colpirsi a vicenda.
È lì che diventano dei comici. Pericolosi, però...
Fonte
Tajani ha annullato la visita in Francia prevista per oggi come ritorsione per le parole del ministro degli Interni francese Darmanin contro il governo italiano accusato di incompetenza nella gestione dell’emergenza immigrati. La Francia la settimana scorsa ha schierato altri 150 militari al confine con l’Italia per gestire i respingimenti di migranti che vorrebbero andare in territorio francese.
Ma torniamo all’intervista di Tajani che, inconsapevolmente, sottolinea la contraddizione venuta in evidenza, la quale non attiene alla gestione dell’emergenza migranti quanto alla funzione dei ministri degli Interni nei paesi reazionari, magari “formalmente democratici”, ma reazionari nella natura.
Dunque, se al posto del ministro degli Interni francese Darmanin ci fosse stato Piantedosi cosa sarebbe successo? Esattamente la stessa cosa. Il problema infatti è che i ministri degli Interni nei paesi reazionari sono fatti così.
Recitano la parte degli “uomini d’ordine” e indirizzano il discorso pubblico verso un clima da caserma. Sono inclini – e abituati – a parlare il linguaggio dell’ordine pubblico e a scaricare su capri espiatori i fallimenti della propria funzione.
Una capacità “narrativa” che è spesso di successo, che appare addirittura “geniale” visto che propone ricette semplicissime per problemi complicatissimi. Solo che quella “genialità” riesce a sembrare tale fin quando quel ministro – o quel governo – parla da solo, senza un contraddittorio altrettanto “autoritario”.
Lo stesso Piantedosi, per esempio,in questi mesi non si è risparmiato in dichiarazioni improvvide allontanando da sé responsabilità e additando altri come causa delle difficoltà (spesso obiettive, ma appunto per questo viene pagato un ministro e tutte le forze di polizia) e delle emergenze da gestire.
Le uniche soluzioni che è riuscito a partorire sono stati decreti “punitivi” che hanno complicato enormemente i salvataggi in mare da parte delle Ong, rendono clandestini anche gli immigrati con permesso di soggiorno con protezione speciale, mentre la narrazione pubblica viene concentrata contro “gli scafisti” solo perché sono gli unici “a portata di mano”.
Il suo collega francese Darmanin, è della stessa pasta. Per settimane ha scagliato la polizia contro le manifestazioni sindacali legittimando brutalità che hanno sdegnato il mondo. Adesso di fronte ad una prevedibile pressione migratoria sulle frontiere con l’Italia lancia sguaiatamente la palla nel campo del vicino innescando una crisi diplomatica.
Che poi Italia e Francia dovrebbero avere tra loro relazioni d’acciaio. È passato poco più di un anno dalla firma del Trattato del Quirinale, un trattato bilaterale complessivo che dovrebbe proiettare le relazioni tra due Stati al livello più alto. Ma a quanto pare le classi dirigenti attuali non hanno neanche contezza di quello che firmano e delle conseguenze che ne derivano.
I ministri degli Interni reazionari, in Francia come in Italia, sono fatti così. Sembrano geniali solo fino a quando le loro ricette – uguali dappertutto – non vengono usate per colpirsi a vicenda.
È lì che diventano dei comici. Pericolosi, però...
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09/04/2023
Francia: “preferiamo mangiare patate che crepare al lavoro”
Giovedì 6 aprile si è svolto l’undicesimo sciopero inter-professionale e l’undicesima mobilitazione nazionale contro la riforma pensionistica con manifestazioni in tutto l’Esagono.
Il giorno precedente, il capo dell’esecutivo Elisabeth Borne aveva ricevuto, senza che ciò sortisse alcun esito positivo, le otto organizzazioni sindacali che hanno fin qui guidato la protesta.
L’incontro, è stato un vero e proprio «fallimento» dal punto di vista dei sindacati. Da una parte i membri dell’intersindacale chiedevano il ritiro della riforma, a cui Borne ha risposto picche; dall’altra il Primo Ministro avrebbe voluto “superare” il dossier sulle pensioni ed avviare la discussione su altri cantieri che il governo ha intenzione di aprire ricevendo a sua volta un netto rifiuto.
Cyril Chabanier, presidente confederale della CFTC – il sindacato dei “quadri” – ha affermato a nome di tutta l’intersindacale: «Noi abbiamo ribadito alla prima ministra che non c'è altra soluzione democratica che non sia il ritiro del testo. La prima ministra ha risposto che lei ha intenzione di mantenere il suo testo. Una decisione grave».
Un testo, è sempre bene ricordarlo, che non è stato votato in Assemblea Nazionale per il timore che fosse bocciato da un governo che ha poi evitato di un soffio la sfiducia.
È significativo che anche il leader di una delle formazione sindacali più “moderate” come la CFDT, ribadisca un concetto già espresso e nuovamente attaccato anche dal presidente Macron: «stiamo vivendo una grave crisi democratica, avevamo una crisi sociale che si trasforma in crisi democratica».
Ancora più chiara la nuova leader della CGT, Sophie Binet, per cui «il governo è barricato in un bunker» ed è «in aperta rottura nei confronti del paese».
La torsione autoritaria della Francia si esprime sostanzialmente in due forme: la sordità del Presidente e dell’Esecutivo di fronte alle richieste della piazza, con milioni di persone che da tre mesi scendono in strada sostenute dalla maggioranza della popolazione, da tutto l’arco sindacale e dall’opposizione politica – sia di sinistra (NUPES, guidata da Mélénchon) che di estrema destra (RN di Marine Le Pen); dall’altra l’escalation della repressione.
Un sondaggio Viavoce pubblicato giovedì dal quotidiano “Libération” certifica il livello di delegittimazione del “Presidente dei Ricchi”.
Il 65% giudica negativamente l’operato di Macron – il 43% lo considera “molto negativo” ed il 22% “abbastanza negativo” – mentre solo un 26% lo giudica positivamente ed “entusiasma” solo il 4% degli intervistati (gli imprenditori, insomma)!
Il 75%, ad un secondo quesito più articolato, dichiara che il Presidente “non è vicino alla gente”, e ad una terza domanda – anch’essa più articolata – il 69% ha risposto che “non rispetta le opposizioni politiche”.
A parte ciò che concerne la politica estera per cui, comunque, solo il 36% – contro il 53% – dei francesi intervistati ha fiducia che “promuoverà il posto della Francia a livello internazionale”, su tutti i principali dossier del quinquennio viene espressa una sfiducia netta, con un picco del 68% rispetto alle questioni sociali.
Tutti i sondaggi sono sempre da prendere “con le pinze”, ma in questo caso sembrano fornire una istantanea molto attendibile sulla profonda sfiducia nei confronti del “Presidente dei Ricchi” comunque abbondantemente bocciato dalla piazza.
Un dato colpisce particolarmente: il 55% degli intervistati pensa che “le libertà”, dal 2017 – anno in cui è stato eletto per il suo primo mandato presidenziale – siano regredite.
Anche chi è d’accordo con le mobilitazioni, che sempre più spesso vedono scontri violenti con forze dell’ordine, ha timore a manifestare a causa dell’azione repressiva.
A questa percezione contribuisce l’attuale Ministro Gérald Darmanin, che è arrivato addirittura a criticare la Lega dei Diritti dell’Uomo per i rilievi fatti rispetto all’operato delle forze dell’ordine.
Le sue parole sibilline, con le quali lasciava intravedere una revisione delle sovvenzioni statali nei confronti della storica associazione che difende i diritti civili, ha spinto un centinaio di esponenti del mondo della cultura a scrivere una lettera aperta al presidente Macron affinché condanni pubblicamente le proposizioni di Darmanin.
Scrivono tra l’altro in questo appello i firmatari: «Noi non faremo l’affronto di rimproverarvi di ignorare che questi stessi militanti furono tra i bersagli principali della repressione del regime di Vichy».
Parole come pietre. Ma è chiaro che il semplice “monitoraggio” degli abusi in divisa è considerato un delitto di lesa maestà.
La solita geniale vignetta di Allan Barte immagina uno scambio tra il Presidente, preoccupato che le persone possano essere indignate per le posizioni del suo Ministro dell’interno, supponendo che vogliano instaurare «un regime non troppo democratico». Darmanin risponde: «Sì ma se lasciamo la Lega dei Diritti dell’Uomo lavorare, le persone sapranno che instauriamo un regime non molto democratico».
Per descrivere il personaggio, un ex gollista passato armi e bagagli alla Macronie per un posto da ministro, basti dire che è andato al congresso nazionale del maggiore sindacato della polizia a Parigi – Alliance Police – declamando tra l’entusiasmo dei 400 convenuti: «j’aime les flics», traducibile con «amo gli sbirri»!
Lui e Macron si sono scagliati con toni pesantissimi contro “l’ultra-sinistra” ed il suo “terrorismo intellettuale”, ma sono silenti sul montante fenomeno del terrorismo di estrema-destra, nonostante le ripetute avvisaglie sulla sua pericolosità.
Tornando alla mobilitazione di giovedì, il Ministero dell’interno ha contato 570mila persone, mentre gli organizzatori hanno stimato a 2 milioni il numero dei partecipanti.
Al di là dei numeri è chiaro che, nonostante la leggera flessione dopo 3 mesi di mobilitazione, non si può assolutamente parlare di riflusso. Anche perché rimangono fortemente mobilitati i settori strategici che fino a qui sono stati la colonna vertebrale degli scioperi, e le casse di solidarietà hanno visto affluire e ridistribuire cifre record per i lavoratori che hanno perso più giornate di lavoro, come quelli del petrolchimico o gli operatori ecologici.
Diamo qualche numero su alcune di queste iniziative.
La cassa di resistenza creata alcuni anni fa dalla CGT Info’com ha raccolto e già versato 3,5 milioni d’euro, cioè 250 mila in più della mobilitazione precedente.
Un Piquet de Stream su Twitch, dal 18 gennaio al 20 marzo, aperto da alcune persone impegnate nella mobilitazione, ha totalizzato 90 mila euro.
La “Caisse de grève insoumise” di LFI ha raccolto e messo a disposizione 850 mila euro, distribuiti ai lavoratori dei tre inceneritori di Parigi (Ivry-sur-senne, Issy-les-Moulineaux, Saint-Ouen) che per tre settimane hanno messo in ginocchio il sistema di raccolta e trattamento dei rifiuti, e che dal 13 aprile saranno ancora in sciopero prolungato a tempo determinato.
Tra i molti che sostengono lo sciopero con questa modalità ci sono persone che non possono più scioperare, come i pensionati (anche loro in grandissima maggioranza contrari alla riforma), o che hanno difficoltà a farlo per la posizione che rivestono, come i quadri aziendali.
L’intersindacale – composta da 8 organizzazioni sindacali e da 5 organizzazioni giovanili – nella serata di giovedì ha chiamato ad una ennesima giornata di sciopero “inter-professionale” e di mobilitazione nazionale per il 13 aprile, un giorno prima del pronunciamento della Consiglio Costituzionale sulla costituzionalità della riforma, e sulla possibilità di avviare la raccolta firme per la sua abolizione.
È chiaro che, come ha dichiarato Olivier Mateu, segretario della UD13 della CGT, serve un cambio di strategia da parte dell’intersindacale per un passaggio coordinato allo sciopero prolungato.
Il leader sindacale della regione marsigliese ha ben espresso il cambio di passo necessario affermando che: «è un bene essere popolari, ma è ancora meglio essere efficaci».
Fa dunque appello alla classe nel suo insieme affermando che: «se i lavoratori pensano che le organizzazioni sindacali faranno tutto, si sbagliano. Noi, sindacati, non abbiamo degli scioperanti nel congelatore che possono uscire al momento della lotta. Se la legge non viene ritirata sarà una sconfitta per tutti i lavoratori che dovranno lavorare due anni in più».
Esprime un sostanziale scetticismo sulla possibilità che il Consiglio Costituzionale bocci la proposta, ma è fiducioso sulla possibilità di vincere la battaglia.
Dopo più di tre mesi di mobilitazione lo spirito resta lo stesso, soprattutto tra gli studenti e le frange più militanti, che danno vita ad azioni dirette piuttosto impattanti (come i blocchi del traffico e le operazioni “ville morte” in varie città) o decisamente spettacolari, come l’occupazione dell’Arco di Trionfo da parte della CGT Culture e l’invasione degli uffici parigini del fondo d’investimento Blackrock da parte dei ferrovieri della capitale.
Come ha dichiarato un manifestante ad un giornalista di “Le Monde”: «Scioperando si perde del salario, ma non importa, preferiamo mangiare patate che crepare al lavoro».
Fonte
Il giorno precedente, il capo dell’esecutivo Elisabeth Borne aveva ricevuto, senza che ciò sortisse alcun esito positivo, le otto organizzazioni sindacali che hanno fin qui guidato la protesta.
L’incontro, è stato un vero e proprio «fallimento» dal punto di vista dei sindacati. Da una parte i membri dell’intersindacale chiedevano il ritiro della riforma, a cui Borne ha risposto picche; dall’altra il Primo Ministro avrebbe voluto “superare” il dossier sulle pensioni ed avviare la discussione su altri cantieri che il governo ha intenzione di aprire ricevendo a sua volta un netto rifiuto.
Cyril Chabanier, presidente confederale della CFTC – il sindacato dei “quadri” – ha affermato a nome di tutta l’intersindacale: «Noi abbiamo ribadito alla prima ministra che non c'è altra soluzione democratica che non sia il ritiro del testo. La prima ministra ha risposto che lei ha intenzione di mantenere il suo testo. Una decisione grave».
Un testo, è sempre bene ricordarlo, che non è stato votato in Assemblea Nazionale per il timore che fosse bocciato da un governo che ha poi evitato di un soffio la sfiducia.
È significativo che anche il leader di una delle formazione sindacali più “moderate” come la CFDT, ribadisca un concetto già espresso e nuovamente attaccato anche dal presidente Macron: «stiamo vivendo una grave crisi democratica, avevamo una crisi sociale che si trasforma in crisi democratica».
Ancora più chiara la nuova leader della CGT, Sophie Binet, per cui «il governo è barricato in un bunker» ed è «in aperta rottura nei confronti del paese».
La torsione autoritaria della Francia si esprime sostanzialmente in due forme: la sordità del Presidente e dell’Esecutivo di fronte alle richieste della piazza, con milioni di persone che da tre mesi scendono in strada sostenute dalla maggioranza della popolazione, da tutto l’arco sindacale e dall’opposizione politica – sia di sinistra (NUPES, guidata da Mélénchon) che di estrema destra (RN di Marine Le Pen); dall’altra l’escalation della repressione.
Un sondaggio Viavoce pubblicato giovedì dal quotidiano “Libération” certifica il livello di delegittimazione del “Presidente dei Ricchi”.
Il 65% giudica negativamente l’operato di Macron – il 43% lo considera “molto negativo” ed il 22% “abbastanza negativo” – mentre solo un 26% lo giudica positivamente ed “entusiasma” solo il 4% degli intervistati (gli imprenditori, insomma)!
Il 75%, ad un secondo quesito più articolato, dichiara che il Presidente “non è vicino alla gente”, e ad una terza domanda – anch’essa più articolata – il 69% ha risposto che “non rispetta le opposizioni politiche”.
A parte ciò che concerne la politica estera per cui, comunque, solo il 36% – contro il 53% – dei francesi intervistati ha fiducia che “promuoverà il posto della Francia a livello internazionale”, su tutti i principali dossier del quinquennio viene espressa una sfiducia netta, con un picco del 68% rispetto alle questioni sociali.
Tutti i sondaggi sono sempre da prendere “con le pinze”, ma in questo caso sembrano fornire una istantanea molto attendibile sulla profonda sfiducia nei confronti del “Presidente dei Ricchi” comunque abbondantemente bocciato dalla piazza.
Un dato colpisce particolarmente: il 55% degli intervistati pensa che “le libertà”, dal 2017 – anno in cui è stato eletto per il suo primo mandato presidenziale – siano regredite.
Anche chi è d’accordo con le mobilitazioni, che sempre più spesso vedono scontri violenti con forze dell’ordine, ha timore a manifestare a causa dell’azione repressiva.
A questa percezione contribuisce l’attuale Ministro Gérald Darmanin, che è arrivato addirittura a criticare la Lega dei Diritti dell’Uomo per i rilievi fatti rispetto all’operato delle forze dell’ordine.
Le sue parole sibilline, con le quali lasciava intravedere una revisione delle sovvenzioni statali nei confronti della storica associazione che difende i diritti civili, ha spinto un centinaio di esponenti del mondo della cultura a scrivere una lettera aperta al presidente Macron affinché condanni pubblicamente le proposizioni di Darmanin.
Scrivono tra l’altro in questo appello i firmatari: «Noi non faremo l’affronto di rimproverarvi di ignorare che questi stessi militanti furono tra i bersagli principali della repressione del regime di Vichy».
Parole come pietre. Ma è chiaro che il semplice “monitoraggio” degli abusi in divisa è considerato un delitto di lesa maestà.
La solita geniale vignetta di Allan Barte immagina uno scambio tra il Presidente, preoccupato che le persone possano essere indignate per le posizioni del suo Ministro dell’interno, supponendo che vogliano instaurare «un regime non troppo democratico». Darmanin risponde: «Sì ma se lasciamo la Lega dei Diritti dell’Uomo lavorare, le persone sapranno che instauriamo un regime non molto democratico».
Per descrivere il personaggio, un ex gollista passato armi e bagagli alla Macronie per un posto da ministro, basti dire che è andato al congresso nazionale del maggiore sindacato della polizia a Parigi – Alliance Police – declamando tra l’entusiasmo dei 400 convenuti: «j’aime les flics», traducibile con «amo gli sbirri»!
Lui e Macron si sono scagliati con toni pesantissimi contro “l’ultra-sinistra” ed il suo “terrorismo intellettuale”, ma sono silenti sul montante fenomeno del terrorismo di estrema-destra, nonostante le ripetute avvisaglie sulla sua pericolosità.
Tornando alla mobilitazione di giovedì, il Ministero dell’interno ha contato 570mila persone, mentre gli organizzatori hanno stimato a 2 milioni il numero dei partecipanti.
Al di là dei numeri è chiaro che, nonostante la leggera flessione dopo 3 mesi di mobilitazione, non si può assolutamente parlare di riflusso. Anche perché rimangono fortemente mobilitati i settori strategici che fino a qui sono stati la colonna vertebrale degli scioperi, e le casse di solidarietà hanno visto affluire e ridistribuire cifre record per i lavoratori che hanno perso più giornate di lavoro, come quelli del petrolchimico o gli operatori ecologici.
Diamo qualche numero su alcune di queste iniziative.
La cassa di resistenza creata alcuni anni fa dalla CGT Info’com ha raccolto e già versato 3,5 milioni d’euro, cioè 250 mila in più della mobilitazione precedente.
Un Piquet de Stream su Twitch, dal 18 gennaio al 20 marzo, aperto da alcune persone impegnate nella mobilitazione, ha totalizzato 90 mila euro.
La “Caisse de grève insoumise” di LFI ha raccolto e messo a disposizione 850 mila euro, distribuiti ai lavoratori dei tre inceneritori di Parigi (Ivry-sur-senne, Issy-les-Moulineaux, Saint-Ouen) che per tre settimane hanno messo in ginocchio il sistema di raccolta e trattamento dei rifiuti, e che dal 13 aprile saranno ancora in sciopero prolungato a tempo determinato.
Tra i molti che sostengono lo sciopero con questa modalità ci sono persone che non possono più scioperare, come i pensionati (anche loro in grandissima maggioranza contrari alla riforma), o che hanno difficoltà a farlo per la posizione che rivestono, come i quadri aziendali.
L’intersindacale – composta da 8 organizzazioni sindacali e da 5 organizzazioni giovanili – nella serata di giovedì ha chiamato ad una ennesima giornata di sciopero “inter-professionale” e di mobilitazione nazionale per il 13 aprile, un giorno prima del pronunciamento della Consiglio Costituzionale sulla costituzionalità della riforma, e sulla possibilità di avviare la raccolta firme per la sua abolizione.
È chiaro che, come ha dichiarato Olivier Mateu, segretario della UD13 della CGT, serve un cambio di strategia da parte dell’intersindacale per un passaggio coordinato allo sciopero prolungato.
Il leader sindacale della regione marsigliese ha ben espresso il cambio di passo necessario affermando che: «è un bene essere popolari, ma è ancora meglio essere efficaci».
Fa dunque appello alla classe nel suo insieme affermando che: «se i lavoratori pensano che le organizzazioni sindacali faranno tutto, si sbagliano. Noi, sindacati, non abbiamo degli scioperanti nel congelatore che possono uscire al momento della lotta. Se la legge non viene ritirata sarà una sconfitta per tutti i lavoratori che dovranno lavorare due anni in più».
Esprime un sostanziale scetticismo sulla possibilità che il Consiglio Costituzionale bocci la proposta, ma è fiducioso sulla possibilità di vincere la battaglia.
Dopo più di tre mesi di mobilitazione lo spirito resta lo stesso, soprattutto tra gli studenti e le frange più militanti, che danno vita ad azioni dirette piuttosto impattanti (come i blocchi del traffico e le operazioni “ville morte” in varie città) o decisamente spettacolari, come l’occupazione dell’Arco di Trionfo da parte della CGT Culture e l’invasione degli uffici parigini del fondo d’investimento Blackrock da parte dei ferrovieri della capitale.
Come ha dichiarato un manifestante ad un giornalista di “Le Monde”: «Scioperando si perde del salario, ma non importa, preferiamo mangiare patate che crepare al lavoro».
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