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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/12/2021

Etiopia - Forze governative riconquistano città strategiche. Manifestazioni contro ingerenze occidentali

Le forze federali etiopi insieme ai loro alleati hanno riconquistato le città di Dessiè e Kombolcha, nella regione settentrionale di Amhara occupate in precedenza dalle milizie del Fronte di liberazione popolare del Tigrè (Tplf).

Le due città vengono ritenute strategiche perché in esse convergono due assi fondamentali – il primo diretto alla capitale Addis Abeba, il secondo allo sbocco marittimo di Gibuti. Si tratta di una operazione che ha cambiato in modo importante gli equilibri della guerra in corso tra il governo etiope e il Fronte di liberazione popolare del Tigrè (Tplf).

A più di un anno dall’inizio del conflitto, la controffensiva lanciata dalle Forze di difesa nazionale etiope (Endf) – l’esercito del premier Abiy Ahmed (Premio Nobel per la pace nel 2019, ndr) – sostenuta dalle truppe Amhara e delle milizie Fano, ha ottenuto risultati militari importanti su località cadute in mano tigrina più di un mese fa.

Oltre a Dessiè e Kombolcha sul fronte settentrionale sono state infatti riconquistate anche le città di Bati, Kersa, Gerba e Degan, mentre sul fronte di Habu – vicino all’altra città strategica di Mille – il governo ha fatto sapere che la zona di Kalu è stata “completamente affrancata dall’occupazione terroristica” del Tplf.

Nel dare notizia dell’avvenuta riconquista delle località Amhara il governo etiope non ha citato il sostegno delle truppe eritree, alleate dall’inizio del conflitto ma che nelle ultime fasi della guerra sono rimaste posizionate vicino al loro confine.

L’agenzia Nova riferisce che le forze federali hanno ripreso il controllo anche di Gashena, Arbit e di molti altri luoghi del fronte di Gashena, al confine tra la regione di Amhara e quella del Tigrè, mentre a seguire è giunta notizia della riconquista della città-simbolo di Lalibela, le cui chiese rupestri sono Patrimonio dell’umanità Unesco.

In precedenza l’esercito federale aveva annunciato di aver ripreso la città di Chifra, nella regione di Afar, conquistata sempre il mese scorso dai tigrini che l’avevano presa con l’intenzione di bloccare l’accesso autostradale che collega Addis Abeba al porto di Gibuti, principale porto del Corno d’Africa e sbocco commerciale fondamentale per la capitale etiope. Pur supportate dalle milizie del Movimento di liberazione oromo (Ola), le truppe tigrine hanno perso forza.

Secondo i corrispondenti della agenzia Nova i successi militari etiopi sono anche frutto del comprovato sostegno tecnico di droni – e in alcuni casi anche di personale addetto al loro funzionamento – di origine cinese, turca ed emiratina. I loro successi, secondo la ben informata agenzia, coincidono con la visita del ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, il quale ha ribadito l’incrollabile sostegno di Pechino alle autorità dell’Etiopia anche in questo frangente.

Nella capitale etiope Addis Abeba, si sono svolte massicce manifestazioni a sostegno del governo durante le quali sono comparsi cartelli che denunciano l’ingerenza dei Paesi occidentali nella politica interna.

Non è un mistero che numerosi appelli sono venuti nelle ultime settimane dagli Stati Uniti e da Paesi europei per gli arresti di massa di persone di origine tigrina effettuati dalle forze di sicurezza locali – invitando alla distinzione fra “tigrini” e “membri del Tplf”. In una nota congiunta, ieri i governi di Stati Uniti, Canada, Australia, Regno Unito, Danimarca e Paesi Bassi hanno di nuovo esortato le autorità dell’Etiopia a smettere di detenere illegalmente privati cittadini in base alla loro etnia e hanno chiesto al governo del primo ministro Ahmed di consentire un accesso senza ostacoli al Paese da parte degli osservatori internazionali.

A Novembre una serie di fattori hanno sembrato giocare a favore, se non di un intervento diretto, quanto meno di un crescente impegno statunitense in Etiopia. Gli Usa hanno infatti schierato le forze speciali nella loro base di Camp Lemonnier a Gibuti per essere pronte a fornire “assistenza immediata” all’ambasciata Usa in Etiopia nel caso in cui la situazione dovesse precipitare. Inoltre hanno allertato tre navi militari in navigazione tra Golfo Persico e Mar Rosso.

Inoltre Washington lo scorso 5 novembre ha ospitato una conferenza delle organizzazioni che si contrappongono anche militarmente al governo dell’Etiopia.

In quella sede è stato raggiunto un accordo tra diversi gruppi ribelli e di opposizione etiopi per la formazione di un’ alleanza politica che ha l’obiettivo di stabilire un governo di transizione in caso di caduta dell’attuale esecutivo guidato dal premier Abiy Ahmed.

La nuova alleanza conta un totale di nove gruppi: oltre al Tplf e ai suoi alleati dell’Esercito di liberazione oromo (Ola), della coalizione faranno parte anche il Fronte dell’unità democratica rivoluzionaria afar, il Movimento democratico agaw, il Movimento di liberazione popolare di Benishangul, l’Esercito di liberazione del popolo di Gambella, il Movimento globale per i diritti e la giustizia kimant/Partito democratico kimant, il Fronte di liberazione nazionale sidama e la Resistenza dello Stato somalo.

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22/10/2021

Etiopia - Escalation governativa, bombardata Mekelle

di Marco Santopadre

Nel tentativo di riconquistare la regione settentrionale e costringere alla resa le forze del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF), le truppe governative hanno dato vita nelle ultime settimane ad una ulteriore escalation nel conflitto che si trascina ormai da quasi un anno. Ieri l’aviazione militare federale ha bombardato nuovamente la capitale del Tigray, Mekelle. Si tratta del secondo raid aereo realizzato sulla popolosa città dopo quelli che lunedì scorso hanno provocato, secondo fonti ospedaliere locali, la morte di almeno tre civili, di cui due bambini. Inizialmente il governo di Abiy Ahmed ha negato risolutamente il bombardamento, accusando la propaganda del TPLF di diffondere notizie false.

L’esecutivo di Addis Abeba aveva parlato di “bugia assoluta”, affermando che «non vi è motivo alcuno per cui l’aviazione etiope colpirebbe Mekelle». Ma poi, dopo la diffusione di immagini e testimonianze del raid, l’esecutivo centrale ha dovuto ammetterlo, parlando però di attacchi mirati contro obiettivi dei ribelli. Secondo la versione ufficiale, i bombardamenti avrebbero preso di mira solo mezzi e apparecchiature utilizzati dalla guerriglia ma utilizzando i dovuti accorgimenti per “prevenire vittime civili”.

Ma testimoni locali e il portavoce della guerriglia tigrina, Getachew Reda, parlano di bombe sganciate anche presso il mercato di Massabo proprio mentre era affollato in occasione della fiera settimanale. Tra gli obiettivi del raid ci sarebbe stato anche l’Hotel Planet, dove alloggiano diversi dipendenti di alcune agenzie umanitarie.

D’altronde il primo ministro Abiy Ahmed, che solo due anni fa veniva insignito del Nobel per la Pace, è tornato ad attaccare proprio nei giorni scorsi le agenzie umanitarie internazionali, che a suo dire “veicolano malattie” e causano problemi. «Se ci assicuriamo che questa cosa chiamata grano non entri in Etiopia, il 70% dei problemi del Paese sarà risolto» ha affermato, proprio mentre nel paese si accentua la crisi umanitaria e alimentare causata da condizioni ambientali avverse e dalle conseguenze del conflitto.

Da mesi le organizzazioni internazionali e le Ong hanno denunciato il blocco di centinaia di camion inviati nel nord dell’Etiopia per assistere cittadini e rifugiati. Ad ormai 11 mesi dall’inizio dei combattimenti, la situazione è sempre più drammatica, con circa mezzo milione di persone a rischio di morte per carestia. Nelle ultime settimane, inoltre, la penuria di medicinali sta causando una vera e propria strage di pazienti ricoverati nei nosocomi del nord del paese e l’impossibilità di portare a termine alcune fondamentali campagne vaccinali.

Nel caso del secondo bombardamento di mercoledì mattina, il governo federale ha subito ammesso il raid, parlando di bombe sganciate contro alcuni depositi di armi nascosti in edifici del centro della capitale tigrina.

«Le truppe federali etiopi ed i loro alleati hanno sferrato “l’offensiva finale” contro i combattenti del TPLF, lanciando attacchi coordinati su tutti i fronti» aveva annunciato la scorsa settimana Getachew Reda, precisando che carri armati, aerei da combattimenti e droni avevano iniziato a martellare le posizioni della guerriglia. Secondo il portavoce del TPLF, l’esercito etiope, quello eritreo e le milizie Amhara stanno combattendo i tigrini in contemporanea su diversi fronti, nelle regioni del Tigrè, di Amhara e di Afar.

L’offensiva sarebbe iniziata per via aerea, pochi giorni dopo l’insediamento del nuovo governo del premier Ahmed, che all’inizio di ottobre ha giurato per un nuovo mandato di cinque anni dopo le elezioni federali stravinte dal suo partito.

Il governo etiope ha invece accusato il TPLF di aver ucciso 30 civili nell’area di Nord Wollo, nella regione degli Amhara, e in quella degli Afar. In una dichiarazione alla stampa, il ministro di Stato per i servizi di comunicazione, Legesse Tulu, ha dichiarato che l’offensiva del TPLF «non è focalizzata su obiettivi militari, ma ha preso di mira migliaia di civili, inclusi bambini, donne, veterani di guerra e anziani» e ha invitato tutti i cittadini etiopi a schierarsi contro «la banda che si è impossessata del Tigray».

Attualmente – occorre considerare il carattere frammentario delle notizie che giungono dal paese, sottoposto da mesi ad un blocco informativo quasi totale imposto dal governo – nella regione degli Amhara si starebbe combattendo in almeno tre località. Secondo alcune testimonianze, le Forze di Difesa del Tigrè (braccio militare del TPLF) ed alcune milizie locali sue alleate avrebbero conquistato e poi di nuovo perso alcune località dopo l’invio al fronte di rinforzi da parte di Addis Abeba. Si continua a combattere anche per il controllo dell’autostrada A2 che collega Addis Abeba a Mekelle.

Sul piano internazionale, il conflitto etiope vede le grandi potenze schierate su fronti opposti. L’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Ue Josep Borrell ha minacciato di imporre sanzioni ad Addis Abeba per violazione dei diritti umani e gli Usa alzano i toni contro l’Etiopia; l’amministrazione Biden starebbe valutando l’esclusione dell’Etiopia dall’African Growth and Opportunity Act (Agoa), un accordo che nel 2020 ha permesso ad Addis Abeba di esportare merci negli USA per circa 237 milioni di dollari. Sul fronte opposto, geopoliticamente parlando, il veto di Russia e Cina paralizza il Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

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21/08/2021

Etiopia - Il Paese rischia la deflagrazione

di Marco Santopadre

Mentre il ritorno al potere dei talebani a Kabul egemonizza l’attenzione di media e governi, in Etiopia la guerra civile si estende e lo scenario si complica rischiando di diventare incontrollabile.

Da giugno la controffensiva del Fronte Popolare di Liberazione del Tigré (Tplf) ha permesso al movimento politico-militare ribelle di riprendersi non solo le principali città dello stato settentrionale – tra cui la capitale Mekelle, Adigrat, Wukro, Shire, Axum, Korem e Alamata – ma anche di conquistare ampie fette di altre regioni orientali, in particolare nei territori degli Afar e degli Amhara, infliggendo numerose sconfitte sia alle truppe federali sia alle milizie regionali.

Per tentare di recuperare posizioni, il governo regionale dello Stato degli Amhara ha deciso di consentire ai propri cittadini di utilizzare le armi sequestrate nel corso del conflitto alle milizie tigrine. La misura è stata giustificata dal premier regionale, Agenhehu Teshager, con la necessità di contrastare la “minaccia esistenziale” rappresentata dal Tplf, accusato di aver ucciso civili, violentato donne, saccheggiato proprietà private e governative nelle aree passate sotto il suo controllo.

La misura è stata adottata sull’onda dell’appello a tutti i civili, lanciato la scorsa settimana dal primo ministro etiope Abiy Ahmed, affinché si uniscano alle forze armate per combattere i miliziani tigrini. «È tempo che ogni cittadino etiope idoneo si unisca alle Forze di difesa, alle forze speciali e alle milizie per mostrare il suo valore» ha dichiarato Ahmed, secondo cui l’obiettivo delle forze federali sarebbe «liberare gli abitanti del Tigrè, che sono usati dai terroristi», in riferimento al movimento ribelle dato per definitivamente sconfitto alla fine del novembre scorso e che nel maggio seguente è stato inserito dalle autorità centrali nella lista delle organizzazioni terroristiche.

Ma il duello tra governo centrale e forze tigrine si sovrappone ai conflitti etnici e rischia di causare una generalizzazione del conflitto, che nelle scorse settimane ha già coinvolto anche Gibuti, piccolo paese confinante (e strategico, in quanto garantisce all’Etiopia lo sbocco al mare) causando almeno tre vittime negli scontri tra gruppi di etnia somala ed issa.

Nei giorni scorsi le forze dell’Esercito di Liberazione Oromo (Ola) hanno annunciato il varo di un’alleanza militare con il Tplf dopo che un accordo simile era già stato raggiunto tra i tigrini e alcune milizie ribelli Araf. «L’unica soluzione ora è rovesciare questo governo militarmente, parlando la lingua con cui vogliono che si parli», ha affermato il leader dell’Ola, Kumsa Diriba. Il rischio è che i combattimenti si estendano anche nella regione dei Somali e in quella del Benishangul-Gumuz, alimentati da tensioni etniche che il messaggio nazionalista pan-etiopico che caratterizza la retorica del premio Nobel per la Pace Ahmed non è affatto riuscito a sopire.

La chiamata alle armi del premier, che rischia di gettare ulteriore benzina sul fuoco dello scontro interetnico, ha seguito di poche ore la scoperta di nuove atrocità. Circa 200 persone, di cui la metà bambini, sono state uccise il 5 agosto durante un attacco condotto contro una scuola ed una struttura sanitaria nello Stato di Afar. I combattenti tigrini, indicati da Addis Abeba come gli autori dell’eccidio, hanno condannato il massacro respingendo ogni responsabilità e anzi hanno accusato le forze militari eritree alleate di Ahmed.

Lo stesso scambio di accuse si è ripetuto dopo il ritrovamento di oltre 50 cadaveri con le mani legate e ferite di arma da fuoco, galleggianti sul fiume Tezeke in territorio sudanese in un punto situato al triplo confine tra Sudan, Etiopia ed Eritrea. Secondo un funzionario governativo, inoltre, circa 70 mila persone sono state costrette a fuggire dalle loro case in questo territorio a causa dei violenti scontri tra le Forze di Difesa Nazionali Etiopi (Endf) e le Forze di Difesa del Tigré (Tdf). Per lo stesso motivo, anche nella regione di Amhara, altre 200 mila persone sono state costrette a sfollare.

Secondo il Sottosegretario generale dell’Onu per gli affari umanitari e coordinatore dei soccorsi di emergenza, Martin Griffiths, nel Tigrè almeno 400mila persone affrontano una grave carestia ed oltre il 90% degli abitanti ha bisogno di aiuti alimentari. Secondo l’Unicef, invece, oltre 100mila bambini potrebbero essere in pericolo di vita e malnutrizione nei prossimi 12 mesi nella regione.

L’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) ha fatto sapere di essere finalmente riuscito a rientrare nei campi profughi del Tigrè – inaccessibili dal 13 luglio – che ospitano i rifugiati eritrei presi di mira dalle truppe di Asmara. Ma desta preoccupazione la sorte di decine di migliaia di profughi eritrei intrappolati nei due campi di May Ayni e Adi Harush dove l’Unhcr ha denunciato intimidazioni e violenze nei loro confronti da parte dei militari alleati dell’esercito federale etiope, dopo la distruzione dei due campi di Shemelba e Hitsats dove erano precedentemente ospitati prima che una parte fossero rimpatriati a forza nel paese d’origine.

L’organizzazione internazionale Human Rights Watch ha intanto accusato le autorità etiopi di aver arbitrariamente arrestato, fatto sparire e commesso vari abusi nei confronti di cittadini di etnia tigrina nella capitale Addis Abeba. «Il governo dovrebbe interrompere immediatamente la sua profilazione etnica, che ha gettato sospetti ingiustificati sui tigrini, produrre informazioni su tutti coloro che sono detenuti e fornire riparazioni alle vittime», ha affermato Laetitia Bader, direttrice per il Corno d’Africa di Hrw.

In un rapporto l’ong riporta numerose testimonianze secondo le quali le forze di sicurezza hanno fermato e arrestato i tigrini per le strade, nei caffè e in altri luoghi pubblici, nelle loro case e nei luoghi di lavoro, spesso durante perquisizioni senza mandato. Tra gli arrestati figurano almeno una decina di giornalisti e operatori dei media.

Inoltre, prosegue il rapporto, molti dei detenuti sono stati trasferiti segretamente in luoghi non identificati e avvocati e famiglie hanno scoperto – spesso settimane dopo e senza comunicazioni di tipo ufficiale – che alcuni di essi sono detenuti nella regione di Afar, a oltre 200 km da Addis Abeba.

Nonostante la catastrofe umanitaria, però, il governo federale etiope ha sospeso alcune attività di due organizzazioni umanitarie internazionali che lavorano nel Tigrè – Medici senza frontiere (Msf) e il Consiglio norvegese per i rifugiati (Nrc) – accusandole di contribuire a diffondere informazioni false sul conflitto in corso e di assumere personale straniero senza regolare autorizzazione. Il governo federale ha più volte puntato il dito contro gli operatori umanitari attivi nel Tigrè sostenendo che stiano supportando le milizie tigrine con il pretesto di condurre attività di assistenza alla popolazione.

Recentemente è stato lo stesso premier Ahmed a invitare i propri concittadini a restare uniti di fronte alla propaganda del Fronte Popolare di Liberazione del Tigré, a suo dire alimentata dalla diplomazia, dai media occidentali e da alcuni agenzie umanitarie internazionali, equiparando la condizione attuale dell’Etiopia a quella di paesi come il Vietnam, la Siria, la Jugoslavia, la Somalia e la Libia, oggetto di piani di criminalizzazione e destabilizzazione internazionali.

«I nemici dell’Etiopia hanno fatto la guerra su due fronti: quello bellico e quello diplomatico. Quindi, tutti voi che siete preoccupati per la sopravvivenza dell’Etiopia dovete unirvi per affrontare i due fronti astenendosi dall’analisi della cospirazione e dalla paura non necessaria», ha affermato il primo ministro, esortando i cittadini a “resistere” e a “contrastare le notizie” che danneggiano il Paese sui social e sui media internazionali.

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29/07/2021

Etiopia - I tigrini avanzano, la guerra si allarga

di Marco Santopadre

Alla fine di novembre dello scorso anno, a poche settimane dall’inizio della manovra a tenaglia delle truppe federali etiopi e di quelle eritree contro le milizie del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (Tpfl), il primo ministro Abiy Ahmed aveva annunciato la vittoria e la pacificazione della regione settentrionale ribelle.

Molti avevano avvertito che la facile vittoria era stata il frutto di una ritirata strategica delle truppe tigrine sugli altipiani e forse oltre confine, in attesa del momento di scatenare la controffensiva. E questa è effettivamente scattata a giugno, quando migliaia di combattenti, sostenuti dalla maggioranza della popolazione locale, hanno rapidamente ripreso la capitale tigrina Mekelle e altre città, mettendo in fuga truppe federali ed eritree. Di nuovo, esponenti del governo centrale avevano giustificato la precipitosa fuga con l’intenzione di dare una chance alla trattativa e di evitare inutili sofferenze ad una popolazione già fortemente provata.

Quando la direzione del Fronte ha di fatto rotto un fragile cessate il fuoco seguito alla riconquista della maggior parte del Tigray da parte delle Forze di Difesa (il braccio armato del TPLF) e ripreso l’offensiva, Addis Abeba ha avvisato che, volendo, in tre settimane avrebbe sbaragliato la ribellione. Le tre settimane sono ampiamente trascorse e non sembra proprio che le sorti del conflitto, allo stato attuale, volgano a favore del governo federale.

Le Forze di difesa del Tigray (Tdf) stanno infatti ormai avanzando in profondità anche nella confinante regione degli Amhara e hanno conquistato altre due città. Ai media locali Tsadkan Gebretensae, alto ufficiale delle Tdf, ha affermato che le milizie tigrine sono ora pronte a marciare verso la capitale federale Addis Abeba. Sul fronte opposto, il presidente dello Stato regionale di Amhara, Agegnehu Teshager, ha esortato i giovani della regione ad aderire alla chiamata alle armi delle autorità federali e statali.

Già dallo scoppio del conflitto nel Tigray, nel novembre 2020, le forze amhara hanno combattuto al fianco delle Forze di difesa nazionali etiopi (Endf) e delle truppe eritree loro alleate, così come quelle di altri stati regionali. E dopo la riconquista delle principali città del Tigray da parte delle Tdf, nelle ultime settimane anche altri governi regionali – Oromia, Sidama, Somali e Benishangul-Gumuz – hanno annunciato la mobilitazione al fianco delle truppe federali alimentando ulteriormente i timori che l’Etiopia possa letteralmente deflagrare o piombare in una lunga fase di instabilità cronica.

Il TPLF assicura di non nutrire alcuna ambizione territoriale e di volersi limitare ad indebolire il nemico anche allo scopo di scoraggiare possibili controffensive da parte delle Endf. Secondo alcuni analisti, il vero obiettivo dei tigrini sarebbe infatti quello di controllare il collegamento stradale e ferroviario tra Addis Abeba e Gibuti – la principale arteria commerciale etiope – creando una sorta di zona cuscinetto di “profondità strategica” nella regione di Afar, dove i tigrini possono contare anche sul sostegno dei ribelli locali.

In un comunicato diffuso nei giorni scorsi, le Tdf hanno dichiarato di aver ricevuto la “piena collaborazione” della popolazione locale delle città in cui sono entrate, cioè Sekota, Kobo e Woldia. Le Tdf mirerebbero anche, attraverso un’estensione delle porzioni di territorio controllate, a ottenere un maggiore peso contrattuale in vista di una trattativa con il governo federale.

Finora, i comandi tigrini hanno sempre rifiutato la proposta di cessate il fuoco avanzata dal governo federale, subordinandola ad una serie di condizioni tra cui il ritiro delle truppe eritree e delle milizie Amhara, l’accesso incondizionato agli aiuti umanitari nella regione e la piena fornitura di servizi essenziali. La direzione del TPLF chiede anche, oltre al rilascio di tutti i leader politici e dei combattenti arrestati e imprigionati, che i governi locali eletti del Tigray vengano ripristinati, l’istituzione da parte dell’Onu di un organismo indipendente che indaghi sui crimini di guerra e la creazione di un’entità internazionale in grado di supervisionare l’attuazione delle misure previste da un eventuale accordo di pace.

Nonostante i ripetuti tentativi dell’esercito federale di contrastare la loro avanzata, soprattutto attraverso l’uso dell’aviazione militare che ha realizzato diversi bombardamenti – come quello che ha distrutto la maggior parte della città di Yechila – ormai da un mese i tigrini stanno conducendo un’inarrestabile offensiva diretta a indebolire la tenuta delle istituzioni centrali. Secondo le ultime informazioni disponibili, i tigrini mirerebbero a prendere il controllo di Gondar, la capitale di Amhara, e controllerebbero quasi il 50% dello stato di Afar.

Anche se il governo di Gibuti ha respinto le informazioni diffuse da alcuni media riguardo ad una mobilitazione del suo esercito per mettere in sicurezza i collegamenti stradali tra il piccolo Stato costiero e Addis Abeba, nei giorni scorsi le immagini satellitari tratte da Google hanno mostrato lunghe file di camion bloccati alla frontiera a causa della chiusura dell’arteria che unisce i due paesi. Un danno non indifferente per l’Etiopia, che dopo l’indipendenza dell’Eritrea ha perso lo sbocco sul mare e che attualmente dipende al 95% dal porto di Gibuti per garantire approvvigionamenti ed esportazioni.

Per imprimere una svolta al conflitto il governo di Abiy Ahmed ha ordinato una intensificazione dei bombardamenti aerei, diretti a terrorizzare la popolazione che sostiene le Tdf, e a tagliare le vie di rifornimento ai ribelli. Ma da più parti giungono notizie sulla scarsa disciplina e tenuta delle milizie regionali mobilitate recentemente, con molti combattenti che alla prima occasione abbandonano i ranghi e disertano.

L’estrema difficoltà in cui versa il governo federale, secondo alcuni analisti, giustificherebbe i toni parossistici utilizzati dal primo ministro e Nobel per la Pace (2019) per definire i combattenti tigrini, indicati in un intervento come “erbacce da estirpare”, espressione che a molti ha ricordato “gli alberi alti da tagliare” evocati dagli hutu ruandesi attraverso l’emittente Radio Television Libre des Mille Collines allo scopo di incitare la popolazione a sterminare i tutsi nel 1994.

Che il paragone sia giustificato o meno, le parole di Ahmed sono state quanto mai crude. «Il nemico che abbiamo di fronte è il cancro dell’Etiopia. La giunta (del Tplf) è probabilmente l’unico gruppo nella storia ad aver usato il suo potere politico per distruggere il proprio Paese. Satana, che ha vissuto tra i suoi contemporanei, sarà presto fatto a pezzi e la giunta verrà sradicata perché non ricresca. Questo accadrà se tutti lavoriamo duramente per liberarcene”, ha affermato Ahmed nel discorso realizzato in occasione del Nelson Mandela Day.

Il conflitto, che ormai si prolunga da mesi in un paese alle prese da sempre con un enorme problema di malnutrizione e le ricorrenti carestie, sta causando da tempo un disastro umanitario. Secondo le agenzie internazionali ed alcune organizzazioni locali, fino ad ora la guerra ha provocato migliaia di morti e feriti, 2 milioni di sfollati e circa 5 milioni di persone che per alimentarsi devono fare affidamento sugli aiuti, spesso bloccati dai combattimenti, dall’interruzione delle vie di comunicazione oppure direttamente dal governo di Addis Abeba.

Particolare preoccupazione, poi, desta fin dall’autunno la condizione di decine di migliaia di rifugiati eritrei – per lo più oppositori del regime di Isaias Afewerki riparati nel Tigray e ospitati da anni in grandi campi profughi – molti dei quali sono stati oggetto di ritorsioni da parte dei combattenti degli opposti schieramenti e soprattutto delle truppe di Asmara accorse a dare manforte alle forze di Abiy Ahmed.

Appelli a favore dell’incolumità dei profughi eritrei sono stati lanciati recentemente da Filippo Grandi, Alto Commissario dell’Onu per i rifugiati, mentre l’ex amministrazione del Tigray – esautorata a novembre dal governo federale – ha chiesto l’apertura di un’indagine internazionale indipendente condotta dalle Nazioni Unite “sulle atrocità commesse contro i civili”, soprattutto contro gli abitanti dei due campi profughi di Shimelba e Hitshats che sono stati completamente distrutti.

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