Il fallimento della Cop26 era prevedibile, ma probabilmente non in queste dimensioni. Neanche i più pessimisti – tra gli addetti ai lavori e le vestali dell’ambientalismo compatibile – immaginavano che, di fronte a disastri clamorosi che si ripetono ogni giorno in ogni angolo del mondo, la riunione di oltre 200 paesi si concludesse con un nulla di fatto.
Parliamo di azioni concrete, impegni precisi e con tempistiche certe. Soprattutto parliamo di azioni da fare entro i tempi oggettivi in cui il degrado ambientale e climatico diventa irreversibile, qualsiasi cosa si possa fare dopo.
Neanche sul carbone, il più inquinante dei combustibili fossili, si è arrivati a dire (figuriamoci a fare) qualcosa di chiaro. All’ultimo momento la promessa (solo una promessa) dell’eliminazione del carbone dalle fonti energetiche primarie è diventata una “riduzione progressiva”, senza limiti quantitativi e temporali.
La retromarcia è stata addebitata all’India – che non ha molte altre alternative, al momento – e qualche media occidentale ha provato a tirarci dentro anche la Cina. Ma la prontezza con cui Usa e Australia (quest’ultima tra i principali estrattori di carbone al mondo) si sono “adattati al compromesso” rende chiara la massa degli interessi a favore dello status quo.
Ma al di là dei dettagli, è proprio la “filosofia di fondo” che viene rifiutata. Il concetto di “soluzioni basate sulla natura”, ossia di azioni pensate e organizzate tenendo conto delle osservazioni e delle leggi fisico-naturali (non economiche), è stato rimosso dal testo finale a Glasgow. E già qualcuno “promette” che si proverà a infilarlo nel testo della Cop27, prevista a Sharm El Sheik l’anno prossimo.
La rimozione, ripetiamo, è illuminante: la natura e le sue dinamiche, le leggi fisiche e biologiche che la regolano, non interessano, non possono essere rispettate perché ci sono “cose più importanti”.
Nel senso comune mediatico si dà la colpa ai “politici” (anche le frasi di Greta Thumberg battono sempre e solo su questo tasto), e certo gli interessi dei vari paesi sono molto forti e divergenti, al punto da rendere quasi impossibile qualsiasi “progetto” razionale (come sa chiunque abbia frequentato un’assemblea di condominio).
Ma siamo su una palla che viaggia nell’universo a velocità mostruosa, con una fascia atmosferica di pochissimi chilometri entro cui si sviluppa la vita. Siamo in un “ambiente” limitato e, per la prima volta nella storia dell’umanità, lo sviluppo industriale sta forzando quei limiti.
Questo non dipende tanto da “politici ottusi”, quanto da un modo di produzione e riproduzione che ha come molla principale la crescita tendenzialmente infinita della produzione (materiale, virtuale o immateriale), e soprattutto dei profitti che si possono realizzare con quella produzione.
Ma questo modo di produzione – dispiegato in tutto il pianeta, a prescindere dai regimi politici e sociali, dunque dai singoli governi – non viene neanche nominato, se non nei documenti di qualche ambientalista critico, ossia con qualche strumento marxista, oltre che con la passione per l’ambiente.
L’”ambientalismo compatibile con il capitale” è invece quella “coscienza infelice” – ma anche ben retribuita, in genere – che piange per le devastazioni ambientali e le catastrofi climatiche, ma al dunque accetta senza fare una piega qualsiasi compromesso che rinvia a un futuro iperuranico qualsiasi soluzione. Pur sapendo perfettamente che il tempo a disposizione è ormai ridotto a pochi anni (se pure non è già finito).
Sentiamo per esempio Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia, che era a Glasgow per seguire la COP26: “mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5°C è ancora possibile solo intensificando la risposta globale alla crisi climatica. Ma la finestra temporale che resta si sta chiudendo velocemente, quindi è tempo che i leader mondiali mantengano tutte le loro promesse per garantire un futuro sicuro e piacevole a tutti. Glasgow è stato un punto di partenza e non di arrivo. Dobbiamo tutti lavorare perché la crisi climatica venga affrontata, in ogni ambito, con la rapidità e l’incisività necessarie: nessuno è al sicuro e abbiamo tutti troppo da perdere, noi e il Pianeta”.
Bisogna essere analfabeti funzionali gravi per non vedere che se “la finestra temporale che resta si sta chiudendo velocemente”, le “promesse dei leader mondiali” – le promesse, neanche si parla di “piani d’azione” – si collocano ben al di là di quella chiusura. Il resto, per il WWF come per i “leader mondiali”, è solo retorica della lacrimuccia, come Elsa Fornero ha insegnato a tutti.
L’impotenza della “politica mondiale” davanti al disastro crescente non è causata dalla “stupidità”, dall’”indifferenza” o dalla “corruzione” dei leader politici. C’è certamente anche questo. Ma anche i migliori non possono né potrebbero fare molto in un mondo dove l’unica legge che conta – nonostante non sia affatto una legge scientifica – è che il mercato risolve spontaneamente tutti i problemi, decidendo la migliore allocazione possibile delle risorse. Ossia l’ideologia neoliberista, abito mentale che copre gli interessi del profitto.
Ogni governo del pianeta – con qualche importante eccezione, ma anche con grandi “compromessi”, come la Cina – si muove dentro i termini di quella “legge”, altrimenti viene smantellato dalla “forza del mercato” (finanziario, nel migliore dei casi, dagli eserciti occidentali nel peggiore).
Il mercato sta distruggendo il pianeta. O meglio gli equilibri vitali che che hanno permesso una certa evoluzione della natura su questo pianeta.
Chiedere al “mercato” (e ai “politici” che lo “facilitano”) di risolvere il problema che ha creato, di “autoriformarsi” prima che sia troppo tardi, non sembra proprio la soluzione più razionale.
Naturalmente il “discorso green” è diventato da tempo un’occasione di business. Miliardario, altrimenti non sarebbe abbastanza interessante per la folla di multinazionali e società finanziarie che hanno sponsorizzato la Cop26. Non che si tratti di una novità.
Persino Repubblica – megafono vergognoso del peggior neoliberismo “finto-progressista” – ha dovuto ammettere che in direzione del “business verde” viaggiano da anni migliaia di miliardi di fondi pubblici (più di 2.200 in sette anni), in tutto il mondo, che non servono affatto a cambiare l’equazione ambientale (tutti i parametri sono in peggioramento accelerato), ma sicuramente hanno gonfiato le tasche di pochissimi.
Il cortocircuito tra “ambientalismo compatibile e benestante” e “preoccupazioni dell’establishment” non potrebbe essere più chiaro.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/11/2021
Cambiamenti climatici. Non ci siamo, così si va su un piano inclinato
Così non va. Senza una seria inversione di tendenza il nostro mondo inclina verso livelli catastrofici di riscaldamento globale. A documentarlo è una stima scientifica della Climate Action Tracker, diffusa durante la conferenza Cop 26 a Glasgow, mentre sulla dichiarazione finale sta circolando una bozza ma ancora non è stato raggiunto un accordo.
L’attualizzazione dei dati analizzati dalla piattaforma indipendente Climate Action Tracker – che dal 2009 misura le missioni di gas ad effetto serra – rileva che, anche se le promesse fatte al summit di Glasgow fossero mantenute, nel 2030 le emissioni di gas serra raddoppieranno, raggiungendo livelli che non consentiranno di contenere l’aumento delle temperature entro gli 1,5 gradi. Anzi saranno praticamente il doppio del necessario per quel limite.
Lo studio della Climate Action Tracker sottolinea che con le politiche attuali, non con le proposte ancora da concretizzare, l’aumento del riscaldamento alla fine del secolo “è ancora maggiore” e raggiungerebbe i 2,7 gradi centigradi.
Se entro il 2050 tutte le promesse e gli impegni di emissioni nette a zero venissero mantenute, aggiunge il rapporto, entro la fine del secolo si potrebbe raggiungere un aumento di 1,8°C, stima che “è lungi dall’essere una notizia positiva”.
“Questo percorso ottimistico è molto lontano dal limite di 1,5°C“, si legge ancora nel rapporto, il quale ricorda come l’accordo di Parigi si fosse impegnato a un riscaldamento massimo di 1,9 gradi, con l’obiettivo di limitarlo a un grado e mezzo; e c’è inoltre “una probabilità del 16% di superare un riscaldamento di 2,4° C” entro il XXII secolo“.
“Siamo preoccupati perché alcuni Paesi pensano che l’aumento entro 1,5 gradi sia una cosa quasi certa. Ma non lo è, siamo ancora lontani da quel risultato“, spiega Bill Hare, numero uno di Climate Analytics, una delle società che collaborano con CAT. “C’è un divario di quasi un grado tra le attuali politiche dei governi e i loro obiettivi di zero netto“.
Nella bozza di dichiarazione finale della Cop 26, si afferma di voler ridurre le emissioni globali di anidride carbonica del 45 per cento entro il 2030 rispetto al livello del 2010 per raggiungere l’obiettivo dello “zero netto intorno alla metà del secolo”.
Ma la conferenza delle Nazioni Unite, al momento, non riesce a raggiungere un’intesa specifica sul 2050. Nella bozza, inoltre, si “riconosce che limitare il riscaldamento globale sotto gli 1,5 gradi Celsius entro il 2100 richiede riduzioni rapide, profonde e sostenute delle emissioni globali di gas serra”.
Il documento, inoltre, invita i firmatari “a considerare ulteriori opportunità per ridurre le emissioni di gas serra diverse dall’anidride carbonica” e “ad accelerare l’eliminazione graduale del carbone e dei sussidi ai combustibili fossili“.
Finora, più di 140 governi hanno annunciato obiettivi ‘zero netto, coprendo il 90% delle emissioni globali. Ma l’analisi di Climate Action Tracker su 40 paesi, che coprono l’85% delle emissioni, rileva che “solo un piccolo numero” fornisce tabelle di marcia per raggiungere l’obiettivo.
Gli scienziati hanno più volte ribadito che con un aumento delle temperature superiore a 1,5 gradi vi saranno danni al pianeta “irreversibili”.
Fonte
L’attualizzazione dei dati analizzati dalla piattaforma indipendente Climate Action Tracker – che dal 2009 misura le missioni di gas ad effetto serra – rileva che, anche se le promesse fatte al summit di Glasgow fossero mantenute, nel 2030 le emissioni di gas serra raddoppieranno, raggiungendo livelli che non consentiranno di contenere l’aumento delle temperature entro gli 1,5 gradi. Anzi saranno praticamente il doppio del necessario per quel limite.
Lo studio della Climate Action Tracker sottolinea che con le politiche attuali, non con le proposte ancora da concretizzare, l’aumento del riscaldamento alla fine del secolo “è ancora maggiore” e raggiungerebbe i 2,7 gradi centigradi.
Se entro il 2050 tutte le promesse e gli impegni di emissioni nette a zero venissero mantenute, aggiunge il rapporto, entro la fine del secolo si potrebbe raggiungere un aumento di 1,8°C, stima che “è lungi dall’essere una notizia positiva”.
“Questo percorso ottimistico è molto lontano dal limite di 1,5°C“, si legge ancora nel rapporto, il quale ricorda come l’accordo di Parigi si fosse impegnato a un riscaldamento massimo di 1,9 gradi, con l’obiettivo di limitarlo a un grado e mezzo; e c’è inoltre “una probabilità del 16% di superare un riscaldamento di 2,4° C” entro il XXII secolo“.
“Siamo preoccupati perché alcuni Paesi pensano che l’aumento entro 1,5 gradi sia una cosa quasi certa. Ma non lo è, siamo ancora lontani da quel risultato“, spiega Bill Hare, numero uno di Climate Analytics, una delle società che collaborano con CAT. “C’è un divario di quasi un grado tra le attuali politiche dei governi e i loro obiettivi di zero netto“.
Nella bozza di dichiarazione finale della Cop 26, si afferma di voler ridurre le emissioni globali di anidride carbonica del 45 per cento entro il 2030 rispetto al livello del 2010 per raggiungere l’obiettivo dello “zero netto intorno alla metà del secolo”.
Ma la conferenza delle Nazioni Unite, al momento, non riesce a raggiungere un’intesa specifica sul 2050. Nella bozza, inoltre, si “riconosce che limitare il riscaldamento globale sotto gli 1,5 gradi Celsius entro il 2100 richiede riduzioni rapide, profonde e sostenute delle emissioni globali di gas serra”.
Il documento, inoltre, invita i firmatari “a considerare ulteriori opportunità per ridurre le emissioni di gas serra diverse dall’anidride carbonica” e “ad accelerare l’eliminazione graduale del carbone e dei sussidi ai combustibili fossili“.
Finora, più di 140 governi hanno annunciato obiettivi ‘zero netto, coprendo il 90% delle emissioni globali. Ma l’analisi di Climate Action Tracker su 40 paesi, che coprono l’85% delle emissioni, rileva che “solo un piccolo numero” fornisce tabelle di marcia per raggiungere l’obiettivo.
Gli scienziati hanno più volte ribadito che con un aumento delle temperature superiore a 1,5 gradi vi saranno danni al pianeta “irreversibili”.
Fonte
03/11/2021
“Fare tutto da capo”, l’illusione dietro G20 e Cop26
Per trovare un’analisi non piattamente sdraiata sui comunicati stampa dei “grandi”, tra il G20 e la Cop26, bisogna cercare con il lanternino. Poi, finalmente qualcosa si trova.
I nostri lettori sono abituati a vederci ragionare sulle analisi di Guido Salerno Aletta, oggi editorialista di Milano Finanza e TeleBorsa, ma con alle spalle una carriera istituzionale importante che l’aveva portato fino a Palazzo Chigi, come vicesegretario generale.
Ed è proprio su TeleBorsa che offre una lettura senza retorica di quanto sta avvenendo a livello globale, dando anche una spiegazione seria dell’assenza dei capi di stato di Cina e Russia nei due appuntamenti più importanti dell’autunno.
Il testo completo potete leggerlo in fondo, per parte nostra ci limitiamo a segnalare i punti salienti e alcuni possibili inciampi di quello che appare come un grande progetto imperiale per recuperare l’egemonia economica e dunque anche quella politica (quella militare sembra l’unica ancora salda, benché ammaccata pesantemente dalla fuga dall’Afghanistan).
Il punto centrale è che in questi due vertici, fallimentari se lo scopo era “fare qualcosa di concreto per salvare il pianeta”, l’Occidente ha provato a fissare le coordinate di un Vincolo Ambientale Globale tale da tagliare le gambe alle economie “emerse” o “emergenti” di Cina, India e Russia. In primo luogo.
Sarebbe questa l’ultima “carta segreta” per interrompere un declino occidentale costruito con le proprie stesse mani secondo le tappe ricostruite sinteticamente da Salerno Aletta.
Il “grande gioco” punta ad obbligare questi paesi a cambiare in tempi rapidi le proprie modalità di produzione – e le relative fonti energetiche, spesso “antiquate” dal punto di vista tecnologico, anche se di recente installazione – quando ancora non sono stati ammortizzati i costi del loro impianto.
Sono infatti soprattutto quei paesi – in primis la Cina – ad essere oggi la “manifattura del mondo”, il principale fabbricante di merci fisiche (ma non solo, come si sa).
Mentre i paesi occidentali di più antica industrializzazione vedono ormai prevalere i servizi, per i quali il passaggio a tecnologie green è relativamente più semplice, meno impegnativo e sicuramente meno costoso.
Insomma, la “transizione ecologica” non sarebbe soltanto green washing, ma avrebbe anche dei contenuti piuttosto concreti.
Che a noi sembrano riassumibili così; la transizione ecologica dell’industria devono farla soprattutto i concorrenti dei paesi in via di sviluppo, mentre qui ci attrezziamo per attività meno energivore (come la finanza o l’economia delle piattaforme), pretendendo anche un’automotive a trazione elettrica.
Un “nuovo modello economico” dai costi molto differenziati, meno impegnativo per l’Occidente che ha ammortizzato da tempo gli investimenti produttivi (tanto da farne sempre di meno, preferendo delocalizzare e giocare in borsa).
È ovvio che un obiettivo del genere non può essere accettato da Cina, India, Russia e via enumerando. Anche perché, dati alla mano, non sono certo loro i paesi che inquinano di più al mondo.
Come tutte le statistiche, anche quelle dell’inquinamento vanno lette con attenzione. Se stiamo alla massa di CO2 prodotta dai paesi, nel loro insieme, certamente il maggior contributo arriva dalla Cina, con quasi 10 miliardi di tonnellate emesse nell’aria. Seguono gli Stati Uniti, con circa 5,3 miliardi di tonnellate, e poi l’India con quasi 2,5 miliardi.
Ma cinesi e indiani sono entrambe popolazioni da 1,4 miliardi di abitanti. Se quindi guardiamo alla quantità di inquinamento da CO2 pro capite, la classifica cambia radicalmente.
I più inquinanti sono le petromonarchie del Golfo (primo il Qatar con 32,4 tonnellate metriche a testa. Seguono altri paesi con le stesse caratteristiche (Kuwait, Emirati Arabi, Bahrein, Brunei, Palau, ecc).
Il primo paese con stile di vita occidentale è l’ecologissimo Canada, alla pari con l’altrettanto idilliaca Australia, con 15,5 tonnellate. In pratica come gli Stati Uniti.
La Cina è al 38° posto, con 7,4 tonnellate, in pratica meno della verdissima Finlandia (8,4).
Pretendere che gli altri distruggano quello che hanno da poco costruito per “rifare tutto da capo e meglio”, come ha detto Joe Biden, è davvero un bella pretesa, che ovviamente non viene accolta.
Specie da chi, come la Cina, detiene da qualche anno il record assoluto di progetti per tecnologie “pulite”, e che dunque sta marciando più speditamente – e in ordine – verso una “decarbonizzazione” che però deve fare i conti con una immane rete di centrali elettriche a carbone di vecchia e nuova generazione, non rapidamente sostituibile.
Dunque il “grande progetto” neoliberista occidentale, incentrato sul rendere obbligatorio un Vincolo Ambientale Globale, è anche immediatamente una mezza “dichiarazione di guerra” – basti vedere come viene presentata la questione dalla quasi totalità dei media italiani – che, oltretutto, difficilmente potrà essere vinta.
La deindustrializzazione dell’Occidente è in larga parte irreversibile (nonostante i tentativi prima di Obama e poi di Trump, con metodi diversi). Dunque c’è il forte rischio che l’allontanamento delle filiere produttive reali sino-indiane (ecc.) lasci l’Occidente senza rifornimenti fondamentali che non è più in gradi di produrre da solo (e tanto meno in tempo reale).
L’esempio delle mascherine anti-Covid, introvabili in Occidente nelle prime fasi della pandemia, è da questo punto di vista un ammonimento perenne.
E quindi, come anche Salerno Aletta conclude, “L’Occidente, ancora una volta, vende forse solo nuove illusioni”. Innanzitutto a se stesso, però...
I nostri lettori sono abituati a vederci ragionare sulle analisi di Guido Salerno Aletta, oggi editorialista di Milano Finanza e TeleBorsa, ma con alle spalle una carriera istituzionale importante che l’aveva portato fino a Palazzo Chigi, come vicesegretario generale.
Ed è proprio su TeleBorsa che offre una lettura senza retorica di quanto sta avvenendo a livello globale, dando anche una spiegazione seria dell’assenza dei capi di stato di Cina e Russia nei due appuntamenti più importanti dell’autunno.
Il testo completo potete leggerlo in fondo, per parte nostra ci limitiamo a segnalare i punti salienti e alcuni possibili inciampi di quello che appare come un grande progetto imperiale per recuperare l’egemonia economica e dunque anche quella politica (quella militare sembra l’unica ancora salda, benché ammaccata pesantemente dalla fuga dall’Afghanistan).
Il punto centrale è che in questi due vertici, fallimentari se lo scopo era “fare qualcosa di concreto per salvare il pianeta”, l’Occidente ha provato a fissare le coordinate di un Vincolo Ambientale Globale tale da tagliare le gambe alle economie “emerse” o “emergenti” di Cina, India e Russia. In primo luogo.
Sarebbe questa l’ultima “carta segreta” per interrompere un declino occidentale costruito con le proprie stesse mani secondo le tappe ricostruite sinteticamente da Salerno Aletta.
Il “grande gioco” punta ad obbligare questi paesi a cambiare in tempi rapidi le proprie modalità di produzione – e le relative fonti energetiche, spesso “antiquate” dal punto di vista tecnologico, anche se di recente installazione – quando ancora non sono stati ammortizzati i costi del loro impianto.
Sono infatti soprattutto quei paesi – in primis la Cina – ad essere oggi la “manifattura del mondo”, il principale fabbricante di merci fisiche (ma non solo, come si sa).
Mentre i paesi occidentali di più antica industrializzazione vedono ormai prevalere i servizi, per i quali il passaggio a tecnologie green è relativamente più semplice, meno impegnativo e sicuramente meno costoso.
Insomma, la “transizione ecologica” non sarebbe soltanto green washing, ma avrebbe anche dei contenuti piuttosto concreti.
Che a noi sembrano riassumibili così; la transizione ecologica dell’industria devono farla soprattutto i concorrenti dei paesi in via di sviluppo, mentre qui ci attrezziamo per attività meno energivore (come la finanza o l’economia delle piattaforme), pretendendo anche un’automotive a trazione elettrica.
Un “nuovo modello economico” dai costi molto differenziati, meno impegnativo per l’Occidente che ha ammortizzato da tempo gli investimenti produttivi (tanto da farne sempre di meno, preferendo delocalizzare e giocare in borsa).
È ovvio che un obiettivo del genere non può essere accettato da Cina, India, Russia e via enumerando. Anche perché, dati alla mano, non sono certo loro i paesi che inquinano di più al mondo.
Come tutte le statistiche, anche quelle dell’inquinamento vanno lette con attenzione. Se stiamo alla massa di CO2 prodotta dai paesi, nel loro insieme, certamente il maggior contributo arriva dalla Cina, con quasi 10 miliardi di tonnellate emesse nell’aria. Seguono gli Stati Uniti, con circa 5,3 miliardi di tonnellate, e poi l’India con quasi 2,5 miliardi.
Ma cinesi e indiani sono entrambe popolazioni da 1,4 miliardi di abitanti. Se quindi guardiamo alla quantità di inquinamento da CO2 pro capite, la classifica cambia radicalmente.
I più inquinanti sono le petromonarchie del Golfo (primo il Qatar con 32,4 tonnellate metriche a testa. Seguono altri paesi con le stesse caratteristiche (Kuwait, Emirati Arabi, Bahrein, Brunei, Palau, ecc).
Il primo paese con stile di vita occidentale è l’ecologissimo Canada, alla pari con l’altrettanto idilliaca Australia, con 15,5 tonnellate. In pratica come gli Stati Uniti.
La Cina è al 38° posto, con 7,4 tonnellate, in pratica meno della verdissima Finlandia (8,4).
Pretendere che gli altri distruggano quello che hanno da poco costruito per “rifare tutto da capo e meglio”, come ha detto Joe Biden, è davvero un bella pretesa, che ovviamente non viene accolta.
Specie da chi, come la Cina, detiene da qualche anno il record assoluto di progetti per tecnologie “pulite”, e che dunque sta marciando più speditamente – e in ordine – verso una “decarbonizzazione” che però deve fare i conti con una immane rete di centrali elettriche a carbone di vecchia e nuova generazione, non rapidamente sostituibile.
Dunque il “grande progetto” neoliberista occidentale, incentrato sul rendere obbligatorio un Vincolo Ambientale Globale, è anche immediatamente una mezza “dichiarazione di guerra” – basti vedere come viene presentata la questione dalla quasi totalità dei media italiani – che, oltretutto, difficilmente potrà essere vinta.
La deindustrializzazione dell’Occidente è in larga parte irreversibile (nonostante i tentativi prima di Obama e poi di Trump, con metodi diversi). Dunque c’è il forte rischio che l’allontanamento delle filiere produttive reali sino-indiane (ecc.) lasci l’Occidente senza rifornimenti fondamentali che non è più in gradi di produrre da solo (e tanto meno in tempo reale).
L’esempio delle mascherine anti-Covid, introvabili in Occidente nelle prime fasi della pandemia, è da questo punto di vista un ammonimento perenne.
E quindi, come anche Salerno Aletta conclude, “L’Occidente, ancora una volta, vende forse solo nuove illusioni”. Innanzitutto a se stesso, però...
*****
The Big Green Game
The Big Green Game
Guido Salerno Aletta – TeleBorsa
Il Vincolo Ambientale Globale riapre la competizione economica e geopolitica
Si cambia gioco.
Il Presidente americano Joe Biden, intervenendo al Cop26 di Glasgow, ha affermato che la sfida ambientale è una opportunità imperdibile, ed ha chiesto scusa per il ritiro dall’Accordo di Parigi che era stata deciso dal suo predecessore Donald Trump, appena insediatosi alla Casa Bianca.
Trump chiedeva un riequilibrio della bilancia commerciale statunitense, che presenta da anni un consistente deficit strutturale: riteneva che i dazi imposti alle importazioni di merci dalla Cina e dall’Europa potessero ristabilire la convenienza a produrle negli Usa.
Così facendo, gli Usa sarebbero rimasti all’interno del paradigma di crescita continua della produzione e dei consumi che è stato intrapreso a partire dalla prima rivoluzione industriale, senza che a questo si opponesse alcun vincolo sistemico. Ma, soprattutto, i margini della convenienza economica sarebbero derivati solo dall’entità dei dazi alle importazioni.
C’è dunque un primo tema da affrontare: quello dei limiti allo sviluppo, in termini di risorse naturali disponibili per alimentarlo. Già Thomas Malthus, a fine ‘700, riteneva che la Terra potesse offrire nutrimento solo ad un numero limitato di abitanti.
Ma, ancora più importante, è la sfida posta dalla competizione globale. Di seguito, sono indicati in ordine logico e cronologico i passaggi cruciali avvenuti negli ultimi decenni.
- La competizione su base capitalistica ha portato alla erosione dei profitti: per recuperarli, si è deciso di abbattere il costo del lavoro interno o delocalizzando.
- Sono prevalse le logiche mercantilistiche: la crescita e la produzione sono guidate dalle esportazioni, e queste dai minori prezzi, cioè dai minori costi del lavoro e del denaro.
- La minore domanda interna ha ridotto i consumi, gli investimenti e dunque i ritmi di crescita.
- A questa dinamica riflessiva occorreva porre rimedio, per sostenere la produzione: i minori redditi delle famiglie e degli Stati, per mantenere così inalterati i consumi, sono stati integrati dai debiti privati e pubblici.
- Il costo degli interessi su questi costituiva il nuovo provento finanziario, che andava ad integrare i più limitati profitti industriali derivanti dalla competizione internazionale indotta dalla globalizzazione dei mercati.
- Ma la crescita continua dei debiti pubblici e privati volti a sostenere la domanda interna ed internazionale non era strutturalmente sostenibile e portava alla destabilizzazione, con default e crisi cicliche, finanziarie ed economiche.
- Per contrastare le crisi finanziarie ricorrenti, le Banche centrali hanno fin qui proceduto ad immettere sul mercato finanziario immense quantità di denaro, innanzitutto per far ripartire le Borse.
- Ma la “repressione finanziaria” che ne è derivata, e che consiste nella riduzione fino all’annullamento degli interessi sui debiti pubblici e privati, ha fatto saltare il processo di accumulazione del capitale finanziario. Da anni, gli investitori pagano, e non incassano, per avere in mano dei safe asset.
Non si può più tornare indietro: non esistono le condizioni economiche e finanziarie per “riportare” le fabbriche dalla Cina agli Usa. Così, allo stesso modo, è impossibile reindustrializzare l’Italia dopo le delocalizzazioni effettuate nei Paesi dell’Est europeo o altrove.
Ecco perché all’Occidente occorre un nuovo sistema economico, basato sul vincolo della sostenibilità ambientale.
Servono investimenti colossali, la sostituzione delle filiere energetiche e produttive e dei modelli di consumo. Si recupera così, con nuovi immensi debiti “buoni”, contratti dagli Stati, dalle industrie e dai privati, un sistema di produzione e di consumo che assicurerebbe nuovi profitti, nuove rendite e nuove plusvalenze.
Aziende appena costituite nel settore dell’auto elettrica, come Tesla negli Usa, hanno raggiunto valori borsistici sbalorditivi, con utili ancora basati prevalentemente sul commercio delle quote risparmiate di CO2 e cedute ad altri produttori che non rispettano i limiti loro imposti.
C’è dunque bisogno di un nuovo paradigma anche in campo finanziario: fare trading solo sugli asset esistenti e sui futures delle materie prime o fare profitti con i contratti derivati non basta più.
La immensa liquidità immessa dalla Banche centrali in questi anni ha bisogno di essere investita nell’economia "green" che darà luogo ad un nuovo segmento del mercato finanziario, con le aste ed il trading delle quote di CO2, il commercio dei certificati verdi e via di seguito.
Serve un Vincolo Ambientale Globale che imponga a tutti una nuova competizione sul piano sia economico che finanziario.
È a questo punto che si apre il conflitto geopolitico che sottende differenze finanziarie rilevantissime: la Cina, protagonista di una industrializzazione recentissima, ha un apparato produttivo che ha appena iniziato il processo di ammortamento tecnico e finanziario degli impianti.
Le sue centrali elettriche, alimentate prevalentemente a carbone, hanno appena qualche anno di esercizio mentre quelle americane ed europee sono state costruite decine di anni fa: hanno già remunerato ampiamente e rimborsato il capitale preso a prestito per costruirle. Quelle a carbone sono state generalmente dismesse, rimpiazzandole con quelle meno inquinanti a gas.
Un unico Vincolo Ambientale Globale, che abbia il medesimo orizzonte temporale, il 2050, per arrivare alla parità di CO2, conferirebbe all’Occidente un immenso vantaggio competitivo rispetto alla Cina per via dei minori costi finanziari sottesi dalla riconversione.
C’è un altro aspetto: poiché il mix produttivo occidentale è prevalentemente orientato ai servizi mentre quello cinese è baricentrato sulla produzione di merci, lo svantaggio per la Cina in fase di riconversione si aggrava ulteriormente.
Il G20 di Roma ha reso evidente il conflitto geopolitico sotteso dalla introduzione di un unico Vincolo Ambientale Globale. Non solo la Cina e la Russia hanno dichiarato di traguardare l’obiettivo della neutralità delle emissioni di CO2 all’orizzonte del 2050, ma l’India ha annunciato di fissarlo al 2060.
L’enorme numero di imprenditori privati accorsi al Cop26 in corso a Glasgow dimostra che la posta in gioco è immensa: si cambiano le regole della globalizzazione e tutti vogliono sedere dalla parte di chi vince.
Spese pubbliche finanziate in disavanzo e debiti immensi da parte delle imprese e delle famiglie saranno destinati alla riconversione ecologica della produzione e dei consumi.
Come dopo una vera e propria guerra, dovremo ricostruire e comprare tutto da capo: non è un caso che lo slogan del Presidente Biden sia proprio “Build Back Better“.
Come ai tempi della caduta del Muro di Berlino e poi della completa liberalizzazione dei mercati, tutti applaudono entusiasti: al G20 di Roma e al Cop26 di Glasgow è un tripudio di strette di mano e di flash fotografici.
L’Occidente, ancora una volta, vende forse solo nuove illusioni.
Fonte
02/11/2021
A Glasgow le molte omissioni di Draghi sui cambiamenti climatici
Quello del finto tonto sembra essere diventato l’atteggiamento prevalente dei leader di governo occidentali.
Chiuso il vertice del G20 a Roma, Mario Draghi è volato a Glasgow per i lavori della conferenza Onu sui cambiamenti climatici (la Cop 26).
Intervenendo nei lavori Draghi ha snocciolato una prima omissione, affermando (giustamente) che il cambiamento climatico può avere ripercussioni sulla pace e la sicurezza globali in quanto “può esaurire le risorse naturali e aggravare le tensioni sociali” e può “portare a nuovi flussi migratori e contribuire al terrorismo e alla criminalità organizzata”, in altre parole, “può dividerci”.
È evidente come da tutte queste conseguenze, a Mario Draghi, leader occidentale, sembra sfuggire che questo tipo contraddizioni non sono di quelle che alimentano terrorismo o criminalità, ma innescano guerre tra gli Stati e le varie potenze sulle risorse disponibili. Banalizzare i pericoli e liquidarli come problema di terrorismo e criminalità organizzata è una ipocrisia decisamente insopportabile.
In secondo luogo, Draghi ha affermato che sul cambiamento climatico la Cop26 deve andare oltre quanto fatto al G20. Ricordando che “i Paesi del G20 rappresentano circa il 75 per cento delle emissioni globali di gas serra e circa l’80 per cento del Pil mondiale” (e quindi hanno responsabilità decisive, ndr) ha omesso che proprio il vertice del G20 è riuscito a non definire una scadenza temporale per le misure che vanno invece adottate d’urgenza.
Una scadenza che andava avvicinata quantomeno al 2030, è diventata prima 2050, poi 2060 ed infine è diventato un generico “metà del secolo”. Insomma una timeline nella quale la maggioranza degli attuali leader del G20 non sarà più in vita o non avrà più alcuna responsabilità. Un modo piuttosto paraculo di scaricare le soluzioni “a babbo morto”.
Vale invece la pena ricordare che secondo l’ultimo rapporto UNEP sulle emissioni globali (pubblicato pochissimi giorni fa) bisognerebbe tagliare le emissioni del 30% entro il 2030 per raggiungere l’obiettivo dei 2 gradi e del 55% per raggiungere l’obiettivo di 1,5 gradi (ad oggi il taglio delle emissioni si ferma invece al 7,5%).
Un rinvio politico e temporale di responsabilità nelle decisioni urgenti confermato dalla affermazione che “qui alla Cop26 dobbiamo andare oltre, molto più di quanto abbiamo fatto al G20”.
“Dobbiamo accelerare il nostro impegno per contenere l’aumento della temperatura al di sotto di 1,5 gradi. Dobbiamo basarci sull’accordo del G20 e agire in modo più rapido e deciso”.
Con i finti tonti e leader espressione del capitalismo più feroce e irresponsabile da ottanta anni a questa parte, le contromisure per evitare l’infarto ecologico del pianeta non hanno possibilità di essere realizzate.
Più probabilmente costoro preferiscono correre il rischio di conflitti e disastri ambientali, cercando di rendere con ogni mezzo compatibile con il sistema, quello che compatibile sta dimostrando di non poter essere. Se non a spese della stragrande maggioranza dell’umanità.
Fonte
Chiuso il vertice del G20 a Roma, Mario Draghi è volato a Glasgow per i lavori della conferenza Onu sui cambiamenti climatici (la Cop 26).
Intervenendo nei lavori Draghi ha snocciolato una prima omissione, affermando (giustamente) che il cambiamento climatico può avere ripercussioni sulla pace e la sicurezza globali in quanto “può esaurire le risorse naturali e aggravare le tensioni sociali” e può “portare a nuovi flussi migratori e contribuire al terrorismo e alla criminalità organizzata”, in altre parole, “può dividerci”.
È evidente come da tutte queste conseguenze, a Mario Draghi, leader occidentale, sembra sfuggire che questo tipo contraddizioni non sono di quelle che alimentano terrorismo o criminalità, ma innescano guerre tra gli Stati e le varie potenze sulle risorse disponibili. Banalizzare i pericoli e liquidarli come problema di terrorismo e criminalità organizzata è una ipocrisia decisamente insopportabile.
In secondo luogo, Draghi ha affermato che sul cambiamento climatico la Cop26 deve andare oltre quanto fatto al G20. Ricordando che “i Paesi del G20 rappresentano circa il 75 per cento delle emissioni globali di gas serra e circa l’80 per cento del Pil mondiale” (e quindi hanno responsabilità decisive, ndr) ha omesso che proprio il vertice del G20 è riuscito a non definire una scadenza temporale per le misure che vanno invece adottate d’urgenza.
Una scadenza che andava avvicinata quantomeno al 2030, è diventata prima 2050, poi 2060 ed infine è diventato un generico “metà del secolo”. Insomma una timeline nella quale la maggioranza degli attuali leader del G20 non sarà più in vita o non avrà più alcuna responsabilità. Un modo piuttosto paraculo di scaricare le soluzioni “a babbo morto”.
Vale invece la pena ricordare che secondo l’ultimo rapporto UNEP sulle emissioni globali (pubblicato pochissimi giorni fa) bisognerebbe tagliare le emissioni del 30% entro il 2030 per raggiungere l’obiettivo dei 2 gradi e del 55% per raggiungere l’obiettivo di 1,5 gradi (ad oggi il taglio delle emissioni si ferma invece al 7,5%).
Un rinvio politico e temporale di responsabilità nelle decisioni urgenti confermato dalla affermazione che “qui alla Cop26 dobbiamo andare oltre, molto più di quanto abbiamo fatto al G20”.
“Dobbiamo accelerare il nostro impegno per contenere l’aumento della temperatura al di sotto di 1,5 gradi. Dobbiamo basarci sull’accordo del G20 e agire in modo più rapido e deciso”.
Con i finti tonti e leader espressione del capitalismo più feroce e irresponsabile da ottanta anni a questa parte, le contromisure per evitare l’infarto ecologico del pianeta non hanno possibilità di essere realizzate.
Più probabilmente costoro preferiscono correre il rischio di conflitti e disastri ambientali, cercando di rendere con ogni mezzo compatibile con il sistema, quello che compatibile sta dimostrando di non poter essere. Se non a spese della stragrande maggioranza dell’umanità.
Fonte
30/10/2021
La paura al vertice, da Roma a Glasgow
Due vertici mondiali in due giorni danno la misura dei problemi che non trovano soluzione e che ogni potenza, o macroarea economica, vorrebbe risolvere a spese di qualcun altro.
Economia, rapporti internazionali, pandemia, ambiente… Non c’è un tema che non sia sorgente di crisi, e il peggio è che sono tutti globali e interconnessi.
Due vertici da paura, insomma, tra soggetti che ogni giorno perdono forza e presa sul mondo (Usa e Unione Europea, fondamentalmente) ed altri che salgono in forza e autostima (Cina su tutti, ma anche altri, con molte meno possibilità), altri che inseguono sogni regionali (la Turchia, in pieno delirio erdoganiano).
C’è una differenza sostanziale – al di là delle somiglianze esteriori (polizia nelle strade, “zone rosse” blindatissime, droni, elicotteri e carri armati) – con Genova 2001 e i G8 di quel tempo.
Allora si celebrava la vittoria del “pensiero unico” liberal-liberista, il comando Usa sul mondo, la “compattezza” del mondo occidentale che aveva da poco sconfitto il suo nemico storico (il “socialismo reale”) e aveva perciò il pianeta a sua completa disposizione.
Putin – a rappresentare la Russia, non l’Unione Sovietica – sembrava un trofeo esibito dal vincitore, più che un interlocutore di rilievo.
Oggi Putin neanche si presenta, interverrà in video, forse. E così Xi Jinping. Ossia i due “vincitori oggettivi”, senza muovere un dito, dopo l’ingloriosa fuga degli Usa dall’Afghanistan, appena due mesi fa.
Questo G20 romano ha proprio il destino talebano di Kabul tra i suoi temi principali. E le assenze segnalano che non c’è molto da discutere, se visto da un’altra angolazione (Russia e Cina hanno l’Afghanistan alle proprie frontiere, sono potenze asiatiche; gli Usa – e l’Europa asservita fin qui – sono di nuovo “l’estraneo” che si era intrufolato a forza in un territorio incompreso, dopo averne sollecitato e finanziato gli umori “anticomunisti”.
I sauditi e gli altri paesi musulmani di rilievo osservano ora silenziosi. Finito il tempo dall’alleanza blindata contro Mosca, finito anche il tempo della centralità assoluta del petrolio e del gas (il cambiamento climatico impone il cambio di paradigma o una fine lunga e dolorosa), impantanate nella savana le ambizioni di allargare all’Africa il segno dell’Islam, devono ancora trovare un’altra dimensione economica, finanziaria, strategica.
L’Unione Europea sogna di poter diventare in pochi anni un soggetto imperialista autonomo, dotandosi di un esercito continentale, oltre che di moneta unica e trattati comuni ancor più inflessibili.
Ma sconta un’arretratezza istituzionale proprio sul terreno che più conta in situazioni incerte: unicità del comando politico (e militare); catene di trasmissione delle decisioni operative snelle, veloci e funzionanti; unità di intenti e “patriottismo continentale” (in mancanza di altri valori “vendibili”, resta solo quello dei gaglioffi).
Due vertici con molti soggetti impauriti, dunque. Pieni di dubbi e con interessi contrastanti su ogni dossier.
Giustamente “i movimenti” – rappresentanti più o meno efficaci degli interessi esclusi da questi vertici – si organizzano per manifestare il proprio dissenso complessivo. Ma non hanno ancora colto quella differenza essenziale tra Genova 2001 e oggi: davanti non hanno UN nemico, ma diversi, in lotta fra loro. E non in grado di “fare muro” – come nel 2001 – contro chi chiede ascolto, rispetto, dignità, una vita migliore.
È una condizione strategica migliore, anche se meno facile da inquadrare, capire, interagire. La tentazione di prendere il G20 come un “tutt’uno” denota coazione a ripetere e pigrizia intellettuale, che inibisce sviluppi nel conflitto.
Sono due vertici da paura, e proprio questa coazione a ripetere è evidente nel modo di gestire la scadenza di oggi da parte dei “poteri italiani”. In assenza di soluzioni ai grandi problemi, si semina la paura e si criminalizza preventivamente ciò che si muove e occupa le piazze (e ovviamente non ci riferiamo al fuoco di paglia “no vax”).
Non c’è giornale e televisione che non si dilunghi soprattutto sui “pericoli” (gli eterni black bloc, gli “opposti estremismi”, gli “infiltrati violenti”, e via fantasticando), sorvolando allegramente sui “contenuti”.
Più un augurio, si può dire, che non una previsione. Si nota in superficie la “manina” governativa che suggerisce i servizi, in puro stile Minculpop. E in effetti, in assenza di soluzioni credibili per ognuno di quei problemi sistemici che tolgono il futuro alle nuove generazioni, poter gestire il previsto fallimento di entrambi i vertici in termini di “fermezza nella gestione dell’ordine pubblico” deve sembrare l’unica possibilità per distrarre ancora una volta “le masse”.
Ma è un gioco vecchio. Può servire a dilazionare il redde rationem. Non a invertire il declino di un potere capitalistico accecato dalla propria avidità.
Lo si vedrà, non paradossalmente, proprio a Glasgow, nel Cop26, più ancora che a Roma. Sull’ambiente e il cambiamento climatico, infatti, è ogni giorno più difficile nascondere che i governi occidentali – soprattutto – non sono in grado di decidere nulla.
Solo qualche ballon d’essai, qualche frase “green”, tipo la “transizione ecologica” del governo Draghi, che rinvia persino una misura propagandistica come la “plastic tax” per non disturbare il business di una filiera locale.
Ogni scelta in questo campo comporta infatti un rovesciamento completo del rapporto tra capitale privato e scelte politiche, una assoluta prevalenza della dimensione pubblica su qualsiasi interesse privato, di qualsiasi dimensione.
Un rovesciamento che sta cominciando ad avvenire in parte in Cina, oltre che in qualche altro paese socialista. Ma che resta tabù per chi fa della “logica del mercato” la propria guida verso un avvenire perso nei fumi tossici.
Ci state rovesciando addosso la vostra paura. La rispediremo al mittente, con gli interessi.
Fonte
Economia, rapporti internazionali, pandemia, ambiente… Non c’è un tema che non sia sorgente di crisi, e il peggio è che sono tutti globali e interconnessi.
Due vertici da paura, insomma, tra soggetti che ogni giorno perdono forza e presa sul mondo (Usa e Unione Europea, fondamentalmente) ed altri che salgono in forza e autostima (Cina su tutti, ma anche altri, con molte meno possibilità), altri che inseguono sogni regionali (la Turchia, in pieno delirio erdoganiano).
C’è una differenza sostanziale – al di là delle somiglianze esteriori (polizia nelle strade, “zone rosse” blindatissime, droni, elicotteri e carri armati) – con Genova 2001 e i G8 di quel tempo.
Allora si celebrava la vittoria del “pensiero unico” liberal-liberista, il comando Usa sul mondo, la “compattezza” del mondo occidentale che aveva da poco sconfitto il suo nemico storico (il “socialismo reale”) e aveva perciò il pianeta a sua completa disposizione.
Putin – a rappresentare la Russia, non l’Unione Sovietica – sembrava un trofeo esibito dal vincitore, più che un interlocutore di rilievo.
Oggi Putin neanche si presenta, interverrà in video, forse. E così Xi Jinping. Ossia i due “vincitori oggettivi”, senza muovere un dito, dopo l’ingloriosa fuga degli Usa dall’Afghanistan, appena due mesi fa.
Questo G20 romano ha proprio il destino talebano di Kabul tra i suoi temi principali. E le assenze segnalano che non c’è molto da discutere, se visto da un’altra angolazione (Russia e Cina hanno l’Afghanistan alle proprie frontiere, sono potenze asiatiche; gli Usa – e l’Europa asservita fin qui – sono di nuovo “l’estraneo” che si era intrufolato a forza in un territorio incompreso, dopo averne sollecitato e finanziato gli umori “anticomunisti”.
I sauditi e gli altri paesi musulmani di rilievo osservano ora silenziosi. Finito il tempo dall’alleanza blindata contro Mosca, finito anche il tempo della centralità assoluta del petrolio e del gas (il cambiamento climatico impone il cambio di paradigma o una fine lunga e dolorosa), impantanate nella savana le ambizioni di allargare all’Africa il segno dell’Islam, devono ancora trovare un’altra dimensione economica, finanziaria, strategica.
L’Unione Europea sogna di poter diventare in pochi anni un soggetto imperialista autonomo, dotandosi di un esercito continentale, oltre che di moneta unica e trattati comuni ancor più inflessibili.
Ma sconta un’arretratezza istituzionale proprio sul terreno che più conta in situazioni incerte: unicità del comando politico (e militare); catene di trasmissione delle decisioni operative snelle, veloci e funzionanti; unità di intenti e “patriottismo continentale” (in mancanza di altri valori “vendibili”, resta solo quello dei gaglioffi).
Due vertici con molti soggetti impauriti, dunque. Pieni di dubbi e con interessi contrastanti su ogni dossier.
Giustamente “i movimenti” – rappresentanti più o meno efficaci degli interessi esclusi da questi vertici – si organizzano per manifestare il proprio dissenso complessivo. Ma non hanno ancora colto quella differenza essenziale tra Genova 2001 e oggi: davanti non hanno UN nemico, ma diversi, in lotta fra loro. E non in grado di “fare muro” – come nel 2001 – contro chi chiede ascolto, rispetto, dignità, una vita migliore.
È una condizione strategica migliore, anche se meno facile da inquadrare, capire, interagire. La tentazione di prendere il G20 come un “tutt’uno” denota coazione a ripetere e pigrizia intellettuale, che inibisce sviluppi nel conflitto.
Sono due vertici da paura, e proprio questa coazione a ripetere è evidente nel modo di gestire la scadenza di oggi da parte dei “poteri italiani”. In assenza di soluzioni ai grandi problemi, si semina la paura e si criminalizza preventivamente ciò che si muove e occupa le piazze (e ovviamente non ci riferiamo al fuoco di paglia “no vax”).
Non c’è giornale e televisione che non si dilunghi soprattutto sui “pericoli” (gli eterni black bloc, gli “opposti estremismi”, gli “infiltrati violenti”, e via fantasticando), sorvolando allegramente sui “contenuti”.
Più un augurio, si può dire, che non una previsione. Si nota in superficie la “manina” governativa che suggerisce i servizi, in puro stile Minculpop. E in effetti, in assenza di soluzioni credibili per ognuno di quei problemi sistemici che tolgono il futuro alle nuove generazioni, poter gestire il previsto fallimento di entrambi i vertici in termini di “fermezza nella gestione dell’ordine pubblico” deve sembrare l’unica possibilità per distrarre ancora una volta “le masse”.
Ma è un gioco vecchio. Può servire a dilazionare il redde rationem. Non a invertire il declino di un potere capitalistico accecato dalla propria avidità.
Lo si vedrà, non paradossalmente, proprio a Glasgow, nel Cop26, più ancora che a Roma. Sull’ambiente e il cambiamento climatico, infatti, è ogni giorno più difficile nascondere che i governi occidentali – soprattutto – non sono in grado di decidere nulla.
Solo qualche ballon d’essai, qualche frase “green”, tipo la “transizione ecologica” del governo Draghi, che rinvia persino una misura propagandistica come la “plastic tax” per non disturbare il business di una filiera locale.
Ogni scelta in questo campo comporta infatti un rovesciamento completo del rapporto tra capitale privato e scelte politiche, una assoluta prevalenza della dimensione pubblica su qualsiasi interesse privato, di qualsiasi dimensione.
Un rovesciamento che sta cominciando ad avvenire in parte in Cina, oltre che in qualche altro paese socialista. Ma che resta tabù per chi fa della “logica del mercato” la propria guida verso un avvenire perso nei fumi tossici.
Ci state rovesciando addosso la vostra paura. La rispediremo al mittente, con gli interessi.
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