Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Governo Truss. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Governo Truss. Mostra tutti i post

04/10/2022

Gran Bretagna - Il governo Truss rinuncia a tagliare le tasse ai ricchi

C’è da restare impressionati vedendo quel che accade ai vertici del governo in Gran Bretagna. Perché dà la misura del livello infimo della “classe politica” occidentale davanti ad una crisi sistemica che sta esplodendo in guerra guerreggiata.

Viene da chiedersi “ma come è possibile che ‘il sistema’ abbia selezionato come dirigenti politici degli imbecilli simili?”

Liz Truss, astro appena nato dei neoconservatori ultraliberisti, che si considera erede diretta di Margareth Thatcher ma è stata sponsorizzata dal premier uscente (già abbastanza stralunato), Boris Johnson, ha rinunciato al maxi taglio delle tasse per gli i ricchi, ovvero all’eliminazione dell’aliquota massima del 45% per coloro che hanno oltre 150 mila sterline di reddito annuo (più o meno 173.000 euro).

Era uno dei punti centrali del maxi-piano sui tagli fiscali, che – aveva spiegato – avrebbe immancabilmente portato il suo paese di nuovo “sulla via della crescita”. Una misura altamente impopolare, specie in tempi in cui l’inflazione ha superato stabilmente il 10%, mentre gli stipendi sono fermi e gli scioperi si moltiplicano.

Anche il Fondo Monetario Internazionale, la Banca di Inghilterra e persino “i mercati” avevano reagito malissimo al suo “piano”, presentato il 23 settembre, segnalando che la fase attuale dell’economia mostra caratteristiche opposte a quelle in cui la “Lady di Ferro” diede il peggio di sé.

Ma Liz Truss aveva provato lo stesso a resistere, cedendo solo quando il suo stesso partito – i conservatori – gli ha fatto sapere che era pronto a darle il benservito nonostante si sia insediata poche settimane fa, nel mentre il paese era in lutto per la morte della Regina.

Negli ultimi dieci giorni la sterlina è crollata, la BoE è stata costretta ad acquistare titoli di stato sul mercato (una bestemmia, per il liberismo duro e puro) per tenerne alti i prezzi e quindi bassi i rendimenti (alleggerendo il peso degli interessi sul debito pubblico), i capitali hanno preso a fuggire verso gli Usa, le agenzie di rating hanno messo sotto osservazione i Gilt britanici per un eventuale declassamento.

Una catastrofe.

Così, nel giro di una manciata di ore, la misura-chiave del “mini-budget” presentato dal Cancelliere Kwasi Kuarteng è stata messa da parte.

“È chiaro che l’abolizione dell’aliquota fiscale del 45% è diventata una distrazione dalla nostra missione prioritaria di affrontare le sfide che il nostro Paese deve affrontare. Di conseguenza, sto annunciando che non stiamo procedendo con l’abolizione dell’aliquota fiscale del 45%. Abbiamo capito e abbiamo ascoltato. Questo ci consentirà di concentrarci sulla realizzazione delle parti principali del nostro pacchetto di crescita”, ha affermato Kwarteng.

La stessa Truss ha tenuto a dare una motivazione solo politica alla sua retromarcia, in pratica dandone la responsabilità al suo partito, non abbastanza “coraggioso” per seguirla su questa strada. Una spiegazione spesa per mettere sotto il tappeto lo scoglio rappresentato dalla reazione dei “mercati”.

Ed è significativo che “i mercati”, oggi, considerino veleno puro ciò che hanno preteso per 40 anni dai politici di tutti i paesi dell’Occidente neoliberista. Una riprova arriva dal presidente di Confindustria, il pessimo Carlo Bonomi, arrivato a bocciare le ipotesi di flat tax (fin qui appoggiate senza riserve), definendole ora “immaginifiche” perché “non possiamo permettercelo”.

Non che abbia cambiato idea su chi deve pagare la crisi, visto che alla flat tax ha affiancato anche le ipotesi di incentivare i prepensionamenti, con l’identica motivazione. In pratica, ha chiesto come sempre “più soldi alle imprese” e “in culo ai lavoratori”.

Ma, nonostante lui, la veloce meteora di Liz Truss – vedremo quanto saprà ancora difendere la sua poltrona – dimostra comunque che l’era neoliberista è ormai alla fine. Ha distrutto l’ambiente, le conquiste dei lavoratori europei e ogni ipotesi di cambiamento sociale. Ma non sa e non può più andare avanti.

Per questo, di fatto, la guerra globale è diventata una prospettiva “attrattiva”.

Fonte

30/09/2022

Il fallimento della politica britannica sottolinea l’urgenza di ridurre la dipendenza dagli USA

Ci sono in genere molti modi di leggere gli shock improvvisi alla situazione economica e monetaria. Ma nel caso della recentissima crisi inglese, addirittura con la prima mossa della neo-premier Liz Truss, c’è invece una clamorosa unanimità mondiale: la mossa sbagliata nel momento peggiore.

Il giornale cinese Global Times, però, riesce a trarre qualche conclusione generale che non a tutti fa piacere trarre: i problemi inglesi, ma solo i loro, dipendono da un sistema internazionale incentrato sull’egemonia del dollaro.

Anche la Cina, in questi giorni, è dovuta intervenire per limitare l’impatto sistemico dei violenti aumenti dei tassi di interesse Usa, che stanno provocando un massiccio afflusso di capitali verso i mercati statunitensi e un parallelo aumento del valore del dollaro. Che per un verso appesantisce le esportazioni Usa (meno, guarda un po’, quelle di gas e petrolio, ormai uno dei pochissimi comparti in cui gli Stati Uniti hanno ancora qualcosa da vendere al mondo), per l’altro riduce drasticamente il peso delle importazioni (praticamente di ogni merce immaginabile).

Il tutto in cambio di una moneta che dipende totalmente e soltanto dalle decisioni unilaterali delle autorità statunitensi, senza alcun “sottostante” certo (a far data dal 1971, quando venne abolita la parità con l’oro). Detto in modo rozzo, gli Stati Uniti pagano beni reali con pezzi di carta che vanno accettati solo perché altrimenti ti sparano addosso.

Ridurre questa dipendenza mondiale e preparare soluzioni alternative, necessariamente di “rottura” dell’attuale sistema, è da tempo l’obiettivo di una sempre più lunga lista di paesi, a cominciare proprio dalla Cina. È la base materiale, economica-finanziaria-monetaria, di un multipolarismo non conflittuale perché poggiante su relazioni win-win, non di pura rapina come quello statunitense.

Qualcosa che servirebbe, oggi, proprio al paese più legato, per ragioni storiche, ideologiche ed economiche, agli Stati Uniti.

Alla faccia della “nuova Margareth Thatcher”, incapace di capire che alla fine di un ciclo non si può ripartire dalle stesse basi.

*****

Il FMI ha apertamente criticato gli aggressivi tagli fiscali e i piani di spesa del governo britannico volti ad aiutare le famiglie e le imprese a gestire lo shock energetico, avvertendo che le misure rischiano di aumentare le disuguaglianze e di accrescere le pressioni che gravano sull’inflazione, come ha riferito mercoledì la BBC.

Il FMI “non raccomanda pacchetti fiscali ampi e non mirati in questa fase, poiché è importante che la politica fiscale non operi in modo opposto alla politica monetaria”, ha dichiarato un portavoce del FMI in un comunicato di martedì.

Le critiche sono arrivate un giorno dopo che la sterlina britannica è crollata ai minimi di 37 anni rispetto al dollaro USA. Il crollo della valuta britannica ha evidenziato lo scetticismo del mercato sulla competenza economica del nuovo governo britannico e l’ansia degli investitori per un’inflazione alle stelle.

I prezzi al consumo nel Regno Unito sono aumentati del 9,9% ad agosto rispetto a un anno prima, con una leggera attenuazione del livello di inflazione rispetto al mese precedente, ma i prezzi continuano a crescere rapidamente. Attualmente, la capacità del Regno Unito di ridurre l’inflazione è diventata una delle maggiori preoccupazioni del mercato finanziario.

La scorsa settimana, George Saravelos, responsabile globale della ricerca sui cambi della Deutsche Bank, ha addirittura chiesto un “segnale forte” da parte della Banca d’Inghilterra che sia “disposta a fare ‘tutto il necessario’ per ridurre rapidamente l’inflazione” per riguadagnare la credibilità del mercato, come riporta Bloomberg.

Tuttavia, vale la pena notare che sia l’alta inflazione nel Regno Unito sia la debolezza della sterlina sono in realtà il risultato dei continui aumenti dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve statunitense e di un dollaro forte. Finché il ciclo di rialzi dei tassi d’interesse degli Stati Uniti rimarrà invariato, la fiducia del mercato nella capacità del Regno Unito di contenere l’inflazione e sostenere la propria valuta rimarrà debole anche se la banca centrale britannica seguirà l’esempio dell’aumento dei tassi.

Le crescenti difficoltà incontrate dal Regno Unito nel resistere agli shock di un dollaro forte e di un’inflazione elevata attraverso aggiustamenti di politica interna hanno di fatto evidenziato la crescente mancanza di una politica economica indipendente, data la forte dipendenza globale dal dollaro.

Quanto maggiori sono le turbolenze economiche e finanziarie globali, tanto maggiore sarà il flusso di capitali verso le attività denominate in dollari. Il fatto che le economie siano da tempo profondamente legate al dollaro in termini di commercio, finanza e transazioni determina la difficoltà di elaborare politiche efficaci in grado di risollevare rapidamente le loro economie dalle difficoltà.

È ipotizzabile che se il dollaro continua a essere il fattore dominante che influenza le economie di tutto il mondo, nonché il commercio e la finanza di vari Paesi, questi ultimi continueranno a essere vittime del cambiamento della politica monetaria e dei cicli economici degli Stati Uniti.

Pertanto, piuttosto che lavorare su una risposta a breve termine, è meglio concentrarsi sulla soluzione a lungo termine che potrebbe consentire ai Paesi di rompere l’egemonia del dollaro, rendere il proprio sistema finanziario più indipendente e migliorare lo status delle proprie valute.

In altre parole, se il dollaro continua a rafforzarsi, causando turbolenze economiche globali, l’egemonia del dollaro è destinata a indebolirsi e a finire.

In effetti, il dilemma politico del Regno Unito e il crollo della sua valuta sono un segnale per le economie asiatiche, in particolare per i mercati emergenti. Se persino un Paese sviluppato come il Regno Unito sta ancora incontrando difficoltà nel resistere all’impatto di un dollaro forte e di un’inflazione elevata, è possibile che anche le economie asiatiche possano fare affidamento sulle politiche fiscali e monetarie per difendere le loro valute e le loro economie e che debbano affrontare la prova della fiducia dei mercati.

Sebbene le economie asiatiche abbiano registrato un significativo aumento della scala economica con una migliore struttura delle riserve valutarie, di fronte alle turbolenze finanziarie globali, è ancora essenziale riconoscere la crescente urgenza per i Paesi regionali di approfondire ulteriormente la cooperazione finanziaria per ridurre la dipendenza dal dollaro USA.

Oltre alla politica monetaria irresponsabile che ha causato scompiglio in tutto il mondo, gli Stati Uniti hanno anche usato sempre più spesso la loro egemonia sul dollaro per imporre sanzioni economiche ad altri Paesi, il che evidenzia anche l’urgenza per i Paesi di ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti.

Fonte