Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Leccapiedi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Leccapiedi. Mostra tutti i post

19/10/2025

Vogliamo parlare della stampa?

Dalla lettera di Mario Cardinali, direttore ed editore del Vernacoliere, che annuncia la sospensione delle pubblicazioni. Courtesy by Piero Santonastaso.

*****

“E allora toh, vi aggiungo un altro buon motivo, per la fermata del Vernacoliere: c’è anche la crisi sempre più profonda della carta, a dettar la nuova legge dell’editoria. Quella dei giornali, soprattutto. Che quasi più nessuno legge, surclassati come sono dai social, coi telefonini a dettar legge ovunque, nuovi totem dell’indottrinamento in massa. E la pubblicità a pagare il tutto, ché tanto poi a pagare veramente è il solito Pantalone quando compra.

E anche per il Vernacoliere i costi ormai son arrivati a superar gli incassi. Con le edicole che continuano a chiudere a migliaia in tutta Italia, e quelle che ancora resistono si son ridotte a rivendite di gadget e giocattolini vari, e pare le vogliano perfino adibire a uffici postali e ricevitorie d’ogni tipo, un po’ come le tabaccherie. Non esclusa l’idea di piazzarci un confessionale, a confessar la colpa di voler leggere ancora. Che poi leggere è una parola grossa.

Coi quotidiani ormai ridotti a raccoglier la bava dei tanti laudatores a richiesta, con tanto giornalismo di leccaculi d’ogni tipo – e i culi più leccati son quelli di governo, non importa il colore, conta il finanziamento – da leggere ci sono più che altro i bollettini di Stato o di Partito o di Enti e Associazioni del gran gioco del potere.

Oddìo, magari ti mettono al corrente delle decisioni dei Palazzi, con quei bollettini gabellati come giornalismo, ma è anche lì come con la pubblicità per il commercio, che sempre commercio di cervelli è”.

Fonte

09/07/2020

Autostrade, ora basta...


La vicenda di Autostrade è paradigmatica dei rapporti tra “classe politica” e padronato. Usiamo questo termine antiquato – “padronato” – pur sapendo benissimo che il capitalismo attuale è andato ben oltre la fase dell’impresa “personale” o familiare. Perché soprattutto in Italia, nonostante l’enorme numero di multinazionali che spadroneggiano (vanno, vengono, prendono finanziamenti e spariscono), la logica degli “imprenditori” nazionali è rimasta quella antica.

Il caso dei Benetton è esemplare, del resto. Assurti alla notorietà internazionale per i loro maglioncini (e per l’efficacia delle campagne pubblicitarie), si sono poi lanciati in un business assai più redditizio e totalmente privo di “rischio di impresa” come la gestione di Autostrade per l’Italia.

Un monopolio naturale (nessuna autostrada avrà mai un “concorrente”), che richiede soltanto un po’ di manutenzione e garantisce entrate sicure, crescenti ogni anno grazie all’aumento dei pedaggi che ogni governo, di qualsiasi colore, ha consentito senza fiatare. È qui che gli “imprenditori” si sono rivelati essere dei semplici “prenditori”…

È doveroso ricordare che questa iattura è una conseguenza della politica di “privatizzazioni” perseguita dagli anni ‘90, anche se nessuno è mai riuscito a spiegare perché si dovesse regalare a dei privati una gallina dalle uova d’oro dopo aver speso una montagna di soldi pubblici per costruirla.

Nel caso della autostrade la iattura è stata addirittura doppia, perché prima sono stato beneficati i costruttori (le “grandi opere”, anche quando necessarie, sono realizzate da un pugno di imprese private, con lo Stato che paga tutto, anche le spese “fantasiose”), che in molti casi hanno “risparmiato” su cemento e ferro, come dimostrano le decine di viadotti e gallerie sul punto di crollare dopo pochi anni.

Poi sono stati beneficati i “concessionari” (Benetton, Gavio, Toto, ecc.), cui è stata affidata la gestione ordinaria, che – certifica l’Anac e stanno verificando le inchieste giudiziarie – massimizza i profitti “risparmiando” sulla manutenzione (solo 33.000 euro l’anno, per il ponte della strage).

Il crollo di Ponte Morandi ha messo a nudo questa doppia infamia, costata 43 vite, danni incalcolabili all’economia nazionale e, probabilmente, una notevole riduzione delle attività future del porto di Genova.

La revoca della concessione per manifesta violazione del contratto – di sicuro il bene “concesso” non è stato conservato, visto che è venuto giù – è subito sembrata l’unica soluzione possibile. Lasciando alla magistratura il compito di decidere le singole responsabilità individuali dei vari amministratori della società dei Benetton, quantificare i risarcimenti (per i familiari delle vittime, le persone che hanno perso casa, ecc.), emanare sentenze.

In due anni questa decisione – politica, non giudiziaria – non è arrivata, pur essendo stata “detta” un numero infinito di volte. E già questo illumina il tasso di servilismo di tutta la classe politica nei confronti degli imprenditori privati.

Ora è arrivata anche la sentenza della Corte Costituzionale, cui si erano appellati i Benetton per essere stati esclusi dalla ricostruzione del ponte. In pratica volevano guadagnare anche sulle conseguenze del disastro che avevano confezionato...

La decisione del legislatore di non affidare ad Autostrade la ricostruzione del Ponte è stata infatti giudicata legittima, perché “determinata dall’eccezionale gravità della situazione che lo ha indotto [il governo, ndr] a non affidare i lavori alla società incaricata della manutenzione del Ponte stesso”.

Questa sentenza rende più forti le ragioni, già solidissime, della revoca della concessione. E non si capisce proprio più – semmai si poteva avere un dubbio – perché non si proceda alla riappropriazione di un “bene pubblico” da parte dello Stato.

Solo dei servi spianati per terra possono ancora titubare...

Fonte

12/02/2019

Sanremo. L’ideologia nascosta nelle battute di “Pio e Amedeo”

Quando l’atmosfera a Corte si fa più tesa, lo spazio satirico per il giullare si restringe, e il pericolo di sbagliare la battuta, quella che porterebbe alla sua sostituzione con un altro dell’esercito dei giullari di riserva, cresce notevolmente. Perciò, meglio stare in guardia e scagliare, sì, qualche frecciatina al Re, ma senza affondare troppo e chiudendo poi con una strizzata d’occhio e il più ipocrita dei “buon proseguimento”.

Catapultatevi all’oggi, e precisamente alla seconda serata del Festival di Sanremo, di scena il 6 febbraio al teatro Ariston, ascoltate l’intervento della coppia di comici Pio e Amedeo e capirete come, magari ogni tanto, alla storia capiti di ripetersi, in questo caso davvero come farsa.

Gli «scoppiettanti» (Corriere della sera versione online del 7 febbraio, che gli concede un bell’8 nel pagellone) comici foggiani offrono, in venti minuti, un sunto dell’ideologia a-conflittuale e deresponsabilizzante, con una punta di sano tradizionalismo, che domina la cultura di questo primo scorcio di secolo.

Che questo sia il livello della satira politica del paese, nella trasmissione pubblica (se non andiamo errati) più seguita dell’intera stagione, non è altro che l’espressione della tendenziale riduzione delle possibilità di opposizione alle politiche del Re della situazione, nella fattispecie, il ministro dell’interno italiano.

Che infatti gradisce la performance, e se l’oggetto della caricatura apprezza l’intervento del giullare di turno, o quello ha una faccia di bronzo degna del Cavaliere di Arcore, oppure si è solo portato acqua al suo mulino. In questo caso, propendiamo per la seconda.

Infatti, i concetti che emergono a un ascolto non passivo del pezzo del duo, dunque oltre ai sorrisi disinteressati che comunque alcuni passaggi possono suscitare, sono tre.

Il primo, è la più classica gag che pone al centro lo stato d’illegalità in cui vivono i “meridionali”, ché le tasse le lasciano pagare agli ingenui che ancora credono nello Stato e nelle sue funzioni, scenetta in cui non manca mai il “commercialista connivente”. Ma in un clima di attacco da più fronti al pur minimo ossigeno portato al sud dal Reddito di cittadinanza (ultimo in ordine di tempo, il Fmi), non sembra una genialata continuare ad alimentare stereotipi (tradizionali per definizione) senza affrontare i nodi centrali che strutturano la condizione, non certo a partire da oggi, di subalternità del mezzogiorno nei confronti del resto del paese.

Il secondo, è che Salvini oramai può tutto, persino decidere chi presenterà la successiva edizione del Festival. «Prima gli italiani», fanno dire “scherzosamente” Pio e Amedeo a Baglioni, in modo da potergli assicurare la terza edizione consecutiva della kermesse, e magari la loro partecipazione anche per il 2020. Come sempre, e specialmente in periodi di crisi, l’offerta di lavoro nel pubblico è scarsa e la domanda elevata, meglio quindi sfruttare le relazioni già create.

Per ultimo, su la maschera dell’ipocrisia e via con una passata di candeggina sulle contraddizioni della realtà odierna, oltre che sulle due mezze battute arrischiate sul palco. «Siamo tutti uguali perché siamo stati tutti bambini», dicono, e infatti «eravamo tutti un po’ guardie e ladri, a turno, per gioco. Poi da grandi, sentiamo questa strana esigenza di scegliersi un ruolo. Noi non lo sappiamo chi c’ha ragione, e sinceramente figuriamoci se noi scegliamo da che parte stare: non ci resta che augurare il meglio a quelli che prendono le decisioni importanti, e ricordare a tutti che siamo stati bambini. Non bisogna fare gli ultrà, bisogna solo tifare che si calmino le acque».

Lasciate stare i bambini, i giochi (non è tempo), le guardie e magari anche i ladri, e sfogliate un giornale a caso, anche solo alla pagina di cronaca: il cimitero chiamato Mediterraneo, le difficoltà di avere un tetto sulla testa, la repressione, la stampa muta, le morti bianche, il rifiuto dell’autodeterminazione, sia questa di un corpo o di un popolo.

Sinceramente, di acque calme ne vediamo fin troppe, di prese di posizione invece troppo poche, o tutte immancabilmente dalla stessa parte, quella del più forte (di turno), comunque tutti o quasi sempre pronti a saltare da una barca all’altra in caso di cambio in testa, tanto col mare piatto è più facile.

Ecco, se questa è la situazione, non ci resta che tifare tempesta. Sapendo bene da che parte sceglieremo di stare.

Fonte