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25/01/2021

Verso “un governo europeo di salvezza nazionale”

Provare a capire la crisi di governo senza curarsi delle vicende europee conduce nel vicolo cieco delle interpretazioni “psicologiche”, sui personalismi Renzi vs Conte, e sciocchezze simili.

Come sempre in politica si scaricano gli interessi sociali, perlomeno quelli che sono in grado (“hanno il potere”) di farsi valere. Identificare questi interessi “spiega” la crisi politica, non viceversa.

La chiave – è l’unico elemento riconosciuto da tutti i soggetti in campo – è il Recovey Plan con cui questo Paese dovrebbe gestire i più di 200 miliardi messi a disposizione dal Next Generation Eu (altrimenti noto come Recovery Fund).

Altra cosa certa è che questi fondi non sono una regalia per chi è in difficoltà, ma una sorta di “piano Marshall” per ridisegnare le economie e gli assetti sociali dei Paesi membri della Ue.

Quei soldi sono disponibili “a condizione” che un Paese faccia esattamente quel che gli viene “chiesto” da chi i soldi li distribuisce (la Commissione Europea).

È venuto direttamente il Commissario agli affari economici, Paolo Gentiloni Silveri, a spiegarcelo in italiano, in modo che non ci fossero dubbi: la Commissione ha ribadito come condizione necessaria per poter accedere ai fondi il “fornire spiegazioni dettagliate su come verranno affrontate le misure proposte, in che modo le criticità verranno risolte”.

Sui media il discorso viene tradotto nel solito modo: “bisogna fare le riforme” (in due versioni: “che l’Europa ci chiede” oppure “che servono al Paese”, ma sono le stesse).

Il problema è sapere quali riforme ci vengono chieste, e a chi cambiamo la vita (in peggio per molti, in meglio per qualcuno).

Una è stata nominata e non a caso è il primo terreno immediato di verifica per il governo Conte: quella della giustizia. Parola che significa in genere il contrario.

In pratica, come spiegava Carlo Cottarelli sulla poltrona di Fabio Fazio, bisogna “aziendalizzare la macchina dei tribunali perché produca più sentenze”.

Qui il gioco si fa sottile e servirebbero giuristi esperti per analizzare le singole misure, ma è chiaro che l’attuale macchina della “giustizia” è indifendibile da ogni punto di vista. Nel settore penale, la “discrezionalità” dei magistrati consente orrori come quello del Tribunale di Torino, ormai trasformato in macchina da guerra anti-No Tav, mentre per trovare un’impresa incriminata (per corruzione o inquinamento o morti sul lavoro) bisogna cercarla col lanternino.

Non parliamo poi della giustizia civile – quella che più interessa “gli investitori” – dove la durata di una causa non ha neanche il limite della “prescrizione” (giustamente) e può durare anche decenni.

Detto dunque che una “riforma della giustizia” (della “macchina” amministrativa e dei codici di procedura) sarebbe stata urgente già 30 anni fa, il problema resta “quale riforma”. Una giustizia amministrata in senso “produttivista” – più sentenze sforni, più ti premiano – assicura una valanga di errori giudiziari anche gravi (nel penale), e un giro di mazzette mostruose (nel civile), come già verificato in innumerevoli scandali – per esempio – nei tribunali fallimentari (dove sono in ballo soldi, imprese, asset, ecc).

Ma quali sono le altre “riforme”?

Sottovoce, per non farsi scoprire, alcuni sussurrano la parola “pensioni”. Su questo la Ue non vuol sentir ragioni e invita a “guardare alle raccomandazioni Ue 2019 e 2020”, che già indicavano la previdenza sociale come il settore in cui realizzare i maggiori risparmi.

Il problema è come si fa a “riformare” un sistema che ha già portato a 67 anni l’età pensionabile (da notare che nella pandemia si è stati costretti a inserire nelle categorie particolarmente fragili gli ultra-65enni, che invece sono “sani e arruolati” per la produzione), che non darà un soldo alle future generazioni, che ha congelato per sempre gli adeguamenti all’inflazione degli assegni in essere.

Scontata la cancellazione di “quota 100” – l’unica bandierino “sociale” piazzata dalla Lega – ma ai fini del “risparmio” si tratta di spiccioli. L’unica soluzione, ma neanche Cottarelli oserebbe dirlo fin quando non fosse saldamente installato a Palazzo Chigi, sarebbe un bel taglio proprio agli assegni erogati ogni mese. In fondo è stato fatto in Grecia, nel 2015, perché qui no?

La stessa richiesta, ricordiamo, è stata fatta anche alla Spagna ed altri paesi non ancora “allineati” all’austerità europea che ci attende per il dopo-pandemia, quando anche lo “scudo della Bce” sarà sollevato, lasciando campo libero alla speculazione finanziaria sul debito pubblico.

Le altre riforme sono tutte nello stesso solco iper-liberista, nonostante il clamoroso fallimento di quella impostazione (ormai palese da quasi un ventennio). E dunque taglio della burocrazia (meno obblighi e controlli sulle aziende) e migliori condizioni per le imprese.

Un programma “di classe”, senza veli, che il governo Conte ha già largamente assecondato (ad esempio prevedendo che l’intero sistema idrico nazionale sia privatizzato, eliminando le ultime sacche di proprietà e gestione pubblica dell’acqua), ma non completamente. O con la stessa radicalità imposta da Bruxelles.

È qui che si comincia a vedere sia la ragione profonda del killeraggio svolto da Matteo Renzi (ormai “bruciato” in Italia, ma alla ricerca di incarichi sovranazionali), sia l’avvicinarsi a grandi passi del “governo europeista di salvezza nazionale” (un ossimoro da pura, come “guerra umanitaria”) da affidare a un tecnico di fiducia per l’Unione Europea.

I voti della Lega sono già sicuri, garantisce Giorgetti...

p.s. Il nome di Cottarelli (o “un altro che gli somiglia”) per questa funzione è stato fatto esplicitamente da Paolo Mieli, ricordando come fosse già stato incaricato da Mattarella, a giugno 2018, quando M5S e Lega non riuscivano a mettersi d’accordo per formare il Conte 1. Dopo due anni e mezzo, si torna al punto di partenza, dopo aver disfatto sia i Cinque Stelle sia “moquito” Salvini.

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