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31/01/2021

“Il Sud degli oppressi”. Un viaggio tra Martí, Marx, Gramsci, Bolívar, Chávez e Fidel

In occasione dell’anniversario della nascita di José Martí, Luciano Vasapollo interviene per sottolineare come il suo pensiero sia in sintonia con quello non solo di Marx ma anche di Bolivar, Gramsci, Guevara.

Innanzitutto lo studioso parte dal considerare la Weltanschauung nella quale Marx era immerso: “Non si può assolutamente esulare – inizia – dalla peculiarità del periodo storico concreto nel quale si sono sviluppate le sue opere, le sue idee e la sua azione rivoluzionaria. Siamo nella seconda metà del diciannovesimo secolo caratterizzato da importanti trasformazioni economiche e sociali in tutto il mondo”.

Se però la storia ricorda sempre la Rivoluzione industriale, “altre colonie, come quelle spagnole, vivevano in schiavitù. Lo sviluppo era legato completamente a Cuba con la produzione dello zucchero. La messa a produzione del profitto di questo prodotto, se da un lato ha sviluppato il sistema schiavista, ha anche creato le contraddizioni che hanno accelerato il processo di autodeterminazione e di indipendenza in questi anni”.

Ed è qui che José Martí fa la sua comparsa: “egli vive e partecipa ai movimenti delle lotte patriottiche. Inizia a scrivere dei suoi anni vissuti da deportato politico a Madrid, e grazie allo studio, fonda la struttura del suo pensiero socio-economico”.

Le sue categorie di studio trattano “temi come quello del lavoro, della proprietà, della ricchezza e non trascurando neppure la vita spirituale e materiale dei popoli. Così riesce a criticare tutta la struttura della società nordamericana, finendo per valutare e affermare l’anti-colonialismo spagnolo fino a realizzare l’ascesa dell’imperialismo nordamericano”.

Il suo pensiero era dunque storico, sociale e politico ma non solo: anche economico, sempre in un’ottica democratica partecipativa, contrario sia all’imperialismo americano, sia al colonialismo spagnolo.

Martí anelava a creare “una società libera, giusta, di uguaglianza sociale. Una società cubana nella quale vi sia l’autodeterminazione e l’indipendenza politica a partire dalla sovranità sulle risorse nazionali, il che significa anche avere una propria economia nazionale”.

Luciano Vasapollo però sottolinea come “le rivoluzioni di indipendenza in quella che lui chiamerà la Nuestra America – che noi, per meglio definirla, spesso chiamiamo la Nostra America indo africana – non attivano una vera trasformazione dell’era coloniale fino in fondo. La sua aspirazione era di portare Cuba all’indipendenza, alla realizzazione di una repubblica diversa da quella che lui aveva conosciuto”.

La Cuba che sogna è una società ove a regnare è “l’uguaglianza, la giustizia sociale per le grandi masse popolari. Si pone a favore dei poveri, a favore degli umili in cui la distribuzione dei beni naturali non sia più fortemente diseguale, come accadeva non solo a Cuba, ma anche negli stessi Stati Uniti”.

A proposito delle risorse naturali infatti, “Martí sosteneva che la terra era un bene pubblico e quindi doveva appartenere al popolo, alla nazione. L’espropriazione della terra era uno dei problemi fondamentali che doveva risolvere la nuova Repubblica che quindi si può definire dei lavoratori, dei piccoli produttori. Sono loro che devono rompere la concentrazione della proprietà terriera e devono garantire la redistribuzione della ricchezza della proprietà. Se non è Socialismo questo, ditemi voi che cosa è!”

José Martí dunque sviluppa un programma a favore dell’indipendenza economica: “sia grazie alla piccola produzione agricola, sia alla creazione di industrie nazionali capaci di competere con le straniere”.

Lo Stato ha un compito ben preciso: “deve essere innanzitutto garante dell’educazione. Al centro del pensiero di Martí vi è l’educazione, l’istruzione”.

Famosissima è una frase da lui stesso pronunciata: “essere colti per essere liberi”.

L’istruzione del popolo dunque, continua Vasapollo, “deve essere al centro del processo di libertà, del progresso tecnico e scientifico”.

Ciò non doveva però avvenire “solo a Cuba, ma in tutti i paesi dell’America Latina. La Repubblica per Martí si realizza solo con l’inclusione degli altri paesi sudamericani”.

Principio cardine era sempre il trasmettere: “l’amore rivoluzionario, l’amore per la sincerità verso verso il proprio popolo, verso gli amici, verso i fratelli e verso l’umanità”.

Perché “senza amore e sincerità non si muove nessun processo rivoluzionario”.

Vasapollo ha scritto molti articoli in cui ha messo in rapporto il pensiero di Martí con quello di Gramsci. “Non per creare dei cortocircuiti teorici o cronologici – mette in evidenza l’economista – ma perché secondo me ci sono delle confluenze oggettive sul discorso della cultura popolare e sulla rivoluzione come atto profondo d’amore verso il popolo, verso chi ti dà fiducia, verso i compagni”.

Un esempio è “il rifiuto della dittatura culturale ovvero l’ideologia del capitale. Che nel pensiero gramsciano e martiano possiamo vedere porre in essere la contrapposizione con un Internazionalismo, ove si riconosce universalmente la classe degli esclusi, dei figli degli sfruttati come popolo della nuova umanità. Oggi a questi due grandi nomi, Martí e Gramsci, aggiungerei sicuramente Bolívar e i due comandanti eterni Fidel Castro e Chavez”.

Recuperare oggi il loro pensiero è importante, in quanto “battaglia per la liberazione anti imperialista. Ora si è ancora sottoposti al dominio dell’Imperialismo, come la resistenza eroica del popolo del Venezuela e del popolo cubano dimostra, cercando di combattere contro l’infame blocco e l’aggressione che ricevono tutti i giorni”.

Martí aveva teorizzato la Nueva America, così come contro l’Imperialismo e il Colonialismo, così come Gramsci si era posto il problema del riscatto di classe del Meridione che, afferma Vasapollo, non è mera prospettiva “geografica, ma è una dimensione più generale che Gramsci riferisce al nostro Sud”.

“Coniugando le idee di Martí e di Gramsci possiamo pensare al Meridione come il Sud degli oppressi che lotta contro il Nord imperialista, sia esso degli Stati Uniti, sia esso italiano o europeo. La questione del Sud è una questione sovranazionale che si coniuga al concetto di sovranità nazionale e di sovranità di classe dai Quaderni di Gramsci ed è passato tutto attraverso la creazione del PCI, il Partito Comunista, di cui qualche giorno fa si sono ricordati i cento anni dalla nascita.

I comunisti, i rivoluzionari martiani e gramsciani hanno guidato e guidano tutt’oggi le azioni degli uomini e delle donne che credono fortemente nell’idea, non solo anti imperialista di autodeterminazione, ma di Patria libera da qualsiasi dominio”
.

L’ideale di Martí “di miglioramento dell’individuo, di cultura, di amore, di rispetto forma i diritti fondamentali dell’uomo e rimane nella pratica rivoluzionaria non solo di Cuba”. Questo si vede anche tuttora, se si pensa “ai medici cubani in tutto il mondo, ai maestri cubani in tutto il mondo, alla brigata medica per la quale stiamo chiedendo il premio Nobel per la Pace”.

“Le differenze – aggiunge Vasapollo – tra il pensiero di Martí e quello di Marx sono soprattutto nello spazio geografico e nella tradizione culturale nelle quali i due sono vissuti. Marx è l’espressione del movimento di classe europeo, dove il capitalismo era arrivato al suo massimo sviluppo e alle contraddizioni di classe. Martí invece rappresenta la tradizione emancipata dalla schiavitù dell’oppressione coloniale”.

Lo studioso Vasapollo incita i giovani “anche in Occidente, di abbandonare una impostazione da l’Occidentalcentrismo della visione marxista dei nord e approdare anche alla lettura e applicazione del dire e fare di Martí, un grande rivoluzionario, un grande intellettuale militante.

L’opera scritta e l’opera pratica di Martí – si rammarica – non è conosciuta purtroppo in Italia e in Europa in generale. Perlomeno non lo è abbastanza in relazione all’importanza storica, teorica e pratica di questo grande rivoluzionario”.

Lo studioso marxista che collabora autorevolmente a FarodiRoma è convinto infatti che “le discipline, così come i processi rivoluzionari, non possono essere vissute in compartimenti stagni, non possono essere vissute in chiave pedagogica pura, ma in chiave di pedagogia rivoluzionaria. Io non voglio entrare in polemica con altri partiti, con altre strutture, ma la Rete dei Comunisti ha sempre rappresentato un punto di vista diverso non solo nell’analisi economica e politica della crisi capitalista, ma anche nel coordinare il pensiero teorico di Marx a Lenin, fino a Fidel a Chavez passando per Gramsci e Guevara”.

Il nostro compito è “attualizzare questo pensiero come una continuazione del pensiero marxista, martinano e gramsciano. Questi non sono assolutamente ferri vecchi. Basta usare l’intelligenza, la capacità di attualizzazione, il coraggio e il riconoscimento popolare per riproporre come materia viva l’analisi concreta di questi nella formazione dei nostri giovani, così da formare soggettività in grado di mettere in discussione l’ordine esistente, l’ordine imperialista e capitalista”.

Per Vasapollo il riconoscimento popolare significa “fare i conti con i sentimenti di appartenenza nazionale e di autodeterminazione attraverso una cultura di rottura ma che porta al suo interno un profondo senso per l’amore rivoluzionario”.

Afferma a gran voce: “Io penso che bisogna riportare questo pensiero a quello che oggi sta avvenendo per esempio a Cuba, in Venezuela, nei Paesi dell’ALBA che con le loro differenze sono comunque vive transizioni al Socialismo che camminano in una diversa modalità applicativa e con culture diverse da quella di noi comunisti occidentali, ma alle quali siamo uniti nella speranza di poter trasformare non solo il nostro Paese ma di costruire una nuova umanità ricca di amore rivoluzionario. Noi comunisti che viviamo in Europa non esisteremmo senza Martí, non solo, e non tanto, per ragioni teoriche, ma anche per la capacità di tener vivo un faro rivoluzionario anti imperialista che unisce tutti i Sud e a tutte le latitudini dei Sud.

Io sono estremamente convinto, come facevo notare anche in vari scritti, che si può oggi dare un contributo, ai giovani, ai meno giovani, agli studiosi affinché pongano dei confronti non solo all’interno dell’ambito accademico ma investano in forme di sperimentazione, di attivazione del divenire storico”
. La Rivoluzione infatti “deve avere un ruolo intellettuale collettivo e militante che lavori per l’emancipazione”.

Si deve dar vita a una riattivazione e rielaborazione delle posizioni culturali e di azione di Martí “perché le colonne portanti del suo pensiero e dei suoi scritti sono essenzialmente tre: l’etica, il sentimento, la presa di posizione a favore delle classi popolari. L’etica deriva dalla sua cultura familiare e dal concetto di amore anche di stampo cristiano a favore delle classi popolari. Martí intendeva realizzare un canale di resistenza per l’autodeterminazione aperto per Cuba a tutta l’America Latina”.

Egli studiò molto “le scienze economiche e questo è importante. Perché attraverso la conoscenza della realtà economica e politica di un paese si possono proporre soluzioni adeguate per concentrare e centralizzare ma non alla maniera capitalista-monopolistica. Quando Martí arriva negli Stati Uniti è affascinato dal movimento operaio e dalle sue idee di eguaglianza tra gli uomini. Uguaglianza data dal lavoro che arricchisce l’uomo e dona vantaggi fisici, materiali ma soprattutto morali”.

Il problema era “l’appropriazione della ricchezza non ottenuta col proprio lavoro ma con quello altrui, cosa che genera contraddizione fra proprietà e ricchezza”.

Per questo Martí era solito dire: “Guardate che il monopolio è un gigante alla porta dei poveri. Tutto quello che si può intraprendere economicamente è nelle mani delle grandi aziende e delle corporazioni formate da associazioni di capitale. Non ci si può opporre senza partito con una capacità rivoluzionaria. Idea fondamentale anche per tutti quei giovani occidentali che vogliono mettere in discussione lo stato presente delle cose. Per questo devono rivolgere lo sguardo al pensiero di Bolívar, di Gramsci, di Fidel Castro e di Chavez al fine di studiare concretamente dei percorsi di emancipazione collettiva”.

Conclude Vasapollo: “Oggi, in questa fase di crisi sistemica economica aggravata dalla crisi sociale della pandemia, il respiro di chi vuole una diversa umanità deve essere più ampio. Dobbiamo ricominciare a ragionare sulle fasi storiche della politica di trasformazione, sui cicli rivoluzionari. Bisogna mettere in relazione la strategia del cambiamento con dei passaggi tattici. Il senso della rivoluzione, della spiritualità nell'amore per chi ti ama, amor con amor si paga, per il fare politica rivoluzionaria, della capacità di fare cultura di classe, dell’agire quotidiano in senso rivoluzionario che si legge in Martí e che è punto di riferimento per un attuale studio e pratica del cambiamento”.

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