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19/01/2021

La presidenza Biden è l’inizio dell’era post-americana

“We are picking up the ball and running with it ourselves”

Un membro degli “Armed Patriots”

Mercoledì, 20 gennaio, Joe Biden diventerà il 46simo presidente degli Stati Uniti.

La transizione dei poteri non è stata proprio una formalità, considerato che il 6, giorno in cui dovevano essere formalizzati i risultati delle elezioni, una folla di supporter di Trump incitati dal presidente uscente ha invaso “Capitol Hill”, con la complicità di alcuni eletti tra le fila dei repubblicani, provocando alla fine il decesso di 5 persone.

Come ha twittato il presidente del Council on Foreign Relations, Richard Haas, quel giorno: «Nessuno al mondo probabilmente ci vedrà, rispetterà, temerà, o dipenderà da noi ancora allo stesso modo. Se l’era post-americana ha una data di partenza, è certamente quella di oggi».

In realtà non è stata che l’ultima tappa, forse la più significativa e a suo modo spettacolare, di una instabilità permanente che le elezioni hanno contribuito a ritualizzare, non a risolvere.

Un’incertezza cronicizzata, dopo una campagna elettorale di piombo ed un’estate che, in seguito alla morte di George Floyd alla fine di maggio, ha visto svilupparsi le più partecipate ed estese mobilitazioni della storia statunitense contemporanea.

Non è dato sapere cosa succederà questo mercoledì, anche se il timore che si ripetano fatti simili a quelli del 6 gennaio ha da tempo preso piede, portando alla militarizzazione di fatto della capitale federale e alla presenza di 25.000 uomini della Guardia Nazionale.

Un clima di tensione cresciuto per la paura che tra questi e le svariate forze dell’ordine presenti possa celarsi una “minaccia interna”, ossia militari “rivoltosi”. Un’ipotesi che deve essere non tanto peregrina se la potente FBI ne sta passando al setaccio i profili, escludendo coloro che potrebbero divenire una minaccia, come riporta The Guardian.

Un lavoro non facile, visto che 74 milioni di nord-americani hanno votato Trump e che anche dopo i fatti di Capitol Hill una buona parte di questi continua a credere che l’elezione sia stata rubata – il 73% secondo un sondaggio di Quinnipac Poll – oltre al fatto che una fetta non proprio ridottissima tra gli elettori del Gran Old Party ha giustificato la violenza della “rivolta sulla collina”.

Sarebbero il 15%, secondo un sondaggio congiunto ABC NewsWashington Post.

Dando per significativo il campione di questa indagine, ed estendendola alla totalità di chi ha votato Trump, saremmo intorno agli 11 milioni di cittadini nord-americani…

Anche prendendo i sondaggi con le pinze, come è doveroso, questi confermano un clima da guerra civile strisciante che solo le scadenti narrazioni consolatorie dei nostri media mainstream e di esperti “un tanto al chilo” tendono a minimizzare.

Lilliana Mason, autrice insieme a Nathan Kalmoe, di un illuminante studio sull’accettazione della violenza politica negli States, in un intervista al New York Times afferma che: “la polarizzazione non è più un problema, ora lo è la minaccia alla democrazia”.

Il fatto che vivano in un Paese spaccato in due è empiricamente evidente a tutti, ma il vero problema è ciò cui questa frattura sta portando. I risultati della loro ricerca chiariscono che, dopo le ultime elezioni, il 20% delle persone giustifica in qualche modo la violenza per motivi politici (erano il 10% nel 2017), oltretutto divisi in maniera paritaria tra democratici e repubblicani.

È un processo di radicalizzazione che è sfuggito di mano agli apprendisti stregoni di Washington, un esempio di “re-internalizzazione” involontaria della strategia di “creazione del caos” che ha una lunga storia alle spalle.

Nessuno probabilmente deve aver pensato di dare indicazioni stringenti, con la formula “Don’t do it yourself at home!”, alle immagini delle “rivoluzioni colorate” organizzate proprio dagli Usa fino al recentissimo passato. Se aggiungiamo il fatto non trascurabile dell’incremento del possesso di armi e dell’aumento del numero di persone che si addestrano ad usarle, il quadro è quasi completo.

Biden, da Presidente degli Stati Uniti, ha promesso una serie di decreti ed un ulteriore pacchetto di incentivi anti-crisi, oltre ad un piano dettagliato di lotta al Covid-19 e per la vaccinazione.

La situazione catastrofica dal punto di vista sanitario, secondo le ottimistiche previsioni delle massime autorità in materia, non migliorerà prima di maggio a causa della diffusione della “variante britannica del virus”.

Ipotesi che appare molto ottimistica, perché prevede una capacità di vaccinazione pari ad un milione di dosi al giorno, in linea quindi con le promesse di Joe Biden, che vorrebbe 100 milioni di dose iniettate nei suoi primi 100 giorni da Presidente. Qualcosa che appartiene più al campo del “wishfull thinking” che non alla realizzabilità vera e propria.

Basti pensare che fino allo scorso venerdì, coloro che avevano ricevuto almeno la prima dose di vaccino erano poco più di 10 milioni e mezzo, molto al di sotto degli obiettivi che erano stati prefissati per dicembre.

I dati ci dicono che la strada dell’uscita dalla pandemia non è ancora stata imboccata, con circa 4.000 decessi quotidiani nei giorni di picco e 3.300 in media – quasi 400.000 in totale – ed un numero dei ricoverati poco sotto i 130 mila. Solo la scorsa settimana la media è stata di poco inferiore ai 220.000 nuovi contagi al giorno.

Certo, Biden prenderà i provvedimenti che Trump non ha voluto prendere: dall’uso della Guardia Nazionale nella distribuzione del vaccino, alla possibilità di usare il Defence Production Act per costringere le imprese private a fabbricare le componenti utili per la lotta al virus; dall’obbligo della mascherina all’impiego dei medici in pensione per la somministrazione delle dosi.

Ma è troppo poco e troppo tardi, probabilmente.

Sul piano economico Biden intende approvare un ulteriore pacchetto di aiuti, pari a 1900 miliardi di dollari, che trova l’opposizione nei ranghi degli eletti repubblicani ed in alcuni “centristi” del suo stesso partito.

Opposizione solo in parte aggirabile al Senato dove, per farlo passare integralmente, sarebbe necessaria una più ampia maggioranza (almeno 60 su 100), mentre c’è una assoluta parità che solo il voto di Kamala Harris può trasformare in maggioranza relativa.

Con questa situazione, può farne approvare una formula “amputata”, con manovre sul bilancio di tipo fiscale tax and spending bills, ma scartando per esempio misure come l’aumento del salario minimo.

Secondo i dati elaborati dal Financial Times il pacchetto sarebbe così suddiviso: 465 miliardi andrebbero ad elevare a 1.400 dollari a settimana i soldi dati “a pioggia” alle famiglie – l’ala progressista ne chiede 2.000 – 350 miliardi in aiuti a Stati e governi locali (un provvedimento fortemente osteggiato dai repubblicani), 350 per l’estensione dei “jobless benefits” di cui godono i disoccupati (al di là di quelli che ricevono dai singoli Stati), 170 miliardi per la riapertura in sicurezza delle scuole e delle università, 160 destinati ai test, alla tracciabilità e alla vaccinazione per il Covid-19; 120 per una estensione della “Child Tax Credit”, e 250 in altre misure.

La situazione economica è tutt’altro che rosea, considerati i 140 mila posti di lavori persi a dicembre ed il terzo mese consecutivo di calo del commercio al dettaglio: -0,7% dopo il -1,4% di novembre e il -1,1% di ottobre. I nord-americani acquistano sempre meno nei negozi, anche se è aumentato l’e-commerce, le cui vendite hanno visto far schizzare i profitti ai giganti come Amazon, Walmart e Target.

Completa il quadro dell’azione di Biden la raffica di decreti – una dozzina solo il primo giorno – destinati ad affrontare le 4 grandi crisi, così sono state definite, che attraversano gli Stati Uniti: Covid-19, economia, crisi climatica e razziale. Misure importanti che andranno dal rientro nell’Accordo di Parigi sul Clima, da cui Trump uscì nel maggio 2017, alla fine delle restrizioni per i viaggiatori provenienti da alcuni Paesi a maggioranza mussulmana, fino ad un processo di regolarizzazione (8 anni) degli immigrati “senza documenti”, ecc.

«Ed il ritmo non dovrebbe scemare», secondo quanto riporta Le Monde, fino al 1 febbraio. «Più o meno in quella data», riporta il quotidiano francese, «Joe Biden potrebbe prendere la parola durante una sessione congiunta del Congresso, un sostituto al tradizionale discorso sullo stato dell’Unione».

Biden avrà davanti a sé un compito arduo, cui si sommano diversi dossier internazionali di un certo spessore, con in cima quello relativo al rapporto con la Cina, visto, che dopo la firma del RCEP e dell’accordo sugli investimenti tra UE e Repubblica Popolare, parte già nettamente svantaggiato.

Il trumpismo, come più volte abbiamo detto, non è più un fenomeno passeggero, perché è il frutto delle contraddizioni che si sono sviluppate all’interno degli Stati Uniti contestualmente al processo di globalizzazione neo-liberista da loro stessi guidato fino a pochi anni fa.

E qui torniamo alla citazione iniziale del membro di una delle tante milizie che sono spuntate negli Stati Uniti, che con una metafora sportiva più esaustiva potremmo tradurre: “raccoglieremo il testimone e correremo da soli”.

Anche senza Trump...

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