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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/09/2025

A Vienna “i ricchi” cercano di preconfezionare il bilancio della UE

Neanche il tempo di archiviare il discorso-fiume del generale von der Leyen al Parlamento europeo (i toni militareschi, compreso l’elogio postumo ai “Fratelli della foresta” baltici – collaborazionisti delle SS poi dediti al terrorismo anti-sovietico – hanno cancellato qualsiasi vago accenno politico) che ecco partire le coltellate tra “fratelli nel palazzo” di Bruxelles.

La notizia è che ieri si sono riuniti “segretamente” a Vienna gli esperti di bilancio dei paesi più ricchi all’interno dell’Unione; i “contribuenti netti”, quelli, cioè, che ricevono meno di quanto versano per costituire il fondo comune.

Non che sia una pratica inusuale, anche i paesi “prenditori” fanno lo stesso sotto la sigla “Amici della coesione”. Ma questa è la prima volta che alti funzionari dei paesi più ricchi dell’UE – tra cui Francia, Germania e i nordici – si riuniscono nella stessa stanza per elaborare una strategia sulla controversa proposta di bilancio da 1.816 miliardi di euro della Commissione europea. Il più alto di sempre e con le “libere spese per la difesa” a sfondare gli argini della normale “austerità”.

L’obiettivo è ovviamente quello di formare un blocco prima dei negoziati con paesi come Polonia, Spagna e Italia, favorevoli a una spesa più alta, in particolare per l’agricoltura e i finanziamenti alle regioni più povere.

I funzionari delegati al compito hanno fin qui avuto meno di due mesi per scorrere centinaia di pagine e calcolare quanto denaro i rispettivi paesi guadagneranno o perderanno dal nuovo piano di spesa della Commissione. I ministri dell’economia entreranno in campo soltanto dopo, a “scrematura” del dossier completata.

Di fatto i ricchi “contribuenti netti” – che vanno dalla Svezia alla Francia – sono generalmente favorevoli a un portafoglio più “austero”. Ma stavolta la questione è più complicata, con paesi come la Francia in “grossa crisi” sociale e politica, ergo per forza di cose bisognosi di maglie più larghe.

“Come tante cose nel mondo, il QFP [Quadro Finanziario Pluriennale, il bilancio a lungo termine dell’UE] non è definito dall’economia, ma dalla storia”, spiega Stefan Imhof, segretario generale del Ministero federale delle finanze austriaco. Bisogna dire che l’avevamo sempre sospettato, diciamo così: le decisioni della UE non hanno nulla a che fare con le “leggi dell’economia”, ma molto con la volontà politica, sia “nazionalistica” che “di classe”.

I paesi più forti, imponendo certe regole, cercano di incrementare il proprio reddito/potere rispetto a quelli più deboli, mentre tutti insieme elaborano le “politiche economiche” più adatte a ridurre al minimo il livello di vita e il potere di lavoratori, pensionati, studenti, malati, ecc., così da soddisfare “i mercati” e “le imprese”.

Stavolta, ad esempio, la Francia e i Paesi Bassi – entrambi contribuenti netti – hanno agende profondamente diverse su questioni come il debito a livello UE, con Parigi favorevole ad alzare l’asticella della tolleranza e L’Aja fermamente contraria.

Anche sulla questione dei sussidi agricoli, la Francia è più allineata con Polonia, Italia e altri paesi produttori, quindi favorevole ad una spesa elevata, mentre gli altri i membri del club vorrebbero stringere i cordoni della borsa.

Ma neanche tra i paesi ricchi sono tutti uguali. “Alla fine, sono Francia e Germania a concordare la cifra e noi cagnolini seguiamo”, ha detto un diplomatico UE sotto garanzia di anonimato.

Anche tra i “prenditori” molte cose sono cambiate, creando interessi e alleanze oblique.

Per oltre un decennio Polonia e Ungheria si sono mosse sulla stessa falsariga. Ma il processo di isolamento del primo ministro Viktor Orbán ha portato la Commissione a bloccare miliardi di finanziamenti verso Budapest.

Ciò ha spalancato la porta agli interessi dei paesi mediterranei – anche loro bisognosi di finanziamenti generosi per le regioni più povere – che possono così avere un ruolo più forte all’interno della coalizione “povera”.

Naturalmente da questa riunione non è uscito nulla di ufficiale, in fondo sono solo “sherpa” che sciolgono i nodi più evidenti e fanno i conti su cui poi i vertici politici faranno le proprie scelte, fissando il limite – in soldi – per ogni compromesso.

La Commissione, in questo bailamme, proverà come sempre a dividere i due fronti, in modo da indebolirli e far passare la propria proposta con modifiche solo marginali.

Alla fine, giurano i vecchi mediatori tra tanti interessi divaricanti, si troverà la quadra. Ma sembra confermata una vecchia legge della politica capitalista: se i bilanci statali sono in ordine, la società diventa disordinata…

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30/08/2018

Bilancio e migranti nel Mediterraneo. Tra Italia e Commissione Europea volano minacce

Der Kommissar si è fatto nuovamente sentire. “Tutti gli Stati dell’Ue si sono assunti l’obbligo di pagare i contributi nei tempi stabiliti. Tutto il resto sarebbe una violazione dei trattati che comporterebbe penalità”. A ribadire il meccanismo è stato nuovamente il commissario europeo al Bilancio Guenther Oettinger in un intervista al giornale tedesco Die Welt. “L’Italia ha conquistato il nostro appoggio nell’affrontare la crisi migratoria e le sue conseguenze, posso solo mettere in guardia Roma dal mischiare la questione migratoria con il bilancio Ue”.

Al commissario tedesco della Commissione europea, ha replicato il vicepremier Di Maio: ”Il commissario Oettinger continua ad esternare ogni giorno da quando gli abbiamo detto che non gli diamo i soldi. Non li abbiamo sentiti quando gli abbiamo chiesto una mano sull’immigrazione. L’unica cosa che capisce questa Ue e quando cominci a toglierli i soldi. La nostra posizione sul veto al bilancio resta, se poi nei prossimi giorni vorranno cominciare a riscoprire lo spirito di solidarietà con cui è stata fondata l’Ue allora ne parliamo”, per Di Maio “Le considerazioni di Oettinger sono ancora più ipocrite perché non li avevano sentiti su tutta la questione della Diciotti e adesso si fanno sentire solo perché hanno capito che non gli diamo più un euro”.

Un linguaggio decisamente forte su entrambi i lati della contesa. Ma come stanno le cose sui soldi che l’Italia verso al bilancio dell’Unione Europea e su quanto poi rientra attraverso i fondi europei?

Nella Relazione annuale della Corte dei Conti pubblicata a dicembre 2017 e dedicata a “I rapporti finanziari con l’Unione europea e l’utilizzazione dei Fondi comunitari”, vengono analizzati i flussi finanziari tra Italia e Unione Europea nel 2016, sulla base dei dati forniti dalla Ragioneria generale dello Stato.

E qui le somme della Corte dei Conti divergono da quelle rese disponibili dalla Commissione Europea Nella relazione si legge che queste, “non tengono conto di alcune differenze di contabilizzazione sul lato dei versamenti al bilancio europeo, né delle somme che non transitano per la tesoreria, sul lato degli accrediti. Per quanto riguarda questi ultimi, va detto, infatti, che non tutte le somme erogate a beneficiari italiani transitano per la tesoreria statale” (p. 34).

Ad ogni modo, per il 2016, la Corte dei Conti rileva 14,775 miliardi versati a favore dell’Ue e 10,075 miliardi ricevuti dal nostro Paese. Dunque un saldo negativo di 4,7 miliardi, mentre per la Commissione Europea i versamenti totali dell’Italia erano di 13,9 miliardi e le somme ricevute dall’UE a 11,5, con un divario e un saldo negativo per l’Italia più ridotto.

Nel 2015 la somma dei contributi europei versati dall’Italia è stata di 11 miliardi e 613 milioni, a cui va aggiunto il miliardo e 689 milioni di dazi sulle merci importate dall’Italia e provenienti dal di fuori dell’Unione Europea. Sul totale dei soldi incassati con i dazi, ogni Paese trattiene il 25% per compensare le spese di raccolta.
Infine c’è il miliardo e 125 milioni proveniente dall’Iva: lo 0,3% del gettito che ogni Paese incassa va, infatti, al bilancio della Ue. Il rimborso al Regno Unito consiste nella suddivisione tra i Paesi membri di quell’importo che il Regno Unito è autorizzato a non versare e che corrisponde al 66% della differenza tra quanto il Regno Unito stesso versa e riceve. Poi è arrivata la Brexit e tutto questo meccanismo è stato completamente rivisto.

Intanto sulla questione migranti nel Mediterraneo, dalla Germania arriva una inchiesta del Der Spiegel la quale rivela che la linea italiana sarebbe quella di incentivare il più possibile l’intervento della Guardia Costiera libica, mettendo così in soffitta la missione europea “Sophia” e con il beneplacito di Bruxelles.

Le navi della missione Ue nel Mediterraneo vengono ormai relegate a controlli compiuti su imbarcazioni sospette, ma lontano dalle coste libiche. Secondo le regole d’ingaggio della missione “Sophia” quando a compiere il salvataggio è una nave di un altro Paese membro, l’accordo prevede lo sbarco in Italia; al contrario, i recuperi delle motovedette libiche riportano i migranti sul territorio africano. Alcuni alti ufficiali della Marina tedesca hanno confermato allo Spiegel come questa nuova prassi sia iniziata prima dell’estate: i 403 migranti salvati in mare nel 2018 dalla Germania, ad esempio, sono avvenuti tutti entro maggio, dopodichè nulla. Secondo quanto riferisce lo Spiegel la rottamazione di fatto della missione Sophia sarebbe implicitamente sostenuta dalla stessa Commissione europea, intenzionata a rafforzare l’intervento della marina libica nel recupero dei migranti nel Mediterraneo

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31/05/2018

Spese militari. “Nuova priorità” dell’Europa

L’elaborazione del bilancio del dopo 2020 è ormai all’ordine del giorno e la discussione sulla proposta presentata dalla Commissione Europea all’inizio del mese mette in evidenza le numerose contraddizioni esistenti tra i paesi membri.

Apparentemente, fino ad oggi, solo la Germania non ha avanzato critiche alla proposta. A ciò non è estraneo il fatto che sia stato Gunther Oettinger, commissario tedesco, l’“artefice” del bilancio, come ha riconosciuto lo stesso Jean-Claude Juncker.

Oettinger, noto per avere difeso una sorta di umiliazione dei paesi della periferia, suggerendo che le bandiere del Portogallo e di altri paesi sanzionati dalla troika venissero esposte a mezz’asta nelle istituzioni dell’UE, sta impegnandosi nella difesa della sua proposta, usando un vecchio argomento: se la proposta è criticata da ogni parte per ragioni opposte, allora vuol dire che contiene qualche virtù ed è equilibrata.

Il tempo dirà quanto adeguato alla realtà si rivelerà il pragmatismo tedesco. Poichè la realtà ha già dimostrato come in altre occasioni, con relativa facilità, divergenze inscenate a beneficio delle “opinioni pubbliche” nazionali siano svaporate nel “possibile compromesso”, giustificato da tutti con gli innegabili guadagni negoziali che, si sostiene, avrebbero provocato l’affievolimento dei preannunciati contrasti.

Da Lisbona a Berlino, da Stoccolma a Budapest e da Vienna ad Atene è certo il consenso sulle “nuove priorità” dell’UE: devono essere finanziate la “difesa”, la “sicurezza” all’interno e oltre le frontiere, la propaganda in merito alla necessità di combattere il “populismo” e l’“innovazione”.

Il “Fondo Europeo di Difesa”, destinato a finanziare il complesso militare-industriale delle principali potenze, aumenterà 22 volte. L’agenzia dell’UE responsabile per il controllo di polizia delle frontiere (Frontex) potrà ricevere fino a 25 miliardi di euro di bilancio, più che raddoppiando il personale, che potrà raggiungere i 5.000 effettivi. I programmi di mobilità giovanile saranno rafforzati, coinvolgendo i più giovani e assolvendo così a un duplice scopo: mantenere i giovani al riparo dal virus del “populismo” (leggi: le critiche all’UE) e organizzare meglio e più tempestivamente i flussi della forza lavoro su scala europea, in accordo con le esigenze del capitale e le sue necessità di manodopera.

Moedas, il commissario portoghese, elevato a stella dell’euro-firmamento dai commentatori nazionali – “non è forse l’uomo che, in un contesto di penuria generale, è riuscito ad aumentare il budget per la scienza?!” – esulta per il rafforzamento del “suo” Programma Quadro di Ricerca, “Europa Horizon”. Cento miliardi di euro per la “sylicon valley” europea. Un programma generoso per le industrie di punta delle potenze europee (compresa quella delle multinazionali), meno per la scienza di paesi come il Portogallo, che tra il 2007 e il 2013 è stato contribuente netto del Programma, cioè ha pagato più di quello che ha ricevuto.

La fattura di queste “nuove priorità” sarà fondamentalmente pagata dai paesi “della coesione”. Gli stessi che già oggi sopportano gli effetti asimmetrici del mercato unico, delle politiche comuni e della moneta unica.

Juncker parla della necessità che le “vecchie politiche” lascino il posto a “nuovi obiettivi”. In fondo, è tutto vecchio.

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04/05/2018

“Proteggere, potenziare, difendere”. Linguaggio da guerra nel nuovo bilancio europeo

La Commissione europea ha approntato il bilancio comunitario per il periodo 2021-2027. Uno dei problemi a cui mettere una toppa è quello di conciliare il buco nei contributi degli stati aderenti alla Ue apertosi con la Brexit della Gran Bretagna e con le maggiori risorse da stornare sulle nuove priorità strategiche come le spese militari. Già lo “spirito” di questo documento di bilancio segnala un cambiamento di linguaggio e di obiettivi. Secondo la Commissione Europea questo bilancio serve a costruire una “Europa che protegga, potenzi e difenda”, insomma funzionale ad una fortezza europea in qualche modo “minacciata”. Altro che la priorità della “coesione” dei tempi passati. E’ il segno dei tempi, il segno che la competizione globale e le tensioni internazionali conformano ormai la destinazione delle risorse sui capitoli funzionali a combattere su questo fronte piuttosto che sulla coesione sociale nei paesi membri.

Bruxelles prevede un bilancio 1.279 miliardi di euro, corrispondenti all’1,11% del Pil complessivo dei 27 paesi aderenti all’Unione Europea, una cifra in aumento rispetto ai 1.087 miliardi dell’attuale quadro di bilancio pluriennale.

Per il dopo Brexit, il piano di Bruxelles prevede più fondi per l’emergenza migranti, per le spese militari, per la ricerca e per il passepartout ideologico noto come “Erasmus”. In compenso sono previsti tagli ai fondi per le politiche agricole e di coesione sociale.

Le proposte di bilancio della Commissione europea andranno lette nel dettaglio. Ma ci sono un paio di elementi ideologici, potremo dire quasi costituenti, che andranno a caratterizzare la nuova fase dell’Unione Europea. Si parla di un “un rafforzamento del legame fra il bilancio e lo Stato di diritto” come di una sorta di “conditio sine qua non per l’esecuzione efficace del bilancio” attraverso “un nuovo meccanismo di tutela dai rischi finanziari legati a carenze dello Stato di diritto”, e sarà un meccanismo “generale, e non rivolto a un singolo Stato membro”.

Relativamente ai soli paesi aderenti all’eurozona, pur non accettando l’idea francese di dotarla di un proprio bilancio, la Commissione propone di stanziare 55 miliardi per affrontare eventuali crisi economiche.

I tagli di spesa più significativi riguardano la riduzione di circa il 5% ai fondi di Coesione sociale e alla Pac, la Politica Agricola Comune dell’Unione. La Commissione propone poi di ridurre di oltre un terzo il numero dei programmi sociali (passando dai 58 attuali a 37 in futuro) razionalizzando profondamente l’uso degli strumenti finanziari. I fondi verranno invece incrementati per l’emergenza migranti.

La proposta di bilancio prevede un aumento da 13 a 33 miliardi di euro delle risorse per i migranti con premi agli Stati che mostrano maggiore solidarietà nell’accoglienza. Colpisce anche la visibile asimmetria degli incrementi di spesa: saranno raddoppiati i fondi per il programma Erasmus (che erano scesi a poco più di un miliardo di euro), incrementati dell’1,6% gli stanziamenti per il digitale e la ricerca, ma saliranno di ben 40% le risorse destinate alla spesa militare e agli apparati coercitivi. Per la difesa è previsto un esborso complessivo di circa 20 miliardi. Ma secondo altre fonti, il capitolo della difesa sembra più pesante di quanto appaia. “Attualmente le questioni militari restano appannaggio dei singoli stati e l’Unione vi dedica solo pochi euro, ma la Commissione vorrebbe stanziare oltre 27 miliardi per la creazione di una difesa comune” scrive l’esperto militare francese Bernard Guetta.

Per avere un’idea di come siano cambiate le poste del bilancio europeo dal Trattato di Maastricht a oggi, possiamo vedere come dal 1991 al 2021 la politica agricola sia passata dal 55% a meno del 30% del bilancio, le nuove politiche invece dal 15% al 35%, mentre i fondi per la coesione regionale (sostanzialmente le spese sociali tese a ridurre gli squilibri nello sviluppo tra i vari paesi), che erano cresciuti dal 21% al 36% adesso tornano sotto il 30%.

Possiamo ormai affermare che l’Europa progressiva è definitivamente morta e sepolta e che l’Unione Europea stia diventando qualcosa di più inquietante di una gabbia.

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17/04/2018

Macron alza la voce a Strasburgo, ma stecca

Il segnale più forte della crisi che serpeggia nell’Unione Europea è arrivato stamattina da Strasburgo, dove il presidente francese Emmanuel Macron ha parlato per la prima volta. Un discorso “ansiogeno”, a tratti quasi apocalittico, in palese dissonanza con la melassa di banalità e buoni propositi che si ascoltano in genere in quell’aula.

«Non possiamo far finta di essere in un tempo normale, c’è un dubbio che attraversa molti dei nostri Paesi europei sull’Europa, una sorta di guerra civile europea sta emergendo: stanno venendo a galla i nostri egoismi nazionali e il fascino illiberale». Il rimedio è però poco più di un gioco di parole («Di fronte all’autoritarismo che ci circonda, la risposta non è la democrazia autoritaria ma l’autorità della democrazia») che non una visione di lungo periodo.

L’unica proposta concreta uscita dal suo discorso è straordinariamente flebile. Per risolvere il problema dell’ostilità all’accoglienza dei migranti, non ha trovato di meglio che «creare un programma europeo per finanziare le comunità locali che accolgono e integrano i rifugiati». Un po’ di soldi per chi accoglie e stop. Nessun progetto di integrazione (lavoro, casa, servizi, scuola, ecc.), dunque nessuna soluzione duratura. Monetizzare un problema è l’unica cosa che può venire in testa a un pollo d’allevamento cresciuto in banca (Rotschild). E che non riesce neppure a far arrivare ordini meno disumano alla sua polizia di frontiera, come a Bardonecchia...

In ogni caso, ha evocato lo spettro di una riemergente “guerra civile europea” come conseguenza del prevalere degli “interessi nazionali”. Strano discorso, per un presidente che più di tutti dovrebbe sapere che questi “interessi”, certamente forti e sussistenti, sono sollecitati soprattutto dagli svantaggi che l’operare delle multinazionali (anche della finanza) provoca negli Stati meno forti.

Diversi analisti inquadrano il suo discorso come una conseguenza della doppia tenaglia che si va stringendo su di lui. Una, tutta interna al suo paese, riguarda la fortissima opposizione sociale alle sue “riforme liberali”, che hanno portano decine di categorie ad entrare in lotta. Durissima quella dei ferrovieri, con 23 giornate di sciopero (due alla settimana) che potrebbero però arrivare a 36. I sondaggi lo danno in calo costante, mentre sale prepotente la sagoma di Jean-Luc Mélenchon, che ha da tempo superato in tromba anche i lepenisti.

La seconda sciagura, per Macron, arriva però dalla Germania. Il suo progetto di arrivare in tempi brevi – entro giugno – a una revisione dei trattati dell’eurozona, primo passo dell’“Europa a due velocità”, sembra stia per infrangersi sull’opposizione dei conservatori tedeschi – il partito di Angela Merkel – in particolare alla sua idea di un bilancio della zona euro per favorire gli investimenti.

Un “egoismo nazionale” di fonte decisamente potente, che di fatto rende impossibile anche solo immaginare una “condivisione di futuro” tra paesi forti e paesi in difficoltà: senza forme di redistribuzione interna, insomma, i primi continueranno a rafforzarsi a spese dei secondi. Con buona pace della retorica europeista.

La contraddizione di fondo del progetto Macron sta però proprio nella convinzione di poter risolvere le evidenti slabbrature interne alla costruzione europea con una dose più massiccia della vecchia medicina. Se è vero che, in teoria, un bilancio comune della zona euro consentirebbe qualche margine di manovra in più sul lato “crescita”, la via scelta da Macron è ancora quella di aggiustare il bilancio francese tagliando posti di lavoro, contratti, diritti, pensioni e salari. Ossia la vecchia ricetta dell’austerità che tanti danni ha fatto a tutti i paesi del Mediterraneo, Francia compresa (anche se il conto lo va pagando solo ora).

Italia e Spagna potrebbero – anche qui in teoria – essere a fianco di Parigi nel pretendere un cambio di passo nella gestione degli affari comunitari, ma sono due paesi in evidente crisi politica (governo precarissimo a Madrid, difficile a farsi a Roma), che faticano a tenere insieme tensioni montanti.

Non mancano contraddizioni ancora più palesi, anche se meno enfatizzate. Come quella tra il voler essere “il più europeista dei leader europei” e l’aver deciso di bombardare la Siria insieme a Usa e Gran Bretagna, contro il parere o comunque l’orientamento, del resto d’Europa.

Insomma, Macron sembra cominciare ad assomigliare a un Renzi della “seconda fase”. Quella perdente in serie...

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17/11/2016

Già finito il bluff di Renzi sul “veto” al bilancio dell’Unione Europea

Come ampiamente previsto, quelli di Renzi era un bluff. La minaccia di “porre il veto” sul bilancio europeo è durata lo spazio di un paio di telegiornali.

Di fronte al montare della rabbia tedesca per gli atteggiamenti “euroscettici” del governo italiano – tutti finti, alla disperata caccia di un consenso all'ultimo minuto – il veto è stato rapidamente derubricato a semplice astensione.

Del resto la mossa effettivamente fatta a Bruxelles da sottosegretario Gozi era stata la presentazione di una “riserva”, spacciata per “veto” solo a beneficio dei media italiani.

Stamattina, infine, la scelta di fermarsi all'astensione, ritenuta comunque un “segnale di insofferenza”, visto che per l'Italia si tratta di una prima volta.

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22/06/2015

L'Unione Europea medita di riformarsi. In peggio

L'Unione Europea è irriformabile, abbiamo capito. Siccome lo hanno capito tutti, e tutti hanno anche capito che le regole che si è data realizzano il contrario di quel che promettono ("più benessere e sviluppo per tutti"), ecco che prendono corpo le prime idee di autoriforma.

Il problema è che la logica seguita - o meglio: gli interessi difesi - sono sempre gli stessi. Quindi riformare si può, ma peggiorando la situazione istituzionale.

La prima bozza di ridisegno ha preso forma per mano dei presidenti delle cinque principali istituzioni comunitarie (Jean-Claude Juncker per la Commissione, Mario Draghi per la Bce, Jeroen Dijsselbloem dell'Eurogruppo, Donald Tusk per il Consiglio europeo e Martin Schulz, presidente del Parlamento). 

I tempi del nuovo percorso sono intanto abbastanza lunghi, o lenti, spezzettati in tre fasi al termine delle quali ci dovrebbe essere una "maggiore integrazione" ma non una struttura federale (con relativa condivisione totale dei rischi e dei buchi di bilancio, per capirci). E già questo spiega bene le difficoltà di compensare interessi economici molto diversificati, visto che il "rapporto dei cinque" ha preso le mosse dalla necessità di adeguare la struttura istituzionale e i trattati europei in modo da prevenire/risolvere gli "shock esterni" o crisi come quella greca.

Il concetto centrale del rapporto è infatti la "competitività" dell'Unione Europea sui mercati globali; lo sforzo è quella di "aumentarla", naturalmente mettendo sotto controllo le poche variabili che la "politica" può controllare in una situazione di mercati (e prezzi) internazionalizzati.

E infatti, nella "prima fase", da qui a metà 2017, l'accento viene posto - oltre che sul rafforzamento della competitività" - sul "completamento dell'unione finanziaria" (mettendo sotto controllo le finanze pubbliche di tutti gli stati membri) e il "risanamento dei conti pubblici nazionali". La traduzione in diktat è facilmente immaginabile: tagli alla spesa pubblica, concentrati su welfare, sanità, pensioni, istruzione. Non sulle spese militari, che anzi andranno aumentate per accrescere la "competitività" della Ue sullo scenario globale (primo obiettivo, evocato in modo obliquo, intervenire nei focolai di crisi del Nord Africa e del Medio Oriente).

«Un meccanismo comune di assorbimento degli shock» dovrebbe veder luce solo nella "seconda fase", mediante il rafforzamento degli "strumenti di convergenza". La base su cui agire verrà definita però nel prossimo "libro bianco" della Commissione, che avrà tempo fino a metà 2017 per stenderlo.

Una «genuina unione monetaria» è invece l'obiettivo dichiarato della terza fase, con strumenti ancora tutti da definire.

Sappiamo che nei documenti della Ue, oltre alla tempistica, si va per "obiettivi". E quello relativo alla "competitività" è chiarissimo: si propone la nascita di apposite "autorità nazionali" con il compito di "indirizzare le parti sociali quando si tratta di negoziare accordi salariali". Provate ad immaginare la situazione. Sindacati e Confindustria (o lo Stato davanti all'Aran per il pubblico impiego) si incontrano per discutere di rinnovi contrattuali, comprensivi di aumenti salariali. Magari c'è stata una mobilitazione, qualche sciopero ben riuscito, sono sperabilmente emersi o si sono rafforzati sindacati più conflittuali di quelli "complici". Bene, in una situazione in cui alcuni aumenti salariali potrebbe venir strappati, ecco intervenire l'Authority per la competitività" con il suo ditino alzato a segnalare: "eh no, signori, questi aumenti non s'hanno da dare, semmai bisognerebbe diminuire i salari per accrescere il potenziale competitivo...".

Una sorta di Fiscal Compact, o di "pareggio di bilancio", interamente dedicato alla compressione dei salari futuri, per sempre, sorvegliata da una istituzione apposita, di diritto sovranazionale e quindi prevalente rispetto ad ogni "accordo solo nazionale".

Non male neanche la modifica della gestione rispetto agli obiettivi di bilancio. Viene proposta, infatti, la creazione di un "Consiglio europeo di consulenza" che prende il controllo delle diverse authority nazionali (naturalmente per "migliorarne la collaborazione" nel raggiungimento degli obiettivi). La cornice è quella di «una comune funzione di stabilizzazione macroeconomica», in vista della creazione di un'altra autorità sovranzionale: un Fondo europeo per gli investimenti strategici (EFSI), che dovrebbe perciò coprire uno dei più evidenti buchi della costruzione europea,ovvero l'assenza di strumenti di politica economica "continentale". Chiaramente, ci sarò battaglia su quali siano gli "investimenti strategici" da effettuare, con ovvia prevalenza dei più forti sui più deboli...

L'altro punto debole dell'attuale sistema istituzionale europeo riguarda l'evidente "difetto di legittimità" delle istituzioni che decidono sulla vita di alcune centinaia di milioni di cittadini europei. Nessuno di questi organismo è infatti eletto; sono tutti "nominati", quando non direttamente cooptati. Ma su questo non ci sono indicazioni precise.

Resta la "dimensione sociale" della Ue, fin qui altrettanto negativa e percepita come tale. La soluzione proposta dovrebbe passare attraverso una sorto di «Tesoro della zona euro». Formula poco chiara, secondi cui «I paesi membri della zona euro continueranno a decidere a livello nazionale scelte relative alla tassazione e alla spesa pubblica. Ciò detto, alcune decisioni dovranno essere prese sempre più spesso in modo collettivo, pur assicurando una loro legittimità democratica». Chi la possa "assicurare", e in quale modo, non è detto perché è difficile persino immaginarselo. Quale "legittimità democratica" è pensabile in organismi che non possono essere sottoposti al giudizio dei cittadini?

Inutile dire che questo programma lento e singhiozzante ha un solo vero nemico: il lavoro, i salari, il welfare. Come sempre. Ma è anche molto debole dal punto di vista degli "integrazionisti" più duri. Insomma: un mezzo pasticcio che non può risolvere alcun problema in modo serio.

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09/02/2013

Bilancio europeo 2014-2020. Il primo a spesa ridotta

La crisi e le divisioni segnano il nuovo bilancio comunitario. Tagli, sconti per alcuni paesi forti, e uno scostamento sensibile tra "impegni" e versamenti effettivi.

Van Rompuy, presidente del consiglio europeo, ha annunciato con un tweet il raggiungimento dell'accordo. 25 ore di discussioni che hanno segnato profondamente le divisioni già esistenti tra i diversi paesi.

E' stato infatti necessario elaborare un seconda bozza di compromesso per giungere infine a un accordo evidentemente faticoso.

Le cifre complessive non si discostano molto da  quelle diffuse in mattinata (960 miliardi di impegni e 908 di pagamenti). E quindi si tratta  del primo quadro finanziario pluriennale previsto in ribasso da quando esiste questo istituto. La proposta iniziale della Commissione europea era di circa mille miliardi di "trasferimenti effettivi", ma non è sopravvissuta a 10 ore di discussioni notturne tra i leader dell'Unione. La differenza negativa rispetto all'ultimo bilancio del 2007-2013, a livello di impegni e pagamenti effettivi, è rispettivamente di 34 e 34,6 miliardi.

I tagli vanno a colpire soprattutto le voci di spesa centrali per la crescita economica: infrastrutture, innovazione e ricerca vengono ulteriormente tagliati di 13,84 miliardi. Nella bozza vengono stanziati 125,69 miliardi, nel fallito vertice di novembre erano 139,54 miliardi e ben 164,31 nella proposta della Commissione. E' una scelta ben singolare, per uno"stato europeo" (questo e non altro è l'Unione europea, a 17 stati; altra cosa è l'Europa) che sembra disinteressarsi proprio della "crescita" - delegata evidentemente alla buona volontà dei singoli stati che ancora possono spendere qualcosa per questo - per concentrarsi invece sui tagli.
Nel solo capitolo "Connecting Europe" (trasporti, reti, energia) spariscono oltre 11 miliardi. Una botta arriva anche sull'amministrazione di un altro miliardo di euro rispetto alla proposta di bilancio presentata a novembre, e quasi due miliardi in meno per gli Affari Esteri, ovvero il portafoglio a disposizione di Cathrine Ashton.
Tagli anche per il fondo degli aiuti ai cittadini più poveri: vengono stanziati 2,1 miliardi di euro, invece dei 2,5 chiesti dal  Parlamento.

Conservati al contrario intatti (quindi con una svalutazione proporzionale al tasso di inflazione) I capitoli di spesa "tradizionali". I tagli si concentrano tutti sulla spesa comune, che non riguarda le "buste nazionali" dei diversi paesi. Persino la tanto strombazzata "iniziativa contro la disoccupazione giovanile", che doveva essere il primo punto della gestione Van Rompuy, viene finanziata con appena sei miliardi di euro in tutto;  potranno accedervi i Paesi dove il tasso di disoccupazione giovanile supera il 25%, quindi anche l'Italia.

Fonte

E' abbagliante la lungimiranza che si riscontra nei palazzi del potere europeo.