Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/05/2018

Spese militari. “Nuova priorità” dell’Europa

L’elaborazione del bilancio del dopo 2020 è ormai all’ordine del giorno e la discussione sulla proposta presentata dalla Commissione Europea all’inizio del mese mette in evidenza le numerose contraddizioni esistenti tra i paesi membri.

Apparentemente, fino ad oggi, solo la Germania non ha avanzato critiche alla proposta. A ciò non è estraneo il fatto che sia stato Gunther Oettinger, commissario tedesco, l’“artefice” del bilancio, come ha riconosciuto lo stesso Jean-Claude Juncker.

Oettinger, noto per avere difeso una sorta di umiliazione dei paesi della periferia, suggerendo che le bandiere del Portogallo e di altri paesi sanzionati dalla troika venissero esposte a mezz’asta nelle istituzioni dell’UE, sta impegnandosi nella difesa della sua proposta, usando un vecchio argomento: se la proposta è criticata da ogni parte per ragioni opposte, allora vuol dire che contiene qualche virtù ed è equilibrata.

Il tempo dirà quanto adeguato alla realtà si rivelerà il pragmatismo tedesco. Poichè la realtà ha già dimostrato come in altre occasioni, con relativa facilità, divergenze inscenate a beneficio delle “opinioni pubbliche” nazionali siano svaporate nel “possibile compromesso”, giustificato da tutti con gli innegabili guadagni negoziali che, si sostiene, avrebbero provocato l’affievolimento dei preannunciati contrasti.

Da Lisbona a Berlino, da Stoccolma a Budapest e da Vienna ad Atene è certo il consenso sulle “nuove priorità” dell’UE: devono essere finanziate la “difesa”, la “sicurezza” all’interno e oltre le frontiere, la propaganda in merito alla necessità di combattere il “populismo” e l’“innovazione”.

Il “Fondo Europeo di Difesa”, destinato a finanziare il complesso militare-industriale delle principali potenze, aumenterà 22 volte. L’agenzia dell’UE responsabile per il controllo di polizia delle frontiere (Frontex) potrà ricevere fino a 25 miliardi di euro di bilancio, più che raddoppiando il personale, che potrà raggiungere i 5.000 effettivi. I programmi di mobilità giovanile saranno rafforzati, coinvolgendo i più giovani e assolvendo così a un duplice scopo: mantenere i giovani al riparo dal virus del “populismo” (leggi: le critiche all’UE) e organizzare meglio e più tempestivamente i flussi della forza lavoro su scala europea, in accordo con le esigenze del capitale e le sue necessità di manodopera.

Moedas, il commissario portoghese, elevato a stella dell’euro-firmamento dai commentatori nazionali – “non è forse l’uomo che, in un contesto di penuria generale, è riuscito ad aumentare il budget per la scienza?!” – esulta per il rafforzamento del “suo” Programma Quadro di Ricerca, “Europa Horizon”. Cento miliardi di euro per la “sylicon valley” europea. Un programma generoso per le industrie di punta delle potenze europee (compresa quella delle multinazionali), meno per la scienza di paesi come il Portogallo, che tra il 2007 e il 2013 è stato contribuente netto del Programma, cioè ha pagato più di quello che ha ricevuto.

La fattura di queste “nuove priorità” sarà fondamentalmente pagata dai paesi “della coesione”. Gli stessi che già oggi sopportano gli effetti asimmetrici del mercato unico, delle politiche comuni e della moneta unica.

Juncker parla della necessità che le “vecchie politiche” lascino il posto a “nuovi obiettivi”. In fondo, è tutto vecchio.

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21/08/2017

Cliché geneticamente modificati


Ogni attentato moltiplica geometricamente l’ovvinionismo mediatico, ma la diabolica spirale di cazzate in cui siamo immersi dal 17 agosto segna nuovi e decisivi record. Sui due principali network mediatici del paese (Repubblica e Corriere della Sera) il quesito dal sapore amletico occupa le prime pagine: come rendere esteticamente attraenti le barriere anti camion? Importanti i pareri consultati: Stefano Boeri propone querce e melograni al posto dei banali jersey di cemento; Benedetta Tagliabue avanza l’ipotesi di laghetti rinfrescanti; Mimmo Paladino suggerisce l’installazione di grandi corni portafortuna; più remissivo il proposito di Michelangelo Pistoletto, secondo cui le barriere dovrebbero essere costituite da aiuole colorate.


Queste interessanti e appropriate opinioni celano però una modalità di lettura del fenomeno terrorista inteso come fatalità, alla quale gradualmente adattare la società europea. Si vorrebbe spogliare il fenomeno terrorista della sua matrice politico-sociale, relegandolo a problema d’ordine pubblico al quale abituare il nostro “stile di vita”. Eppure il terrorismo genera il panico nella società occidentale proprio perché ha la sua genesi e la sua soluzione nella politica. Altrimenti, le trecento (300) vittime europee per attentati terroristici dal 2010 ad oggi sarebbero ben poca cosa rispetto ai 26mila morti l’anno per incidenti stradali, alle 467mila morti l’anno per inquinamento, o alle 40mila morti l’anno per influenza. Nessun giornale ci risulta chiedere pareri agli esperti per camuffare gli inevitabili disagi del mezzo milione di morti l’anno per inquinamento. Quei trecento morti in quasi dieci anni però spaventano, anzi, terrorizzano, tutta la classe dirigente occidentale. Ogni tentativo di mimetizzare il problema (il problema non è minimizzato, ma mimetizzato) non farà altro che moltiplicarlo.

Ma andrebbero segnalati almeno altri due trend topic dal novero di boiate mainstream a cui siamo obbligatoriamente sottoposti da giorni a questa parte. Il primo, il fiume di retorica sulla “generazione Erasmus”. Purtroppo l’unico effetto collaterale che non produrrà l’attentato di Barcellona sarà la diminuzione degli “studenti” Erasmus, destinati al contrario a moltiplicarsi sulla scorta degli inviti a partire per non marcire. L’inevitabile formazione di una upper class globalizzata ed euro-entusiasta val bene il rischio di qualche occasionale Bataclan.


Il secondo mostruoso cliché somministratoci attraverso la cura Ludovico mediatizzata è la solfa sulla multietnicità delle Ramblas. Le Ramblas sono da circa un trentennio un non luogo ad uso e consumo del più becero turismo massificato. Non a caso da tempo è in corso un latente conflitto tra la Barcellona popolare e la sua depravazione turistica che sventra i centri cittadini di ogni elemento originario e caratterizzante. Un discorso che prende finalmente atto della natura intimamente neoliberista del turismo globalizzato, che crea un paesaggio, un’economia e una serie di relazioni umane fondate sullo sfruttamento privatistico del patrimonio ambientale e culturale, e che ha il coraggio di opporsi a questa forma di turismo geneticamente modificato. Le Ramblas sono uno dei più forti simboli di questa deriva, addirittura un caso di studio. L’unico “incontro etnico” reale sulle Ramblas (sulle Ramblas di tutta Europa) è quello tra cittadini di serie A e immigrati, e non è certo un “incontro” tra simili.


Tornate a blaterare dello «scontro di civiltà» e sull’«islamofascismo», ma risparmiateci la nostalgia sulla «vecchia Europa» e i suoi «valori».

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10/05/2017

Erasmus. Tra retorica e realtà: ribellarsi è giusto


A scuola, nel corso degli anni, abbiamo imparato che esiste un flusso collettivo che si muove, agisce e viene agito, determina e viene determinato dai singoli: è quella forza che si conosce col termine Storia. Abbiamo studiato che questo dinamismo collettivo può sembrarci immobile per secoli, poi improvvisamente accelera e ancora rallenta, e può quasi fermarsi anche se in realtà non si ferma mai. Quando eravamo in procinto di finire i nostri studi superiori, ci hanno detto che, arrivati troppo vicini a noi, la Storia si trasforma e non occorre più studiarla. Iniziano i nostri giorni, il Presente. Qui entriamo in campo noi, che invece sappiamo che il presente è inserito nella storia, anche in quella recente.

Oggigiorno la Storia si muove, non c’è dubbio. Lo fa con una discreta velocità. Mai abbiamo visto tanta forza nel celebrare come quest’anno l’Europa unita e la sua giovane cittadinanza, la generazione Erasmus, che compiono rispettivamente 60 e 30 anni. Anniversari che ci impongono di vivere come traguardi finalmente raggiunti, festeggiati con vertici come quello del 25 marzo a Roma o illuminazioni giallo-blu in ogni palazzo istituzionale come quelle di oggi.

Mai come oggi vediamo un ribaltamento semantico dei termini politici: dal Partito Democratico sceso in piazza il 25 aprile dietro la scritta “Patrioti d’Europa”, rifiutando quel termine “partigiano” che effettivamente per esso non può avere senso, passando per la richiesta del governo golpista ucraino all’Italia e all’UE di arrestare ed estradare i militanti antifascisti di ritorno dal Donbass, fino all’elezione di Macron. Un banchiere prestato alla politica, tra i fautori della loi travail e spacciato per la nuova “speranza che si aggira per l’Europa”, il vincitore del fascismo, del populismo, dell’anti-europeismo, che vince al rintocco dell’Inno alla gioia (inno dell’UE) e non della Marsigliese, che ha vinto non perché abbia realmente convinto il popolo francese ma in contrapposizione allo spauracchio rappresentato dalla Le Pen.

Noi rifiutiamo questa logica, non abbiamo paura del futuro, e siamo determinati a prendercene uno che non sia schiacciato dalla facile (e falsa) opposizione tra un liberismo imperialista e un conservatorismo fascista.

Noi viviamo ed analizziamo la realtà, e sappiamo che solo lo 0,4% dei giovani italiani partecipa ogni anno al programma Erasmus, mentre il 40% è senza uno straccio di lavoro. Sappiamo distinguere tra l’ideologia imposta dall’alto e la nostra quotidianità. Sappiamo che, parole dai rapporti Caritas, “negli ultimi anni sembrano aggravarsi le difficoltà di chi può contare su un’occupazione, i cosiddetti working poor, magari sotto occupati o a bassa remunerazione” e che “oggi i dati Istat descrivono una povertà che potrebbe definirsi inversamente proporzionale all’età, con la prima che tende a diminuire all’aumentare di quest’ultima”, che tradotto in numeri vuol dire che oltre due milioni di under 35 attualmente sono da considerarsi poveri.

Sappiamo bene che futuro hanno in mente per noi i piani alti del potere continentale. E sappiamo che nel presente ci vogliono far scegliere unicamente tra due opzioni: seguire i 200.000 coetanei che nell’anno passato hanno scelto l’estero come prospettiva a medio/lungo termine, volenti o nolenti perché così bisogna fare, oppure rimanere qua a cercare un’occupazione sottopagata e instabile.

Sappiamo che, a seguire le loro indicazioni, solo 1 su 1000 ce la fa, solo una start-up tra innumerevoli, e lo sappiamo non solo perché lo viviamo ogni giorno sulla nostra pelle, ma perché ora hanno iniziato a dircelo loro stessi: i Renzi, le Merkel, i Macron. La Storia si velocizza ed è inutile continuare a prendersi in giro.

A Firenze oggi si consuma l’ennesimo atto di questo ballo antipopolare. Si chiude il Festival d’Europa, che alla presenza del ministro dell’istruzione Fedeli presenta la Carta della Generazione Erasmus, un vero e proprio documento politico elaborato da coloro che hanno partecipato lo scorso febbraio agli Stati Generali della Generazione Erasmus “per avviare un dialogo sui maggiori temi di interesse per il futuro dell’Europa”. L’ennesima trovata retorica sulla falsa integrazione e sulle false prospettive che l’Unione Europea sta pensando per noi.

La Generazione Erasmus non esiste, e chi la nomina o è in cattiva fede o ragiona non su base reale ma sull’onda delle proprie emozioni, probabilmente suscitate dal particolare punto di vista di cui dispone nel contesto sociale e culturale in cui è inserito. Un contesto sociale e culturale neppure lontanamente maggioritario.

I nostri coetanei della sponda mediterranea e quelli dell’est Europa sanno bene quel che esiste. Noi siamo i working poor, coloro che pur lavorando restano sotto livelli di vita dignitosi. Noi siamo i terroni d’Europa, quelli che dovrebbero sottomettersi a quell’infernale meccanismo comunitario che crea opportunità da una parte (nei paesi del centro-nord) e stagnazione nelle periferie.

Ma non tutto va sempre come dovrebbe andare, nella Storia e nel Presente. E sempre più siamo quelli che, tra una retorica che parla di generazione Erasmus e una realtà che vede solo sfruttamento e precarietà, scelgono di urlare: “ribellarsi non solo è giusto ma soprattutto necessario”.

Campagna NOI RESTIAMO

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28/02/2017

“Avete svenduto le nuove generazioni”. Intervista a Cristina

Intervista realizzata da Radio Città Aperta.

Abbiamo con noi al telefono Cristina, la studentessa dell’Università di Bologna che è diventata – suo malgrado immaginiamo – virale sui social network per il duro, rigoroso ma corretto intervento con cui ha ricordato a Romano Prodi – nel corso di una recente iniziativa sull’Unione europea e la globalizzazione all’Università di Bologna – le proprie responsabilità rispetto alla situazione in cui viviamo oggi. Hai introdotto il tuo discorso presentandoti come generazione Erasmus e poi hai ricordato all’ex presidente come lui sia stato tra gli artefici della svendita del futuro di tante geneazioni, a partire dalla tua. Io sono un po’ più grande di te, ho intorno ai 40 anni, ma io pure sono stato coinvolto a pieno titolo in questa lenta ma inesorabile svendita del futuro, delle possibilità e delle speranze di noi che siamo cresciuti, siamo diventati adulti, o lo state diventando voi in Italia. Hai fatto notare che la tua generazione, Cristina, si affaccia ad un mondo del lavoro devastato da anni di politicihe neoliberali, sostenute e permesse proprio con la costruzione di quel soggetto politico che è l’Unione europea...

La prima domanda che vorrei farti è: che ruolo pensi giochino il sistema formativo e quello universitario nella realizzazione del progetto di precarizzazione e indebolimento della forza lavoro?

Direi che il compito dell’università, molto spesso, è quello di comunicare un’ideologia e riprodurre poi coloro che la riprodurranno nel momento in cui diventeranno classe dirigente. Questo si vede specificatamente nella facoltà di economia, nella quale io studio, in cui l’unico pensiero economico che si studia è quello dell’economia neoliberista. Neoclassica, così definita. Fondamentalmente – per questo motivo è nata la nostra associazione – la nostra idea era quella di avere la necessità di aprire alla conoscenza critica e quindi ribaltare l’idea di università: non uno spazio in cui si riproduce il reale, ma uno spazio in cui si possa cambiare la realtà, si possa innovare anche da un altro punto di vista. Fondamentalmente il mondo dell’università è strettamente collegato con quello del lavoro; sin da giovani noi veniamo educati a competere, ad essere individualisti, a non avere un pensiero critico, a non avere capacità di esprimere un pensiero critico; ma semplicemente educati a ripetere ciò che ci viene insegnato. Quindi sì, è l’Università e la scuola, in generale tutto il sistema scolastico che riproduce poi il sistema lavorativo in cui ci troviamo. Sin dall’inizio, anche con la scelta di chi andrà a fare l’Università. Perché poi va detto che all’Università oggi ci vanno in pochi privilegiati, che già rappresentano quell’élite, o sono comunque figli di quell’élite.

Tra l’altro proprio nella tua università – l’Ateneo di Bologna – si sono resi più visibili politiche di repressione verso chi cerca un po’ di opporsi. Ci sembra – correggimi se sbaglio – che il rettore stesso abbia rivendicato la scelta di fare entrare corpi di polizia antisommossa all’interno di una biblioteca, recentemente...

Sì...

C’entra anche questo aspetto, con quanto tu hai ricordato a Romano Prodi?

C’entra nel momento in cui si impedisce agli studenti di partecipare in modo attivo alla vita dell’Università. Io tra poco ho un appuntamento con il Vicario per poter parlare del fatto che ci vengono negati gli spazi per fare un’assemblea. All’interno del regolamento dell’Università di Bologna gli studenti non possono riunirsi per fare assemblee. E questo è un problema, perché significa che lo studente vive l’università semplicemente per fare esami, studiare, andare a lezione; ma non per creare quella comunità, per conoscere l’altro, per crescere personalmente... La polizia all’interno dell’università, in tenuta antisommossa, è stata proprio il massimo e mi auguro che venga condannato da chiunque e magari che qualcuno prenda dei provvedimenti al riguardo. Però va detto che quello è solo un caso, quello più plateale. Però noi, quotidianamente, viviamo una situazione in cui lo studente, all’interno dell’Università non vale niente, fondamentalmente. O molto poco, ecco, mettiamola così.

Negli ultimi anni il Partito Democratico, di cui anche lo stesso Prodi è stato uno dei fondatori, e i suoi ministri dall‘altro, hanno iniziato a parlare della necessità di potenziare pochi poli di eccellenza per la ricerca, capaci di interagire con le imprese e che convoglino su di sé gli ormai pochi fondi pubblici disponibili. Le stesse imprese procedono con tagli lineari, rispetto ai propri lavoratori, e dall’altro lato le università si trasformano in parcheggi per candidati alle liste di disoccupazione. La follia di questa politica è evidente, forse non è evidente solo a chi la propone...

Fondamentalmente il mio concetto sulla generazione Erasmus non era contro l’Erasmus in sé. Chi partecipa all’Erasmus è veramente l’un per cento degli studenti universitari. Quale è l‘educazione che oggi si fa? Una piccola parte degli studenti riesce ad accedere a grandissime possibilità, oggettivamente è vero. Io l’ho fatto: andare all’estero, parlare quattro lingue, avere la possibilità di conoscere e di viaggiare... Ma perché l’ho potuto fare? Perché avevo alle spalle una famiglia che me l’ha permesso. Il contributo Erasmus quanto copre? Un terzo del costo. Quindi, quale è l’idea? E sarà così sempre di più, nel momento in cui il lavoro cambia in continuazione e ci servirà capacità di innovarsi, ecc. La differenza chi la darà? Tra coloro che sono educati e coloro che non hanno l’educazione. E questo creerà sempre di più una divisone sempre più netta, che non è una questione di redistribuzione... Prodi infatti ha detto: il problema è della redistribuzione... Ma non è solo un problema di redistribuzione. Qui si sta stanno creando due binari. Coloro che sono ricchi, che hanno grandi capacità, che hanno grande conoscenze (ma non solo per meriti, perché io non ho avuto nessun merito a nascere nella famiglia in cui sono nata e che mi ha permesso di andare a fare l’Erasmus. Fondamentalmente sono stata fortunata) e coloro che invece non hanno avuto la mia fortuna e quindi sono tagliati fuori dall’educazione. Perché comunque ricordiamoci che le tasse all’università continuano ad aumentare, i libri continuano ad aumentare, i servizi continuano ad aumentare... Noi qui abbiamo anche problemi con la mensa... Abbiamo tutta una serie di problematiche che dividono, nettamente, la popolazione. Nord e sud? Nord e sud ormai stanno raggiungendo dei livelli di sviluppo completamente diversi, non sembra neanche che siamo nello stesso paese. E il fatto che si vada a “valorizzare l’università del sud” è anche questo è un messaggio. Comunque quelli del sud se ne devono andare al nord e quelli del nord se ne devono andare fuori. C’è tutta un’idea di creare una divisione tra coloro che possono e coloro che non possono, che non è collegato al merito, perché comunque le università del sud hanno grandissimi professori, hanno grandissime capacità e hanno grandissimi anche studenti. Quindi non è legato al merito.

Era evidente che, nel tuo intervento, tu non eri contro l’andare a fare esperienza all’estero. Ma sono le modalità con cui viene gestito l’Erasmus ad essere elitarie. Una tua considerazione. Emigrare, andare all’estero, tendenzialmente per fare il lavapiatti o per inserirsi in una lotta all’ultimo sangue per i pochi posti al sole disponibili... Si è fatto capire che la tua generazione, ma non soltanto la tua, sembra essersi un po’ rassegnata. Noi siamo profondamente convinti che l’unica speranza è la lotta. Nel caso degli studenti, uscire dalle aule e connettersi con le varie istanze di lotta che stanno attraversando, che stanno incrementandosi ad esempio nelle periferie, nelle classi subalterne... Naturalmente questo comporta un cambio di paradigma, di approccio, rispetto ad una cultura possiamo definirla “arrivista” che spesso molti studenti coltivano tra i banchi. Condividi questo approccio o non sei d’accordo?

No, io sono d’accordo, infatti questo è quello che noi facciamo. Nel senso che io su facebook non ho neanche risposto a tutte le provocazioni e neanche ai messaggi, perché io sono una di quelle persone che fa assemblea quotidianamente all’interno della mia scuola, anche al di fuori della scuola, che parla con gli studenti... E questa è la politica, è inutile che ci raccontiamo balle. Uno può pubblicare una cosa su facebook e dire “brava, complimenti”, però alla fine devi scendere in strada e devi andare a vedere veramente quale è la situazione attuale. Quindi noi, io personalmente e noi come associazione, ma anche come collettivo, noi facciamo quotidianamente intervento all’interno della nostra scuola. Ci confrontiamo con i professori e studenti e... Purtroppo sì, devo dire che ci sono molti studenti rassegnati. Ma io un po’ li scuso anche, perché comunque sono sempre stati educati con questa idea dell”uno su mille ce la fa” e quindi quell’uno devo essere io. Diventa un azzannarsi a vicenda, gente che si passa gli appunti sbagliati, che fa le infamate... E’ proprio un livello anche molto basso, da certi punti di vista... Quindi l’idea migliore è quella di organizzarsi, uscire... E’ per questo secondo me il problema dell’associazione è fondamentale... Nel momento in cui tu conosci l’altro, condividi con l’altro, capisci anche le idee dell’altro, diventi un suo compagno, se mi può passare la parola...

Figurati. Te la passiamo molto volentieri...

E quindi nel momento in cui bisogna andare a protestare non è più il tuo nemico ma è il tuo compagno, insieme a lui puoi fare cambiamenti.

L’ultima domanda. Romano Prodi ha cercato di delegittimare le tue considerazioni tacciandoti di nazionalismo, di sostenitrice delle frontiere, tutte cose che non avevano assolutamente nulla a che fare con quanto tu stavi dicendo. Però questo a noi sembra essere l’effetto di una sorta di vuoto, di analisi critica “a sinistra” sui temi della globalizzazione, portata avanti proprio dall’Unione Europea. Il 25 marzo qui a Roma c’è un’occasione, una manifestazione in occasione del 60esimo anniversario dei Trattati fondativi della Comunità economica europea. E’ un’occasione per iniziare a dare corpo anche in questo paese ad un’ipotesi di sinistra, in rottura con la subalternità culturale verso il Pd e gli artefici del progetto dell’Unione europea, tra cui ad esempio Romano Prodi. Ritieni che sia possibile partecipare ad iniziative come quella del 25, per tentare di scardinare questo approccio che l’Unione europea, evidentemente neoliberista, sta portando avanti?

Prima di manifestare – io sono d’accordo sulla manifestazione – bisogna capire bene quali sono stati i problemi. Il mio attacco non era a Prodi, nel senso che non è che è tutta colpa di Prodi la situazione attuale in cui noi ci ritroviamo. Quindi non lo farei diventare il colpevole più grande...

Possiamo dire che il suo contributo è stato comunque “di qualità”...

Sì, sì, assolutamente. Soprattutto perché comunque era “di sinistra”, quindi politicamente avrebbe dovuto rappresentare un’altra posizione. Noi abbiamo vissuto per venti anni l’applicazione di politiche neoliberiste che hanno portato alla situazione attuale che, fondamentalmente, vanno comprese, condannate, e poi si potrà dire: “cerchiamo una soluzione”. Per questo, il mio intervento era riferito a lui: “adesso che lei è fuori dalla politica, quindi non è più necessario che faccia il ruolo del politico, ammetta comunque che quelle politiche sono state un errore, in modo tale che noi possiamo superarle e pensare ad andare avanti”. Purtroppo il panorama di sinistra di oggi offre l’idea della globalizzazione “quanto è bella”, quanto è bello che io posso viaggiare, quanto è bello che ho un amico francese e un amico spagnolo... Però, anche in questo caso, le frontiere chi le può passare? Noi siamo comunque con le frontiere chiuse, chiusissime nei confronti dei rifugiati. Alcuni muoiono nel passaggio e invece i capitali possono girare liberamente da una parte all’altra, senza padroni e senza neanche pagare le imposte. Si vive una situazione di globalizzazione anche in questo caso. Ma la globalizzazione è solo di qualcuno, di qualcuno che si vive tutti i benefici e gli altri, invece, no. Soprattutto il ruolo dello Stato oggi non può essere quello che viene indicato: “non è un mio problema, devo ridurre il debito anzi, abbiamo fatto fin troppa spesa”. Deve esserci un ruolo attivo dello Stato, che comunque cerchi di calmierare questa situazione. Però sì, io sono per scendere in piazza il 25, scenderò sicuramente. E poi sono di Roma, quindi scenderò...

Così magari ci vieni a trovare in redazione, se vuoi, sei hai un po’ di tempo...

Dai, vi vengo a trovare...

Un’ultima battuta. Hai parlato della tua attività all’interno di un’associazione, forse è giusto anche parlare del collettivo, a nome del quale anche sei intervenuta nei confronti di Romano Prodi.

Diciamo che non sono intervenuta a nome del collettivo, ma comunque il mio intervento non era solo personale...

Ah, ok, hai fatto bene a specificarlo...

Comunque noi abbiamo due anime. Abbiamo un’associazione che è Rethinking economics a Bologna, che è un’associazione a livello nazionale e che, appunto, si batte per introdurre un pluralismo all’interno della educazione economica. Quindi si batte, da un punto di vista teorico, e anche da un punto di vista politico, sull’introduzione del pluralismo. Poi c’è il collettivo di economia, che invece è quello che si occupa di mettere in pratica l’approccio teorico che noi abbiamo elaborato nel corso del tempo da un punto di vista più politico, quindi... sì, c’è un po’ di vigore ad economia...

Meno male. Noi ti ringraziamo per la tua disponibilità Cristina, e ti ringraziamo anche per quell’intervento che hai fatto. Hai parlato a nome di tantissime persone...

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24/02/2017

Il progetto Erasmus compie 30 anni, ma che fine fanno i trentenni oggi?

Siamo nati tra gli anni ‘80 e gli anni ’90. Alla nostra generazione è stato fatto un regalo – così almeno ci dicono – un’idea, un ideale, un’opportunità che, come un fratello maggiore, inizia a camminare con noi, a formarsi con noi, a capire il mondo con noi. Un fratello grande da cui imparare, a cui rivolgersi nel momento del bisogno e delle scelte. Il fratello Erasmus.

Qualcosa però è andato storto, o chissà non è mai stato come ci hanno raccontato. Il fratello buono forse è solo un venditore d’aria. Ci ha truffato tutti e vorrebbe continuare a farlo.

Ora però siamo diventati grandi e non ci facciamo più fregare.

La generazione Erasmus tanto millantata nelle aule universitarie, nelle conferenze governative, nei discorsi dei Magnifici Rettori italiani ed europei, si rompe nello scontro col piano del reale. Perché se abbiamo tutti in famiglia almeno un giovane universitario che chiede la borsa di studio per il progetto di mobilità europeo, abbiamo anche troppi esempi di genitori che perdono il lavoro, fratelli costretti a lavorare in nero o a voucher, sorelle obbligate a firmare dimissioni in bianco, o contratti a chiamata, senza diritti o con pochi diritti e comunque non lamentarti perché almeno hai un lavoro. Quindi o ti lasci sfruttare o vai via dall’Italia o ti ammazzi. Semplice e lineare.

Oppure, e questo è il punto, credi in te stesso, ti laurei prima degli altri, con voti più alti degli altri, contatti prima degli altri più professori, mandi curriculum come tutti gli altri e come gli altri speri di fregarli tutti, li lasci indietro, gli altri, perché tu sei migliore e ce la puoi fare e se poi ce la fai sarà perché tu non sei come gli altri, sei migliore degli altri, più adattabile, più creativo, più avanguardista, più unico degli altri. E ce l’hai fatta. Non te ne sei reso conto, ma hai vinto la tua guerra tra poveri.

Ora che però siamo diventati grandi abbiamo qualche argomento da contrapporre – non al progetto Erasmus in sé – ma al sistema Erasmus.

Primo punto: in un contesto di crisi generale, che vede un’intera generazione penalizzata da precarietà diffusa, incertezza esistenziale e massacro sociale, l’accesso all’università risulta sempre più difficile – negli ultimi dieci anni si registra un calo di 66.000 iscritti – provocando una dequalificazione complessiva del lavoro in Italia.

Secondo punto: la mobilità dello studente e del lavoratore non può voler dire mobilità imposta. Sembra quasi che vi sia “un’educazione al movimento”, al potersi e doversi muovere all’interno di confini non più strettamente nazionali: un adattamento del singolo funzionale allo studio e poi, ovvio, al mercato del lavoro. Ci spieghiamo meglio: scegliere di fare un soggiorno all’estero per fare esperienza o coltivare le passioni (anche professionali, ovvio) è ben diverso dall’essere costretti a emigrare in cerca di un lavoro, perché qui di opportunità non ce n’è, perché qui c’è solo sfruttamento, briciole e poco più. Non c’è da stupirsi quindi se il fenomeno dell’emigrazione forzata dei giovani verso lidi più felici abbia assunto dimensioni preoccupanti, e non possa più mascherarsi dietro alla favola dell’emigrazione temporanea per volontà.

Terzo punto: lo 0,4% dei giovani italiani partecipa ogni anno all’ormai consolidato programma Erasmus; la disoccupazione giovanile supera il 40%. Con queste cifre non serve dire altro.

Se Erasmus è il nome della nostra generazione nei telegiornali, Working Poor è il nome che troverete nella realtà. Buon compleanno progetto Erasmus, noi però ancora non sappiamo che pesci pigliare (dopo aver fatto l’Erasmus, ovvio).

Fonte

24/11/2015

Lettera aperta ad Alberto Martinelli

Alberto Martinelli e Alessandro Cavalli hanno recentemente pubblicato un interessante volume intitolato “La società europea” Il Mulino, Bologna 2015. Ad esso sarà dedicata una delle ultime lezioni del mio corso di Storia del Mondo Contemporaneo: il 30 novembre ne discuterò con il primo dei due autori al quale indirizzo questa lettera aperta volutamente radicalizzata in senso contrario per facilitare l’intervento degli studenti nel dibattito. Sono, infatti convinto che maggiore è la nettezza nelle posizioni a confronto e maggiore è la chiarezza della discussione. Questo ovviamente nulla toglie alla mia grande stima per quello che è stato uno dei miei “maestri distanti” (ed inconsapevoli di esser tali): in questi trenta anni e qualcosa di più ho costantemente letto quello che Alberto andava pubblicando trovandovi sempre nutrimento intellettuale, anche quando le posizioni non coincidevano. E della mia stima sia prova il fatto che da anni ne adotto un libro dedicato alla modernizzazione, che ritengo altamente formativo per i miei studenti. Dunque, vengo al merito delle questioni che il libro solleva e la cui lettura consiglio a tutti.

Caro Alberto,

ho letto con il consueto interesse la tua fatica più recente, “La società europea”, scritto con Alessandro Cavalli, che hai voluto dedicare alla “generazione “Erasmus” che Tu individui come la prima generazione di una cittadinanza europea consapevole d’esser tale. Il testo, come tutti i  Tuoi lavori, brilla per chiarezza, ricchezza di dati, rigore analitico, scritto con la capacità sistematica e l’onestà intellettuale che Ti conosco da sempre. Ma che, proprio per queste doti, paradossalmente finisce per indebolire e dare torto all’ispirazione che Ti (Vi) ha mosso: rilanciare il sogno europeo.

Il mio dissenso si riferisce essenzialmente a due aspetti della questione: realizzabilità ed auspicabilità della prosecuzione del progetto di unità europea. Intendiamoci, non dell’idea in quanto tale, ma della piega politica, sociale ed istituzionale che essa ha preso. Tu e Cavalli centrate in larga parte la tesi della sostenibilità ed auspicabilità del progetto essenzialmente su due elementi: la ricchezza e tipicità della cultura europea che occorre salvare e la necessità, per l’Europa, di trovare unità per poter contare nel mondo della globalizzazione e non essere spazzata via dai marosi del mutamento mondiale. Difficile non esser d’accordo con l’una e l’altra cosa, ma, come avrebbe detto Kant, “pensare di avere cento talleri non è la stessa cosa che avere effettivamente cento talleri in tasca”. Certo che l’Europa avrebbe bisogno di trovare unità, ma questo non significa che ci riuscirà. Quanto poi alla identità culturale europea, è proprio l’attentissima disamina sulle lingue e le religioni a segnalare le molte linee di frattura che l’attraversano descrivendo tre aree bel distinte: quella mediterranea, prevalentemente cattolica e latina, quella nordica prevalentemente protestante ed anglosassone, quella orientale, prevalentemente slava ed ortodossa. Di fatto la “linea di Lutero” e quella di Michele Cerulario restano sostanzialmente quelle che la storia ha tracciato. Non è detto che le cose debbano restar tali e non si possa provare un modo per far coesistere queste tre identità – in nessun modo riducibili ad una – in un soggetto politico-istituzionale unico, ma, sin qui non mi pare che stiamo andando in questa direzione.

E non si tratta solo di questo: proprio leggendo il vostro libro (e sulla base di quello che è il nostro sapere comune sullo stato di cose presente) salta agli occhi la crescente disomogeneità politica, economica e sociale del continente nel quale continua a non esserci un sistema organizzato comune di interessi sociali, ma tanti quanti sono i paesi che compongono l’Unione. Non c’è un magnete centrale rispetto al quale i singoli interessi si organizzano subendone la forza gravitazionale, ma altrettanti spettri magnetici nazionali che la crisi economica allontana ancora di più. La Germania resta un paese creditore e la Grecia (come l’Italia, la Spagna ed il Portogallo) debitore e, a quanto pare, non serve a molto fare appello al buon cuore degli ordinatissimi Tedeschi.

Italiani, Spagnoli e Greci (ma, in parte anche i Francesi) hanno sempre galleggiato sulle valutazioni competitive, comprimendo il debito anche con le svalutazioni, mentre ai tedeschi vengono le convulsioni al solo nominare l’inflazione. E, di conseguenza, hai una moneta pensata in funzione di una economia forte come quella tedesca, ma che strangola le deboli economie mediterranee e, dunque, anche la moneta unica diventa un vettore di contrapposizione di interessi, molto più che di convergenza.

Non parliamo poi dell’aspetto culturale: ma dove mai hai visto uno stato, anche un Impero multinazionale, con 28 lingue ufficiali ed una sessantina di idiomi minori e senza nessuna che prevalga sulle altre? Senza una lingua comune veicolare non c’è un sistema di media condiviso e senza questo non c’è neppure una opinione pubblica europea ma 28 opinioni pubbliche nazionali. Né il problema si può risolvere con l’inglese che è la lingua dell’avversario. A meno che Tu non voglia ridurre ai margini il patrimonio culturale italiano, francese, spagnolo, portoghese, tedesco, polacco ecc. che è la totalità del patrimonio culturale europeo (salvo quello inglese, appunto) che, mi è parso di capire, Tu vuoi salvare.

Dunque, a distanza di 70 anni dall’inizio del processo di unificazione, mi pare che non ci siano le più elementari premesse per un reale processo unitario e la crisi ha fatto esplodere tutte le contraddizioni mettendo in questione l’esistenza stessa dell’Unione e della sua moneta come peraltro riconoscete anche Voi con molta onestà, ammettendo la possibilità che salti tutto in aria ed in tempi brevi.

Ma, appunto, io mi chiedo se ci troviamo di fronte ad un ammalato grave, ad un moribondo o un cadavere che rifiutiamo di riconoscere per tale e non si stia facendo dell’inutile accanimento terapeutico, soprattutto per la incapacità di gestire unitariamente la crisi finanziaria: la mancata messa in comune del debito per l’esplicito rifiuto della Germania di farlo, l’assurdità di una moneta unica con bilanci statali separati e, per di più, con la follia di regimi fiscali differenziati, per cui i paesi “virtuosi” come l’Olanda vampirizzano le “cicale” mediterranee cono altrettanti segnali dello scollamento di questa cattedrale sul nulla che è la Ue.

Per non dire dell’assenza di una politica estera comune e della appartenenza di alcuni alla Nato, di altri no. Peraltro, se si vuole una unità politica dell’Europa, anche se per cautissime tappe, occorrerebbe risolvere, prima di ogni altra cosa il problema di un assetto istituzionale omogeneo, mentre mi sembra di capire che siamo di fronte ad una allegra macedonia di monarchie, repubbliche parlamentari, repubbliche presidenziali, stati unitari, federali, regionali, paesi a codificazione e paesi a common law, con l’insieme più differenziato che si possa immaginare di sistemi elettorali che, ovviamente, producono sistemi politici e di partito totalmente diversi (come peraltro, Voi scrivete con correttezza). Ti chiedo: quando mai uno stato, anche la confederazione più lasca che si possa immaginare, ha messo insieme un simile strampalato miscuglio?

Siamo sinceri: per l’unità politica sarebbe necessario convocare una Assemblea Costituente dotata di pieni poteri, con il conferimento della sovranità da parte degli stati nazionali ed eletta a suffragio popolare diretto e con sistema elettorale unico per tutti. Pensi che una cosa del genere sia possibile in un futuro politicamente prevedibile?

Immagino la risposta: abbiamo bisogno di tempo e, prima o poi, ce la faremo. Ma, questo è il punto: non c’è più tempo. Certi ragionamenti mi ricordano molto da vicino quelli che facevamo noi sessantottini, sule prospettive della rivoluzione socialista mondiale secondo lo schema leninista a mezzo secolo dal suo fallimento. Il progetto leninista di rivoluzione mondiale guidata da un partito mondiale, fu definitivamente sconfitto nell’ottobre 1923, con la sconfitta dell’”ottobre tedesco”, dopo la storia prese un altro indirizzo e quello della rivoluzione mondiale leninista restò solo come mito sempre più scolorito e rituale. I progetti politici hanno un loro tempo di attuazione, superato il quale la storia cambia strada ed altri progetti subentrano.

Dagli inizi della costruzione europea ci separano 60 anni e il tempo di un progetto credibile è scaduto; meno che mai esso può essere creduto nella prospettiva di altri decenni. D’altro canto, questo non è causale, ma è la scelta di un metodo – quello delle intese intergovernative – che non poteva portare che a questi risultati.

A questo proposito, non mi sembra inutile una puntualizzazione storica (non mi giudicare pedante): la vulgata ufficiale vuole che l’attuale costruzione europea sia il frutto del progetto europeista di Rossi, Colorni e Spinelli espresso dal “Manifesto di Ventotene”. Il che, obiettivamente, è un completo falso storico (anche se Spinelli, negli ultimi anni della sua vita, approdato nell’Assemblea di Strasburgo, negli anni ottanta, dette la sua adesione alla politica di integrazione di quegli anni prestandosi oggettivamente ad un imbroglio). Il Manifesto di Ventotene postulava una Europa essenzialmente politica frutto di una rivoluzione popolare, mentre il progetto di una costruzione europea tutto affidato alle èlite diplomatiche ed alle mediazioni intergovernative, con i popoli in posizione passiva, era emerso una ventina di anni prima con il progetto di Paneuropa di Coudenhove Khalergi, che più tardi venne ibridata con l’ispirazione economico-tecnocratica di Jean Monnet. Il falso fu funzionale a dare una immagine rispettabile a quel progetto, presentandolo come una avanzata realistica e graduale verso l’integrazione politica e democratica del continente, mentre era un progetto alternativo ad esso. Nel tempo, la “costituzione materiale” dell’Unione Europea è stata il consolidamento di un blocco fra ceti politici nazionali e tecnocrazia europea (Commissione, Bce ecc.) che hanno tutto l’interesse ad evitare la formazione di un potere politico europeo di emanazione popolare che toglierebbe potere ai primi e creerebbe insopportabili controlli sui secondi. Non ti dà nessun sospetto che, subito dopo la bocciatura da parte di francesi e danesi del trattato istitutivo (quell’aborto di “costituzione”) nel 2005, i referendum vennero sospesi e si andò al malinconico trattato di Lisbona che nessuno pensò di sottoporre a consultazione popolare? E, dunque, un progetto essenzialmente elitario, tecnocratico ed antidemocratico che, infatti, sta dimostrando la sua natura antipopolare in presenza di questa crisi.

I progetti del “gruppo Spinelli” nel parlamento europeo? Una brillante esercitazione di letteratura fantasy che non hanno alcuna possibilità di passare e che, nel caso improbabilissimo passassero, sarebbero rapidamente neutralizzati.

E, dunque, caro Alberto, lo dico con molta schiettezza: prima questo baraccone buro-tecnocratico si sfascia e meglio è. Ciò non di meno, con l’ammirazione intellettuale di sempre, tuo

Aldo Giannuli

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09/03/2014

Generazione Erasmus


“Siamo la generazione Erasmus”, dice un Renzi più ggiovane che mai. Cioè siamo quella generazione che ha studiato all’estero, ha conosciuto il sogno europeo, ha imparato a conoscere la serietà tedesca/il fascino francese/la facilità di vita spagnola/inserire dote e nazionalità a caso e ora vogliamo far diventare l’Italia uno scintillante paese europeo. Parliamo inglese, abbiamo una formazione internazionale, ci siamo liberati delle scorie ideologiche che infestano le nostre università. Chi meglio della nostra generazione può far ripartire le ruote infossate nel pantano italiano? Chi meglio della nostra generazione può testimoniare le magnifiche e progressive sorti dell’europeismo?

A parte che è tutto da dimostrare che chi ha fatto l’Erasmus sia naturalmente superiore a chi non l’ha fatto (lo dico da persona che la sua brava borsa di studio per l’estero l’ha vinta), il fatto è che oggettivamente l’Erasmus è un’ottima metafora dell’Europa reale.

Il progetto Erasmus teoricamente si rivolge a tutti gli studenti. Tralasciamo pure quel dato del crollo delle immatricolazioni, ci arriviamo dopo. Dicevamo, il progetto Erasmus si rivolge a tutti gli studenti iscritti all’università, ma è in realtà fruibile solo da una parte di essi. Non perché c’è una selezione “di merito”, ma perché a quella selezione “di merito” può accedere solo chi è in grado di mantenersi all’estero con la magra borsa di studio dell’Erasmus. Non solo, in molti atenei ci sono grandi difficoltà a erogare correttamente tutte le borse. Alcuni atenei hanno dei rappresentanti degli studenti coi controcazzi che riescono a garantire la copertura di tutte le borse, si capisce però che la situazione non è esattamente “includente”.

Quindi, la generazione Erasmus è una minoranza all’interno di quella minoranza che fa l’università. Ma si dirà che non si può contestare il sogno europeo per questo, in fondo l’Europa fornisce direttive precise sull’aumento delle risorse per l’università e la ricerca. Vero. Peccato siano carta straccia. I dati sull’investimento italiano in formazione e ricerca rispetto al PIL stanno lì a dimostrarlo, coi loro bei tagli lineari che gli fanno pure i gestacci di sfottò alle direttive europee. E, curiosamente, mentre il controllo preventivo delle finanziarie funziona in maniera militare, per non parlare dei commissariamenti delle troika, non si notano all’orizzonte commissari europei pronti a minacciare scenari apocalittici se l’Italia non smetterà di mandare in vacca la sua università.

Eppure l’integrazione dell’università italiana nel sistema europeo è andata avanti, fregandosene dei paletti qualitativi del Processo di Bologna. Però i CFU e i prestiti d’onore (affiancati alle borse di studio giusto perché le borse sono nominate in Costituzione e quindi non possono essere abolite in quanto tali) ce li becchiamo. Eppure, in questo processo di integrazione del sistema universitario è successo che, dopo l’effetto ottico prodotto dal 3+2, gli immatricolati siano diminuiti. E mica di poco, del 10% negli ultimi dieci anni. In un paese in cui già vanno in pochi all’università. Il tutto ovviamente perché ce lo chiede l’Europa.

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