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martedì 29 maggio 2018

Navi da guerra USA in acque cinesi: cresce la tensione con Pechino

Un portavoce del Ministero della Difesa della Cina ha affermato in una dichiarazione che navi da guerra americane sarebbero entrate in acque cinesi: si tratterebbe di due navi da guerra intercettate dalla marina militare di Pechino al largo delle isole Paracel, da anni al centro di un contenzioso tra Cina, Taiwan e Vietnam.

A diffondere le prime informazioni è stata l’agenzia di stampa cinese Xinhua: la Higgins e la Antietam (questi i nomi delle due navi statunitensi) sarebbero entrate in acque territoriali cinesi – o quantomeno controllate dalle forze armate cinesi. Intercettate dalla marina cinese, si sarebbero allontanate in seguito ad una intimazione “secondo le leggi”, come recita il comunicato prontamente diffuso dal Ministero della Difesa di Pechino.

Un comunicato in cui viene chiaramente espressa irritazione: la Cina si dichiara “molto insoddisfatta” dall’azione delle due navi, ed esprime “risoluta opposizione” al passaggio di navi militari statunitensi nell’area.

Di cosa si tratta? Di certo, la recente distensione (o presunta tale) tra Corea del Nord e Stati Uniti, che secondo molti analisti è stata in qualche modo favorita da un intervento cinese, sta inevitabilmente spostando equilibri e modificando i contrappesi politico-economici che regolavano i rapporti nell’area e di conseguenza a livello mondiale; ma qui la posta in palio è molto più alta.

Siamo di fronte ad uno degli scontri globali più importanti attualmente in corso, e che sviluppano le loro conseguenze su più piani: quello economico sopratutto, quello diplomatico ma anche a livello militare, come vediamo.

Non è la prima volta che gli Stati Uniti mettono in atto provocazioni di questo tipo: esattamente un anno fa – eravamo sempre a fine maggio – gli organi di stampa di tutto il mondo raccontarono della “prima operazione militare USA in acque cinesi dell’era Trump”.

In quel caso fu il cacciatorpediniere USS Dewey a navigare a poche miglia nautiche dall’arcipelago Spratly, anche quello rivendicato dalla Cina di cui però non è mai stato riconosciuto il legittimo possesso.

Tutte vicende sul filo del diritto internazionale: la Cina in realtà rivendica il possesso di gran parte del Mar Cinese Meridionale, per cui le aree a rischio di tensione sono molte.

Ma è evidente come gli Stati Uniti, a prescindere da Trump, abbiano la necessitò di mantenere alta la pressione con il loro vero competitor globale, appunto la Cina.

E’ uno scontro imponente, su più fronti: quello più caldo è quello economico-commerciale, dove lo scontro acceso è sulle innovazioni, che rappresentano la via maestra per ottenere la leadership economica del futuro.

Per comprendere il senso degli avvenimenti in corso è interessante osservare quanto avviene a livello di produzione di brevetti internazionali. La Cina si è recentemente attestata al secondo posto tra le potenze economiche produttrici di brevetti, e secondo diversi analisti nel giro di qualche anno potrebbe superare proprio gli Stati Uniti ed essere prima al mondo.

Questa corsa allo sviluppo tecnologico da parte della Cina preoccupa gli Stati Uniti, come ha esplicitamente dichiarato un consulente della Casa Bianca, Peter Navarro (autore tra l’altro di un libro intitolato “Morire di Cina”): «L’assalto della Cina alla tecnologia americana e alla proprietà intellettuale minaccia niente di meno che il futuro economico degli Stati Uniti. Se la Cina conquisterà settori che spaziano dall’intelligenza artificiale alla robotica, dai computer quantistici ai veicoli senza autista, gli Stati Uniti non avranno futuro. La proprietà intellettuale che la Cina sta cercando di acquisire è fondamentale per preservare la supremazia militare degli Stati Uniti».

Parole chiare, chiarissime, che rappresentano forse il livello più alto di uno scontro iniziato ormai anni fa, come ammesso dal Segretario al Commercio USA Wilbur Ross.

Sono due i fattori – tra i tanti che ovviamente determinano una vicenda geopolitica di portata immensa – ad aver determinato un incremento di tensione tra le due superpotenze: da un lato la virata protezionistica di Trump, dall’altro la riforma costituzionale recentemente approvata in Cina che ha eliminato il limite massimo di due mandati per il ruolo di presidente, dando all’attuale leader Xi Jinping la teorica possibilità di guidare il paese a vita.

Due cambiamenti importanti che hanno messo in discussione le reciproche certezze, la convinzione che l’uno e l’altro si sarebbero più o meno comportati “sempre nello stesso modo”: adesso non è più così, ed entrambi i competitor, nel percepire in qualche modo “spezzato” un equilibrio, incrementano l’approccio aggressivo in politica estera.

Gli Stati Uniti sono abituati a farlo, ma stavolta l’osso è particolarmente duro. Non hanno di fronte l’Iran, o la Corea del Nord, e nemmeno la Russia, che se militarmente tiene botta, non è allo stesso livello dal punto di vista economico, se non in alcuni settori.

La Cina è un avversario alla pari in tutto e per tutto, e che si sta dimostrando in grado di competere utilizzando al meglio tutte le “armi” che la competizione capitalista e liberista mondiale offre e pretende di utilizzare per vincere gli scontri.

Siamo all’inizio di un confronto epocale: una tappa interessante e a breve termine potrebbe essere la gestione e risoluzione della crisi nord coreana. Il modo in cui sarà affrontata potrà dirci qualcosa degli sviluppi di questo enorme pezzo di storia contemporanea.

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