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martedì 29 maggio 2018

Mattarella e la linea d’ombra

Nel pezzo precedente mi sono occupato del profilo istituzionale e penale della vicenda del governo Conte, oggi mi occupo del profilo politico che (la cosa non è affatto chiara per diversi frequentatori di questo blog) non sono affatto la stessa cosa e la messa in stato d’accusa del Presidente non è una azione politica (come sarebbe una mozione di sfiducia, peraltro non prevista dalla Costituzione) ma l’avvio di una procedura penale che, in quanto tale, deve rispettare i principi del garantismo penale.


In questi 25 anni che ci separano da Mani Pulite si è formata una terribile (in)cultura politica che ignora totalmente il garantismo e ritiene che la soluzione dei problemi politici stia in un processo penale assai sommario. Veniamo al merito politico della questione.

C’è una regola non scritta che, per il buon funzionamento delle istituzioni, nessuno deve spingere sino in fondo i propri poteri e prerogative, pena il blocco del sistema. Per convenzione è bene che ciascuno si tenga un po’ al di qua di quel che la carta costituzionale gli consentirebbe. Questo ha consentito alla Prima Repubblica di durare per quasi mezzo secolo, nonostante un clima internazionale molto difficile.

Ho l’impressione che questa regola non scritta la stiano violando tutti, sia il Presidente della Repubblica che il duo Salvini-Di Maio e questo sta preparando una crisi istituzionale senza precedenti.

Prima di tutto, togliamo di mezzo la “false flag” (se preferite: il pretesto) di Savona. Certamente il Presidente ha il potere di nominare i ministri ed a lui spetta l’ultima parola (a proposito: il suo giudizio è insindacabile e la Costituzione non fissa limiti alla sua discrezionalità, affidandosi al far play istituzionale), però qui la questione non è quella di un singolo nome.

Quando Scalfaro bocciò Previti alla giustizia lo fece perché ravvisò un conflitto di interessi fra la sua qualità di difensore di Berlusconi ed il ruolo di Guardasigilli. Similmente Gratteri fu bocciato dal presidente pro tempore, perché questi ritenne che non fosse opportuna la nomina di un magistrato nel governo, per rispetto del principio della separazione dei poteri. E potremmo continuare: dunque impedimenti determinati dalla condizione personale del candidato ministro, qualche volta si è trattato del modo diplomatico per nascondere un giudizio sulle capacità troppo modeste del candidato, ma qui il problema non è questo: Savona è uno studioso di altissimo livello (e questo non lo discute nessuno) e non presenta alcun conflitto di interesse o incompatibilità, come ministro sarebbe stato perfetto. Qui il problema non è di nomi ma di linea politica: le posizioni di Savona in materia di ordine monetario, la sua forte perplessità sull’Euro. Per ora non entriamo nel merito della questione, ma limitiamoci a riformulare il quesito che non è se il Presidente abbia o no il potere di scegliere i ministri (ovviamente si) ma se il Presidente possa usare questo suo potere per censurare un aspetto della linea politica del governo. Ed a noi sembra che questo sarebbe un uso surrettizio dei suoi poteri per invadere il campo che spetta alla maggioranza parlamentare.

Il Presidente può (e deve) avere un indirizzo costituzionale anche in conflitto con il governo, mentre è per lo meno discutibile che possa avere poteri di indirizzo politico contrapposto a quello del governo, proprio per le sue funzioni arbitrali. Che ne direste se in una partita l’arbitro si mettesse a giocare e magari segnare una rete? Ma, si osserva, il Presidente lo fa per difendere i trattati internazionali del paese, perché la stessa lettera della Costituzione obbliga alla loro osservanza. Ma questo vale per bloccare eventuali rotture unilaterali dei trattati, non per impedire che possa esserci un loro ripensamento nelle forme proprie del diritto internazionale. Dove sta scritto che l’appartenenza ad un determinato quadro internazionale o ad un determinato trattato debba essere eterna e non ripensabile?

E’ un diritto di qualsiasi governo quello di rinegoziare i trattati cercando una loro modifica condivisa. Così come è un diritto di qualsiasi popolo quello di rideterminare la propria collocazione internazionale, così come ha fatto il popolo inglese e, mi pare, che non sia successo nessuno sconquasso finanziario. Purtroppo dalla Presidenza Napolitano di infelice memoria, c’è stata una sorta di pervertimento del ruolo del Presidente che, da rappresentante della Nazione nei confronti della comunità internazionale, è diventato il rappresentante degli interessi della comunità internazionale nei confronti della Nazione. Un mutamento che ne ha stravolto la funzione prevista dalla Costituzione.

Per di più appare abbastanza azzardato sostenere che un ministro sarebbe portatore di una operazioni di uscita dell’Italia dall’Euro sulla base del fatto che ha scritto libri in cui esprimeva giudizi negativi sull’Euro: quei libri non sono atti politici. Ancora più azzardato è pensare che la nomina di quel ministro provocherebbe sicuramente un crollo della fiducia dei mercati finanziari verso l’Italia: può darsi che questo sia un ragionamento realistico ma è comunque solo una ipotesi. A meno che il Presidente non sabbia ricevuto messaggi precisi in questo senso, ma a maggior ragione dovrebbe difendere l’autonomia politica del suo paese.

Sappiamo tutti che i mercati finanziari stanno facendo un pressing sul nostro paese e che se ne debba tener conto, ma sentire un Presidente che dice papale papale che non può nominare un ministro perché non è gradito ai mercati finanziari non è cosa molto bella: a questo punto facciamo fare le elezioni direttamente ai mercati finanziari e non parliamone più.


Dunque, M5s e Lega, avendo la maggioranza parlamentare hanno diritto di governare ma, di fatto, hanno tolto le castagne dal fuoco al Presidente obbligando Conte (modesto postino della maggioranza) a dimettersi. Meglio avrebbero fatto a proporre un nome come quello di Bagnai o Gori (che sono sulla stessa linea critica verso l’Euro) e, di fronte ad un nuovo rifiuto, porre la questione del se il governo può o meno proporre la revisione dei relativi trattati, eventualmente proponendo conflitto di attribuzione dei poteri davanti alla Corte Costituzionale. Questa sarebbe stata la via maestra, non quella grossolana che hanno seguito.

Anche i leader di maggioranza imparino un minimo di farplay costituzionale, che non è un dato ornamentale ma un elemento essenziale per il buon funzionamento del sistema: non si possono rivolgere al Presidente come se fosse un cameriere che deve obbedire ai nuovi padroni di casa. Non si può prendere a schiaffi l’arbitro e pretendere che la partita si svolga regolarmente. In questa crisi Lega e M5s si sono comportati con una rozzezza, una grossolanità, una ignoranza delle più elementari regole istituzionali senza precedenti. Neanche nelle taverne dell’angiporto ci si comporta così e ricordano gli affiliati dei Casamonica nel noto bar romano.

Forse non ce ne stiamo accorgendo, ma si sta profilando una crisi devastante e senza precedenti dal 1945: è in atto un attacco finanziario contro il nostro paese, lo spread è raddoppiato in pochi giorni, a breve le agenzie di rating declasseranno i nostri titoli di debito pubblico sulla soglia dei titoli spazzatura e, in questo quadro, noi ci permettiamo questo scontro frontale fra Parlamento e Presidenza della Repubblica. E’ probabile che si vada a nuove elezioni ad ottobre (cosa che ho ritenuto probabile sin ai primi giorni dopo il 4 marzo). In questo contesto non ci vuol molto a capire che la “colpa” delle elezioni anticipate sarà scaricata sul Quirinale difeso, presumibilmente da Fi e Pd. Questo significa che se Lega e M5s dovessero avere successo, avremmo un Presidente delegittimato, il che accadrebbe a sette mesi dal voto e con la speculazione internazionale che pasteggia sul nostro paese ormai a rischio di immediato default.

Attenzione: questa sarebbe la “tempesta perfetta” nella quale la crisi politica alimenta quella finanziaria e vice versa. Che tutti rientrino nei propri limiti o qui andiamo a sbattere.

Ripeto: Lega e M5s hanno tutto il diritto di governare e scegliere la linea politica del governo, ma lo facciano in forme un po’ più accettabili sul piano della civiltà politica.

Personalmente, essendo di sinistra, non posso che essere all’opposizione di questo governo di destra, ma, essendo anche un convinto sostenitore della democrazia parlamentare, ritengo doveroso difendere il diritto della maggioranza a governare, poi penso sbagliatissimo il suo indirizzo e cerco di combatterlo sul piano del confronto politico nel poco che posso.

E siamo a quello che dicevo in un pezzo precedente: questo è un conflitto fra una maggioranza di destra, ma espressa dal voto popolare e l’opposizione delle èlite politiche, finanziarie contro di esso. Impossibile schierarsi con l’uno contro l’altro. Bisogna costruire una alternativa all’uno e alle altre e, nel frattempo, cercare di impedire che la Costituzione venga travolta fra l’inciviltà dei nuovi vincitori e le meschine astuzie di èlite squalificate e screditate.

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