La morte del giovane Nahel la mattina del 27 giugno a Nanterre ha scatenato un’ondata di commozione e rabbia nel Paese. Ha anche agito da scintilla, innescando un movimento di rivolta in molte città del Paese, che chiede urgentemente una risposta politica.
Di fronte a questa situazione, il governo si blocca in un’escalation di sicurezza verbale che non fa che peggiorare la situazione. Cerca di sottrarsi alle proprie responsabilità prendendo di mira La France Insoumise per nascondere meglio la sua incompetenza e la sua incapacità di agire. Allo stesso tempo rinuncia a cercare una via d’uscita dalla crisi e abbandona gli abitanti a una preoccupazione che condividiamo di fronte ai danni ai beni pubblici, alle abitazioni o ai negozi essenziali alla vita quotidiana.
Vogliamo che si affrontino le cause della situazione perché i problemi non sono nuovi. Per i quartieri popolari, il razzismo, la violenza della polizia o la discriminazione nell’accesso al lavoro o all’alloggio sono la sorte quotidiana degli abitanti.
La distruzione dei servizi pubblici, delle tutele sociali e della solidarietà associativa, dovuta alle politiche di austerità neoliberali, è all’opera da decenni. Perché ci sia armonia occorrono azioni forti da parte del governo che, oggi come ieri, è assente. Dai moti del 2005 il conto non c’è.
Ripristinare la fiducia è tanto più difficile in quanto il governo si è distinto negli ultimi anni per l’incapacità di far fronte a rivendicazioni popolari diverse dal disprezzo e dall’ignoranza, sia durante la mobilitazione dei gilet gialli sia contro la riforma che ha innalzato l'età pensionabile a 64 anni, incoraggiando così l’idea che nessun cambiamento è possibile nel quadro attuale. Richiede quindi una rottura completa e risposte eccezionali.
Per questo, chiediamo un dibattito nell’Assemblea nazionale ai sensi dell’articolo 50-1 della Costituzione al fine di proporre un piano di emergenza che includa:
- L’immediata abrogazione delle disposizioni sulla “licenza di uccidere” della legge Cazeneuve del 2017, responsabile dell’esplosione dei decessi a seguito dei rifiuti di ottemperare alle direttive della polizia durante un fermo.
- La creazione di una commissione “Verità e giustizia” sulla violenza della polizia che ha portato alla morte o alla mutilazione dei cittadini per stabilire tutte le responsabilità.
- L’immediato sanzionamento di ogni caso di violenza della polizia, la completa riforma dell’IGPN e la creazione di un servizio investigativo indipendente.
- Sostegno statale per la riparazione di negozi, abitazioni e locali pubblici che negli ultimi giorni si sono danneggiati.
- Una profonda riforma della polizia nazionale per ricostruire una polizia repubblicana meglio addestrata e libera da ogni forma di razzismo, tra cui in particolare lo scioglimento del BAC, il ripristino del codice etico del 1986, il rafforzamento della formazione, l’istituzione della vera polizia di prossimità e la fine delle tecniche di immobilizzazione letale. Dobbiamo chiudere il periodo iniziato da Sarkozy nel 2002 teso a trattare i giovani dei quartieri popolari come un nemico interno.
- Un programma d’azione globale contro la discriminazione che comprende in particolare la creazione di una commissione per l’uguaglianza, centri specializzati all’interno delle corti d’appello e l’attuazione della ricevuta per i controlli di identità per combattere i controlli in facies.
- Un piano di investimenti pubblici nei quartieri popolari per il ripristino di servizi pubblici, alloggi, scuole pubbliche, accesso alla salute e alla cultura, finanziamento di associazioni e centri sociali.
Gruppo parlamentare La France insoumise – NUPES & La France insoumise
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/06/2023
Francia - Le ragioni della collera
“È il nostro modo di essere perché ci hanno tolto tutto”.
Non si placa la reazione popolare in seguito alla morte di Nahel M., il 17enne ucciso la mattina di martedì 27 luglio a Nanterre, nella periferia parigina nord-occidentale, da un agente di polizia che gli ha sparato “a bruciapelo” durante un controllo.
Il quotidiano Le Figaro ha rivelato che l’agente in questione – ora in detenzione provvisoria – era stato premiato più volte nella sua carriera, l’ultima delle quali (nel 2020) per il “coraggio” dimostrato durante le mobilitazioni dei Gilets Jaunes.
Il Ministro dell’Interno Darmanin ha mobilitato per la notte di giovedì ben 40 mila agenti su tutto il territorio nazionale, di cui 5 mila nella sola Parigi, senza che per ora sia stato dichiarato “l’etat d’urgence”, come richiesto a gran voce tra l’altro dal leader dei gollisti di LR, E. Ciotti, e dall’estrema destra di Zemmour.
Valérie Pécresse, presidente della regione di L’Ile-de-France (di fatto l’area metropolitana parigina) ha dichiarato che tram e bus resteranno fermi dalle 21 in poi, circolerà solo la RER e la metro.
Lo “stato di emergenza” era stato promulgato nel 2005 a seguito della morte di due ragazzi – Zeyd Benna e Bouna Traoré – a Clichy-sous-Bois, rimasti folgorati in una cabina elettrica in cui si erano nascosti nel tentativo di sfuggire alla polizia che li inseguiva.
L’Esagono allora conobbe alcune settimane caratterizzate da continui scontri notturni nelle periferie di diverse città. Un avvenimento che ha marcato profondamente la coscienza degli abitanti dei quartieri popolari, facendo emergere una profonda spaccatura ad oggi non ricomposta con l’establishment politico, e che dopo 18 anni ha visto peggiorare le proprie condizioni di esistenza.
L’estensione e l’intensità dlele rivolte, già dalla seconda notte, fanno presagire uno scenario simile a quello del 2005 ma in un contesto diverso, perché il corpo sociale (non solo gli abitanti delle periferie) ha conosciuto sulla propria pelle la repressione nei vari movimenti di lotta che si sono succeduti, almeno dalla fine del quinquennio Hollande in poi.
Il processo di delegittimazione del potere politico e delle istituzioni della V Repubblica è ulteriormente avanzato a causa delle blindature che le élite continentali “con passaporto francese” hanno imposto sulle scelte strategiche della Francia che hanno impattato ed impatteranno pesantemente sulle condizioni di vita della popolazione.
Ci riferiamo all’ennesima riforma pensionistica, il precedente stravolgimento dell’istituto dell’assurance-chomage, e recentemente, una legge che mina in profondità il diritto all’abitare stabilendo pene carcerarie e pecuniarie esorbitanti per chi occupa un alloggio, o semplicemente agita l’occupazione come strumento di lotta.
Non ultimo, siamo in un contesto di guerra sia sul fronte esterno – in Ucraina ma non solo – che interno, dove i margini di azione politica vengono annichiliti a colpi di provvedimenti dell’esecutivo, come dimostra lo scioglimento del collettivo ecologista Les soulèvements de la terre.
L’inflazione in Francia, proprio come in Italia, continua a mordere ed è attorno alle due cifre, senza che a questa sia corrisposto un adeguamento salariale consistente. Una situazione in cui anche lo SMIC, ossia il salario minimo intercategoriale, può poco per arginare l’impoverimento crescente di una fetta sempre più ampia della popolazione.
In questo contesto assistiamo sempre più ad una polarizzazione netta del campo politico con i conservatori che vanno a braccetto con l’estrema destra, influenzando in profondità la Macronie.
Il neofascismo prende sempre più spazio, banalmente comprandosi testate giornalistiche di rilievo, come è accaduto con il quotidiano sportivo Paris-Match e quello domenicale JDD, acquistati dal gruppo Vivendi, di proprietà di Bolloré, il magnate che ha di fatto creato il fenomeno Zemmour, cometa neo-fascista riapparsa nei cieli della politica dopo le elezioni presidenziali proprio in questi giorni.
Dall’altra parte abbiamo il campo della sinistra radicale della NUPES che, nonostante le differenze al suo interno ed alcuni posizionamenti “ballerini” sulla politica internazionale – comunque la LFI rimane per l’uscita dalla NATO della Francia e critica l’operato della UE “da sinistra” – sa da che parte stare.
Ovvero nei picchetti degli operai in sciopero sgomberati dalla polizia durante le mobilitazioni contro la riforma delle pensioni, nei commissariati quando vengono arrestati gli attivisti nel corso delle manifestazioni, al fianco dei manifestanti anche quando si mettono in campo pratiche di azione diretta come per esempio a Sainte-Soline contro il progetto di megabacini idrici, nella marche blanche lanciata dalla madre del 17-enne ucciso, e così via, oltre a fare una opposizione reale e non di facciata in Parlamento.
È sempre bene ricordarlo: la NUPES ha fatto incetta di voti proprio nelle periferie, tra i giovani e la “knowledge class”, senza però riuscire ad arginare l’astensionismo.
Insomma niente a che spartire sul piano della pratica, qui in Italia, con l’inconsistenza della dirigenza del M5S o dell’Alleanza Verdi-Sinistra.
Ciò che colpisce in questi giorni, nelle varie interviste uscite sui diversi organi di informazione che fanno “inchiesta” tra gli abitanti di Nanterre, è il livello di coscienza che fa emergere quanto la Francia in alcune suoi territori sia di fatto uno “Stato Fallito” non più in grado di assicurare un granché ai propri cittadini.
Non esiste più un’istruzione di qualità, non più un impiego, non più un alloggio dignitoso, e nemmeno il diritto alla vita.
Una Francia dove l’ascensore sociale si è rotto da tempo e nessuno vuole o sa ripararlo, con un razzismo strutturale dove la linea del colore determina se in caso di mancato stop ad un controllo di polizia vieni “freddato” o meno, oltre ad essere ancora uno stigma determinando una sorta di “colonia interna”.
Una Francia dove sta riemergendo uno zoccolo duro reazionario – chiamiamolo “fascismo plurale” – non relegato ai margini della politica, ma che ha una sorta di potere di veto sulle scelte di fondo dell’esecutivo, comunque ascrivibili motu proprio ad una versione molto autoritaria del neo-liberalismo e del “neo-colonialismo interno”.
L’imponente marcia a Nanterre – più di 6mila secondo le sottostimate cifre ufficiali – svoltasi ieri pomeriggio precede una notte di sommosse che è l’unico linguaggio che rende visibili gli esclusi.
Come ha affermato un ragazzo di Nanterre intervistato da Mediapart: “I media hanno cercato di infangare la memoria di Nahel cercando di accollargli dei precedenti giudiziari inesistenti. Senza il video registrato da un testimone, la versione dei poliziotti che hanno affermato di essere stati investiti dall’auto, avrebbe avuto la meglio.
E così, perché delle celebrità come Omar Sy hanno preso la sua difesa, che è “buono” venire a farne il suo ritratto.
Voi cercate tutti di fare degli scoop su di un morto. Giocate ad avere un’ informazione che un altro non avrà. Forse si sarebbe dovuti venire a vedere prima a capire come è cresciuto, come lo Stato ci ha trattato nelle nostre cités, come la polizia ci maltratta“.
Fonte
Non si placa la reazione popolare in seguito alla morte di Nahel M., il 17enne ucciso la mattina di martedì 27 luglio a Nanterre, nella periferia parigina nord-occidentale, da un agente di polizia che gli ha sparato “a bruciapelo” durante un controllo.
Il quotidiano Le Figaro ha rivelato che l’agente in questione – ora in detenzione provvisoria – era stato premiato più volte nella sua carriera, l’ultima delle quali (nel 2020) per il “coraggio” dimostrato durante le mobilitazioni dei Gilets Jaunes.
Il Ministro dell’Interno Darmanin ha mobilitato per la notte di giovedì ben 40 mila agenti su tutto il territorio nazionale, di cui 5 mila nella sola Parigi, senza che per ora sia stato dichiarato “l’etat d’urgence”, come richiesto a gran voce tra l’altro dal leader dei gollisti di LR, E. Ciotti, e dall’estrema destra di Zemmour.
Valérie Pécresse, presidente della regione di L’Ile-de-France (di fatto l’area metropolitana parigina) ha dichiarato che tram e bus resteranno fermi dalle 21 in poi, circolerà solo la RER e la metro.
Lo “stato di emergenza” era stato promulgato nel 2005 a seguito della morte di due ragazzi – Zeyd Benna e Bouna Traoré – a Clichy-sous-Bois, rimasti folgorati in una cabina elettrica in cui si erano nascosti nel tentativo di sfuggire alla polizia che li inseguiva.
L’Esagono allora conobbe alcune settimane caratterizzate da continui scontri notturni nelle periferie di diverse città. Un avvenimento che ha marcato profondamente la coscienza degli abitanti dei quartieri popolari, facendo emergere una profonda spaccatura ad oggi non ricomposta con l’establishment politico, e che dopo 18 anni ha visto peggiorare le proprie condizioni di esistenza.
L’estensione e l’intensità dlele rivolte, già dalla seconda notte, fanno presagire uno scenario simile a quello del 2005 ma in un contesto diverso, perché il corpo sociale (non solo gli abitanti delle periferie) ha conosciuto sulla propria pelle la repressione nei vari movimenti di lotta che si sono succeduti, almeno dalla fine del quinquennio Hollande in poi.
Il processo di delegittimazione del potere politico e delle istituzioni della V Repubblica è ulteriormente avanzato a causa delle blindature che le élite continentali “con passaporto francese” hanno imposto sulle scelte strategiche della Francia che hanno impattato ed impatteranno pesantemente sulle condizioni di vita della popolazione.
Ci riferiamo all’ennesima riforma pensionistica, il precedente stravolgimento dell’istituto dell’assurance-chomage, e recentemente, una legge che mina in profondità il diritto all’abitare stabilendo pene carcerarie e pecuniarie esorbitanti per chi occupa un alloggio, o semplicemente agita l’occupazione come strumento di lotta.
Non ultimo, siamo in un contesto di guerra sia sul fronte esterno – in Ucraina ma non solo – che interno, dove i margini di azione politica vengono annichiliti a colpi di provvedimenti dell’esecutivo, come dimostra lo scioglimento del collettivo ecologista Les soulèvements de la terre.
L’inflazione in Francia, proprio come in Italia, continua a mordere ed è attorno alle due cifre, senza che a questa sia corrisposto un adeguamento salariale consistente. Una situazione in cui anche lo SMIC, ossia il salario minimo intercategoriale, può poco per arginare l’impoverimento crescente di una fetta sempre più ampia della popolazione.
In questo contesto assistiamo sempre più ad una polarizzazione netta del campo politico con i conservatori che vanno a braccetto con l’estrema destra, influenzando in profondità la Macronie.
Il neofascismo prende sempre più spazio, banalmente comprandosi testate giornalistiche di rilievo, come è accaduto con il quotidiano sportivo Paris-Match e quello domenicale JDD, acquistati dal gruppo Vivendi, di proprietà di Bolloré, il magnate che ha di fatto creato il fenomeno Zemmour, cometa neo-fascista riapparsa nei cieli della politica dopo le elezioni presidenziali proprio in questi giorni.
Dall’altra parte abbiamo il campo della sinistra radicale della NUPES che, nonostante le differenze al suo interno ed alcuni posizionamenti “ballerini” sulla politica internazionale – comunque la LFI rimane per l’uscita dalla NATO della Francia e critica l’operato della UE “da sinistra” – sa da che parte stare.
Ovvero nei picchetti degli operai in sciopero sgomberati dalla polizia durante le mobilitazioni contro la riforma delle pensioni, nei commissariati quando vengono arrestati gli attivisti nel corso delle manifestazioni, al fianco dei manifestanti anche quando si mettono in campo pratiche di azione diretta come per esempio a Sainte-Soline contro il progetto di megabacini idrici, nella marche blanche lanciata dalla madre del 17-enne ucciso, e così via, oltre a fare una opposizione reale e non di facciata in Parlamento.
È sempre bene ricordarlo: la NUPES ha fatto incetta di voti proprio nelle periferie, tra i giovani e la “knowledge class”, senza però riuscire ad arginare l’astensionismo.
Insomma niente a che spartire sul piano della pratica, qui in Italia, con l’inconsistenza della dirigenza del M5S o dell’Alleanza Verdi-Sinistra.
Ciò che colpisce in questi giorni, nelle varie interviste uscite sui diversi organi di informazione che fanno “inchiesta” tra gli abitanti di Nanterre, è il livello di coscienza che fa emergere quanto la Francia in alcune suoi territori sia di fatto uno “Stato Fallito” non più in grado di assicurare un granché ai propri cittadini.
Non esiste più un’istruzione di qualità, non più un impiego, non più un alloggio dignitoso, e nemmeno il diritto alla vita.
Una Francia dove l’ascensore sociale si è rotto da tempo e nessuno vuole o sa ripararlo, con un razzismo strutturale dove la linea del colore determina se in caso di mancato stop ad un controllo di polizia vieni “freddato” o meno, oltre ad essere ancora uno stigma determinando una sorta di “colonia interna”.
Una Francia dove sta riemergendo uno zoccolo duro reazionario – chiamiamolo “fascismo plurale” – non relegato ai margini della politica, ma che ha una sorta di potere di veto sulle scelte di fondo dell’esecutivo, comunque ascrivibili motu proprio ad una versione molto autoritaria del neo-liberalismo e del “neo-colonialismo interno”.
L’imponente marcia a Nanterre – più di 6mila secondo le sottostimate cifre ufficiali – svoltasi ieri pomeriggio precede una notte di sommosse che è l’unico linguaggio che rende visibili gli esclusi.
Come ha affermato un ragazzo di Nanterre intervistato da Mediapart: “I media hanno cercato di infangare la memoria di Nahel cercando di accollargli dei precedenti giudiziari inesistenti. Senza il video registrato da un testimone, la versione dei poliziotti che hanno affermato di essere stati investiti dall’auto, avrebbe avuto la meglio.
E così, perché delle celebrità come Omar Sy hanno preso la sua difesa, che è “buono” venire a farne il suo ritratto.
Voi cercate tutti di fare degli scoop su di un morto. Giocate ad avere un’ informazione che un altro non avrà. Forse si sarebbe dovuti venire a vedere prima a capire come è cresciuto, come lo Stato ci ha trattato nelle nostre cités, come la polizia ci maltratta“.
Fonte
24/03/2023
Francia - Mobilitazione "fino alla vittoria!"
Le giornate che avevano preceduto il nono sciopero inter-professionale e l’ennesima mobilitazione generale contro il progetto di riforma pensionistica “passata” giovedì scorso – senza il voto del Parlamento – facevano supporre che giovedì 23 marzo sarebbe stata una data epocale nella storia francese. E così è stato.
Il Ministero dell’Interno nel tardo pomeriggio ha resocontato 1,08 milioni di manifestanti, a fronte dei 3,5 milioni dichiarati dalla CGT.
L’inter-sindacale, composta dalle 8 organizzazioni sindacali più le 5 giovanili che hanno finora guidato la protesta, chiamano ad un altro sciopero ed una nuova mobilitazione nazionale per martedì 28 marzo.
Gli scioperi e le manifestazioni – scrivono in un comunicato diffuso giovedì sera – «sono la risposta all’incomprensibile intestardirsi di Emmanuel Macron», aggiungendo che «il poderoso rifiuto di questo progetto è legittimo e deve proseguire». Per concludere che «la responsabilità della situazione esplosiva non pesa sui sindacati ma su Emmanuel Macron».
Il presidente-monarca, la voce dei desiderata delle oligarchie europee, è solo.
Il suo governo di minoranza ha visto sfaldarsi anche quella che fin qui era stata la sua ruota di scorta – i gollisti – ed è appeso ad un filo. Soprattutto, sarà incapace di governare da qui in avanti se non a colpi di articolo 49.3 e di bastone poliziesco.
Di fronte a sé ha solo il baratro.
La sua riforma è stata sconfitta prima che nelle piazze, nella “battaglia delle idee”. Non tanto per le scarse capacità comunicative dei suoi non certo abili fedelissimi – comunque prodotto di criteri selettivi che hanno sfornato una decadente classe politica fatta di arroganti “bobo” (qui diremmo radical chic) – ma per l’accumulo di castronerie che hanno ripetuto, Macron per primo, nel puro sprezzo del ridicolo, supponendo che questo stile “goebbelsiano” di comunicazione politica avrebbe sortito un qualche risultato positivo.
Le menzogne ripetute sui conti che non tornano nel sistema pensionistico francese “per ripartizione”, o l’innalzamento della pensione minima a 1.200 euro per tutti – che riguarderà (se sarà approvata la riforma) solo 1-2% dei diretti interessati – oppure le menzogne del miglioramento della condizione dei senior o delle donne (un ministro si è spinto a dire che era una riforma di “sinistra”!) non solo non hanno convinto i francesi, ma hanno suscitato una repulsione profonda per come la loro intelligenza è stata vilipesa.
La retorica governativa ha generato un distillato di odio di classe che ora si riversa nelle strade.
Ma il punto vero è che le condizioni di esistenza prefigurate da questo progetto di riforma pensionistica, e la più generale destrutturazione delle residuali garanzie fin qui godute dal popolo francese, sono state la classica goccia che fa traboccare il vaso.
Le classi subalterne in Francia dopo decenni di sconfitte non intendono più tollerare riforme regressive dello status quo. Non credono al mantra neoliberista sulla “necessità” del taglio delle proprie garanzie sociali per salvaguardare la “competitività” del proprio sistema-Paese.
Letteralmente non sopportano più quei manichini della “Start Up Nation” sognata da Macron che vuole trasformare la vita dei ceti popolari – e della ex classe media impoverita – in un inferno.
È finita un epoca.
Il neo-liberismo ha fallito, la sua narrazione non regge più la prova dei fatti, e persino i fallimenti nelle banche statunitensi e svizzere stanno lì a dimostrarlo. Chi ha usato quella narrazione mentre si garantiva una rendita di posizione politica ora vacilla.
Ed un governo senza consenso non può che sparare a zero contro le opposizioni sindacali, politiche e giovanili ed intensificare la repressione.
Elisabeth Borne ha addirittura accusato, a fine giornata, gli “insoumisis” di spronare la violenza utilizzando un linguaggio “guerriero”.
Il leader de La France Insoumise nonché architetto della NUPES, Jean-Luc Mélenchon, continua a spronare i suoi concittadini a “amplificare la lotta” e “proseguire la battaglia”. Dopo la “mozione di sfiducia” all’Assemblea Nazionale, non approvata per soli 9 voti, ha fatto appello ad una “mozione di sfiducia popolare” (“censure populaire”) che si esprimesse ovunque, in ogni città e circostanza.
Mélenchon e gli altri e le altre deputate di LFI e della NUPES hanno fatto quello che dovrebbe fare chi vuole essere il “delegato politico” di un movimento di massa, non solo nelle aule parlamentari – dove hanno condotto una implacabile opposizione in forme anche poco convenzionali – ma anche nei picchetti di sciopero (subendo le cariche di polizia insieme agli altri manifestanti) o di fronte ai luoghi dove sono state trattenute le persone fermate durante le manifestazioni.
Questi deputati si sono comportati come parte organica della protesta, non l’hanno “fiancheggiata” come semplice occasione per un selfie acchiappa-popolarità.
In sintesi, hanno consolidato una “connessione sentimentale” con la parte maggioritaria del Paese, che può ora credere in un’alternativa e vedere una qualità diversa tra espressioni politiche differenti, e non semplici sfumature tra pezzi dello stesso stampo.
Cosa non secondaria, la lotta ha marginalizzato la visibilità dell’estrema destra del Rassemblement Nationale. In Francia, neanche il più servo dei sindacalisti si sognerebbe di invitare Le Pen ad un proprio Congresso...
Dall’altra parte i sindacati, in forme diverse – in maniera più militante le federazioni della CGT ed i dipartimenti che fanno capo alla FSM, oltre a Sud-Solidaires – hanno avuto capacità di tenuta e rilancio della mobilitazione, senza scendere a compromessi con un esecutivo con cui i margini di trattativa sarebbero comunque stati minimi rispetto a un impianto complessivamente regressivo.
In sintesi, anche i sindacati più “moderati” – spinti senz’altro dalla radicalizzazione della propria base – non hanno voluto essere corresponsabili della riforma.
Le casse di resistenza hanno fatto la loro parte con un mutualismo operaio che almeno allevia la condizioni di chi – specie i lavoratori nei settori strategici più importanti – vedrà il proprio salario decurtato non di poco, per di più in tempi di inflazione galoppante.
Una parte importante nella mobilitazione l’hanno avuta le organizzazioni giovanili che hanno contribuito alla creazione di un blocco sociale antagonista alle politiche anti-sociali di Macron e del suo governo. Queste proprio nella giornata di ieri – come nei giorni precedenti – hanno fatto fare un “salto di qualità” al movimento.
La spontaneità dell’azione di massa si è potuta esprimere al meglio perché c’era una solida base organizzativa che ha dato continuità ed incisività alla battaglia, lanciando il cuore oltre l’ostacolo, e mutuando anche forme di azione diretta che in parte travalicavano il quadro dell’azione politico-sindacale, in stile per così dire giletes jaunes.
Ma il sindacalismo d’azione diretta, bisogna ricordarlo, è nato in Francia, così come il “mito” dello sciopero generale politico.
Veniamo alla giornata di mobilitazione.
Sin dalle prime luci dell’alba, ci sono stati blocchi del traffico nelle maggiori arterie stradali in differenti città, come a Lille e a Tolosa. Ma anche azioni di sostegno agli operai degli impianti petrolchimici, sottoposti a requisizione da parte delle autorità prefettizie, come in Normandia; e la mobilitazione massiccia degli studenti delle medie superiori, in oltre 400 istituti in tutto l’Esagono, e degli universitari (con il blocco di 50 università).
A queste azioni si sono sommate le occupazioni dei binari e delle stazioni, dalla Gare de Lyon a Parigi alla Stazione Saint Charles a Marsiglia; oppure l’utilizzo di blocchi di cemento sui percorsi dei bus del traffico urbano a Caen.
Nei settori strategici gli scioperi sono continuati. Per il terzo giorno di fila con operazioni “porto morto”; nel settore chimico, nonostante le requisizione prefettizie che di fatto permettono all’autorità statale di “sequestrare” alcuni lavoratori per costringerli a lavorare.
I lavoratori del settore elettrico e del gas hanno continuato a scioperare, attuando tagli selettivi all’erogazione di energia elettrica. I lavoratori dei trasporti ferroviari (SNCF), della metro parigina (RAPT) e del trasporto aereo hanno reso giovedì 23 una “giornata nera” scioperando in massa.
L’impatto dell’azione è stato amplificato come scritto sopra dall’invasione dei binari, e anche dall’occupazione delle vie d’accesso ad alcuni aereoporti, come per lo Charles-de-Gaulle a Parigi.
Hanno continuato a scioperare gli operatori ecologici, non solo a Parigi, ormai invasa dai rifiuti che vengono puntualmente dati alle fiamme durante le manifestazioni sauvage.
Gli insegnanti (uno su due circa per le organizzazioni sindacali, 1 su 4 per il ministero) sono scesi massicciamente in sciopero sia nelle scuole primarie – dove hanno l’obbligo di comunicare in precedenza la loro adesione o meno – che in quelle secondarie, dove all’inizio di questa settimana hanno “boicottato” le prove generali della maturità (BAC) riformata dall’ex ministro dell’istruzione Blanquer.
Già le manifestazioni svoltesi nella mattinata lasciavano intravedere un’adesione massiccia che avrebbe superato i numeri complessivi delle mobilitazioni precedenti e un superiore livello di tensione.
La manifestazione parigina ha poi visto partecipare, secondo la CGT, 800 mila persone, 280 mila a Marsiglia (solo 16mila secondo la Prefettura), 40mila a Montpellier, 55mila a Lione, e ottimi numeri anche nei centri medi e minori.
Ci sono stati scontri e momenti di tensione a Parigi, Lione, Nantes, Lorient, Rennes, Bordeaux, Tolosa, Strasburgo, Lille. Ma anche nelle città più piccole ci sono stati incidenti, come a Bayonne e Tulle, per fare solo alcuni esempi.
A Rouen un manifestante ha avuto il polso fratturato a causa di una granata “disaccerchiante”; in molte città la polizia ha fatto abbondante uso di gas lacrimogeni e di idranti, a Parigi sin dal suo nascere il corteo è stato diviso in due e poi attaccato.
In serata con un tweet Elisabeth Borne ha condannato “le violenze dei manifestanti” definendole “inaccettabili” ed espresso “tutta la sua riconoscenza alle forze dell’ordine”.
Ma le milizie di Macron serviranno a ben poco e non fermeranno la mobilitazione popolare “fino alla vittoria!”
Fonte
Il Ministero dell’Interno nel tardo pomeriggio ha resocontato 1,08 milioni di manifestanti, a fronte dei 3,5 milioni dichiarati dalla CGT.
L’inter-sindacale, composta dalle 8 organizzazioni sindacali più le 5 giovanili che hanno finora guidato la protesta, chiamano ad un altro sciopero ed una nuova mobilitazione nazionale per martedì 28 marzo.
Gli scioperi e le manifestazioni – scrivono in un comunicato diffuso giovedì sera – «sono la risposta all’incomprensibile intestardirsi di Emmanuel Macron», aggiungendo che «il poderoso rifiuto di questo progetto è legittimo e deve proseguire». Per concludere che «la responsabilità della situazione esplosiva non pesa sui sindacati ma su Emmanuel Macron».
Il presidente-monarca, la voce dei desiderata delle oligarchie europee, è solo.
Il suo governo di minoranza ha visto sfaldarsi anche quella che fin qui era stata la sua ruota di scorta – i gollisti – ed è appeso ad un filo. Soprattutto, sarà incapace di governare da qui in avanti se non a colpi di articolo 49.3 e di bastone poliziesco.
Di fronte a sé ha solo il baratro.
La sua riforma è stata sconfitta prima che nelle piazze, nella “battaglia delle idee”. Non tanto per le scarse capacità comunicative dei suoi non certo abili fedelissimi – comunque prodotto di criteri selettivi che hanno sfornato una decadente classe politica fatta di arroganti “bobo” (qui diremmo radical chic) – ma per l’accumulo di castronerie che hanno ripetuto, Macron per primo, nel puro sprezzo del ridicolo, supponendo che questo stile “goebbelsiano” di comunicazione politica avrebbe sortito un qualche risultato positivo.
Le menzogne ripetute sui conti che non tornano nel sistema pensionistico francese “per ripartizione”, o l’innalzamento della pensione minima a 1.200 euro per tutti – che riguarderà (se sarà approvata la riforma) solo 1-2% dei diretti interessati – oppure le menzogne del miglioramento della condizione dei senior o delle donne (un ministro si è spinto a dire che era una riforma di “sinistra”!) non solo non hanno convinto i francesi, ma hanno suscitato una repulsione profonda per come la loro intelligenza è stata vilipesa.
La retorica governativa ha generato un distillato di odio di classe che ora si riversa nelle strade.
Ma il punto vero è che le condizioni di esistenza prefigurate da questo progetto di riforma pensionistica, e la più generale destrutturazione delle residuali garanzie fin qui godute dal popolo francese, sono state la classica goccia che fa traboccare il vaso.
Le classi subalterne in Francia dopo decenni di sconfitte non intendono più tollerare riforme regressive dello status quo. Non credono al mantra neoliberista sulla “necessità” del taglio delle proprie garanzie sociali per salvaguardare la “competitività” del proprio sistema-Paese.
Letteralmente non sopportano più quei manichini della “Start Up Nation” sognata da Macron che vuole trasformare la vita dei ceti popolari – e della ex classe media impoverita – in un inferno.
È finita un epoca.
Il neo-liberismo ha fallito, la sua narrazione non regge più la prova dei fatti, e persino i fallimenti nelle banche statunitensi e svizzere stanno lì a dimostrarlo. Chi ha usato quella narrazione mentre si garantiva una rendita di posizione politica ora vacilla.
Ed un governo senza consenso non può che sparare a zero contro le opposizioni sindacali, politiche e giovanili ed intensificare la repressione.
Elisabeth Borne ha addirittura accusato, a fine giornata, gli “insoumisis” di spronare la violenza utilizzando un linguaggio “guerriero”.
Il leader de La France Insoumise nonché architetto della NUPES, Jean-Luc Mélenchon, continua a spronare i suoi concittadini a “amplificare la lotta” e “proseguire la battaglia”. Dopo la “mozione di sfiducia” all’Assemblea Nazionale, non approvata per soli 9 voti, ha fatto appello ad una “mozione di sfiducia popolare” (“censure populaire”) che si esprimesse ovunque, in ogni città e circostanza.
Mélenchon e gli altri e le altre deputate di LFI e della NUPES hanno fatto quello che dovrebbe fare chi vuole essere il “delegato politico” di un movimento di massa, non solo nelle aule parlamentari – dove hanno condotto una implacabile opposizione in forme anche poco convenzionali – ma anche nei picchetti di sciopero (subendo le cariche di polizia insieme agli altri manifestanti) o di fronte ai luoghi dove sono state trattenute le persone fermate durante le manifestazioni.
Questi deputati si sono comportati come parte organica della protesta, non l’hanno “fiancheggiata” come semplice occasione per un selfie acchiappa-popolarità.
In sintesi, hanno consolidato una “connessione sentimentale” con la parte maggioritaria del Paese, che può ora credere in un’alternativa e vedere una qualità diversa tra espressioni politiche differenti, e non semplici sfumature tra pezzi dello stesso stampo.
Cosa non secondaria, la lotta ha marginalizzato la visibilità dell’estrema destra del Rassemblement Nationale. In Francia, neanche il più servo dei sindacalisti si sognerebbe di invitare Le Pen ad un proprio Congresso...
Dall’altra parte i sindacati, in forme diverse – in maniera più militante le federazioni della CGT ed i dipartimenti che fanno capo alla FSM, oltre a Sud-Solidaires – hanno avuto capacità di tenuta e rilancio della mobilitazione, senza scendere a compromessi con un esecutivo con cui i margini di trattativa sarebbero comunque stati minimi rispetto a un impianto complessivamente regressivo.
In sintesi, anche i sindacati più “moderati” – spinti senz’altro dalla radicalizzazione della propria base – non hanno voluto essere corresponsabili della riforma.
Le casse di resistenza hanno fatto la loro parte con un mutualismo operaio che almeno allevia la condizioni di chi – specie i lavoratori nei settori strategici più importanti – vedrà il proprio salario decurtato non di poco, per di più in tempi di inflazione galoppante.
Una parte importante nella mobilitazione l’hanno avuta le organizzazioni giovanili che hanno contribuito alla creazione di un blocco sociale antagonista alle politiche anti-sociali di Macron e del suo governo. Queste proprio nella giornata di ieri – come nei giorni precedenti – hanno fatto fare un “salto di qualità” al movimento.
La spontaneità dell’azione di massa si è potuta esprimere al meglio perché c’era una solida base organizzativa che ha dato continuità ed incisività alla battaglia, lanciando il cuore oltre l’ostacolo, e mutuando anche forme di azione diretta che in parte travalicavano il quadro dell’azione politico-sindacale, in stile per così dire giletes jaunes.
Ma il sindacalismo d’azione diretta, bisogna ricordarlo, è nato in Francia, così come il “mito” dello sciopero generale politico.
Veniamo alla giornata di mobilitazione.
Sin dalle prime luci dell’alba, ci sono stati blocchi del traffico nelle maggiori arterie stradali in differenti città, come a Lille e a Tolosa. Ma anche azioni di sostegno agli operai degli impianti petrolchimici, sottoposti a requisizione da parte delle autorità prefettizie, come in Normandia; e la mobilitazione massiccia degli studenti delle medie superiori, in oltre 400 istituti in tutto l’Esagono, e degli universitari (con il blocco di 50 università).
A queste azioni si sono sommate le occupazioni dei binari e delle stazioni, dalla Gare de Lyon a Parigi alla Stazione Saint Charles a Marsiglia; oppure l’utilizzo di blocchi di cemento sui percorsi dei bus del traffico urbano a Caen.
Nei settori strategici gli scioperi sono continuati. Per il terzo giorno di fila con operazioni “porto morto”; nel settore chimico, nonostante le requisizione prefettizie che di fatto permettono all’autorità statale di “sequestrare” alcuni lavoratori per costringerli a lavorare.
I lavoratori del settore elettrico e del gas hanno continuato a scioperare, attuando tagli selettivi all’erogazione di energia elettrica. I lavoratori dei trasporti ferroviari (SNCF), della metro parigina (RAPT) e del trasporto aereo hanno reso giovedì 23 una “giornata nera” scioperando in massa.
L’impatto dell’azione è stato amplificato come scritto sopra dall’invasione dei binari, e anche dall’occupazione delle vie d’accesso ad alcuni aereoporti, come per lo Charles-de-Gaulle a Parigi.
Hanno continuato a scioperare gli operatori ecologici, non solo a Parigi, ormai invasa dai rifiuti che vengono puntualmente dati alle fiamme durante le manifestazioni sauvage.
Gli insegnanti (uno su due circa per le organizzazioni sindacali, 1 su 4 per il ministero) sono scesi massicciamente in sciopero sia nelle scuole primarie – dove hanno l’obbligo di comunicare in precedenza la loro adesione o meno – che in quelle secondarie, dove all’inizio di questa settimana hanno “boicottato” le prove generali della maturità (BAC) riformata dall’ex ministro dell’istruzione Blanquer.
Già le manifestazioni svoltesi nella mattinata lasciavano intravedere un’adesione massiccia che avrebbe superato i numeri complessivi delle mobilitazioni precedenti e un superiore livello di tensione.
La manifestazione parigina ha poi visto partecipare, secondo la CGT, 800 mila persone, 280 mila a Marsiglia (solo 16mila secondo la Prefettura), 40mila a Montpellier, 55mila a Lione, e ottimi numeri anche nei centri medi e minori.
Ci sono stati scontri e momenti di tensione a Parigi, Lione, Nantes, Lorient, Rennes, Bordeaux, Tolosa, Strasburgo, Lille. Ma anche nelle città più piccole ci sono stati incidenti, come a Bayonne e Tulle, per fare solo alcuni esempi.
A Rouen un manifestante ha avuto il polso fratturato a causa di una granata “disaccerchiante”; in molte città la polizia ha fatto abbondante uso di gas lacrimogeni e di idranti, a Parigi sin dal suo nascere il corteo è stato diviso in due e poi attaccato.
In serata con un tweet Elisabeth Borne ha condannato “le violenze dei manifestanti” definendole “inaccettabili” ed espresso “tutta la sua riconoscenza alle forze dell’ordine”.
Ma le milizie di Macron serviranno a ben poco e non fermeranno la mobilitazione popolare “fino alla vittoria!”
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17/10/2022
Francia - In piazza contro il carovita e l’inazione climatica
Una domenica di mobilitazione ieri a Parigi, con la “Manifestazione contro il carovita e l’inazione climatica” che ha attraversato la capitale francese da Place de la Nation a quella di Bastille, con 140mila persone in piazza secondo gli organizzatori (30mila secondo la polizia).
La densità del corteo, per chi l’ha attraversato o ha anche solo guardato le foto e i video in diretta, non lascia alcun dubbio circa da che parte penda l’ago della bilancia...
Convocata ufficialmente lo scorso 16 settembre dalle forze politiche che compongono la NUPES – ad eccezione del PCF che aveva preferito “lasciare la priorità ai sindacati nelle piazze” per aderire all’appello solo in un secondo momento – la manifestazione lanciata da La France Insoumise, Europe Ecologie Les Verts e dal Partito Socialista mirava ad inscriversi “nella continuità delle mobilitazioni già intraprese dai sindacati e dalle associazioni, con le giornate di azione nazionale del 22 e 29 settembre e della mobilitazione per il clima del 23 settembre”.
L’appello è stato sottoscritto da 25 associazioni, da ATTAC alla Marche des solidarités dei sans-papiers, da oltre 700 sindacalisti, da diverse organizzazioni giovanili e studentesche e da numerose personalità pubbliche, tra cui spicca il nome di Annie Ernaux, fresca di premio Nobel per la letteratura e in prima linea nella manifestazione parigina insieme ai deputati di punta de La France Insoumise.
L’appello attacca il carovita come conseguenza delle scelte politiche del governo Macron il quale “si rifiuta di aumentare i salari, congelare gli affitti o bloccare i prezzi dei prezzi dell’energia e dei beni di prima necessità” di fronte all’impennata dei prezzi al consumo e delle bollette che continueranno a lievitare nei prossimi mesi.
“Peggio ancora, sta pianificando nuovi attacchi alle pensioni e all’assicurazione contro la disoccupazione e sta organizzando la distruzione dei servizi pubblici, in particolare quelli dell’istruzione e della sanità”.
Infatti, il Presidente Macron è intenzionato a riprendere in mano la maledetta riforma delle pensioni richiesta dalla Commissione europea e accantonata solo per lo scoppio della pandemia di Covid-19.
E questa volta il governo francese sembra intenzionato a marciare spedito, imponendo direttamente il famigerato “articolo 49.3” che consente all'esecutivo (di minoranza, ricordiamo) di adottare un progetto di legge bypassando il voto all’Assemblée Nationale.
Una misura autoritaria resa ancor più “indispensabile” in questa nuova legislatura, poiché il governo guidato da Elisabeth Borne si regge grazie al supporto del Rassemblement Nationale di Marine Le Pen.
Sulle pensioni, la prima ministra e lo stesso Presidente Macron sono ben consapevoli del rischio di “défaillance” anche da parte dei suoi stessi “alleati” su una riforma già altamente impopolare.
Un po’ come avvenuto qualche giorno fa, quando all’Assemblée Nationale, è stata approvata una tassa sui super-dividendi grazie all’astensionismo del gruppo di Horizons (dell’ex primo ministro Edouarde Philippe), i voti del gruppo Modem e persino di 19 deputati di Renaissance (la versione 2.0 de La République En Marche), creando un piccolo scisma interno alla debole maggioranza di governo.
Questa tassa sui super-dividendi arriva qualche giorno dopo l’annuncio di Total Energies che, in virtù del miglior “risultato netto” ottenuto da un’impresa in Francia in tutta la sua storia, distribuirà 2,6 miliardi di euro di dividendi.
Al di là dei profitti stellari che Total sta registrando (5,6 miliardi solo nel secondo trimestre dell'anno) grazie alla speculazione sui prezzi dell’energia, la multinazionale è una delle principali responsabili dell’inquinamento atmosferico e terrestre, delle elevate emissioni di CO2 e di disastri ambientali come nel caso del mega-progetto offshore per l’estrazione di GNL in Mozambico.
La manifestazione di domenica attaccava la politica anti-ecologica di Macron, intenzionato a mettere in campo il progetto di rilancio del nucleare francese con la costruzione di 6 nuovi mini-reattori nucleari “Nuward” con tecnologia EPR2, mentre continuano a registrarsi incidenti nelle centrali nucleari ancora in funzione e di cui viene sistematicamente prolungata l’aspettativa di vita senza i minimi interventi manutentivi necessari.
La rivendicazione di una “biforcazione ecologica” non può che richiedere di “agire per pianificare la transizione necessaria di fronte all’emergenza climatica per porre fine alla nostra dipendenza dai combustibili fossili e alle fluttuazioni dei prezzi del petrolio e del gas”, scrive l’appello.
La questione ecologica è particolarmente percepita dai tanti giovani presenti in piazza, consapevoli della necessità di lotta contro l’intero sistema capitalista, per evitare sia il “giardinaggio” che il “green-washing” neoliberista.
La grande partecipazione alla manifestazione di questa domenica segna un’altra tappa importante in questo autunno di lotta che si sta animando in Francia. Lo sciopero dei lavoratori del settore petrolchimico procede senza alcun segno di resa né di indebolimento nelle raffinerie e nei depositi di Total.
Le precettazioni degli scioperanti volute dal governo e l’accordo firmato dai sindacati complici e servili CFDT e CGE-CGC, nelle raffinerie e nei depositi di ExxonMobil, ha portato la rappresentanza della CGT a interrompere lo sciopero, ma con una ripresa che sarà sicuramente lenta e soltanto parziale a causa dei blocchi che continuano nel resto del settore.
Per martedì 18 ottobre è stata convocata da tutti i sindacati e dalle organizzazioni studentesche una giornata di sciopero interprofessionale per l’aumento dei salari e in difesa del diritto di sciopero, con numerosi settori già in mobilitazione: trasporto pubblico, ferrovie, centrali nucleari, scuola, sanità, porti.
La rabbia sociale crescente e la solidarietà generale con lo sciopero delle raffinerie dimostrano che una dinamica positiva di mobilitazione è in atto, di presa di consapevolezza contro questo sistema e dell’urgenza di una convergenza fondamentale delle lotte sindacali, politiche e sociali.
Se qualcuno pensava ad un inverno freddo, dovrà fare prima i conti con un autunno caldo...
Fonte
09/09/2022
Mélenchon - “Sono qui per sostenere Unione Popolare”
Un bagno di folla ha accolto Jean Luc Melenchon ieri pomeriggio a Roma, nel popolare quartiere di Quadraro-Cinecittà. A poche centinaia di metri dalla piazza dove si è svolta la manifestazione di Unione Popolare, c’è la base militare del Comitato Operativo Interforze, incistata i mezzo ai palazzoni popolari e del quale si chiede l’allontanamento dai quartieri.
Poco prima di arrivare in piazza Melenchon ha avuto un incontro nella vicina sede dell’Usb e poi a piedi si è diretto a piazza dei Consoli dove lo attendevano centinaia di persone.
Prima di Melenchòn hanno preso brevemente la parola Marta Collot, Giuliano Granato di Pap e Luigi De Magistris ribadendo in ogni aspetto il senso della campagna politica dell’Unione Popolare sull’obiettivo della ricostruzione di una rappresentanza politica dei settori popolari di questo paese.
Melenchon è partito subito bello scoppiettante, ha ricordato di aver conosciuto la sinistra italiana quando era “splendente” e dunque di non poterla lasciare sola in un momento di regressione come questo. “Se voi non ci foste, ora non ci sarebbe più niente per resistere. Voi state costruendo il vero futuro dell’Italia” ha detto Melenchon alla gente presente in piazza.
Ha attaccato duramente l’illusione che in Italia come in Francia la destra possa essere quella che pensa al piatto in tavola per le famiglie. Il leader de La France Insoumise ha declinato poi l’anticapitalismo del XXI Secolo a partire dalle battaglie per l’acqua e i beni comuni.
Esplicito il sostegno di Melenchon all’Unione Popolare e a Luigi De Magistris che ha posto così fine alle strumentalizzazioni e alle manipolazioni mediatiche. Si è rivendicato Robespierre e le rivoluzioni popolari in America Latina e Nord Africa come modello di cambiamento alle quali ispirarsi.
Dopo Melenchon hanno preso la parola il sindacalista dell’Usb Guido Lutrario, uno studente, Paolo Ferrero e Maurizio Acerbo del PRC, lo storico Angelo D’Orsi, Yana Ehm parlamentare di ManifestA.
In serata Melenchon è stato ospitato nel Tg de La7 curato da Mentana. Il quale si è confermato un furbetto da poco. Invitando Melenchon in studio eviterà di invitare in tv Unione Popolare e De Magistris. Una escamotage piccola piccola come il giornalista che l’ha elaborata. Assai più ricca, completa e meno strumentale la lunga intervista rilasciata al TG2.
Questa mattina Melenchon ha tenuto una conferenza stampa con Luigi De Magistris di Unione Popolare. Clicca QUI per vedere la conferenza stampa.
Fonte
Poco prima di arrivare in piazza Melenchon ha avuto un incontro nella vicina sede dell’Usb e poi a piedi si è diretto a piazza dei Consoli dove lo attendevano centinaia di persone.
Prima di Melenchòn hanno preso brevemente la parola Marta Collot, Giuliano Granato di Pap e Luigi De Magistris ribadendo in ogni aspetto il senso della campagna politica dell’Unione Popolare sull’obiettivo della ricostruzione di una rappresentanza politica dei settori popolari di questo paese.
Melenchon è partito subito bello scoppiettante, ha ricordato di aver conosciuto la sinistra italiana quando era “splendente” e dunque di non poterla lasciare sola in un momento di regressione come questo. “Se voi non ci foste, ora non ci sarebbe più niente per resistere. Voi state costruendo il vero futuro dell’Italia” ha detto Melenchon alla gente presente in piazza.
Ha attaccato duramente l’illusione che in Italia come in Francia la destra possa essere quella che pensa al piatto in tavola per le famiglie. Il leader de La France Insoumise ha declinato poi l’anticapitalismo del XXI Secolo a partire dalle battaglie per l’acqua e i beni comuni.
Esplicito il sostegno di Melenchon all’Unione Popolare e a Luigi De Magistris che ha posto così fine alle strumentalizzazioni e alle manipolazioni mediatiche. Si è rivendicato Robespierre e le rivoluzioni popolari in America Latina e Nord Africa come modello di cambiamento alle quali ispirarsi.
Dopo Melenchon hanno preso la parola il sindacalista dell’Usb Guido Lutrario, uno studente, Paolo Ferrero e Maurizio Acerbo del PRC, lo storico Angelo D’Orsi, Yana Ehm parlamentare di ManifestA.
In serata Melenchon è stato ospitato nel Tg de La7 curato da Mentana. Il quale si è confermato un furbetto da poco. Invitando Melenchon in studio eviterà di invitare in tv Unione Popolare e De Magistris. Una escamotage piccola piccola come il giornalista che l’ha elaborata. Assai più ricca, completa e meno strumentale la lunga intervista rilasciata al TG2.
Questa mattina Melenchon ha tenuto una conferenza stampa con Luigi De Magistris di Unione Popolare. Clicca QUI per vedere la conferenza stampa.
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25/06/2022
Uno spettro si aggira per l’Europa: vietato parlarne
Ancora a proposito dei risultati del secondo turno per il rinnovo dell’assemblea nazionale francese. Avrete notato, nei giorni scorsi, che, giornali e telegiornali, titolavano tutti, più o meno, nello stesso modo puntando soltanto su due elementi: 1) Macron perde la maggioranza all’Assemblea nazionale ; 2) “Boom di voti per il Rassemblement National di Marie Le Pen”.
Il primo punto non si discute di certo.
Tuttavia, evidenziare, a fronte del crollo del banchiere Emmanuel Macron e della sua coalizione “Ensemble!”, quasi esclusivamente “il boom della Le Pen” (ha preso il 17,3% ma prima aveva solo 8 seggi) e nascondere, allo stesso tempo, lo straordinario risultato (31,6% ) della NUPES di Mélenchon, che ha preso quasi il doppio dei voti della Le Pen:
1) conferma lo stato di degrado abissale del giornalismo italiano;
2) dà un’idea precisa del terrore da parte dell’establishment che si affermi, proprio nel cuore dell’Europa, una grande forza di opposizione che propone una alternativa politica reale;
3) fa il paio con la recente folgorante passione delle cancellerie europee per i neonazisti ucraini.
Insomma, la “Nouvelle Union populaire écologique et sociale (NUPES)”, da domenica sera, è, di gran lunga, la prima forza di opposizione in Francia e potrà contare su 153 deputati ma per la stampa italiana questa straordinaria novità, (ribadisco) nel cuore dell’Europa, non fa notizia.
Anzi, deve essere sistematicamente oscurata ed, infatti, nei talk che fanno da “agenda setting”, non se ne parla nemmeno.
Il perché lo trovate proprio nel programma di France Insoumise che comprende una serie di punti evidentemente indigeribili per le classi dirigenti europee in grave crisi di egemonia da parecchio tempo.
Fonte
Il primo punto non si discute di certo.
Tuttavia, evidenziare, a fronte del crollo del banchiere Emmanuel Macron e della sua coalizione “Ensemble!”, quasi esclusivamente “il boom della Le Pen” (ha preso il 17,3% ma prima aveva solo 8 seggi) e nascondere, allo stesso tempo, lo straordinario risultato (31,6% ) della NUPES di Mélenchon, che ha preso quasi il doppio dei voti della Le Pen:
1) conferma lo stato di degrado abissale del giornalismo italiano;
2) dà un’idea precisa del terrore da parte dell’establishment che si affermi, proprio nel cuore dell’Europa, una grande forza di opposizione che propone una alternativa politica reale;
3) fa il paio con la recente folgorante passione delle cancellerie europee per i neonazisti ucraini.
Insomma, la “Nouvelle Union populaire écologique et sociale (NUPES)”, da domenica sera, è, di gran lunga, la prima forza di opposizione in Francia e potrà contare su 153 deputati ma per la stampa italiana questa straordinaria novità, (ribadisco) nel cuore dell’Europa, non fa notizia.
Anzi, deve essere sistematicamente oscurata ed, infatti, nei talk che fanno da “agenda setting”, non se ne parla nemmeno.
Il perché lo trovate proprio nel programma di France Insoumise che comprende una serie di punti evidentemente indigeribili per le classi dirigenti europee in grave crisi di egemonia da parecchio tempo.
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21/06/2022
Francia, il fiasco di Macron
Il successo nelle presidenziali in Francia produce quasi sempre un effetto positivo per il partito del candidato vincente che, infatti, quando le elezioni parlamentari si tengono di lì a poche settimane, si assicura solitamente la maggioranza assoluta per governare in autonomia. Ciò non è invece accaduto domenica per la coalizione “Insieme” (“Ensemble”) del presidente Macron, la cui popolarità è crollata sotto il peso di una situazione economica e sociale in rapido deterioramento, spingendo per contro verso risultati inaspettati o comunque ampiamente soddisfacenti sia l’alleanza di centro-sinistra NUPES, guidata da Jean-Luc Mélenchon, sia l’estrema destra di Marine Le Pen.
L’ultima volta che un presidente appena eletto ha mancato la maggioranza assoluta nel voto per l’Assemblea Nazionale immediatamente successivo è stata nel 1988. Per Macron, già le presidenziali di aprile erano state tutto fuorché trionfali. Nonostante la rielezione, più che l’entusiasmo suscitato dal presidente in carica era prevalsa la scelta del male minore e il rifiuto di votare per una candidata legata al neo-fascismo.
Dopo un paio di mesi la situazione è ulteriormente peggiorata. Il fatto di essere associati al presidente dei ricchi e al suo pseudo-partito ha causato la sconfitta di molti candidati anche autorevoli o con incarichi di governo. Secondo molti istituti di ricerca, tra cui Ipsos, il numero di seggi inaspettatamente alto ottenuto dall’ex Fronte Nazionale – ora “Rassemblement National” (RN) – e la perdita della maggioranza assoluta da parte del “movimento” di Macron sono dovuti in parte al voto a favore del partito della Le Pen degli elettori di Mélenchon nei collegi uninominali dove il ballottaggio metteva di fronte candidati del RN a quelli di “Ensemble”.
In tutti i casi, il dato politico del voto di domenica è l’incertezza dominante in un’Assemblea Nazionale senza un percorso immediato verso una maggioranza di governo. Si tratta peraltro di uno scenario ormai consueto per le “democrazie” occidentali e per nulla sorprendente vista la competizione delle rispettive classi politiche nel disattendere le promesse elettorali e nel penalizzare gli interessi dei lavoratori e delle classi medie dei loro stessi paesi. L’altro dato che conferma questa realtà è anch’esso tutt’altro che nuovo, quello cioè di un astensionismo molto accentuato. I voti validi nel secondo turno delle legislative di domenica sono stati pari ad appena il 46% degli aventi diritto.
Con 246 seggi, “Ensemble” e il presidente Macron sono molto lontani dalla maggioranza assoluta di 289. A prima vista, l’elettorato francese sembra spaccato in tre blocchi, con gli altri due rappresentati appunto da NUPES (“Nuova Unione Popolare Sociale ed Ecologica”) e dall’ex Fronte Nazionale, aggiudicatisi rispettivamente 142 e 89 seggi. In realtà, la parziale disconnessione delle parlamentari dalle recenti presidenziali, la scarsa partecipazione al voto e la dispersione dei consensi indicano una crescente frustrazione nei confronti dell’intero sistema, non solo da molto tempo non più in grado di offrire una scelta credibile per gli elettori, ma che tende addirittura al peggioramento.
È evidente che gli eventi delle ultime settimane hanno accelerato il processo di disintegrazione della base di consenso, già di per sé traballante, che aveva consentito a Macron di essere riconfermato all’Eliseo, sia pure con tutte le riserve descritte in precedenza. Davanti all’impennata dell’inflazione, alle conseguenze prodotte dalle sanzioni UE – teoricamente destinate a colpire la Russia – e al persistere della minaccia a ciò che resta del welfare in Francia, un’altra fetta dell’elettorato ha voltato le spalle al presidente-banchiere, optando per una delle poche alternative a disposizione: il voto per Mélenchon, per la Le Pen o l’astensionismo.
Il fatto che “Ensemble” resti la formazione politica col maggior numero di seggi all’Assemblea Nazionale nulla toglie alla débacle di Macron. Un’idea più precisa del fallimento del presidente e della sua coalizione la danno i risultati di alcune singole competizioni di secondo turno che hanno visto uscire sconfitti candidati di primissimo piano. Primi fra tutti il presidente dell’Assemblea Nazionale e già segretario del partito di Macron (LREM), Richard Ferrand, e l’ex ministro dell’Interno, Christophe Castaner. I due sono stati battuti rispettivamente in Bretagna e in Provenza da candidati di NUPES. Tra gli altri sconfitti autorevoli ci sono alcuni ministri nominati subito dopo le presidenziali di aprile, come quella della Salute, Brigitte Bourguignon, e dell’Ecologia, Amélie de Montchalin. È riuscita invece a evitare a malapena la sconfitta il neo-primo ministro, Élisabeth Borne, impostasi per un paio di punti percentuali su un giovanissimo e semi-sconosciuto candidato di NUPES.
Il voto è stato in larga misura una bocciatura dell’agenda anti-sociale di Macron, già bersaglio di scioperi e proteste in queste settimane, basata su iniziative come l’aumento dell’età pensionabile, i tagli al welfare e l’incremento delle tasse universitarie. Ciononostante, subito dopo la chiusura delle urne e la diffusione dei primi risultati, esponenti del governo hanno promesso di proseguire sulla strada della “riforme”. L’ex ministro della Salute, Olivier Véran, ha detto ad esempio alla rete TF1 che la coalizione del presidente troverà i voti necessari in parlamento per implementare al più presto le misure allo studio.
La scelta più logica è quella di guardare ai gollisti di “Les Républicains” (LR), i quali, pur avendo confermato lo stato di profonda crisi già evidenziata nelle presidenziali, hanno conquistato 64 seggi che potrebbero tornare utili al programma di “riforme” di Macron. Il leader uscente di LR, Christian Jacob, ha prevedibilmente escluso qualsiasi appoggio al governo e ribadito l’impegno di restare all’opposizione. In realtà, il nuovo esecutivo cercherà di pescare proprio tra i gollisti, così come tra i “moderati” della coalizione di Mélenchon, a cominciare dai neo-eletti del Partito Socialista (PS) o dei Verdi.
Questi ultimi due partiti, anche se presentatisi nella coalizione NUPES, avranno seggi sufficienti per formare gruppi parlamentari autonomi e l’unità con le formazioni più di sinistra – “La France Insoumise” (LFI) di Mélenchon e il Partito Comunista (PCF) – sarà perciò tutta da verificare. Per quanto riguarda Mélenchon, non si è realizzato l’obiettivo di ottenere la maggioranza per costringere Macron a nominarlo primo ministro, alla luce anche dell’ottimo risultato delle presidenziali e del margine di vantaggio, sia pure minimo, ottenuto al primo turno sulla coalizione “Ensemble”.
L’esperimento di NUPES è comunque in larga misura riuscito. Dopo il tracollo dei socialisti al termine della disastrosa presidenza Hollande, la sinistra è tornata a rappresentare un fattore politico di rilievo in Francia, grazie soprattutto a una campagna incentrata sul contrasto a tutto campo alle “riforme” anti-sociali di Macron. Va anche ricordato, per contro, che Mélenchon ha ostentato posizioni non molto diverse da quelle del presidente francese sul fronte della crisi ucraina, arrivando a elogiare la recente visita di Macron a Kiev.
Discorso diverso va fatto a questo proposito per la Le Pen e l’ex Fronte Nazionale. Il RN ha sbancato le elezioni legislative francesi mettendo le mani su un numero di seggi che nessuno aveva pronosticato alla vigilia. Questo partito continua ad avere fortune alterne, senza dubbio per lo scarso appeal che complessivamente il fascismo o post-fascismo esercita in Francia come altrove. Tuttavia, il RN resta un punto di riferimento per il voto di protesta anti-sistema, grazie anche alla trasformazione populista subita in questi anni, con la conseguente adozione di proposte sociali tipicamente di sinistra, e alla promozione di un “sovranismo” che trova terreno fertile in un elettorato sempre più ostile a organi sovranazionali sinonimo di inettitudine e autoritarismo.
Il partito della Le Pen, grazie al risultato ottenuto, avrà nella legislatura entrante uno status diverso rispetto al passato. La maggiore influenza sulla composizione e i lavori delle commissioni parlamentari, assieme agli aumentati spazi per gli interventi dei suoi deputati in aula e maggiori finanziamenti pubblici, daranno ancora più visibilità al RN. Se, in ogni caso, molti schemi ideologici tradizionali sembrano essere andati in frantumi e la Le Pen è stata in pratica l’unica leader politica francese ad avere tenuto una linea relativamente ragionevole sulla questione russo-ucraina, la crescita del suo partito continua a rappresentare una chiara minaccia.
Come tutte le formazioni di estrema destra o apertamente neo-fasciste in Occidente, anche il RN, dietro a una facciata populista e all’appello alle fasce più disagiate della popolazione, trova appoggi tra i poteri forti e nelle strutture statali, in particolare negli ambienti militari e delle forze di sicurezza. Nel caso la crisi dovesse precipitare, è prevedibile che l’estrema destra venga chiamata a svolgere un ruolo politico cruciale per stabilizzare il sistema e schiacciare le resistenze sociali. Al di là dello stigma del neo-fascismo, inoltre, i partiti tradizionali francesi hanno da tempo adottato molte proposte dell’estrema destra. Macron, anzi, nel primo mandato si è spinto talvolta anche oltre, come ad esempio con l’adozione della legge che ha preso di mira la comunità musulmana transalpina.
Con i conflitti politici e sociali pronti a esplodere in un clima economico in forte peggioramento, il quinquennio che sta per iniziare in Francia si annuncia dunque caldissimo. Tra il rilancio delle istanze della sinistra, non necessariamente riflesse dai partiti entrati all’Assemblea Nazionale, l’avanzata dell’ex Fronte Nazionale, la maggioranza assoluta fatta registrare dagli astenuti e un presidente potenzialmente già azzoppato all’alba del suo secondo mandato, il cambiamento resterà impossibile da raggiungere dentro i confini del parlamento, se non in direzione ultra-liberista e con un qualche accordo “al centro”.
Oppure, ancora peggio e come qualcuno ha già ipotizzato, attraverso il ricorso allo strumento dell’articolo 49.3 della Costituzione che consente al governo di bypassare, entro certi limiti, il voto del parlamento e di approvare “per decreto” le proposte di legge più controverse o, per meglio dire, quelle che incontrano le maggiori resistenze tra la popolazione francese.
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L’ultima volta che un presidente appena eletto ha mancato la maggioranza assoluta nel voto per l’Assemblea Nazionale immediatamente successivo è stata nel 1988. Per Macron, già le presidenziali di aprile erano state tutto fuorché trionfali. Nonostante la rielezione, più che l’entusiasmo suscitato dal presidente in carica era prevalsa la scelta del male minore e il rifiuto di votare per una candidata legata al neo-fascismo.
Dopo un paio di mesi la situazione è ulteriormente peggiorata. Il fatto di essere associati al presidente dei ricchi e al suo pseudo-partito ha causato la sconfitta di molti candidati anche autorevoli o con incarichi di governo. Secondo molti istituti di ricerca, tra cui Ipsos, il numero di seggi inaspettatamente alto ottenuto dall’ex Fronte Nazionale – ora “Rassemblement National” (RN) – e la perdita della maggioranza assoluta da parte del “movimento” di Macron sono dovuti in parte al voto a favore del partito della Le Pen degli elettori di Mélenchon nei collegi uninominali dove il ballottaggio metteva di fronte candidati del RN a quelli di “Ensemble”.
In tutti i casi, il dato politico del voto di domenica è l’incertezza dominante in un’Assemblea Nazionale senza un percorso immediato verso una maggioranza di governo. Si tratta peraltro di uno scenario ormai consueto per le “democrazie” occidentali e per nulla sorprendente vista la competizione delle rispettive classi politiche nel disattendere le promesse elettorali e nel penalizzare gli interessi dei lavoratori e delle classi medie dei loro stessi paesi. L’altro dato che conferma questa realtà è anch’esso tutt’altro che nuovo, quello cioè di un astensionismo molto accentuato. I voti validi nel secondo turno delle legislative di domenica sono stati pari ad appena il 46% degli aventi diritto.
Con 246 seggi, “Ensemble” e il presidente Macron sono molto lontani dalla maggioranza assoluta di 289. A prima vista, l’elettorato francese sembra spaccato in tre blocchi, con gli altri due rappresentati appunto da NUPES (“Nuova Unione Popolare Sociale ed Ecologica”) e dall’ex Fronte Nazionale, aggiudicatisi rispettivamente 142 e 89 seggi. In realtà, la parziale disconnessione delle parlamentari dalle recenti presidenziali, la scarsa partecipazione al voto e la dispersione dei consensi indicano una crescente frustrazione nei confronti dell’intero sistema, non solo da molto tempo non più in grado di offrire una scelta credibile per gli elettori, ma che tende addirittura al peggioramento.
È evidente che gli eventi delle ultime settimane hanno accelerato il processo di disintegrazione della base di consenso, già di per sé traballante, che aveva consentito a Macron di essere riconfermato all’Eliseo, sia pure con tutte le riserve descritte in precedenza. Davanti all’impennata dell’inflazione, alle conseguenze prodotte dalle sanzioni UE – teoricamente destinate a colpire la Russia – e al persistere della minaccia a ciò che resta del welfare in Francia, un’altra fetta dell’elettorato ha voltato le spalle al presidente-banchiere, optando per una delle poche alternative a disposizione: il voto per Mélenchon, per la Le Pen o l’astensionismo.
Il fatto che “Ensemble” resti la formazione politica col maggior numero di seggi all’Assemblea Nazionale nulla toglie alla débacle di Macron. Un’idea più precisa del fallimento del presidente e della sua coalizione la danno i risultati di alcune singole competizioni di secondo turno che hanno visto uscire sconfitti candidati di primissimo piano. Primi fra tutti il presidente dell’Assemblea Nazionale e già segretario del partito di Macron (LREM), Richard Ferrand, e l’ex ministro dell’Interno, Christophe Castaner. I due sono stati battuti rispettivamente in Bretagna e in Provenza da candidati di NUPES. Tra gli altri sconfitti autorevoli ci sono alcuni ministri nominati subito dopo le presidenziali di aprile, come quella della Salute, Brigitte Bourguignon, e dell’Ecologia, Amélie de Montchalin. È riuscita invece a evitare a malapena la sconfitta il neo-primo ministro, Élisabeth Borne, impostasi per un paio di punti percentuali su un giovanissimo e semi-sconosciuto candidato di NUPES.
Il voto è stato in larga misura una bocciatura dell’agenda anti-sociale di Macron, già bersaglio di scioperi e proteste in queste settimane, basata su iniziative come l’aumento dell’età pensionabile, i tagli al welfare e l’incremento delle tasse universitarie. Ciononostante, subito dopo la chiusura delle urne e la diffusione dei primi risultati, esponenti del governo hanno promesso di proseguire sulla strada della “riforme”. L’ex ministro della Salute, Olivier Véran, ha detto ad esempio alla rete TF1 che la coalizione del presidente troverà i voti necessari in parlamento per implementare al più presto le misure allo studio.
La scelta più logica è quella di guardare ai gollisti di “Les Républicains” (LR), i quali, pur avendo confermato lo stato di profonda crisi già evidenziata nelle presidenziali, hanno conquistato 64 seggi che potrebbero tornare utili al programma di “riforme” di Macron. Il leader uscente di LR, Christian Jacob, ha prevedibilmente escluso qualsiasi appoggio al governo e ribadito l’impegno di restare all’opposizione. In realtà, il nuovo esecutivo cercherà di pescare proprio tra i gollisti, così come tra i “moderati” della coalizione di Mélenchon, a cominciare dai neo-eletti del Partito Socialista (PS) o dei Verdi.
Questi ultimi due partiti, anche se presentatisi nella coalizione NUPES, avranno seggi sufficienti per formare gruppi parlamentari autonomi e l’unità con le formazioni più di sinistra – “La France Insoumise” (LFI) di Mélenchon e il Partito Comunista (PCF) – sarà perciò tutta da verificare. Per quanto riguarda Mélenchon, non si è realizzato l’obiettivo di ottenere la maggioranza per costringere Macron a nominarlo primo ministro, alla luce anche dell’ottimo risultato delle presidenziali e del margine di vantaggio, sia pure minimo, ottenuto al primo turno sulla coalizione “Ensemble”.
L’esperimento di NUPES è comunque in larga misura riuscito. Dopo il tracollo dei socialisti al termine della disastrosa presidenza Hollande, la sinistra è tornata a rappresentare un fattore politico di rilievo in Francia, grazie soprattutto a una campagna incentrata sul contrasto a tutto campo alle “riforme” anti-sociali di Macron. Va anche ricordato, per contro, che Mélenchon ha ostentato posizioni non molto diverse da quelle del presidente francese sul fronte della crisi ucraina, arrivando a elogiare la recente visita di Macron a Kiev.
Discorso diverso va fatto a questo proposito per la Le Pen e l’ex Fronte Nazionale. Il RN ha sbancato le elezioni legislative francesi mettendo le mani su un numero di seggi che nessuno aveva pronosticato alla vigilia. Questo partito continua ad avere fortune alterne, senza dubbio per lo scarso appeal che complessivamente il fascismo o post-fascismo esercita in Francia come altrove. Tuttavia, il RN resta un punto di riferimento per il voto di protesta anti-sistema, grazie anche alla trasformazione populista subita in questi anni, con la conseguente adozione di proposte sociali tipicamente di sinistra, e alla promozione di un “sovranismo” che trova terreno fertile in un elettorato sempre più ostile a organi sovranazionali sinonimo di inettitudine e autoritarismo.
Il partito della Le Pen, grazie al risultato ottenuto, avrà nella legislatura entrante uno status diverso rispetto al passato. La maggiore influenza sulla composizione e i lavori delle commissioni parlamentari, assieme agli aumentati spazi per gli interventi dei suoi deputati in aula e maggiori finanziamenti pubblici, daranno ancora più visibilità al RN. Se, in ogni caso, molti schemi ideologici tradizionali sembrano essere andati in frantumi e la Le Pen è stata in pratica l’unica leader politica francese ad avere tenuto una linea relativamente ragionevole sulla questione russo-ucraina, la crescita del suo partito continua a rappresentare una chiara minaccia.
Come tutte le formazioni di estrema destra o apertamente neo-fasciste in Occidente, anche il RN, dietro a una facciata populista e all’appello alle fasce più disagiate della popolazione, trova appoggi tra i poteri forti e nelle strutture statali, in particolare negli ambienti militari e delle forze di sicurezza. Nel caso la crisi dovesse precipitare, è prevedibile che l’estrema destra venga chiamata a svolgere un ruolo politico cruciale per stabilizzare il sistema e schiacciare le resistenze sociali. Al di là dello stigma del neo-fascismo, inoltre, i partiti tradizionali francesi hanno da tempo adottato molte proposte dell’estrema destra. Macron, anzi, nel primo mandato si è spinto talvolta anche oltre, come ad esempio con l’adozione della legge che ha preso di mira la comunità musulmana transalpina.
Con i conflitti politici e sociali pronti a esplodere in un clima economico in forte peggioramento, il quinquennio che sta per iniziare in Francia si annuncia dunque caldissimo. Tra il rilancio delle istanze della sinistra, non necessariamente riflesse dai partiti entrati all’Assemblea Nazionale, l’avanzata dell’ex Fronte Nazionale, la maggioranza assoluta fatta registrare dagli astenuti e un presidente potenzialmente già azzoppato all’alba del suo secondo mandato, il cambiamento resterà impossibile da raggiungere dentro i confini del parlamento, se non in direzione ultra-liberista e con un qualche accordo “al centro”.
Oppure, ancora peggio e come qualcuno ha già ipotizzato, attraverso il ricorso allo strumento dell’articolo 49.3 della Costituzione che consente al governo di bypassare, entro certi limiti, il voto del parlamento e di approvare “per decreto” le proposte di legge più controverse o, per meglio dire, quelle che incontrano le maggiori resistenze tra la popolazione francese.
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20/06/2022
Se la sinistra radicale avanza, i media padronali silenziano
Come molti, ieri sera, siamo rimasti basiti guardando i titoli dei principali quotidiani italiani – Repubblica, Corriere, Sole24Ore, nelle loro edizioni online – che resocontavano il per loro terribile risultato delle elezioni politiche in Francia.
Tutti e tre, ed anche altri, resocontavano “Macron non ha la maggioranza, exploit di Marine Le Pen”. Poche variazioni lessicali, nessun accenno – neanche nel “catenaccio” – alla clamorosa avanzata di Nupes, la coalizione guidata da Jean-Luc Mélenchon che passa da 17 a 142 deputati.
Anche senza voler evocare una visione “complottistica” (i direttori dei vari giornali che si telefonano per concordare “come diamo ‘sta notizia?”), di sicuro si tratta di una monoliticità che va spiegata. Come minimo bisogna parlare di una “cultura unica” – ricordate il “pensiero unico”? – che fa ragionare nell’identico modo cervelli che dovrebbero essere teoricamente in competizione (per vendere prodotti con nomi diversi).
È la cultura unica egemonica ormai da un trentennio, secondo cui qualsiasi opzione sociale o politica di “sinistra radicale”, espressione di bisogni popolari, contrastante dunque oggettivamente con i “programmi di riforme” neoliberisti, non deve esistere.
E se pure esiste non se ne parla. Che è poi il modo con cui il sistema mediatico concorre, specialisticamente, a far sì che non esista o non sopravviva.
Nel mondo immaginario del pensiero neoliberista, insomma, può esistere solo l’interesse del grande capitale multinazionale. Quello che – indipendentemente dal passaporto in tasca ai consiglieri di amministrazione, agli azionisti o persino ai “proprietari fisici” – ragiona (perché opera) su un piano internazionale, condizionando le politiche degli stati e reclamando un “ordine sovranazionale” fatto di regole e istituzioni che gli permettano di muoversi senza ostacoli e senza resistenze.
Al massimo, visto che “in democrazia” deve pur sempre essere rappresentata una parvenza di “pluralismo”, ci può essere soltanto un “pericolo di estrema destra”, rappresentato da personaggi così clamorosamente inadeguati da non costituire mai un vero problema. A meno che...
È lo schema che in Italia ha prodotto l’ideologia del “voto utile” (in Francia si chiama barrage repubblicano), accettando la quale la sinistra comunista si è suicidata nell’arco di un ventennio.
Paradossalmente ma non troppo, proprio la rigidità assoluta di questo schema, in cui ad una destra liberista sovranazionale ed “europeista” si contrappone una estrema destra razzista e nazionalista, ha prodotto quel che si diceva volesse evitare: il radicamento sociale dell’estrema destra.
Non è difficile da capire. Se c’è un solo modo di governare, e un solo tipo di interessi sociali da affermare (“dobbiamo attirare i capitali internazionali”, dunque “eliminare lacci e lacciuoli alla libera impresa”), una sola guida politico-economica centralizzata nelle tecnoburocrazie di Bruxelles e Francoforte, è inevitabile che tutti gli interessi sociali dimenticati o attaccati da queste politiche finiscano per rivolgersi all’”unica” offerta politica di cui i media siano disposti a parlare: l’estrema destra razzista, fascista, nazionalista. Che viene però ribattezzata “sovranista”, perché rappresentante di una “borghesia minore”, senza respiro – senza business – al di fuori dei confini nazionali...
Il panorama politico francese ci offre fortunatamente una istantanea che spezza questo schema liberale e neofascista (il fascismo attuale non è tanto la nostalgia per i gagliardetti e il braccio teso, quanto la neoformazione reazionaria espressione dei nuovi poteri egemoni, abbastanza disinvolta da dipingere come “partigiani” i nazisti del battaglione Azov).
Lì esiste da anni una sinistra radicale che lotta, si interfaccia con i movimenti popolari spontanei (dai Gilets Jaunes al sindacato conflittuale, come la parte di Cgt che aderisce alla Fsm), ha un programma che prevede la revisione totale dei trattati europei o, in alternativa, un “plan B” che prevede anche l’uscita dall’Unione Europea.
La France Insoumise infatti è il centro motore dell’aggregazione elettorale chiamata Nupes. E bisogna ricordare a tutti i “sinistri del voto utile” che è proprio questa caratteristica ad aver permesso di costruire quel “cartello vincente” che qui in Italia risulta invece sempre fallimentare.
In altri termini, è proprio la forza più critica rispetto all’Unione Europea – Le Pen ha a volte cavalcato il tema, ma le sue prime dichiarazioni post-voto mostrano che si è già calata del ruolo dell’”opposizione responsabile”; euro-atlantica, insomma, in stile Di Maio o Salvini – quella che ha saputo creare la massa critica popolare necessaria a fa convergere spezzoni di partiti o movimenti (dai socialisti di sinistra agli ambientalisti, ecc.) altrimenti destinati alla polverizzazione.
Per fare una forza politica, sembra banale dirlo, ci voglio idee forti. E se le metti in campo “le masse” le capiscono, magari lentamente, ma le capiscono.
Non serve una “nuova ideologia” che sostituisca gli ideali socialisti o comunisti, insomma, ma la capacità di far vivere quei valori nella critica delle istituzioni reali che abbiamo di fronte e che contribuiscono allo sfruttamento del nostro blocco sociale.
Non è dunque strano che sia il sistema dei media – posseduto e controllato da gruppi multinazionali “europeisti” e/o euro-atlantici (do you remember Agnelli?) ad aver colto meglio e per primo “il pericolo vero”: una sinistra che critica radicalmente l’esistente e propone soluzioni altrettanto radicali. Le uniche logicamente all’altezza dei problemi che lavoratori, pensionati, giovani, poveri, ecc., quotidianamente affrontano.
E, avendo colto, i media padronali hanno messo da anni in moto i meccanismi e le tecniche per azzerare questo pericolo. Censurando, mostrificando, mentendo, dossierando…
Ma se le idee sono forti, e non si è disposti a scambiarle per una poltrona istituzionale magari anche minima, alla fine i risultati si vedono.
Anche con il “voto utile”, si sono visti. Ma ve li lasciamo volentieri...
Fonte
Tutti e tre, ed anche altri, resocontavano “Macron non ha la maggioranza, exploit di Marine Le Pen”. Poche variazioni lessicali, nessun accenno – neanche nel “catenaccio” – alla clamorosa avanzata di Nupes, la coalizione guidata da Jean-Luc Mélenchon che passa da 17 a 142 deputati.
Anche senza voler evocare una visione “complottistica” (i direttori dei vari giornali che si telefonano per concordare “come diamo ‘sta notizia?”), di sicuro si tratta di una monoliticità che va spiegata. Come minimo bisogna parlare di una “cultura unica” – ricordate il “pensiero unico”? – che fa ragionare nell’identico modo cervelli che dovrebbero essere teoricamente in competizione (per vendere prodotti con nomi diversi).
È la cultura unica egemonica ormai da un trentennio, secondo cui qualsiasi opzione sociale o politica di “sinistra radicale”, espressione di bisogni popolari, contrastante dunque oggettivamente con i “programmi di riforme” neoliberisti, non deve esistere.
E se pure esiste non se ne parla. Che è poi il modo con cui il sistema mediatico concorre, specialisticamente, a far sì che non esista o non sopravviva.
Nel mondo immaginario del pensiero neoliberista, insomma, può esistere solo l’interesse del grande capitale multinazionale. Quello che – indipendentemente dal passaporto in tasca ai consiglieri di amministrazione, agli azionisti o persino ai “proprietari fisici” – ragiona (perché opera) su un piano internazionale, condizionando le politiche degli stati e reclamando un “ordine sovranazionale” fatto di regole e istituzioni che gli permettano di muoversi senza ostacoli e senza resistenze.
Al massimo, visto che “in democrazia” deve pur sempre essere rappresentata una parvenza di “pluralismo”, ci può essere soltanto un “pericolo di estrema destra”, rappresentato da personaggi così clamorosamente inadeguati da non costituire mai un vero problema. A meno che...
È lo schema che in Italia ha prodotto l’ideologia del “voto utile” (in Francia si chiama barrage repubblicano), accettando la quale la sinistra comunista si è suicidata nell’arco di un ventennio.
Paradossalmente ma non troppo, proprio la rigidità assoluta di questo schema, in cui ad una destra liberista sovranazionale ed “europeista” si contrappone una estrema destra razzista e nazionalista, ha prodotto quel che si diceva volesse evitare: il radicamento sociale dell’estrema destra.
Non è difficile da capire. Se c’è un solo modo di governare, e un solo tipo di interessi sociali da affermare (“dobbiamo attirare i capitali internazionali”, dunque “eliminare lacci e lacciuoli alla libera impresa”), una sola guida politico-economica centralizzata nelle tecnoburocrazie di Bruxelles e Francoforte, è inevitabile che tutti gli interessi sociali dimenticati o attaccati da queste politiche finiscano per rivolgersi all’”unica” offerta politica di cui i media siano disposti a parlare: l’estrema destra razzista, fascista, nazionalista. Che viene però ribattezzata “sovranista”, perché rappresentante di una “borghesia minore”, senza respiro – senza business – al di fuori dei confini nazionali...
Il panorama politico francese ci offre fortunatamente una istantanea che spezza questo schema liberale e neofascista (il fascismo attuale non è tanto la nostalgia per i gagliardetti e il braccio teso, quanto la neoformazione reazionaria espressione dei nuovi poteri egemoni, abbastanza disinvolta da dipingere come “partigiani” i nazisti del battaglione Azov).
Lì esiste da anni una sinistra radicale che lotta, si interfaccia con i movimenti popolari spontanei (dai Gilets Jaunes al sindacato conflittuale, come la parte di Cgt che aderisce alla Fsm), ha un programma che prevede la revisione totale dei trattati europei o, in alternativa, un “plan B” che prevede anche l’uscita dall’Unione Europea.
La France Insoumise infatti è il centro motore dell’aggregazione elettorale chiamata Nupes. E bisogna ricordare a tutti i “sinistri del voto utile” che è proprio questa caratteristica ad aver permesso di costruire quel “cartello vincente” che qui in Italia risulta invece sempre fallimentare.
In altri termini, è proprio la forza più critica rispetto all’Unione Europea – Le Pen ha a volte cavalcato il tema, ma le sue prime dichiarazioni post-voto mostrano che si è già calata del ruolo dell’”opposizione responsabile”; euro-atlantica, insomma, in stile Di Maio o Salvini – quella che ha saputo creare la massa critica popolare necessaria a fa convergere spezzoni di partiti o movimenti (dai socialisti di sinistra agli ambientalisti, ecc.) altrimenti destinati alla polverizzazione.
Per fare una forza politica, sembra banale dirlo, ci voglio idee forti. E se le metti in campo “le masse” le capiscono, magari lentamente, ma le capiscono.
Non serve una “nuova ideologia” che sostituisca gli ideali socialisti o comunisti, insomma, ma la capacità di far vivere quei valori nella critica delle istituzioni reali che abbiamo di fronte e che contribuiscono allo sfruttamento del nostro blocco sociale.
Non è dunque strano che sia il sistema dei media – posseduto e controllato da gruppi multinazionali “europeisti” e/o euro-atlantici (do you remember Agnelli?) ad aver colto meglio e per primo “il pericolo vero”: una sinistra che critica radicalmente l’esistente e propone soluzioni altrettanto radicali. Le uniche logicamente all’altezza dei problemi che lavoratori, pensionati, giovani, poveri, ecc., quotidianamente affrontano.
E, avendo colto, i media padronali hanno messo da anni in moto i meccanismi e le tecniche per azzerare questo pericolo. Censurando, mostrificando, mentendo, dossierando…
Ma se le idee sono forti, e non si è disposti a scambiarle per una poltrona istituzionale magari anche minima, alla fine i risultati si vedono.
Anche con il “voto utile”, si sono visti. Ma ve li lasciamo volentieri...
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14/05/2022
Francia - La sfida della Nuova Unione Popolare
Il 12 e 19 giugno si svolgeranno le elezioni politiche in Francia. Sono tre i “poli” che aspirano ad avere la maggioranza alle urne, e quindi a governare l’Esagono.
Il primo polo è quello neo-liberista tout court del presidente rieletto Emanuel Macron, con LREM – la formazione da lui creata per le precedenti elezioni – divenuta Renaissance con un’operazione di cosmesi elettorale. Il secondo è quello liberista-conservatore di Marine Le Pen con il RN (erede politico del FN del padre) ed il terzo, quello della NUPES.
NUPES sta per Nouvelle Union Populaire écologique et sociale. È una coalizione elettorale nata per iniziativa dell’Unione Populaire – il progetto politico messo in campo per le recenti elezioni presidenziali da La France Insoumise – a cui hanno aderito il polo ecologista (di cui EELV è il perno), il Partito Comunista Francese (PCF) ed il Partito Socialista (PS).
È un “capolavoro politico” di Jean-Luc Mélénchon, che un recente sondaggio di Elabe dà come la seconda personalità politica – dopo Edouard Philippe – cui i francesi danno maggiore fiducia con il 35%, avanti a Macron (con il 34%) e Le Pen al 33%.
Questa alleanza ha tenuto la suo prima Convetion d’investiture sabato scorso a Seine-Saint-Denis – nella periferia parigina – all’interno dei Docks d’Aubervilliers.
La coalizione ha adottato come simbolo la lettera “ni” dell’alfabeto greco, corrispondente alla “N” per “NOUPES”, la cui grafia equivale ad una “V”, che sta ovviamente per Vittoria.
Una meeting durato più di tre ore in cui hanno preso voce volti più o meno noti di politici, a cominciare dai leader delle formazioni e dei candidati espressione di un ampio blocco sociale che ha trovato una dignitosa rappresentazione politica unitaria, di cui gli insoumis/es sono stati il perno, nonché il motore.
La NUPES aspira ad ottenere quei 289 seggi che assicurerebbero la maggioranza in Parlamento.
É Jean-Luc Mélénchon che ha chiuso gli interventi, ricordando i caratteri inediti di questa coalizione ed il suo radicale programma di rottura contro il neo-liberismo.
Si tratta di una alleanza nata su base bilaterale, tra il progetto di Jean-Luc Mélénchon e le altre formazioni, e che a seconda dei soggetti coinvolti ha messo l’accento su differenti aspetti: la “pianificazione ecologica” ha veicolato l’accordo con i verdi, che hanno votato a larga maggioranza per l’ipotesi; la “nazionalizzazione” ha fatto altrettanto con i comunisti, con cui LFI aveva già dato altre volte vita al Front de Gauche; la “disobbedienza” ai Trattati della UE – e non l’uscita dall’Unione Europea, cioè il famoso “Piano B” elaborato in precedenza – nel caso di impossibilità di dare forma concreta ai vari punti del programma, per convincere i socialisti di Olivier Faure.
Una operazione politica che ha conosciuto resistenze interne, specie tra i socialisti, e che porterà gli “elefanti” – così vengono chiamati in Francia – a sostenere propri candidati “dissidenti”, così come ha suscitato le ire di (ex) storiche figure dell’ecologismo divenute macroniste, come José Bové o Daniel-Cohn Bendit.
Alla sinistra, il NPA troskista – 0,7% al primo turno delle presidenziali – si è chiamato fuori dalla partita, anche se dovrebbe sostenere i candidati che riterrà validi nelle singole circoscrizioni.
Un’alleanza che fa assumere alle elezioni uno spessore differente rispetto a quello avuto negli ultimi 20 anni, quando presidenziali e legislative sono state “sincronizzate” a vantaggio del rigido profilo presidenziale della V Repubblica, e che potrebbero portare ad una coabitazione tra Macron presidente all’Eliseo e Mélénchon Primo Ministro a Matignon.
Se la formazione del Presidente non avrà la maggioranza, come avvenuto già tre volte in passato, dovrà conferire l’incarico di capo del governo al leader della NUPES.
Una situazione piuttosto inedita rispetto a quelle che avevano visto Mitterand, come presidente, coabitare prima con Chirac e poi con Balladur, e poi in senso inverso Chirac con Jospin poco più di vent’anni fa.
Quello della NUPES è un accordo programmatico che ha già dei punti qualificanti, da sviluppare ulteriormente questa settimana, che impegna le formazioni, ma che lascerà loro spazio nel quadro di gruppi indipendenti nell’Assemblée National, con un inter-gruppi che si avvantaggerà del lavoro comune di opposizione svolto in questi ultimi anni, canali di finanziamento propri, e che assicurerà – nella spartizione dei 577 seggi – il mantenimento dello stesso numero di deputati a verdi, comunisti e socialisti. Cosa assolutamente non scontata se non si fosse costituita la coalizione.
Questo anche per le regole elettorali, che permettono di andare al secondo turno solo alle formazioni che hanno ottenuto il 12,5% degli aventi diritto, e non dei voti ottenuti.
Questo vuol dire che in una circoscrizione in cui l’astensione è alta il numero dei voti dovrà essere molto elevato.
Gli ecologisti hanno avuto il candidato in 100 circoscrizioni, una settantina il PS (che non aveva raggiunto il 2% al primo turno delle presidenziali), 50 il PCF – che aveva ottenuto il 2,5% – tutte le altre 326 sono andate a La France Insoumise.
Diamo un occhiata al programma.
I primi punti comuni sono:
- la creazione di un sostegno economico per i giovani che li renda autonomi (allocation d’autonomie jeunesse);
- il blocco dei prezzi dei prodotti di prima necessità per fermare il calo del potere d’acquisto delle classi popolari;
- la messa in opera di una regime fiscale progressivo che ristabilisca la patrimoniale abolita da Macron (ISF) e abolisca la Flax Tax;
- un programma di pianificazione democratica della giustizia ecologica;
- l’uguaglianza di genere, con la parificazione salariale, un miliardo di euro stanziati nella lotta contro le violenze alle donne e l’allungamento della durata del congedo parentale;
- una politica di sanità pubblica che garantisca a tutti il diritto all’accesso alle cure, la prevenzione e lotti contro la desertificazione ospedaliera;
- l’età pensionabile a 60 anni, mentre Macron la vuol portare a 65;
- lo sviluppo dei servizi pubblici ed il rifiuto della loro privatizzazione;
- l’aumento del Salario Minimo Inter-categoriale (SMIC) a 1400 euro, oltre all’organizzazione di una conferenza sociale sui salari, la formazione, le condizioni di lavoro e la pensione;
- la fine della “monarchia presidenziale” con la VI Repubblica, il Referendum d’Iniziativa Cittadina (RIC) ed altre forme per democratizzare la vita politica del paese.
Un programma di rottura quindi rispetto a quel combinato disposto tra torsione autoritaria e austerità sociale portato avanti da Macron, cui si sono aggiunti nel dettaglio altri aspetti rilevanti sottolineati dagli interventi della prima Convention nella periferia parigina: la difesa della scuola pubblica, la questione abitativa, l’amnistia e la lotta contro le violenze poliziesche, la transizione verso una agricoltura biologica, la lotta al razzismo.
A questo “distillato politico-programmatico” di ciò che i movimenti hanno espresso negli ultimi 5 anni si sta affiancando una mobilitazione elettorale senza precedenti.
Una sfida, quella della NUPES, che impensierisce non solo l’establishment politico francese ma le oligarchie continentali che hanno in Macron il proprio alfiere.
Come ha detto il direttore della campagna dell’Union Populaire per le presidenziali, ed architetto dell’alleanza della NUPES: “un altro mondo è ancora possibile”.
Fonte
Il primo polo è quello neo-liberista tout court del presidente rieletto Emanuel Macron, con LREM – la formazione da lui creata per le precedenti elezioni – divenuta Renaissance con un’operazione di cosmesi elettorale. Il secondo è quello liberista-conservatore di Marine Le Pen con il RN (erede politico del FN del padre) ed il terzo, quello della NUPES.
NUPES sta per Nouvelle Union Populaire écologique et sociale. È una coalizione elettorale nata per iniziativa dell’Unione Populaire – il progetto politico messo in campo per le recenti elezioni presidenziali da La France Insoumise – a cui hanno aderito il polo ecologista (di cui EELV è il perno), il Partito Comunista Francese (PCF) ed il Partito Socialista (PS).
È un “capolavoro politico” di Jean-Luc Mélénchon, che un recente sondaggio di Elabe dà come la seconda personalità politica – dopo Edouard Philippe – cui i francesi danno maggiore fiducia con il 35%, avanti a Macron (con il 34%) e Le Pen al 33%.
Questa alleanza ha tenuto la suo prima Convetion d’investiture sabato scorso a Seine-Saint-Denis – nella periferia parigina – all’interno dei Docks d’Aubervilliers.
La coalizione ha adottato come simbolo la lettera “ni” dell’alfabeto greco, corrispondente alla “N” per “NOUPES”, la cui grafia equivale ad una “V”, che sta ovviamente per Vittoria.
Una meeting durato più di tre ore in cui hanno preso voce volti più o meno noti di politici, a cominciare dai leader delle formazioni e dei candidati espressione di un ampio blocco sociale che ha trovato una dignitosa rappresentazione politica unitaria, di cui gli insoumis/es sono stati il perno, nonché il motore.
La NUPES aspira ad ottenere quei 289 seggi che assicurerebbero la maggioranza in Parlamento.
É Jean-Luc Mélénchon che ha chiuso gli interventi, ricordando i caratteri inediti di questa coalizione ed il suo radicale programma di rottura contro il neo-liberismo.
Si tratta di una alleanza nata su base bilaterale, tra il progetto di Jean-Luc Mélénchon e le altre formazioni, e che a seconda dei soggetti coinvolti ha messo l’accento su differenti aspetti: la “pianificazione ecologica” ha veicolato l’accordo con i verdi, che hanno votato a larga maggioranza per l’ipotesi; la “nazionalizzazione” ha fatto altrettanto con i comunisti, con cui LFI aveva già dato altre volte vita al Front de Gauche; la “disobbedienza” ai Trattati della UE – e non l’uscita dall’Unione Europea, cioè il famoso “Piano B” elaborato in precedenza – nel caso di impossibilità di dare forma concreta ai vari punti del programma, per convincere i socialisti di Olivier Faure.
Una operazione politica che ha conosciuto resistenze interne, specie tra i socialisti, e che porterà gli “elefanti” – così vengono chiamati in Francia – a sostenere propri candidati “dissidenti”, così come ha suscitato le ire di (ex) storiche figure dell’ecologismo divenute macroniste, come José Bové o Daniel-Cohn Bendit.
Alla sinistra, il NPA troskista – 0,7% al primo turno delle presidenziali – si è chiamato fuori dalla partita, anche se dovrebbe sostenere i candidati che riterrà validi nelle singole circoscrizioni.
Un’alleanza che fa assumere alle elezioni uno spessore differente rispetto a quello avuto negli ultimi 20 anni, quando presidenziali e legislative sono state “sincronizzate” a vantaggio del rigido profilo presidenziale della V Repubblica, e che potrebbero portare ad una coabitazione tra Macron presidente all’Eliseo e Mélénchon Primo Ministro a Matignon.
Se la formazione del Presidente non avrà la maggioranza, come avvenuto già tre volte in passato, dovrà conferire l’incarico di capo del governo al leader della NUPES.
Una situazione piuttosto inedita rispetto a quelle che avevano visto Mitterand, come presidente, coabitare prima con Chirac e poi con Balladur, e poi in senso inverso Chirac con Jospin poco più di vent’anni fa.
Quello della NUPES è un accordo programmatico che ha già dei punti qualificanti, da sviluppare ulteriormente questa settimana, che impegna le formazioni, ma che lascerà loro spazio nel quadro di gruppi indipendenti nell’Assemblée National, con un inter-gruppi che si avvantaggerà del lavoro comune di opposizione svolto in questi ultimi anni, canali di finanziamento propri, e che assicurerà – nella spartizione dei 577 seggi – il mantenimento dello stesso numero di deputati a verdi, comunisti e socialisti. Cosa assolutamente non scontata se non si fosse costituita la coalizione.
Questo anche per le regole elettorali, che permettono di andare al secondo turno solo alle formazioni che hanno ottenuto il 12,5% degli aventi diritto, e non dei voti ottenuti.
Questo vuol dire che in una circoscrizione in cui l’astensione è alta il numero dei voti dovrà essere molto elevato.
Gli ecologisti hanno avuto il candidato in 100 circoscrizioni, una settantina il PS (che non aveva raggiunto il 2% al primo turno delle presidenziali), 50 il PCF – che aveva ottenuto il 2,5% – tutte le altre 326 sono andate a La France Insoumise.
Diamo un occhiata al programma.
I primi punti comuni sono:
- la creazione di un sostegno economico per i giovani che li renda autonomi (allocation d’autonomie jeunesse);
- il blocco dei prezzi dei prodotti di prima necessità per fermare il calo del potere d’acquisto delle classi popolari;
- la messa in opera di una regime fiscale progressivo che ristabilisca la patrimoniale abolita da Macron (ISF) e abolisca la Flax Tax;
- un programma di pianificazione democratica della giustizia ecologica;
- l’uguaglianza di genere, con la parificazione salariale, un miliardo di euro stanziati nella lotta contro le violenze alle donne e l’allungamento della durata del congedo parentale;
- una politica di sanità pubblica che garantisca a tutti il diritto all’accesso alle cure, la prevenzione e lotti contro la desertificazione ospedaliera;
- l’età pensionabile a 60 anni, mentre Macron la vuol portare a 65;
- lo sviluppo dei servizi pubblici ed il rifiuto della loro privatizzazione;
- l’aumento del Salario Minimo Inter-categoriale (SMIC) a 1400 euro, oltre all’organizzazione di una conferenza sociale sui salari, la formazione, le condizioni di lavoro e la pensione;
- la fine della “monarchia presidenziale” con la VI Repubblica, il Referendum d’Iniziativa Cittadina (RIC) ed altre forme per democratizzare la vita politica del paese.
Un programma di rottura quindi rispetto a quel combinato disposto tra torsione autoritaria e austerità sociale portato avanti da Macron, cui si sono aggiunti nel dettaglio altri aspetti rilevanti sottolineati dagli interventi della prima Convention nella periferia parigina: la difesa della scuola pubblica, la questione abitativa, l’amnistia e la lotta contro le violenze poliziesche, la transizione verso una agricoltura biologica, la lotta al razzismo.
A questo “distillato politico-programmatico” di ciò che i movimenti hanno espresso negli ultimi 5 anni si sta affiancando una mobilitazione elettorale senza precedenti.
Una sfida, quella della NUPES, che impensierisce non solo l’establishment politico francese ma le oligarchie continentali che hanno in Macron il proprio alfiere.
Come ha detto il direttore della campagna dell’Union Populaire per le presidenziali, ed architetto dell’alleanza della NUPES: “un altro mondo è ancora possibile”.
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