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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/01/2024

Francia - Nuovo governo, vecchia crisi

A neanche due anni dalla sua rielezione, il presidente francese Emmanuel Macron ha deciso di “far saltare” la prima ministra Élisabeth Borne e aprire quindi ad un “rimpasto di governo” la cui portata è ancora tutta da valutare.

Ieri, Macron ha nominato come nuovo primo ministro Gabriel Attal, ministro dell’Educazione nazionale e già portavoce del governo.

A 34 anni, Attal diviene ufficialmente il più giovane Primo Ministro nella storia della Quinta Repubblica. La sua nomina ha sorpreso non poco i commentatori politici, più propensi a vedere a Matignon (sede del governo francese) Sébastien Lecornu, ministro delle Forze armate, o Julien Denormandie, ex ministro dell’Agricoltura.

Sostenitore di Emmanuel Macron dal 2016, l’ex “socialista” Gabriel Attal ha avuto un’ascesa fulminante all’ombra del capo di Stato: eletto deputato nel 2017, ha trascorso appena un solo anno all’Assemblée Nationale prima di entrare nel governo, come segretario di Stato per l’Educazione Nazionale, in seguito portavoce del governo tra il 2020 e il 2022, fino alla carica di Ministro dei Conti Pubblici e poi Ministro dell’Educazione Nazionale (da luglio 2023).

All’ombra dell’ex ministro Jean-Michel Blanquer, Attal ha supervisionato gli inizi del Servizio Nazionale Universale (SNU) per i giovani tra i 15 e i 17 anni.

Come portavoce, ha difeso la “strategia” del governo durante il periodo segnato dalla pandemia e il ricorso ai “consigli” del cabinet McKinsey per 4 milioni di euro.

In qualità di ministro ha difeso gli sgravi fiscali per le imprese e, infine, vietato l’abaya nelle scuole in quanto “indumento che apparentemente manifesta un’affiliazione religiosa”.

Gabriel Attal è cresciuto e si è abbeverato al biberon della Macronie: la sua linea politica è quella del Presidente della Repubblica. Potrebbe essere stata proprio la sua immanchevole e supina fedeltà a motivare la scelta di Macron, senza creare ulteriori malumori nella “minoranza di governo”.

Una constatazione che mina radicalmente la credibilità di Attal come figura “autorevole” e lo fa vedere semmai come una “testa di turco”, esecutore di strategie altrui.

Élisabeth Borne ha traghettato il governo francese fino all’approvazione della riforma delle pensioni, largamente e duramente contestata da una storica mobilitazione sindacale e sociale che si è protratta per diversi mesi.

Inoltre, ha fatto uno spropositato ricorso all’articolo 49.3 della Costituzione, che prevede l’adozione di un testo di legge senza il voto dell’Assemblée Nationale, per imporre di fatto due Leggi Finanziarie all’insegna dell’austerità sociale.

Prima di partire da Matignon, l’ex prima ministra è riuscita a far approvare la nuova “Loi Asile-Immigration”, un obbrobrio legislativo applaudito dal Rassemblement National di Marine Le Pen che sdogana ancor più apertamente un razzismo di Stato attraverso la sua logica securitaria e xenofoba.

Macronista fino al midollo, la figura di Gabriel Attal difficilmente cambierà di un solo seggio i contorni della “maggioranza relativa” che il suo schieramento detiene all’Assemblée Nationale.

Tuttavia, potrebbe forse dare nuovo smalto al partito Renaissance di Macron in vista delle elezioni europee di giugno, contro il giovane candidato Jordan Bardella, presidente del lepenista Rassemblement National.

Al di là delle effimere considerazioni elettorali, è difficile vedere questo cambio di primo ministro come un “secondo atto” di un quinquennio sin dal suo inizio improntato ad una politica di austerità sociale per le classi popolari e di ulteriore compressione dei diritti sociali, a vantaggio dei grandi patrimoni e delle multinazionali che continuano a registrare dividendi stellari.

“Attal torna al suo posto di portavoce. La carica di primo ministro scompare. Il monarca presidenziale governa da solo con la sua corte”, ha denunciato duramente il leader de La France insoumise Jean-Luc Mélenchon su X (ex Twitter).

Nulla cambierà dal punto di vista delle politiche economiche, sociali ed ambientali, decise e dirette dallo stesso Macron. Anche il “rimpasto” di governo con la nomina dei nuovi ministri nelle prossime settimane ha tutti i contorni gattopardeschi di una crisi di legittimità politica ormai stantia.

L’acuirsi di questa crisi costringe Macron a serrare i ranghi intorno a lui nel disperato tentativo di limitare il declino politico sul piano nazionale e i contraccolpi su quello internazionale. Per quanto tempo ancora?

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24/07/2023

Francia - La crisi politica permanente

Il periodo di “cento giorni” ed il rimpasto governativo non hanno portato alcun contributo per l’allargamento della maggioranza relativa all’Assemblea nazionale francese.

Dopo il movimento di lotta contro la riforma delle pensioni, la “dissoluzione” – fortemente voluta dal Ministro dell’Interno – del collettivo ecologista Les Soulèvements de la Terre, e le rivolte urbane successive all’assassinio di M. Nahel a fine giugno, il solco tra il Presidente dei ricchi (ed il governo che esprime) e la popolazione è aumentato.

La scelta di mantenere l’odiata prima ministra Elisabeth Borne, e di scegliere 6 tra gli 8 nuovi entranti dell’esecutivo (5 di Renaissance e uno di MoDem) dei suoi “fedelissimi” per il rimpasto governativo, segna una una sorta di “commissariamento” politico del governo, che ha escluso quelle figure della società civile di cui si vantava come ‘segno di apertura’, in una operazione di marketing politico oramai esaurita.

Si tratta di marconisti “della prima ora” come Thomas Cazenave, Prisca Thevenot e Sabrina Agresti-Roubache, oppure di destinati ad una sicura ascesa all’interno del governo dopo essere stati a lungo dei tuttofare, come Gabriel Attal, 34 eletto nella Hauts-de-Senne, finora dalla brillante carriera politica.

Nessun segno di apertura è stato mostrato nemmeno nei confronti delle opposizioni sia di destra (in apparenza) che di sinistra.

È un segnale chiaro che nei posti chiave rimangano ministri provenienti dalla destra: Bruno Le Maire all’economia, Gérald Darmanin all’Interno, e Sébastie Lecornu alla Difesa.

Non è peregrino pensare che l’allontanamento del Ministro dell’educazione, Pap Ndiaye, sia dovuto alle sue esternazioni estremamente critiche nei confronti dell’estrema-destra, mentre per ciò che riguarda quello di Marlène Schiappa si è trattato di una mera operazione d’immagine nei confronti di una figura imbarazzante per l’esecutivo, visto l’ultimo scandalo che l’ha travolta.

Marine Le Pen, dopo avere spinto per una repressione più marcata durante il periodo delle rivolte urbane, insieme ai gollisti di LR ed ai fascisti di Zemmour, ha affermato: «il fatto di mantenere Elisabeth Borne al suo posto è un segnale che giustamente non cambierà nulla».

Più ficcante il politologo Bruno Cautrès intervistato da Libération: «Questo nuovo governo è un esecutivo di continuità e di riaffermazione della spina dorsale del macronismo».

Come ha affermato il leader de La France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, a proposito del rimpasto: «ancora una volta abbiamo visto la nullità della visione liberale dello Stato. Macron crede che lo Stato sia un dispensatore di servizi e vede il suo personale come degli esecutori senza cervello» di ordini altrui.

Continua ad ostentare il paradigma culturale di un privato efficiente e di un pubblico ristagnante, riottoso ad ogni novità.

L’unica cura per una simile stagnazione sarebbe quella di «dinamizzare, facendoli dirigere da persone provenienti dalle gerarchie del privato». Con una certosina attività di distruzione di quella parte dello Stato non asservito all’impresa.

Premiata la fedeltà dei suoi, l’esecutivo dovrà gestire – dopo la pausa estiva – il corso politico con una delegittimazione diffusa in varie porzioni della società, ed un arroccamento dentro i perimetri della macronie nella gestione parlamentare, con il nuovo governo Borne che continuerà ad essere “di minoranza”, cioè a non avere la maggioranza nell’Assemblea.

Tutto il contrario di quanto annunciato in un’intervista su TF1 e France 2 il 22 marzo, quando Macron aveva annunciato “cento giorni di distensione” per girare pagina, dopo la contestazione sociale della riforma delle pensioni: «continuare ad allargare questa maggioranza governativa fino a che si potrà», convinto che «alcuni politici con le loro convinzioni (…) sono pronti a lavorare con le forze della maggioranza».

Macron, dando ancora fiducia alla Borne, aveva allora affermato: «spero che ci riesca».

Fallito miseramente questo tentativo, il governo sarà costretto ad andare avanti “testo per testo” configurando di volta in volta la possibile cornice di consenso parlamentare per fare passare i propri provvedimenti legislativi senza ricorrere al famigerato articolo della Costituzione gollista 49.3, che permette – si – di bypassare il voto all’Assemblea nazionale, ma obbliga l’esecutivo a sottoporsi a quel voto di sfiducia che ha rischiato di “fare andare sotto il governo” durante la caustica fase del voto sulle pensioni.

Sotto la pressione di un’opposizione trasversale, la “mozione di sfiducia” aveva spaccato in un primo momento i gollisti, che in parte (1/3) l’avevano votata.

Il bilancio legislativo è fin qui di 49 testi approvati, 3 dei quali senza il voto parlamentare: i due testi sul bilancio, “blindati” dal governo, e quello sulla riforma pensionistica.

Da allora il governo ha potuto approvare diversi progetti legislativi perché presentavano un profilo piuttosto consensuale, oppure per il ricorso cavilloso a dispositivi tecnici che inibiscono l’opposizione parlamentare. Come per la legge di programmazione militare e quella della giustizia, quella sui Giochi Olimpici e para-olimpici del 2024 e su “partage de la valeur”, e infine il testo sull’”industria verde”, approvato nella notte tra venerdì 21 e sabato 22 luglio.

Finora l’esecutivo ha evitato di mettere al centro della propria attività legislativa i dossier più polarizzanti, suscettibili di risvegliare divisioni – anche ideologiche – difficilmente conciliabili. Ma prima o poi dovranno essere affrontati da un esecutivo che continuerà a “navigare a vista”, dopo la pausa estiva, con un conflitto sociale latente.

Uno degli scogli più duri è la legge di programmazione finanziaria che stabilisce la traiettoria delle spese pubbliche fino al 2027.

Come ha scritto nel proprio editoriale, il giorno successivo al rimpasto, il quotidiano francese Le Monde: «Per la prima volta, il capo dello Stato sembra riconoscere che non ha la chiave per orientarsi nel labirinto nel quale è chiuso da un anno, dalla perdita della maggioranza assoluta all’Assemblea nazionale».

Questo in un contesto in cui stanno emergendo con forza le storture del modello di sviluppo cui si è votato l’Esagono, ben prima del doppio mandato presidenziale di Macron: l’avanzato stato di distruzione della Sanità Pubblica con la crisi sanitaria permanente, la crisi climatica le cui conseguenze sono ormai tragicamente visibili anche in tutto l’Occidente, la situazione in cui versano i quartieri popolari ed i Territori d’Oltremare (DOM-TOM), la natura strutturalmente razzista della polizia francese, l’inflazione che continua a mordere, a cominciare dai prezzi energetici che saranno destinati di nuovo ad impennarsi da agosto... e potremmo continuare.

Ancora una volta il Re è nudo e sempre più solo.

Macron è espressione di quell’oligarchia europea che pensa di risolvere i problemi con un presuntuoso approccio manageriale neoliberista e continue operazioni di comunicazione che, nella loro seriale inefficacia, stratificano una serie di tentativi fallimentari nel ripristinare non solo il consenso nei confronti della sua figura, ma dell’ideologia neoliberale in genere, implosa ormai dai tempi dei gilets-juanes.

Lui, come altri liberal-conservatori nell’Unione Europea, ha scelto di demolire il fronte repubblicano contro l’estrema destra cannibalizzandone le politiche, o appoggiandosi a chi – come i gollisti – le ha fatte proprie.

È un’Europa in cui l’exit strategy delle oligarchie liberiste consiste nell’abbracciare in pieno le politiche belliciste, strutturando un blocco euro-atlantico che è fisiologicamente a destra. Anzi: all’estrema destra.

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13/04/2023

Francia - “Senza tregua fino al ritiro della riforma delle pensioni”

Oggi giovedì 13 aprile in Francia si svolgono il dodicesimo sciopero “inter-professionale” e la dodicesima giornata di mobilitazione nazionale contro la riforma delle pensioni.

Domani si esprimerà il Consiglio Costituzionale – organismo composto da nove “saggi” che monitora la costituzionalità delle leggi – sia sul discusso pacchetto di riforma pensionistica, licenziato dal Commissione Mista Paritaria (CMP) e approvato senza la votazione all’Assemblea Nazionale, sia sulla possibilità di avvio del Referendum di Iniziativa Condivisa (RIP) affinché l’età pensionabile resti a 62 anni.

Se l’esecutivo passasse indenne il giudizio del Consiglio, con una bocciatura parziale o un via libera, Macron avrebbe 15 giorni per promulgare la legge approvata.

Se il RIP venisse accettato, si avrebbero nove mesi per raccogliere 4,8 milioni di firme (un decimo degli elettori aventi diritto) per poi procedere effettivamente a un referendum.

La battaglia si sposterebbe, in parte, dalle piazze alle urne.

Ma tornando alla giornata di oggi.

Il traffico ferroviario sarà perturbato, sembra in maniera meno impattante che durante i picchi della protesta. Ci sarà un 1/5 dei voli cancellati negli scali di Nantes, Bordeaux e Tolosa, ma non dovrebbero essere toccati gli scali parigini di Orly e Rossy, interessati in precedenza dallo sciopero dei controllori di volo.

Ma non è detto che, come è già più volte successo, gli scali aroportuali, insieme al traffico viario e alle stazioni ferroviarie non siano l’obiettivo dei blocchi sin dal primo mattino; ed in ogni caso l’azione dei lavoratori aeroportuali avrà degli effetti sul traffico aereo europeo.

I lavoratori del petrolchimico stanno continuando con uno sciopero duro (4 raffinerie su 7 sono ancora bloccate), e gli operatori ecologici parigini sono ridiscesi in sciopero “ad oltranza”, mentre le altre categorie più mobilitate – lavoratori dell’Energia e portuali – stanno continuando, ognuno a suo modo, le iniziative di protesta.

Blocchi, manifestazioni selvagge, operazioni “ville morte”, “barrage filtrant” del traffico automobilistico, ed altre iniziative di protesta in diverse città francesi hanno preceduto la protesta del 13 aprile per cercare di mantenere una pressione costante sul governo.

I settori più militanti del sindacalismo combattivo della CGT e di SUD chiedono un “cambio di passo” nella strategia dell’intersindacale, che raggruppa le otto organizzazioni dei lavoratori e 5 della gioventù.

Non più singole giornate di sciopero, ma uno sciopero ad oltranza.

Continuano i blocchi di vari istituti delle medie superiori e delle università. L’Assemblea Generale studentesca della regione parigina chiama a manifestare in direzione del Consiglio Costituzionale, venerdì pomeriggio, a partire dalle 14 dalla Stazione di Saint-Lazare, e di rimanere nelle strade.

Un invito che dà continuità alle mobilitazioni “notturne”, che avvengono dal giorno dell’uso dell’articolo 49.3 da parte del governo di Elisabeth Borne, e dal giorno in cui l’esecutivo per un soffio – appena 9 voti – non è andato sotto sulla sfiducia.

Il clima di sfiducia e di contestazione non è certo scemato. Macron è stato contestato anche all’Aja, nei Paesi Bassi, in un incontro cui gli studenti hanno calato uno striscione con su scritto in inglese: “Presidente della violenza e dell’ipocrisia”.

Di sicuro anche il capo dell’Esecutivo fa di tutto per rinfocolare l’odio nei suoi confronti, considerando che dopo le parole di critica del Ministro degli Interni Gérald Darmanin nei confronti della Lega dei Diritti dell’Uomo(LDH), anche la Borne ha pensato bene di fargli eco.

«Ho molto rispetto per ciò che la LDH ha incarnato. Ma non comprendo più alcune sue posizioni», ha detto il capo dell’esecutivo.

La Ligue ha denunciato tra l’altro l’ostacolo ai soccorsi durante la giornata di mobilitazione contro i mega-bacini idrici a Sainte-Soline, il 25 marzo. Una vera e propria “macelleria messicana” che ha causato il coma di due persone, tra cui un manifestante che lotta ancora tra la vita e la morte, oltre a più di un centinaio di feriti.

È notizia di ieri che l’organismo di ispezione interno sull’operato della polizia ha ritenuto che gli agenti di polizia del reparto motorizzato (BRAV-M), che “sparavano” dai quad, “non hanno infranto le regole”!

Un clima di impunità con chi critica l’operato delle forze dell’ordine e che ora viene “richiamato all’ordine”.

Alla reggia di Versailles e di fronte alla Torre Eiffel è apparso nei giorni scorsi uno striscione gigante con un gioco di parole che potremmo tradurre con “Senza tregua fino al ritiro della riforma pensionistica”.

Cartoline da un paese che non si piega ai volere di un presidente-monarca.

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04/04/2023

Francia: “Qualcuno ha visto la democrazia?”

Giovedì 6 aprile è stato indetto in Francia l’undicesimo sciopero “inter-professionale” e l’undicesima mobilitazione nazionale contro la riforma pensionistica.

La nuova legge, licenziata dalla Commissione Mista Paritaria, per volontà del presidente Emmanuel Macron non è stata votata all’Assemblea Nazionale Il governo guidato da Elizabeth Borne è ricorso per l’undicesima volta all’articolo 49.3, che permette all’esecutivo di approvare una legge aggirando il voto parlamentare.

Questo vero e proprio atto di forza ha incendiato – in tutti i sensi – le piazze d’Oltralpe, ulteriormente sollecitate dal fatto che, alcuni giorni dopo, solo il voto di qualche deputato ha salvato il governo di minoranza dalla mozione di sfiducia promossa in modo trasversale dal gruppo centrista “LIOT” e co-firmata dai 149 deputati della NUPES.

Il governo, che può essere sfiduciato per il ricorso al 49.3, l’ha scampata per un soffio (appena 9 voti) ma ha perso la sua “ruota di scorta” composta dai gollisti che, in 19 su 61 hanno votato la prima sfiducia, di fatto approfondendo la propria disgregazione e creando non pochi mal di pancia nella stessa galassia della Macronie: MoDem, Horizons, e Renaissance (l’erede di LREM), start-up politica di Macron.

Alla forzatura giuridica si è aggiunta la repressione di piazza, passando dal contenimento del dissenso al tentativo di annichilire l’opposizione politico-sociale con una narrazione – da parte del primo ministro Darmanin (un gollista passato alla macronie) e del presidente totalmente assolutoria rispetto all’operato delle forze dell’ordine.

E questo davanti a quanto accaduto a Sainte-Soline, dove la mobilitazione contro i mega-bacini idrici si è trasformata in una vera e propria macelleria per i manifestanti e, di fatto, nella tomba del diritto al dissenso.

Due persone in coma, di cui una ancora lotta tra la vita e la morte, molte altre persone ferite gravemente e l’annuncio della volontà di “dissolvere” il collettivo Les Soulevements de la Terre, cuore pulsante di questa mobilitazione ecologista.

Nel frattempo, se il pacchetto di legge sulle pensioni è stato formalmente approvato, non è detto però che la legge possa entrare in vigore.

Il primo scoglio è il pronunciamento del Consiglio Costituzionale, che dovrà esprimersi entro il 14 aprile sulla costituzionalità o meno della legge, e che potrà esprimere una “riserva d’interpretazione”.

Questo organo composto da 9 giudici avrebbe differenti argomenti per giudicare la modalità di approvazione non confacente alla Costituzione per svariati “vizi di forma”, a cominciare paradossalmente dalle misure palliative come l’”index senior” e il cosiddetto “CDI senior” per i lavoratori più anziani.

Il rischio più grosso che corre il governo è quello che gli venga contestato un “détournement de procedure” come madre di tutti i difetti nel metodo, e non nel contenuto, della riforma: l’allungamento dell’età pensionabile a 64 anni dai 62 attuali, l’allungamento del periodo obbligatorio per i contributi pensionistici, un innalzamento delle pensioni minime per una quota risibile dei pensionati, e la soppressione di alcuni “regimi speciali” per certe categorie.

L’esecutivo, per una riforma che stravolge ulteriormente uno dei cardini del patto sociale francese, ha scelto infatti la procedura per la rettifica di bilancio (PLFSSR, l’acronimo in francese) ricorrendo all’articolo 47.1. Questo per tagliare i tempi di discussione parlamentare.

Inoltre ha usato l’articolo 38 al Senato, non permettendo la discussione con votazione per i singoli emendamenti, ma di fatto un solo voto in blocco, sul pacchetto intero, che ha avuto esito positivo nella Camera Alta, dopo che in quella Bassa erano stati discussi e votati solo i primi i 2 articoli.

Non ultimo, per chiudere, il ricorso al 49.3.

A questi palesi vizi di forma che hanno azzoppato il normale processo di discussione democratico-parlamentare si somma un fatto che avrà comunque un peso nelle decisione dei 9 giudici: l’estromissione dei corpi sociali intermedi (i sindacati, in primo luogo), con cui non solo non c’è stata “concertazione” ma nemmeno uno straccio di discussione, la totale indifferenza nei confronti delle sollecitazioni delle opposizioni – di sinistra come dell’estrema destra – il rifiuto della riforma da parte della maggioranza dei francesi, lo scarso consenso del governo, l’ulteriore crollo di un presidente eletto al ballottaggio.

Le statistiche sono però contro una possibile bocciatura – avvenuta solo 17 volte sulle 744 in cui questo organismo, decisamente conservatore, è stato consultato – ma il momento storico è abbastanza inedito, ed i giudici potrebbero ribadire la propria autonomia e non farsi strumento della Macronie.

Una “riserva d’interpretazione”, senza una netta bocciatura, potrebbe essere l’exit strategy che consentirebbe di salvare capra e cavoli e costringere il governo a iniziare praticamente tutto da capo.

Se ciò non accadesse la legge potrebbe essere promulgata, ma entrerebbe però in scena la possibilità di un Referendum di Iniziativa Condivisa (RIP), depositato il 20 marzo alla Corte Costituzionale con 252 firme, sul quale il Consiglio Costituzionale deve pronunciarsi il 14 aprile.

Il referendum è uno strumento che, dopo la sua riforma, non è mai stati utilizzato e che la Corte non dovrebbe bocciare perché la sua richiesta rispecchia i principali criteri previsti per l’attivazione.

Dopo i passaggi obbligati, si avrebbero 9 mesi per raccogliere circa 4,8 milioni di firme – il 10% degli aventi diritto – per convalidare la richiesta.

Come abbiamo più volte sottolineato è chiaro che ancora oggi la maggiore chance per l’opposizione politico-sociale è quella di costringere il governo al ritiro del pacchetto, ampliando il livello di mobilitazione per maturare rapporti di forza più favorevoli.

I settori strategici dell’economia francese sono ancora mobilitati.

Gli operatori ecologici parigini chiamano ad un nuovo “sciopero prolungato ed indeterminato” a cominciare dal 13 aprile, dopo avere tenuto banco per 3 settimane a marzo – con più di 10 mila tonnellate di rifiuti non raccolti nella capitale – sospendendo lo sciopero solo il 29 marzo.

La CGT-FTDNEEA fa comunque appello a mobilitarsi anche questo giovedì.

La categoria, a seconda delle mansioni, ha una età media piuttosto giovane – dai 12 ai 17 anni in meno rispetto alle altre – e passerebbe generalmente ad una età pensionabile di 59 anni, dai 57 attuali.

I lavoratori del petrolchimico mantengono la proclamazione di uno “sciopero prolungabile”, con il fermo di 4 raffinerie su 7.

Oltre a questi due settori – gli operatori ecologici erano in mobilitazione in differenti città – con modalità diverse, continuano ad essere coinvolti i lavoratori dell’energia e quelli degli scali portuali.

In questi giorni ci sono stati blocchi nelle principali arterie di città di media grandezza, oltre che nelle aziende dei settori maggiormente coinvolti nello sciopero, ma anche negli ospedali e nei depositi della logistica.

È continuata l’azione degli studenti delle medie superiori e degli universitari, che in queste settimane hanno fatto “cambiare pelle” al movimento contro la riforma pensionistica, e trasformato gli istituti e le università in epicentri di una protesta dal carattere sempre più “politico”.

Il governo dunque vorrebbe velocemente voltare pagina. Il movimento che da 3 mesi circa anima le piazze parigine continua ad essere una vistosa spina nel fianco per i piani del “Presidente dei ricchi” e potrebbe ora aumentare le proprie rivendicazioni rispetto ad un costo della vita che continua a mordere salari e redditi.

Una manifestante, esponendo un cartello scritto a mano con una splendida foto di Olivier Roberjot, chiedeva: “Qualcuno ha visto la democrazia? È urgente, per favore”.

Ed è questo il sentimento che anima la maggior parte dei francesi, alla faccia di ciò che ci raccontano i giornalacci nostrani.

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24/03/2023

Francia - Mobilitazione "fino alla vittoria!"

Le giornate che avevano preceduto il nono sciopero inter-professionale e l’ennesima mobilitazione generale contro il progetto di riforma pensionistica “passata” giovedì scorso – senza il voto del Parlamento – facevano supporre che giovedì 23 marzo sarebbe stata una data epocale nella storia francese. E così è stato.

Il Ministero dell’Interno nel tardo pomeriggio ha resocontato 1,08 milioni di manifestanti, a fronte dei 3,5 milioni dichiarati dalla CGT.

L’inter-sindacale, composta dalle 8 organizzazioni sindacali più le 5 giovanili che hanno finora guidato la protesta, chiamano ad un altro sciopero ed una nuova mobilitazione nazionale per martedì 28 marzo.

Gli scioperi e le manifestazioni – scrivono in un comunicato diffuso giovedì sera – «sono la risposta all’incomprensibile intestardirsi di Emmanuel Macron», aggiungendo che «il poderoso rifiuto di questo progetto è legittimo e deve proseguire». Per concludere che «la responsabilità della situazione esplosiva non pesa sui sindacati ma su Emmanuel Macron».

Il presidente-monarca, la voce dei desiderata delle oligarchie europee, è solo.

Il suo governo di minoranza ha visto sfaldarsi anche quella che fin qui era stata la sua ruota di scorta – i gollisti – ed è appeso ad un filo. Soprattutto, sarà incapace di governare da qui in avanti se non a colpi di articolo 49.3 e di bastone poliziesco.

Di fronte a sé ha solo il baratro.

La sua riforma è stata sconfitta prima che nelle piazze, nella “battaglia delle idee”. Non tanto per le scarse capacità comunicative dei suoi non certo abili fedelissimi – comunque prodotto di criteri selettivi che hanno sfornato una decadente classe politica fatta di arroganti “bobo” (qui diremmo radical chic) – ma per l’accumulo di castronerie che hanno ripetuto, Macron per primo, nel puro sprezzo del ridicolo, supponendo che questo stile “goebbelsiano” di comunicazione politica avrebbe sortito un qualche risultato positivo.

Le menzogne ripetute sui conti che non tornano nel sistema pensionistico francese “per ripartizione”, o l’innalzamento della pensione minima a 1.200 euro per tutti – che riguarderà (se sarà approvata la riforma) solo 1-2% dei diretti interessati – oppure le menzogne del miglioramento della condizione dei senior o delle donne (un ministro si è spinto a dire che era una riforma di “sinistra”!) non solo non hanno convinto i francesi, ma hanno suscitato una repulsione profonda per come la loro intelligenza è stata vilipesa.

La retorica governativa ha generato un distillato di odio di classe che ora si riversa nelle strade.

Ma il punto vero è che le condizioni di esistenza prefigurate da questo progetto di riforma pensionistica, e la più generale destrutturazione delle residuali garanzie fin qui godute dal popolo francese, sono state la classica goccia che fa traboccare il vaso.

Le classi subalterne in Francia dopo decenni di sconfitte non intendono più tollerare riforme regressive dello status quo. Non credono al mantra neoliberista sulla “necessità” del taglio delle proprie garanzie sociali per salvaguardare la “competitività” del proprio sistema-Paese.

Letteralmente non sopportano più quei manichini della “Start Up Nation” sognata da Macron che vuole trasformare la vita dei ceti popolari – e della ex classe media impoverita – in un inferno.

È finita un epoca.

Il neo-liberismo ha fallito, la sua narrazione non regge più la prova dei fatti, e persino i fallimenti nelle banche statunitensi e svizzere stanno lì a dimostrarlo. Chi ha usato quella narrazione mentre si garantiva una rendita di posizione politica ora vacilla.

Ed un governo senza consenso non può che sparare a zero contro le opposizioni sindacali, politiche e giovanili ed intensificare la repressione.

Elisabeth Borne ha addirittura accusato, a fine giornata, gli “insoumisis” di spronare la violenza utilizzando un linguaggio “guerriero”.

Il leader de La France Insoumise nonché architetto della NUPES, Jean-Luc Mélenchon, continua a spronare i suoi concittadini a “amplificare la lotta” e “proseguire la battaglia”. Dopo la “mozione di sfiducia” all’Assemblea Nazionale, non approvata per soli 9 voti, ha fatto appello ad una “mozione di sfiducia popolare” (“censure populaire”) che si esprimesse ovunque, in ogni città e circostanza.

Mélenchon e gli altri e le altre deputate di LFI e della NUPES hanno fatto quello che dovrebbe fare chi vuole essere il “delegato politico” di un movimento di massa, non solo nelle aule parlamentari – dove hanno condotto una implacabile opposizione in forme anche poco convenzionali – ma anche nei picchetti di sciopero (subendo le cariche di polizia insieme agli altri manifestanti) o di fronte ai luoghi dove sono state trattenute le persone fermate durante le manifestazioni.

Questi deputati si sono comportati come parte organica della protesta, non l’hanno “fiancheggiata” come semplice occasione per un selfie acchiappa-popolarità.

In sintesi, hanno consolidato una “connessione sentimentale” con la parte maggioritaria del Paese, che può ora credere in un’alternativa e vedere una qualità diversa tra espressioni politiche differenti, e non semplici sfumature tra pezzi dello stesso stampo.

Cosa non secondaria, la lotta ha marginalizzato la visibilità dell’estrema destra del Rassemblement Nationale. In Francia, neanche il più servo dei sindacalisti si sognerebbe di invitare Le Pen ad un proprio Congresso...

Dall’altra parte i sindacati, in forme diverse – in maniera più militante le federazioni della CGT ed i dipartimenti che fanno capo alla FSM, oltre a Sud-Solidaires – hanno avuto capacità di tenuta e rilancio della mobilitazione, senza scendere a compromessi con un esecutivo con cui i margini di trattativa sarebbero comunque stati minimi rispetto a un impianto complessivamente regressivo.

In sintesi, anche i sindacati più “moderati” – spinti senz’altro dalla radicalizzazione della propria base – non hanno voluto essere corresponsabili della riforma.

Le casse di resistenza hanno fatto la loro parte con un mutualismo operaio che almeno allevia la condizioni di chi – specie i lavoratori nei settori strategici più importanti – vedrà il proprio salario decurtato non di poco, per di più in tempi di inflazione galoppante.

Una parte importante nella mobilitazione l’hanno avuta le organizzazioni giovanili che hanno contribuito alla creazione di un blocco sociale antagonista alle politiche anti-sociali di Macron e del suo governo. Queste proprio nella giornata di ieri – come nei giorni precedenti – hanno fatto fare un “salto di qualità” al movimento.

La spontaneità dell’azione di massa si è potuta esprimere al meglio perché c’era una solida base organizzativa che ha dato continuità ed incisività alla battaglia, lanciando il cuore oltre l’ostacolo, e mutuando anche forme di azione diretta che in parte travalicavano il quadro dell’azione politico-sindacale, in stile per così dire giletes jaunes.

Ma il sindacalismo d’azione diretta, bisogna ricordarlo, è nato in Francia, così come il “mito” dello sciopero generale politico.

Veniamo alla giornata di mobilitazione.

Sin dalle prime luci dell’alba, ci sono stati blocchi del traffico nelle maggiori arterie stradali in differenti città, come a Lille e a Tolosa. Ma anche azioni di sostegno agli operai degli impianti petrolchimici, sottoposti a requisizione da parte delle autorità prefettizie, come in Normandia; e la mobilitazione massiccia degli studenti delle medie superiori, in oltre 400 istituti in tutto l’Esagono, e degli universitari (con il blocco di 50 università).

A queste azioni si sono sommate le occupazioni dei binari e delle stazioni, dalla Gare de Lyon a Parigi alla Stazione Saint Charles a Marsiglia; oppure l’utilizzo di blocchi di cemento sui percorsi dei bus del traffico urbano a Caen.

Nei settori strategici gli scioperi sono continuati. Per il terzo giorno di fila con operazioni “porto morto”; nel settore chimico, nonostante le requisizione prefettizie che di fatto permettono all’autorità statale di “sequestrare” alcuni lavoratori per costringerli a lavorare.

I lavoratori del settore elettrico e del gas hanno continuato a scioperare, attuando tagli selettivi all’erogazione di energia elettrica. I lavoratori dei trasporti ferroviari (SNCF), della metro parigina (RAPT) e del trasporto aereo hanno reso giovedì 23 una “giornata nera” scioperando in massa.

L’impatto dell’azione è stato amplificato come scritto sopra dall’invasione dei binari, e anche dall’occupazione delle vie d’accesso ad alcuni aereoporti, come per lo Charles-de-Gaulle a Parigi.

Hanno continuato a scioperare gli operatori ecologici, non solo a Parigi, ormai invasa dai rifiuti che vengono puntualmente dati alle fiamme durante le manifestazioni sauvage.

Gli insegnanti (uno su due circa per le organizzazioni sindacali, 1 su 4 per il ministero) sono scesi massicciamente in sciopero sia nelle scuole primarie – dove hanno l’obbligo di comunicare in precedenza la loro adesione o meno – che in quelle secondarie, dove all’inizio di questa settimana hanno “boicottato” le prove generali della maturità (BAC) riformata dall’ex ministro dell’istruzione Blanquer.

Già le manifestazioni svoltesi nella mattinata lasciavano intravedere un’adesione massiccia che avrebbe superato i numeri complessivi delle mobilitazioni precedenti e un superiore livello di tensione.

La manifestazione parigina ha poi visto partecipare, secondo la CGT, 800 mila persone, 280 mila a Marsiglia (solo 16mila secondo la Prefettura), 40mila a Montpellier, 55mila a Lione, e ottimi numeri anche nei centri medi e minori.

Ci sono stati scontri e momenti di tensione a Parigi, Lione, Nantes, Lorient, Rennes, Bordeaux, Tolosa, Strasburgo, Lille. Ma anche nelle città più piccole ci sono stati incidenti, come a Bayonne e Tulle, per fare solo alcuni esempi.

A Rouen un manifestante ha avuto il polso fratturato a causa di una granata “disaccerchiante”; in molte città la polizia ha fatto abbondante uso di gas lacrimogeni e di idranti, a Parigi sin dal suo nascere il corteo è stato diviso in due e poi attaccato.

In serata con un tweet Elisabeth Borne ha condannato “le violenze dei manifestanti” definendole “inaccettabili” ed espresso “tutta la sua riconoscenza alle forze dell’ordine”.

Ma le milizie di Macron serviranno a ben poco e non fermeranno la mobilitazione popolare “fino alla vittoria!”

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20/03/2023

Francia: “o la sfiducia, o il sanpietrino”

La mobilitazione contro la riforma pensionistica proseguirà questa settimana. L’agenda politica istituzionale non ha “esaurito” il suo corso. Vediamolo da vicino.

Come abbiamo raccontato, il governo Macron ha deciso di far passare il progetto di riforma licenziato dalla Commissione Mista Paritaria (CMP) senza voto dell’Assemblea Nazionale, utilizzando per l’undicesima volta l’artico 49.3 della Costituzione.

Oggi, lunedì, saranno discusse le due mozioni di sfiducia depositate venerdì dal gruppo LIOT e co-firmata dalla NUPES. Se questa non passasse si discuterà anche quella proposta dal Rassemblement Nationale di Le Pen.

Stando ai numeri, servono 30 voti – la metà di quelli dei gollisti di LR – oltre a quelli dei tre gruppi che si oppongono alla riforma (LIOT, NUPES e RN).

Questi gli scenari possibili.

Una delle due “motion de censure” viene votata dalla maggioranza: la legge viene rigettata ed il governo cade.

In questo caso, ipoteticamente, il progetto di legge potrebbe essere riesaminato all’Assemblea Nazionale e al Senato con un nuovo esecutivo, ma appare improbabile che dopo uno smacco del genere un futuro governo provi immediatamente a portare avanti tale progetto.

In caso di sfiducia il Presidente non è obbligato a sciogliere l’Assemblea Nazionale, ma può nominare un nuovo governo. Ne ha però la facoltà, prerogativa attribuitagli dall’articolo 12 della Costituzione previa consultazione del Primo Ministro e dei due presidenti delle Camere.

In questo caso le elezioni politiche devono svolgersi entro 20/40 giorni.

Non è detto che tale decisioni possano portare, in questo momento, a numeri in Parlamento più favorevoli per l’attuale Presidente.

Se nessuna delle due “mozioni di sfiducia” ottiene la maggioranza assoluta, in questo caso la riforma può diventare operativa.

Che la riforma diventi legge non vuol dire comunque che non possa essere ritirata ed annullata, come è avvenuto nel 2006 con il “contratto primo impiego” (CPE), che creava un Contratto a tempo indeterminato con un periodo di prova di 2 anni.

Allora il braccio di ferro ingaggiato dal governo di Dominique de Villepin – che anche in quel caso era ricorso all’articolo 49.3 della Costituzione – è stato perso di fronte ad un possente movimento sociale che si è espresso con il blocco delle università e degli istituti superiori, 3 milioni di manifestanti nelle strade, ripetuti scontri di pizza tra oppositori e forze dell’ordine, e – proprio come oggi – un’opinione pubblica fortemente contraria al governo.

Dopo quell’episodio, nessun movimento sociale in Francia – a parte il movimento dei gilet jaunes – è riuscito a far fare marcia indietro ad un governo su un progetto di legge importante.

Entro quattordici giorni dall’approvazione definitiva di una legge può essere interpellato il Consiglio Costituzionale, se almeno 60 parlamentari lo chiedono – la NUPES da sola ne ha 149. In questo caso l’applicazione della legge viene sospesa per un mese. L’articolo 61.3 della Costituzione permette di accelerare – su richiesta del governo – un pronunciamento di tale organo in otto giorni.

Che tale legge possa essere ritenuta non conforme alla Costituzione non è una ipotesi peregrina. E non per questioni di merito ma di metodo. E come si sa, nel diritto, la forma è sostanza.

L’Esecutivo è ricorso a tutto l’arsenale legislativo utilizzabile per “azzoppare” la discussione parlamentare: l’articolo 47.1 per ridurre i tempi di dibattito, il rifiuto della ricezione degli emendamenti grazie all’articolo 44.2, l’articolo 38 del regolamento del Senato per limitare il dibattito sugli emendamenti, di fatto costringendo – ad un certo punto – ad un voto unico sull’intero pacchetto con l’articolo 44.3. Ed infine l’articolo 49.3, che ha eliminato anche il voto sulla “riforma”.

Se questi singoli articoli sono costituzionalmente utilizzabili per “forzare” il dibattito parlamentare, la loro sommatoria può essere giudicata contraria all’esigenza costituzionale della “chiarezza e sincerità del dibattito parlamentare”.

Un dibattito che, ricordiamo, si è concluso con la prima ministra Elisabeth Borne che annunciava il ricorso all’articolo 49.3 tra le urla dei banchi dell’estrema destra, mentre i deputati della NUPES intonavano la Marsigliese (con tutto l’immaginario giacobino che l’accompagna).

Se la riforma delle pensioni passasse anche il giudizio del Consiglio, è comunque attivabile la consultazione referendaria attraverso un référendum d’iniziative partagée (RIP), già depositata da 252 tra deputati e senatori della NUPES (ne sarebbero stati sufficienti 185).

Il referendum abrogativo è previsto però solo per le leggi in vigore da almeno un anno. Il Consiglio Costituzionale, se convalida il RIP prima dell’entrata in vigore della riforma, concede nove mesi per la raccolta dei consensi necessari: almeno il 10% degli elettori, una cifra assolutamente raggiungibile per i suoi promotori, visto il clima nel paese.

Un iter complesso, quindi, che non esaurirebbe le possibilità istituzionali di lotta contro la riforma nel caso fallisse il voto di sfiducia all’Assemblea nazionale, e altrettanto avvenisse al Consiglio Costituzionale.

Vista la “contrarietà” della stragrande maggioranza della popolazione, è dunque ipotizzabile la tenuta di un referendum che potrebbe bocciarla “ora” o dopo un anno della sua promulgazione.

Ma è chiaro che il movimento sindacale e non si è già preparato ad intensificare la mobilitazione.

Come ha dichiarato il segretario uscente della CGT Philippe Martinez a BFM-TV, parlando degli incidenti nelle manifestazioni che continuano ogni giorno in diverse città ed in differenti forme più o meno selvagge, “è responsabilità di Macron se la collera è a questo livello”.

Martinez accusa il governo di non avere ascoltato alcun monito e di “giocare con il fuoco”, contestando il divieto di manifestare imposto dalla Prefettura da venerdì sera a Place de La Concorde, a Parigi, dove i manifestanti si erano spontaneamente radunati per la seconda serata consecutiva.

Oramai è ripresa la pratica delle forze dell’ordine messa in opera durante durante le mobilitazioni dei Gilets Jaunes, ossia il ricorso spropositato ai fermi – garde à vue – senza che nella stragrande maggioranza dei casi abbiano alcun seguito giudiziario.

Sabato a Parigi, sono state fermate 122 persone, 169 in tutta la Francia. Come nelle serate precedenti, sabato si sono svolte manifestazioni in diverse città: Marsiglia, Lille, Amiens, Caen, Saint-Etienne, Roanne, Bensançon, Digione, Grenoble, Gap, Annecy, Lodève, ecc.

SNES-FSU – il principale sindacato nella scuola media inferiore (collège) e superiore (lycées) – ha depositato un preavviso di sciopero per questo lunedì e martedì insieme a CGT, FO e SUD, che potrebbe rendere problematica la tenuta delle prime prove della maturità (BAC). Con una presa di posizione sul quotidiano Libération il personale di diverse scuole ha chiarito il senso di questa scelta inedita.

Le tre maggiori raffinerie della Francia stanno per fermare la produzione di carburante. Altre 6 su 7 hanno scelto questa delicata procedura che tecnicamente ha bisogno di 3/4 giorni di tempo per essere realizzata e due settimane per ripristinarne poi l’operatività. In generale il settore petrolchimico sarà fortemente impattato, dopo aver già fermato la consegna di carburante nelle settimane precedenti.

Il governo ha detto che procederà a “requisizioni”, ma non è affatto detto che riuscirà ad effettuarle.

La capitale vede circa 10 mila tonnellate di rifiuti non raccolti e tutti gli impianti di trattamento fermi, dopo 14 giorni di sciopero dei 7.000 operatori ecologici di Parigi che sciopereranno almeno fino a martedì. Ma anche in diverse altre città va avanti lo sciopero.

Come ha detto uno scioperante parigino a Francetvinfo: “Se Macron abbandona la riforma, riprenderemo il lavoro”.

È stata disposta la requisizione da parte del Ministero dell’Interno, ma anche qui l’esito è incerto.

Intanto aumenta vertiginosamente il numero delle stazioni che soffrono di penuria di carburanti: 306 non hanno più completamente carburante e 465 ne scarseggiano.

Un terzo dei voli saranno cancellati questo lunedì negli scali parigini e a Marsiglia; anche i ferrovieri continuano le mobilitazioni e si annuncia una “giornata nera” per i trasporti questo giovedì, ma non è detto che non ci siano scioperi selvaggi decisi dalle Assemblee Generali locali.

72 ore di sciopero e diverse “operazioni porti morti” sono state proclamate dalla federazione Ports et Docks della CGT per le giornate del 21, 22 e 23. Diverse Assemblee Generali di lavoratori hanno votato per prolungare lo sciopero fino al ritiro della riforma.

Numerose “azioni dirette” si sono svolte in questo weekend. Tra queste le operazioni di “pedaggio gratuito” delle autostrade, blocchi stradali e “invasioni” dei centri commerciali. Ma anche azioni più “decise”, come l’incendio della Prefettura di Die e l’attacco alla sede di Eric Ciotti, capo dei gollisti a Nizza.

La settimana che viene si annuncia ancora più calda nelle giornate che precedono lo sciopero inter-professionale e la mobilitazioni nazionali di giovedì 23.

Come è stato vergato sui muri: “o la sfiducia, o il sanpietrino”.

Fonte

01/02/2023

Francia - Mobilitazione storica contro la riforma delle pensioni


Nella seconda giornata di sciopero inter-professionale e mobilitazione nazionale contro la riforma delle pensioni di Macron, dopo quella del 19 gennaio, ancora una volta sono i numeri a tenere banco: secondo la CGT, in tutto l’Esagono 2,8 milioni di persone sono scese in piazza e mezzo milione a Parigi (100mila in più rispetto a dieci giorni fa).

In generale, vi sono state oltre 250 manifestazioni e cortei che hanno fatto registrare un aumento della partecipazione sindacale, sociale e popolare: oltre 200mila a Marsiglia, 80mila a Tolosa, 75mila a Bordeaux, 70mila a Lille, 60mila a Nantes, 50mila a Lione... così come in tante altre città “provinciali”, in cui si è andata amplificando e intensificando la protesta.

Un segnale forte al governo, con l’opposizione al progetto di riforma che cresce e chiama alla mobilitazione settori sempre più vasti, mentre rimangono salde le rivendicazioni per la pensione a 60 anni, la difesa dei “regimi speciali” per le mansioni usuranti e un’inversione di rotta rispetto al taglio dei servizi pubblici e dei finanziamenti della Sécurité Sociale.

Sin dalle prime ore di questa giornata, numerosi sono stati i picchetti e le azioni di blocco nei depositi degli autobus e dei treni, con assemblee generali partecipate, per poi raggiungere i concentramenti prefissati nelle varie città.

Nelle raffinerie e nei depositi di TotalEnergies, già al centro delle mobilitazioni dello scorso autunno per l’aumento dei salari e contro il carovita, il tasso di adesione è stato superiore all’80%, con alcuni siti quasi interamente paralizzati.

In un comunicato congiunto della scorsa settimana, le federazioni della CGT dell’energia, del petrolchimico e dei porti hanno annunciato ed esortato ad un’intensificazione delle azioni: “questo processo di lotte strutturate e coordinate rinforzerà la mobilitazione pianificata e organizzata per la nostra confederazione CGT. Queste chiamano tutti i lavoratori ed i pensionati dei loro campi professionali ad agire e a scioperare”.

Nel frattempo, i lavoratori del settore dell’energia in mobilitazione hanno compiuto il 26 gennaio delle azioni “alla Robin Hood” per ripristinare gas ed elettricità alle famiglie in difficoltà economiche che ne avevano perso l’accesso a causa di bollette non pagate, nonché ad ospedali, asili, scuole secondarie, università, case popolari e centri sportivi pubblici, con l’obiettivo di “riunire e intensificare il rapporto di forza” nella lotta contro la riforma delle pensioni.

Nel comparto dell’istruzione pubblica, l’adesione dei professori e degli insegnanti allo sciopero è stata massiccia, mentre sul fronte studentesco oltre 200 sono stati i licei bloccati questa mattina e le assemblee generali nelle facoltà universitarie.

Studenti e giovani – quelli che nel futuro una pensione potranno soltanto sognarla – hanno fatto appello a moltiplicare le azioni di mobilitazione contro la riforma neoliberista del governo e a scendere in piazza in solidarietà con tutti i lavoratori in sciopero.

In un comunicato la Federazione Sindacale Mondiale (WFTU-FSM) ha espresso “il suo pieno sostegno alla nuova giornata di sciopero generale dei lavoratori francesi, martedì 31 gennaio, contro il brutale progetto di allungamento dell’età pensionabile che il presidente Macron vuole imporre al servizio dei padroni”.

Alla vigilia di questo secondo sciopero generale, il Presidente Macron ha difeso la “sua” riforma – o meglio, quella di cui è un “esecutore zelante”, su pressione della Commissione Europea – definendola “indispensabile quando ci si compara agli altri paesi in Europa” ed “essenziale per salvare il sistema previdenziale” a causa di un deficit di 2 miliardi di euro.

Una cifra a cui fa immediatamente da contraltare l’aumento di 100 miliardi delle spese militari, portando il budget per la difesa a 413 miliardi per il periodo 2024-2030, come previsto dalla Loi de programmation militaire e annunciato dallo stesso Macron durante i suoi saluti di inizio anno alle forze armate, dalla base aerea di Mont-de-Marsan.

Inoltre, il Presidente Macron ha ribadito il suo pieno sostegno alla Prima ministra Élisabeth Borne, la quale qualche giorno fa aveva laconicamente dichiarato che l’innalzamento dell’età pensionale a 64 anni “non è più negoziabile”. Non che ci fossero margine di manovra neanche prima...

Infatti, il governo è intenzionato a tirare dritto per la sua strada. Se il ricorso al famigerato articolo 49.3 – il quale prevede l’adozione di un disegno di legge da parte del governo senza alcuna votazione parlamentare – non sembra essere ulteriormente possibile, il governo prevede di ricorrere all’articolo 47.1 della Costituzione.

Avendo inserito la riforma delle pensioni in un “progetto di finanziamento rettificativo della Sécurité sociale”, l’articolo 47.1 limita a 50 giorni l’esame del testo da parte dell’Assemblée Nationale. Decorso questo termine, il governo può adottare il progetto tramite decreto (ordonnance).

Le forze politiche d’opposizione della NUPES intendono dar battaglia in aula e hanno presentato quasi 7mila emendamenti, con La France Insoumise che intende “costringere il governo a motivare il suo testo”, visto che un’ostruzione parlamentare potrebbe in realtà sortire l’effetto opposto, spingendo verso un’adozione senza voto. Una restrizione della democrazia parlamentare piuttosto evidente.

Intanto, la Commissione degli Affari sociali dell’Assemblée Nationale ha convalidato la scomparsa dei “regimi speciali” che riguardano i lavoratori della RATP (l’azienda del trasporto pubblico parigino), delle industrie dell’elettricità e del gas.

Al termine di questa giornata storica di mobilitazione, l’Intersindacale – che raccoglie i sindacati CGT, CFDT, FO, UNSA, CFE-CGC, Solidaires, FSU, CFTC – ha già annunciato due nuove giornate di mobilitazione per il 7 febbraio, ovvero il giorno seguente all’inizio del dibattito all’Assemblée Nationale, e l’11 febbraio, con la volontà di accelerare il ritmo della mobilitazione e di fare pressione sul governo.

Indietro non si torna, neanche per prendere la rincorsa.

Fonte e foto

21/10/2022

Francia - Il governo impone la sua finanziaria a dispetto del Parlamento

Mercoledì 19 ottobre, la prima ministra francese Élisabeth Borne ha deciso di ricorre al famigerato “articolo 49.3” per imporre di fatto il passaggio alla Assemblée Nationale della prima parte del progetto di “Loi de finances” per il 2023. Agli applausi dei deputati macronisti ha fatto da contraltare la grande riprovazione dell’opposizione della NUPES.

Infatti, impegnando la “responsabilità del governo” di fronte a tutto l’emiciclo, l’articolo 49.3 della Costituzione consente l’adozione di una legge senza votazione da parte dei deputati, fatto salvo il caso in cui non venga depositata nel termine di 24 ore una mozione di sfiducia (“motion de censure”, in francese).

“Il macronismo sta diventando autoritarismo”, ha commentato Mathilde Panot, presidentessa del gruppo de La France insoumise, annunciando che la NUPES depositerà una mozione di sfiducia contro il governo.

Il Rassemblement Nationale (RN) di Marine Le Pen invece prende tempo, ma potrebbe presentare una mozione contro la stessa “minoranza di governo” che, a seguito delle elezioni legislative, aveva deciso di sostenere attraverso la sua “opposizione responsabile”.

Nella realtà dei fatti e delle votazioni sui numerosi emendamenti presentati, il RN si è perfettamente allineato alle politiche neoliberiste del governo: no all’aumento dello SMIC (il salario minimo intercategoriale), no alla reintroduzione della Impôt de solidarité sur la fortune (ISF) – abolita da Macron all’inizio del suo primo quinquennio – no alla tassazione degli extraprofitti per le multinazionali che speculano sulla crisi energetica, economica e sanitaria.

Come aveva detto Jean-Luc Mélenchon: “Macron è il sistema e Le Pen la sua assicurazione sulla vita”.

La prima parte della “Loi de finances” autorizza la riscossione delle imposte, accerta le entrate, fissa i tetti di spesa e stabilisce i dati generali del bilancio, mentre la seconda – che sarà esaminata a partire dal 27 ottobre – stabilisce gli stanziamenti per ciascuna missione dello Stato e il tetto di spesa per ogni ministero.

Élisabeth Borne ha giustificato questa decisione adducendo alla necessità di rispettare le scadenze previste e sottolineando che “le opposizioni hanno tutte ribadito la loro volontà di respingere il testo”. Insomma, una “tagliola” parlamentare che si abbatte pesantemente sugli spazi (minimi) del dibattito parlamentare, facendo cadere anche l’ultimo velo di ipocrisia occidentale sul “funzionamento democratico delle istituzioni”.

Come se non bastasse, nel testo sottoposto alla procedura 49.3, il governo non manterrà un certo numero di emendamenti che sono stati comunque votati dai deputati. Dopo aver incassato una serie di sconfitte in questa settimana di dibattiti accesi e votazioni notturne, il governo “prende la palla e se ne va”, cambiando pure il risultato della partita che stava giocando.

Fuor di metafora calcistica, Élisabeth Borne ha deciso di attuare un vero e proprio “colpo di forza antidemocratico unito a disprezzo” – per usare le parole del deputato insoumis Éric Coquerel – e di mantenere circa un centinaio di emendamenti (sui 3.400 totali) presentati, integrando quelli della cosiddetta “maggioranza” non ancora votati e cancellando quelli dell’opposizione.

Ad esempio, l’emendamento sulla tassazione dei super-dividendi, votato qualche giorno fa e adottato grazie all’astensionismo del gruppo di Horizons (dell’ex primo ministro Edouard Philippe), ai voti del gruppo Modem e persino di 19 deputati macronisti, non è stato incluso nel testo del governo.

L’emendamento prevedeva un leggero aumento – dal 30% al 35% – dell’imposta sui super-dividendi distribuiti in società con un fatturato superiore a 750 milioni di euro. Il ministro dell’Economia, Bruno Le Marie, l’aveva giudicato “profondamente ingiusto” perché, a suo avviso, penalizzerebbe troppo le imprese francesi.

In sintesi, gli emendamenti “accettati”, rispetto alla versione iniziale, sono in grandissima parte quelli del gruppo Renaissance (la versione 2.0 de La République En Marche di Macron) e quelli depositati dal governo stesso, per una cifra complessiva di 700 milioni di euro di spesa supplementare e non un centesimo di più che potrebbe “penalizzare l’attrattività della Francia”.

Il testo dovrebbe a questo punto restare nel limite del 5% di deficit previsto per il 2023, come desiderava il governo. Ora passerà al Senato che lo analizzerà a partire dal prossimo 14 novembre, per poi tornare ad inizio dicembre alla Assemblée Nationale dove non è escluso un nuovo ricorso all’articolo 49.3 per la seconda lettura.

Dopo l’annuncio del portavoce del governo Oliver Véran, ieri Élisabeth Borne ha sfoderato nuovamente l’articolo 49.3 anche sul progetto di legge sul finanziamento dell’assistenza sociale (la “Sécurité Sociale”). “Avete rifiutato la prima parte del testo e, soprattutto, avete distorto la seconda parte; non possiamo correre il rischio di un nuovo rifiuto o di un testo nuovamente distorto”, ha dichiarato di fronte ai deputati.

Se dal un lato è previsto un forte calo del deficit (a 6,8 miliardi nel 2023 rispetto ai 17,8 di quest’anno), a causa della diminuzione delle spese e dei rimborsi legati al Covid nel ramo sanitario, il governo non è riuscito ad introdurre un emendamento per la riforma del sistema pensionistico.

La riforma delle pensioni di Macron, richiesta dalla Commissione europea, resta per il momento al palo, sia per le debolezze interne alla minoranza di governo sia per il carattere altamente impopolare di questa misura. Proprio su questa riforma, il governo allora guidato da Edouard Philippe aveva annunciato l’uso dell’articolo 49.3 scatenando una risposta sociale immediata, scattata la sera stessa.

Il sistema istituzionale della “Quinta Repubblica” è da tempo al capolinea, incapace di far fronte alle sue stesse storture strutturali, mentre continua ad acuirsi la profonda crisi di legittimità di Macron (e di tutte le classi dirigenti europee), sempre più in difficoltà nel garantire la tenuta di quella governance politica tanto cara a Bruxelles.

In questo contesto, la “Macronie” si conferma essere un intreccio micidiale di austerità neoliberista e autoritarismo antidemocratico.

Tra lo sciopero dei lavoratori del petrolchimico per l’aumento dei salari che continua ad andare avanti nelle raffinerie e nei depositi di Total nonostante le precettazioni, le mobilitazioni che si estendono a numerosi altri settori (trasporti, istruzione, centrali nucleari, porti, ecc.) intenzionati ad “andare oltre” la giornata di sciopero del 18 ottobre e la rabbia sociale che cresce contro il carovita e un sistema in crisi strutturale, il Presidente Macron affila le sue armi per la guerra politica, economica e sociale contro le classi popolari.

E in guerra non c’è spazio per il “dialogo sociale” né per “compromessi”.

È necessario rispedire al mittente questo attacco ed organizzare la mobilitazione generale, senza attendere oltre.

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06/01/2020

Francia - Scandalo TAV: i conflitti d’interessi della ministra Borne

Un’ennesima bufera si sta abbattendo sul governo Macron... e riguarda da vicino il progetto TAV.

Oltralpe, gli alti funzionari e i ministri sono obbligati, prima di prendere funzione, a dichiarare le proprie occupazioni pregresse a un organismo per la trasparenza della vita pubblica, la Haute autorité pour la transparence de la vie publique (Hatvp).

Il settimanale Marianne ha rivelato pochi giorni fa che la ministra della transizione ecologica, responsabile anche del dicastero dei trasporti, Elisabeth Borne, ha “omesso” di dichiarare la sua attività nel consiglio di amministrazione dell’Institut pour la gestion déléguée (IGD) tra il 2015 e 2016. La cosa è di grande interesse perché l’IGD è niente di meno che la principale lobby francese di costruttori.

La ministra ha parlato di “insinuazioni scandalose” e ha subito smentito di avere l’obbligo legale di dichiarare la sua posizione. Al di là dell’aspetto strettamente giuridico, però, l’opportunità di questa partecipazione è stata comunque messa in dubbio da più parti vista la contiguità tra i dossier trattati dalla ministra e gli interesse difesi dall’IGD.

La vicenda, come dicevamo, ci riguarda da vicino perché c’è uno scandalo nello scandalo. Sfogliando la lista dei membri del consiglio di amministrazione dell’IGD si può facilmente notare che le sedute sono presiedute da Hubert du Mesnil. Monsieur du Mensil dal 2013 ricopre anche un’altra importante funzione: è il presidente del consiglio di amministrazione di TELT, la società incaricata di costruire il TAV!

La partecipazione di du Mesnil alla testa di una lobby di costruttori mentre al contempo è responsabile di un’impresa a capitale pubblico (metà italiano e metà francese) che dovrebbe portare a compimento il TAV era già finita sotto i riflettori tre anni fa, quando l’associazione anti-corruzione ANTICOR aveva presentato un esposto al Procuratore nazionale finanziario.

TELT ha infatti attribuito a due membri dell’IGD – la SPIE Batignolles e la società di consulenza Tractebel – due importanti contratti per i lavori preparatori del tunnel transalpino. Più importante ancora, in futuro, tra i beneficiari dei contratti miliardari dell’opera ci sarebbero senz’altro molti altri finanziatori della lobby, come il costruttore Vinci. Una vicenda che ricorda, mutatis mutandis, quella del nostro Mario Virano: prima direttore dell’imparzialissimo osservatorio ministeriale sulla seconda Torino-Lione poi direttore generale di TELT, proprio accanto a du Mesnil.

La rivelazione della partecipazione all’IGD della ministra Borne è un altro mattone che crolla nel muro dell’ipocrisia che protegge il progetto TAV. La ministra che ha difeso in sede istituzionale la necessità di realizzare l’opera e il presidente della società pubblica che la costruisce fanno parte dello stesso organismo di pressione che formula raccomandazione su come gestire il rapporto tra pubblico e privato nei grandi progetti infrastrutturali. Una promiscuità tra manager, ministri e analisti che dovrebbe far sorgere qualche dubbio anche agli osservatori più distratti sugli obiettivi che vengono perseguiti col progetto TAV.

In fondo al tunnel c’è la difesa dell’interesse generale dei territori, degli utilizzatori nonché di chi finanzia l’opera – ossia i cittadini francesi e italiani (ma va detto, gli italiani di più) – oppure dell’interesse particolare delle varie cricche che un giorno siedono sulla poltrona da ministro e quello dopo da amministratore delegato quando non fanno le due cose contemporaneamente?

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