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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/01/2024

Francia - Nuovo governo, vecchia crisi

A neanche due anni dalla sua rielezione, il presidente francese Emmanuel Macron ha deciso di “far saltare” la prima ministra Élisabeth Borne e aprire quindi ad un “rimpasto di governo” la cui portata è ancora tutta da valutare.

Ieri, Macron ha nominato come nuovo primo ministro Gabriel Attal, ministro dell’Educazione nazionale e già portavoce del governo.

A 34 anni, Attal diviene ufficialmente il più giovane Primo Ministro nella storia della Quinta Repubblica. La sua nomina ha sorpreso non poco i commentatori politici, più propensi a vedere a Matignon (sede del governo francese) Sébastien Lecornu, ministro delle Forze armate, o Julien Denormandie, ex ministro dell’Agricoltura.

Sostenitore di Emmanuel Macron dal 2016, l’ex “socialista” Gabriel Attal ha avuto un’ascesa fulminante all’ombra del capo di Stato: eletto deputato nel 2017, ha trascorso appena un solo anno all’Assemblée Nationale prima di entrare nel governo, come segretario di Stato per l’Educazione Nazionale, in seguito portavoce del governo tra il 2020 e il 2022, fino alla carica di Ministro dei Conti Pubblici e poi Ministro dell’Educazione Nazionale (da luglio 2023).

All’ombra dell’ex ministro Jean-Michel Blanquer, Attal ha supervisionato gli inizi del Servizio Nazionale Universale (SNU) per i giovani tra i 15 e i 17 anni.

Come portavoce, ha difeso la “strategia” del governo durante il periodo segnato dalla pandemia e il ricorso ai “consigli” del cabinet McKinsey per 4 milioni di euro.

In qualità di ministro ha difeso gli sgravi fiscali per le imprese e, infine, vietato l’abaya nelle scuole in quanto “indumento che apparentemente manifesta un’affiliazione religiosa”.

Gabriel Attal è cresciuto e si è abbeverato al biberon della Macronie: la sua linea politica è quella del Presidente della Repubblica. Potrebbe essere stata proprio la sua immanchevole e supina fedeltà a motivare la scelta di Macron, senza creare ulteriori malumori nella “minoranza di governo”.

Una constatazione che mina radicalmente la credibilità di Attal come figura “autorevole” e lo fa vedere semmai come una “testa di turco”, esecutore di strategie altrui.

Élisabeth Borne ha traghettato il governo francese fino all’approvazione della riforma delle pensioni, largamente e duramente contestata da una storica mobilitazione sindacale e sociale che si è protratta per diversi mesi.

Inoltre, ha fatto uno spropositato ricorso all’articolo 49.3 della Costituzione, che prevede l’adozione di un testo di legge senza il voto dell’Assemblée Nationale, per imporre di fatto due Leggi Finanziarie all’insegna dell’austerità sociale.

Prima di partire da Matignon, l’ex prima ministra è riuscita a far approvare la nuova “Loi Asile-Immigration”, un obbrobrio legislativo applaudito dal Rassemblement National di Marine Le Pen che sdogana ancor più apertamente un razzismo di Stato attraverso la sua logica securitaria e xenofoba.

Macronista fino al midollo, la figura di Gabriel Attal difficilmente cambierà di un solo seggio i contorni della “maggioranza relativa” che il suo schieramento detiene all’Assemblée Nationale.

Tuttavia, potrebbe forse dare nuovo smalto al partito Renaissance di Macron in vista delle elezioni europee di giugno, contro il giovane candidato Jordan Bardella, presidente del lepenista Rassemblement National.

Al di là delle effimere considerazioni elettorali, è difficile vedere questo cambio di primo ministro come un “secondo atto” di un quinquennio sin dal suo inizio improntato ad una politica di austerità sociale per le classi popolari e di ulteriore compressione dei diritti sociali, a vantaggio dei grandi patrimoni e delle multinazionali che continuano a registrare dividendi stellari.

“Attal torna al suo posto di portavoce. La carica di primo ministro scompare. Il monarca presidenziale governa da solo con la sua corte”, ha denunciato duramente il leader de La France insoumise Jean-Luc Mélenchon su X (ex Twitter).

Nulla cambierà dal punto di vista delle politiche economiche, sociali ed ambientali, decise e dirette dallo stesso Macron. Anche il “rimpasto” di governo con la nomina dei nuovi ministri nelle prossime settimane ha tutti i contorni gattopardeschi di una crisi di legittimità politica ormai stantia.

L’acuirsi di questa crisi costringe Macron a serrare i ranghi intorno a lui nel disperato tentativo di limitare il declino politico sul piano nazionale e i contraccolpi su quello internazionale. Per quanto tempo ancora?

Fonte

08/07/2020

Francia, un rimpasto per salvare la pelle

A meno di due anni dalle elezioni presidenziali del 2022 il “rimpasto governativo” – la nuova composizione dell’esecutivo è stata comunicata alle sette di lunedì sera – è l’ennesimo tentativo di recuperare credibilità da parte del Presidente francese, specie dopo la batosta delle elezioni amministrative.

“Macron gioca Macron per tentare di salvare la fine del suo Quinquennio”, titolava il primo commento a caldo del prestigioso quotidiano francese Le Monde, affidato a F. Frezzos.

In questi anni la disaffezione civica verso il voto dei francesi è cresciuta esponenzialmente, nonostante l’Esagono sia stato attraversato da movimenti che hanno fortemente “ri-politicizzato” la società.

L’astensionismo è passato dal 25,44% nel secondo turno delle presidenziali al 57,36% delle legislative, e dal 49,88% delle europee dello scorso anno al 58,6% del secondo turno delle elezioni amministrative.

Ormai la Francia è divenuta un regime censitario “post-rappresentativo”, dove le classi popolari, i giovani e le periferie praticamente non votano più. A Seine Saint-Denis per esempio – comune della ex “cintura rossa” parigina, persa dai comunisti in favore dei socialisti – l’astensione è stata del 67,5%, con punte dell’80% in alcuni quartieri – quasi due operai su tre, così come i giovani tra i 18 e 34 anni, non si è recato alle urne.

E questo è un fenomeno che ha riguardato anche comuni come Marsiglia, dove comunque una composita lista di sinistra (“Printemps Marsailleise”) costruita attorno all’impegno militante di alcuni suoi animatori, con al centro alcune lotte importanti e vittoriose in città – contro il disagio abitativo e contro la partnership pubblico-privato nella scuola, per esempio – hanno posto fine a 25 anni di gestione clientelare della destra.

Nel corso di questi tre anni – dalla sue elezione il 7 maggio del 2017 – sono state numerose le defezioni di ministri anche di alto profilo in un governo che ha potuto contare su una solida maggioranza governativa – la creatura politica di Macron, LREM, aveva la maggioranza assoluta fino a poco tempo fa, oltre all’appoggio dei deputati di MoDem e UDI – e su una impalcatura istituzionale presidenzialista, che Macron ha interpretato da “monarca repubblicano”.

Come afferma Edwy Plenel di Mediapart: “il nostro presidenzialismo è un regime d’eccezione divenuto norma”, che fa di un uomo solo al comando l’arbitro in grado di fare e disfare senza alcun contrappeso, senza reale bilanciamento del suo operato, senza alcun vettore in grado di fare da cinghia di trasmissione per correggere la rotta.

Lui da un lato, rappresentante di un’oligarchia piuttosto opaca e sorda ai bisogni popolari, e dall’altra “le peuple”, che però non ha trovato un output politico adeguato, in grado di rappresentare l’estrema vivacità di ciò che si muove in piazza.

In questi tre anni l’agenda politica neo-liberista è sempre rimasta la stessa, nonostante il cambio di narrazione che ha cercato di adattarsi alle esigenze contingenti. In questa ultima trasformazione una maggiore enfasi sembra essere data alla questione ecologica – visto tra l’altro il “successo” dei verdi alle recenti elezioni amministrative – alla discriminazione razziale (tenendo conto delle mobilitazioni avvenute anche in Francia dopo la morte di George Floyd), oltre all’attenzione al settore sanitario, mobilitato dalla primavera del 2019 e quasi subito tornato in piazza con la fine del “confinamento”.

Il tentativo di dare una parvenza di maggiore dialogo e concertazione dopo la “marea gialla”, in quello che voleva essere l’“Atto II” della sua Presidenza, girando pagina, è stato un flop, come ammettono candidamente gli analisti.

Il segno di Macron resta infatti ferocemente neo-liberista. Ne sono una prova le sue dichiarazioni sulla volontà di portare a compimento la contestata riforma pensionistica, osteggiata da un inedito sciopero ad oltranza da parte dei ferrovieri e di quelli della metro parigina durante l’ultimo inverno, da una serie di scioperi generali e da massicce mobilitazioni in tutto l’Esagono.

La “sinistra” di LREM avrebbe voluto un approccio più “dialogante”, su questo e su tutta una serie di dossier che in questa difficile congiuntura implicherebbero un nuovo “patto sociale”, ma che una Presidente senza consenso, che si appoggia ad una creatura politica non radicata e senza alcun corpo intermedio di riferimento, non può costruire.

Numerose sono le crisi che ha conosciuto la Presidenza Macron già prima dell’emergenza Covid-19; dall’“Affaire Benalla”, passando per il movimento dei Gilets Jaunes e giungendo alle mobilitazioni invernali contro la “pensione a punti”.

Più la sua popolarità è calata, più ha guardato “a destra”, in un distillato di politiche liberiste, torsione autoritaria e notevole spinta repressiva.

Come ha dichiarato lo stesso Macron alla stampa regionale prima del rimpasto “credo che la direzione verso cui mi sono impegnato nel 2017 resti vera”.

Il cambiamento dell’esecutivo è avvenuto dopo le dimissioni presentate dal Primo Ministro E. Philippe, venerdì scorso, e il quasi contestuale annuncio della nomina di Jean Castex per questa carica.

L’ex capo del governo, dopo la sua riconferma elettorale come sindaco di Le Havre, nel secondo turno delle elezioni amministrative la settimana precedente, aveva consegnato “a sorpresa” le dimissioni, accettate dal Presidente.

Philippe, che proveniva dal gaullismo – dall’UMP – era stato collaboratore di Alain Juppé e faceva parte di quella compagine di politici di LR entrati a far parte della compagine governativa senza prendere la tessera di LREM, all’inizio aveva il ruolo di “bilanciare a destra” l’immagine di un presidente che era stato ministro durante la precedente presidenza del socialista Hollande.

In realtà sempre più quadri gaullisti, nel corso del tempo, hanno rimpolpato le file governative.

Castex, si inserisce in questo solco, un anonimo funzionario di destra – tra l’altro ex stretto collaboratore di Sarkozy durante la sua presidenza – un tecnocrate proveniente dall’ENA, che i francesi hanno conosciuto per l’elaborazione del piano di “de-confinamento” a partire dall’11 maggio.

A differenza del suo predecessore ha preso la tessera di LREM, e sembra volere essere un elemento propulsivo e coagulante della maggioranza parlamentare, guidando questo tentativo di “riassembramento”.

Una figura destinata ad essere in secondo piano rispetto a Macron – un “collaboratore” è stata la definizione data dalla stampa – che infatti anticiperà il suo Primo Ministro parlando il 14 luglio, prima che questo possa esporre ai deputati il suo progetto governativo, come sarebbe prassi, soprattutto considerato che enfatizza il suo ruolo di esponente della “maggioranza governativa”.

Come scrivono C. Pietralunga e A. Lemane sul quotidiano francese Le Monde, il 3 luglio: “c’è l‘impressione di una messa sotto tutela, rinforzata dalla scelta, per dirigere la cabina del primo ministro, di Nicolas Revel (…) vicino a Macron”. Un fedelissimo che aveva già cercato di “piazzare” a Matignon, incontrando però il diniego di Philippe.

Macron quindi vuole tenere saldo in mano il timone, timoroso dei segnali di riconfigurazione del paesaggio politico; a sinistra lungo l’asse Partito Socialista (PS) e verdi (EELV), ma anche dei suoi possibili avversari a destra tra LR, anche se RN (Le Pen) ha dimostrato di abbaiare senza però mai mordere.

Sono 9 i nuovi ministri, compreso il Primo Ministro; ed escono dalla compagine governativa alcuni nomi di peso come Castaner, Belloubet, Ndiaey, Pénicaud.

Il ministro dell’Interno C. Castaner è stato sostituito da G. Armanin, dopo il suo arrivo a place Beauvau il 16 ottobre del 2018. Uomo vicino al Presidente, era stato nominato dopo le dimissioni a sorpresa di G. Collomb, ex-notabile socialista, due volte sindaco di Lione, che ha perso alle recenti elezioni amministrative.

Eric-Dupont Moretti, avvocato proveniente dalle file della società civile, diviene “guarda-sigilli”; alla cultura va la ex-gaullista (UMP) Roselyne Bachelot, mentre Barbara Pompili, ex “verde” passata a LREM, diviene ministra dell’ecologia.

Membri della società civile, ex gaullisti e centristi, esponenti padronali, sono i protagonisti di questo rimpasto “gattopardesco” di ministri e delegati con un tocco di “rosa”: sono infatti sei le nuove ministre.

La scelta di Moretti – che sostituisce Belloubet – è un gesto di distensione verso gli avvocati, fortemente mobilitati contro la riforma pensionistica, ma è una figura piuttosto esposta, mediaticamente divisiva e osteggiata dai magistrati.

Il Presidente dei ricchi si conferma tale. Sarà la piazza a decidere il suo destino, come per ogni monarca giunto al crepuscolo.

Fonte

08/08/2019

La crisi di governo c’è, la soluzione no

La politica italiana è ormai un gioco a somma zero. Leader provvisori salgono e scendono a velocità folle, bruciando come cerini in un paio d’anni. È andata così per Renzi, poi per Di Maio, ora è il momento top di Salvini.

Ma non è detto che duri molto. Chi osserva il gioco della politica con occhiali solo nazionali è destinato a rimanere sorpreso di continuo.

Vediamo le ultime novità. Il Senato ha bocciato la mozione dei Cinque Stelle sul Tav in Val Susa, e approvato tutte quelle “sì Tav” (presentate da Lega, Pd, meloniani e – fu – berlusconiani). Il governo si è dunque clamorosamente spaccato, è emersa una diversa “maggioranza di scopo”, che non si tradurrà per ora in una alleanza esplicita solo perché i rispettivi elettorati potrebbero avere qualche stranguglione di troppo nel vedere insieme leghisti e piddini, fratellini italici e frattaglie del Cavaliere.

Ma basta sapere che in caso di problemi, queste forze potrebbero far fronte comune “sulle cose da fare”.

I Cinque Stelle si sono ritrovati per un giorno nel vecchio ruolo “anti-sistema”, soli contro tutti. Ma è stata una recita disperata che precede di poco la capitolazione. Se questa avverrà davanti a Salvini o nelle urne, è solo questione di tempo.

Presentare una mozione No Tav, dopo che il presidente del consiglio da loro scelto aveva garantito la realizzazione della “grande opera inutile”, era una via di fuga per cercare di mantenere un qualche coerenza agli occhi di un elettorato in fuga (durissimo il Movimento No Tav, che pure aveva dato qualche credito al M5S). Salvare la faccia, insomma, senza rischiare la tenuta del governo.

Fatalmente, è stato l’esatto opposto. Tutti i partiti politici che si contendono il favore del “partito degli affari” hanno colto l’occasione per affossare definitivamente l’unica opzione sedicente “alternativa” presente in Parlamento.

Per la Lega si trattava solo di tradurre l’occasione in guadagno. E così Salvini ha visto Conte (non Di Maio) per pretendere – secondo voci piuttosto unanimi – un rimpasto radicale, defenestrando Toninelli, Tria e Trenta. Ovvero il ministro delle infrastrutture, quello dell’economia e il titolare della Difesa. In pratica, il rovesciamento dei rapporti di forza interni al governo per adeguarli alla differenze “pesistica” sancita dalle elezioni europee, dove Lega e Cinque Stelle si sono scambiati i ruoli rispetto al marzo 2018 (vi ricordate il 4 marzo? Pare passato un secolo...).

Il governo Conte è dunque finito, in ogni caso. Restano in campo solo due ipotesi. a) Un Conte 2, dove sarebbe la Lega a dettare l’agenda di governo e scegliere i ministri-chiave; b) le dimissioni dell’esecutivo.

La crisi è insomma aperta, si tratta di vedere se e chi riuscirà a pilotarla verso un esito non devastante.

In teoria a Salvini servirebbero elezioni anticipate per incassare e tradurre in parlamentari quel consenso garantito dai sondaggi, prima che cominci a calare (ci vuol poco, ripetiamo, da qualche anno a questa parte). E i Cinque Stelle vedono una simile soluzione come la fine del movimento, non solo delle “carriere” di quasi tutto il gruppo dirigente (a cominciare ovviamente da Di Maio, rivelatosi un dilettante traffichino, alla ricerca costante della mediazione al ribasso, più che un “generale” adatto alla battaglia).

Ma nessuno può giurare che le elezioni siano effettivamente possibili. La cabina di pilotaggio è infatti costituzionalmente nelle mani di Sergio Mattarella. E le scadenze di fine anno – una legge di stabilità da stilare sotto il controllo diretto e non benevolo dell’Unione Europea, con tanto di “lacrime e sangue” conteggiabili in almeno 40miliardi di euro – richiedono che a Palazzo Chigi ci sia un esecutivo nel pieno delle sue funzioni.

Dunque, o questo governo va avanti “rimpastando” poltrone, pesi specifici, priorità di programma, oppure le sue dimissioni potrebbero tradursi in un classico governo tecnico incaricato di traghettare il paese oltre le colonne d’Ercole del capodanno (data di scadenza per approvare la manovra, evitando così l’“esercizio provvisorio” e l’aumento automatico di tutte le aliquote Iva).

Una eventualità che toglierebbe a Salvini il megafono propagandistico del ministero degli interni e del vice-premierato, riportandolo al ruolo di un oppositore sbraitante con pochi parlamentari da manovrare.

Per questo, nonostante gli sia stata servita la crisi di governo su un piatto d’argento, preferisce una classica “trattativa da Prima Repubblica”, evitando il rischio di restare col grido di vittoria strozzato in gola. Esperienza che potrebbe fare a breve sul tavolo europeo, se il suo candidato a Commissario per l’agricoltura – l’attuale ministro Centinaio – dovesse essere impallinato dal Parlamento di Strasburgo.

D’altra parte, questa settimana è in pratica l’ultima a disposizione per decidere cosa fare. E c’è la non piccola complicazione che le Camere sono da ieri ufficialmente chiuse per vacanza. Dunque non sarebbe possibile – o facile – “formalizzare” la crisi con un voto parlamentare di sfiducia. E anche se Conte consegnasse spontaneamente le dimissioni al Presidente della Repubblica, resterebbe comunque in carica fino a settembre per l’“ordinaria amministrazione”.

A quel punto, però, i tempi per andare al voto anticipato sarebbe scaduti, perché almeno un paio di mesi sarebbero necessari (anche tralasciando altre piccole complicazioni come l’ultimo passaggio parlamentare della riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari – cadrebbe nel dimenticatoio, così come il conseguente “ridisegno dei collegi elettorali”), e il nuovo governo si insedierebbe a Palazzo Chigi come minimo in dicembre.

Dunque senza il tempo per fare la legge di stabilità.

Più logico, dunque, “rimpastare e comandare”.

Il pallino, in apparenza, è ora in mano ai Cinque Stelle, che devono decidere se mollare tutto e comportarsi d’ora in poi come semplici votanti delle leggi che la Lega propone, mettendo fine alla propria breve storia. Oppure far saltare il governo con un grido di battaglia, sperando che effettivamente Mattarella piloti la crisi verso un esecutivo “tecnico” sostenuto da tutto il Parlamento (meno la Lega e Fratelli d’Italia, forse).

Un gioco a somma zero, come detto all’inizio. Del resto, da quasi 30 anni a questa parte, la normale attività politica interna ai singoli paesi del Vecchio Continente si svolge dentro la cornice (o la gabbia) della governance europea. Senza alcuna autonomia di scelte per quanto riguarda le “questioni vere” (economia, fisco, gestione della spesa pubblica, regole di mercato, mercato del lavoro, ecc.), e briglie invece quasi sciolte per la minutaglia (ordine pubblico, gestione dell’immigrazione, libertà civili, ecc).

Mentre la condizione di vita della stragrande maggioranza della popolazione peggiora costantemente (al massimo con qualche palliativo temporaneo, come reddito di cittadinanza e quota 100), gli aspiranti “leader” sono costretti a una campagna elettorale permanente condotta a suon di promesse mirabolanti e “costruzione del nemico” su cui far convergere lo scontento popolare.

I Cinque Stelle avevano trovato il nemico nei “costi della politica” e la corruzione dilagante (non solo nella politica). La Lega l’ha fatta ancora più facile, criminalizzando migranti, “zingari”, Ong vere e “zecche dei centri sociali”.

E il nemico vero dei popoli, intanto, se la ride dall’alto dei grattacieli di Bruxelles, Francoforte o New York...

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18/07/2015

Atene: rimpasto di governo, epurati i dissidenti di Syriza

Mentre Atene è lambita da un enorme incendio e le fiamme spazzano il Peloponneso e l’isola di Eubea, Alexis Tsipras vara il rimpasto di governo e silura tutti i ministri e i viceministri che hanno espresso contrarietà o comunque critiche nei confronti del cosiddetto “piano di salvataggio” lacrime e sangue firmato domenica notte a Bruxelles dal primo ministro.

Resta naturalmente in sella il ministro delle Finanze Tsakalotos, che ha preso il posto di Yanis Varoufakis il 6 luglio, mentre viene sostituito il ministro dell’Energia Lafazanis, leader della Piattaforma di Sinistra, la principale ala dissidente di Syriza. Tryfon Alexiadis è stato nominato vice ministro delle Finanze, al posto di Nadia Valavani, che si era dimessa mercoledì in polemica con la capitolazione dell'esecutivo ellenico davanti alle pretese della troika. Il vice-ministro degli esteri, Nikos Choun­tis, anche lui della «Piattaforma di sini­stra», si è già dimesso per occu­pare un posto all’europarlamento in sostituzione del dimissionario Manolis Glezos.

Il rimpasto appena annunciato prevede che il ministro del Lavoro Panos Skourletis passi all’Energia mentre Tryfon Alexiadis è stato nominato vice ministro delle Finanze al posto della dimissionaria Nadia Valavani. George Katrougalos prende il posto di Skourletis al Lavoro. Tra ministri e vice, sono in tutto nove i cambiamenti. Salta anche il portavoce del Governo Gabriel Sakellaridis, che viene sostituito da Olga Gerovasili. Un giro di poltrone che non rappresenta un terremoto - a parte il regolamento di conti interno al partito di maggioranza relativa - perché i sostituti sono tutti esponenti di Syriza. Non c’è dunque un allargamento della maggioranza ad altri partiti, almeno per ora, anche se di fatto la maggioranza uscita dalle elezioni del 25 gennaio dopo il no di una quarantina di deputati di Syriza contrari alla capitolazione è ostaggio del sostegno dei partiti di centro e di destra.

Il partito della destra nazionalista dei Greci Indipendenti è stato premiato per la sua fedeltà con la concessione di un sottosegretario, incaricato di supervisionare il 'risanamento del sistema pensionistico', che consiste nell'aumento a 67 anni dell'età pensionabile, nell'aumento dei contributi, nel taglio dei sussidi statali ai pensionati più poveri... Inseriti nell'esecutivo anche alcuni personaggi di impronta tecnocratica, poco sensibili ai rimorsi di coscienza. A sentire alcune fonti interne a Syriza, il ricorso ad alcuni tecnici è stato reso necessario dall'impossibilità di trovare dirigenti del partito desiderosi di prendersi la responsabilità di gestire piani che provocheranno sofferenze e disagi alla popolazione, il che la dice lunga sul contenuto del diktat accettato a Bruxelles dal primo ministro.

Che ieri ha anche deciso di istituire all'interno del governo un “Comitato speciale per la corruzione”, affidato a Panagiotis Nikoloudis, con il rango di ministro.

In occasione del rimpasto l’ex ministro delle Finanze si è fatto sentire di nuovo, affermando che il programma di controriforme economiche approvato l’altro ieri notte dal parlamento di Atene "passerà alla storia come il più grande disastro macroeconomico" degli ultimi anni. In un'intervista alla Bbc Yanis Varoufakis ha criticato frontalmente il premier ellenico Tsipras e il Terzo Memorandum: la scelta, ha detto, era tra essere "giustiziati e capitolare" e il premier "ha deciso che la capitolazione era la strategia finale".

Mercoledì notte la presidente del parlamento Zoe Konstantopoulou, che ha guidato il cosiddetto ‘Comitato della Verità’ incaricato di indagare sulla composizione del debito ellenico, ha lamentato di essere costretta a vedere il suo governo – contro il quale ha votato nella conta sul Terzo Memorandum che ha sancito la spaccatura di Syriza - firmare un accordo che aggiungerà nuovi debiti a un debito illegale e illegittimo e che peserà come un macigno sulle nuove generazioni di greci, come aveva già denunciato al termine dei  suoi lavori il comitato animato dall’economista belga Eric Toussaint.

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