Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
12/06/2020
La toponomastica del razzismo sotto tiro in mezzo mondo, quello occidentale
Sta seminando allarme e discussioni feroci l’abbattimento o la contestazione di statue e monumenti che richiamano figure storiche, espressione del razzismo e del colonialismo.
Il fenomeno è cominciato a Minneapolis, nel corso delle rivolte dopo la brutale uccisione di George Floyd da parte di poliziotti bianchi.
L’ultima a cadere, sempre a Minneapolis, è stata la statua di Cristoforo Colombo. Prima di lui, ma in Gran Bretagna, era toccato alla statua dello schiavista Edward Colston.
La protesta antirazzista sta divampando in molte città del mondo bianco e occidentale, a farne le spese sono le statue di personaggi fino a ieri considerati “portatori di civiltà” ma in una accezione molto, ma molto, “occidentale”.
Sui social media circolano le foto della statua di Colombo abbattuta davanti al Campidoglio di Minneapolis. A Boston ne è stata decapitata un’altra, sempre del “navigatore” italiano.
Martedì notte, Colombo era stato divelto e gettato in un lago a Richmond, in Virginia. Sul basamento del monumento i manifestanti hanno posto una scritta che recita “Colombo rappresenta il genocidio”.
A Oxford migliaia di manifestanti si sono accaniti contro la statua di Cecil Rhodes, magnate minerario, colonialista e razzista dichiarato, teorico dell’apartheid in Sudafrica e Zimbabwe (la ex Rhodesia, che da lui aveva preso il nome).
In Gran Bretagna i manifestanti hanno buttato nel fiume la statua del mercante di schiavi (ma “filantropo”!) Edward Colston, ma non si è salvata neanche una icona della storia imperiale britannica come Winston Churchill.
È stato compilato un elenco di 60 statue che in Gran Bretagna celebrano schiavitù e razzismo. La mappa interattiva, ‘Topple the racists‘, elenca targhe e monumenti in oltre 30 città del Regno Unito: nella lista figurano la statua di Robert Milligan, il fondatore del mercato degli schiavi presso il West India Docks, al Museum of London; quella dell’ex segretario Henry Dundas, che ritardò l’abolizione della schiavitù a Edimburgo; e addirittura quella di Sir Francis Drake (il pirata diventato ufficiale di marina per la Regina Elisabetta), sul Plymouth Hoe.
La discussione imperversa anche in Belgio sulla figura dell’ex re Leopoldo II, una delle icone più brutali del colonialismo europeo. Una statua a lui dedicata è stata rimossa da una piazza di Anversa e sarà conservata nei depositi di un museo locale. Una petizione, già firmata da 44mila persone, chiede la rimozione da Bruxelles di tutte le statue del monarca, ispiratore del sanguinoso regime coloniale belga in Congo.
In Italia ci si è limitati ad inviare un appello al sindaco Giuseppe Sala e al Consiglio comunale di Milano perché sia valutata la rimozione della statua di Indro Montanelli, posta nei Giardini a lui intitolati. Come noto, Montanelli legittimò nelle sue corrispondenze, e “utilizzò” in Etiopia, il cosiddetto “madamato”, ossia il possesso di bambine-spose-schiave africane.
Il paradosso è che in Italia divampa una feroce discussione senza che nessuna statua sia stata ancora abbattuta. Viviamo decisamente nel paese più strano e servile dell’occidente.
Inutile dire che questa ondata di contestazione radicale di simboli del razzismo e del colonialismo – che possiamo definire come “eurocentrismo” nella visione della storia umana – viene presentata e liquidata come iconoclasta.
Ma da questo punto di vista possiamo affermare senz’altro che questa ondata giunge con abbondante ritardo, nei paesi occidentali, nella diffusione di una cultura anti-eurocentrica. Per secoli la visione liberale ed eurocentrica della civiltà ha fatto coincidere e convivere in sé il peggio e il meglio dello sviluppo umano.
Già nel Settecento il pensiero liberale riteneva di dover illuminare il destino degli uomini, ma solo di quelli bianchi; ed ha convissuto tranquillamente con lo schiavismo prima e il colonialismo poi.
Il genocidio e la schiavizzazione dei popoli nativi in America Latina, in Africa o in quelli che sono diventati gli Stati Uniti, ha attraversato e caratterizzato lo sviluppo economico, politico e culturale dell’occidente liberale come un “naturale” processo di civilizzazione. Negli Stati Uniti, come in Israele, è diventato una sorta di “destino manifesto”, addirittura fondato su narrazioni bibliche.
Pagine illuminanti su questo sono state scritte dallo storico Domenico Losurdo – purtroppo recentemente scomparso – nel suo “Controstoria del liberalismo”. Un libro che almeno una volta, in questa vita, andrebbe letto.
Eppure ancora oggi gli ideologi liberali starnazzano in ogni luogo per tenere lontano da sé molti dei peccati originali della loro storia e della loro visione del mondo. Continuano ad affermare che la loro visione conterrebbe “naturalmente” degli anticorpi. Ma non è affatto così. Hanno sì abolito lo schiavismo, ma hanno introdotto il lavoro salariato, che in alcune aree anche dell’occidente torna a somigliare sempre più al lavoro schiavistico in nome della maggiore “competitività”.
Al contrario, mentre bastonano senza requie le altre ideologie – quella comunista, innanzitutto – con la pretesa di affermare che la propria sia l’unica possibile, sperano ancora di poter uscire indenni da quella che ormai si configura come la crisi della civiltà capitalista.
E qui li dobbiamo attendere al varco, senza fare sconti.
È indubbio però che l’abbattimento di statue, monumenti, targhe che richiamano alle figure fondanti di questo modello debba misurarsi anche con la contestualizzazione e il loro valore artistico.
Un’opera d’arte, per quanto controversa, resta tale e come tale va rispettata. Abbattere il Colosseo per gli indiscutibili orrori che ha ospitato non sarebbe un’idea “progressista”. Nella nostra memoria recente le immagini dei Talebani che bombardano i templi o le statue buddiste, o le distruzioni delle opere delle civiltà pre-islamiche, operate dall’Isis in Siria e Iraq (senza per questo dimenticare il saccheggio di beni archeologici da parte delle truppe e dei contractors statunitensi e britannici) stanno lì ad indicare l’assurdo di una “pulizia” dei reperti storici in nome della “cultura” dell’oggi.
Capacità di discernimento e rimessa in discussione radicale dell’eurocentrismo, se ben dialettizzate tra loro, possono diventare una formidabile arma di combattimento sul fronte ideologico e di una nuova visione della civiltà umana.
È una discussione da aprire, a tutto campo, con maggiore solerzia che in passato e con molta, molta cattiveria in più.
Fonte
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