In questo articolo, Vijay Prashad critica la tesi secondo cui nell’Europa occidentale il colonialismo sarebbe stato, al massimo, un fenomeno secondario rispetto alla transizione dal feudalesimo al capitalismo. Al contrario, egli sostiene che «il capitalismo così come è storicamente emerso – industriale, globale, razzializzato e imperiale – era inseparabile dall’espropriazione coloniale». Questa realtà deve alimentare una concezione marxista nella lotta globale per il risarcimento a favore di coloro che sono stati oppressi e sfruttati per mano degli imperi del passato e del presente.
di Vijay Prashad
A metà dicembre 2025, Melissa Naschek del "Democratic Socialists of America" ha intervistato il sociologo della New York University Vivek Chibber per il podcast Confronting Capitalism; la trascrizione, leggermente modificata, è stata poi pubblicata su Jacobin.[1] Ho ascoltato il podcast e poi ho letto e riletto diverse volte la trascrizione. Ogni volta che la leggevo, mi sorprendeva che Chibber, professore di sociologia e direttore della rivista Catalyst, avesse deciso di esprimere in un podcast - e non in un testo scritto di ampio respiro e corredato di citazioni - forti affermazioni sulle origini del capitalismo e considerasse minore il ruolo del colonialismo nella sua genesi.
Nel mondo del marxismo, il dibattito sull’origine del capitalismo ha appassionato studiosi che lavorano in molte lingue. In inglese – la lingua del podcast – il dibattito ha avuto origine da un libro di Maurice Dobb (Studies in the Development of Capitalism, 1948), che ha suscitato una recensione di Paul Sweezy su Science and Society (1950) e poi un dibattito raccolto da Rodney Hilton in The Transition from Feudalism to Capitalism (1976, con saggi di Christopher Hill, Eric Hobsbawm, George Lefebvre, John Merrington, Giuliano Procacci, Kohachiro Takahishi, Sweezy e Dobb). Questo dibattito ha assunto una nuova piega dopo che Robert Brenner pubblicò "Agrarian Class Structure and Economic Development in Pre-Industrial Europe" su Past and Present (1976), suscitando le reazioni di numerosi studiosi (M. M. Postan, Emmanuel Le Roy Ladurie, Patricia Croot, David Parker, J. P. Cooper, H. Wunder, A. Klima e Rodney Hilton), raccolte in un volume intitolato The Brenner Debate: Agrarian Class Structure and Economic Development in Pre-Industrial Europe, a cura di T. H. Aston e C. H. E. Philpin (1985)*. Propongo questi due libri – il dibattito Dobb-Sweezy e il dibattito Brenner – per mostrare che esiste una lunga tradizione di controversie sui fatti relativi alla transizione dal feudalesimo al capitalismo in Europa, e su come delinearne le linee fondamentali.[2] Si tratta di resoconti estremamente accurati, basati sui dati empirici disponibili in quel momento e argomentati con cura da tutte le parti, nonostante le loro grandi differenze politiche.
Sarebbe stato preferibile, come stimolo al dibattito, se Chibber, volendo avviare una discussione sulle questioni dell’origine del capitalismo e del ruolo avuto in merito dal colonialismo, avesse prodotto qualcosa di diverso da un podcast. Così com'è, il suo sprezzante atteggiamento nei confronti delle argomentazioni con cui non è d'accordo («sciocchezze assolute» e «assurde», dichiara Chibber; «di moda», afferma Naschek) rende difficile comprendere esattamente quanto sia serio su questi temi e se accoglierebbe con favore una seria risposta al di là dei clic sui social media.
Tuttavia, le questioni sollevate da Chibber sono molto importanti non solo per una comprensione accademica del passato, ma anche per la strategia politica necessaria nel presente (ad esempio, in relazione al crescente dibattito nella sinistra africana – ripreso dal Pan-African Progressive Forum – sulla questione delle riparazioni). Il titolo dell'intervista a Chibber è: «Il saccheggio coloniale non ha creato il capitalismo», un'affermazione molto forte della tesi che egli sembra sostenere, anche se, trattandosi di un podcast, è difficile, al di là di quel titolo, sapere esattamente cosa stia dicendo sul rapporto tra saccheggio coloniale e capitalismo. È infatti importante sottolineare che il titolo nega una tesi che non è certamente quella avanzata dagli studiosi interessati al rapporto tra capitalismo e colonialismo. Nessuno studioso serio sostiene che il colonialismo abbia creato il capitalismo. La ricerca seria (da Slavery and Capitalism [1944] di Eric Williams, a Slavery and Capitalism: New Marxist History [2025] di David McNally) sostiene che non si possa comprendere lo sviluppo e l'espansione del capitalismo, e in particolare la rivoluzione industriale tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo – ovvero l'emergere del capitalismo industriale – senza il processo ciclico di accumulazione del capitale derivante non solo dal plusvalore estratto dai lavoratori, ma anche dai cicli di supersfruttamento delle regioni coloniali e poi ex coloniali del mondo attraverso istituzioni quali la schiavitù e l'indebitamento permanente.[3] La questione non è che il capitalismo non avrebbe potuto emergere in nessun mondo immaginabile senza il colonialismo, ma che il capitalismo, così come è storicamente emerso – industriale, globale, razzializzato e imperiale – era inseparabile dall’espropriazione coloniale.
Una delle osservazioni più interessanti di Chibber è quella in cui afferma che «empiricamente, possiamo dimostrare che sia sbagliato» credere che «il Nord globale continui a rimanere ricco grazie al saccheggio del Sud». È difficile sapere esattamente a quale serie di dati empirici Chibber si riferisca in questo commento. Per esempio, nel XIX secolo, Dadabhai Naoroji sviluppò i primi calcoli sul drenaggio dall’India che furono poi studiati a livello regionale da B. R. Ambedkar e recentemente ricalcolati da Utsa Patnaik.[4] Negli ultimi dieci anni, Jason Hickel e il suo team di Barcellona hanno pubblicato una serie di studi importanti che dimostrano l’attualità del fenomeno del trasferimento di ricchezza dal Sud al Nord, non in un passato remoto, ma a partire dal 1960, quando i dati sono più affidabili. In un articolo calcolano che solo nel 2021 il Nord globale ha sottratto 18,4 trilioni di dollari attraverso il processo di scambio ineguale (o arbitraggio globale del lavoro), senza contare tutti i modi più diretti con cui il surplus viene sottratto al Sud globale.[5] Grieve Chelwa ed io abbiamo studiato il drenaggio imposto dal Fondo Monetario Internazionale alla maggior parte dei paesi africani nel corso degli ultimi decenni e abbiamo scoperto che i mercati obbligazionari occidentali sono utilizzati come strumento chiave per appropriarsi di valori attraverso una serie di strumenti corrotti (compresi i pagamenti di trasferimento).[6] Questo drenaggio incessante fornisce un flusso continuo di saccheggio verso i sistemi finanziari occidentali, il cui potere rimane intatto nonostante i grandi cambiamenti in corso, con lo spostamento del baricentro dell’economia mondiale verso l’Asia.[7] Vorrei capire a cosa si riferisce Chibber quando afferma che è «errato» credere che questo saccheggio sia una caratteristica permanente di ciò che Karl Marx (nel capitolo 26 del Capitale, libro 1) definiva «cosiddetta accumulazione originaria» (ursprüngliche Akkumulation).
Nonostante la mancanza di chiarezza su diversi punti dell’intervista a Chibber, come quello sopra citato, vorrei illustrare tre aspetti a titolo di discussione. In primo luogo: Marx e l’accumulazione originaria; in secondo luogo: le idee del marxismo politico; e in terzo luogo: il ruolo del colonialismo e del capitalismo.
Marxismo e l'accumulazione originaria
Nel primo libro del Capitale, Marx sviluppa il concetto di “cosiddetta accumulazione primitiva” o “accumulazione originaria” (poiché il termine tedesco, ursprüngliche, sottolinea l’elemento fondante). Il senso del paragrafo del Capitale è duplice, il primo dei quali è sottolineato da Chibber: in primo luogo, smantellare il mito borghese secondo cui il capitalismo sarebbe emerso dalla parsimonia, dal duro lavoro e dallo scambio pacifico (come sarebbe stato successivamente sviluppato da Max Weber in L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, 1904). In secondo luogo: insistere sul fatto che il capitalismo è nato a livello globale attraverso una violenza organizzata che ha separato i produttori dai mezzi di produzione. Questa accumulazione originaria non fu un preludio storico – ora chiuso – al capitalismo in Europa, ma un processo globale – in corso – inseparabile dall’imperialismo e dal colonialismo in tutte le sue forme (vale a dire, compreso il colonialismo dei coloni).[8] Per Marx, questa accumulazione originaria si riferisce alle enclosures** dei terreni comuni in Inghilterra, alla distruzione dei mezzi di sussistenza contadini, e alla creazione di un proletariato "libero", costretto a vendere la propria forza lavoro. Questo processo ha richiesto la violenza statale: leggi contro il vagabondaggio, punizioni brutali e il potere coercitivo del nascente Stato capitalista.[9] Su questo punto non vi è disaccordo con Chibber, il quale sottolinea l’espropriazione e la creazione di un nuovo contesto istituzionale finalizzati alla concorrenza e alla massimizzazione del profitto. Tuttavia, Marx è chiaro sul fatto che la trasformazione dell'Inghilterra e dell'Olanda non possono essere compresa senza il loro contesto storico-mondiale (e, del resto, l’ascesa olandese iniziò a vacillare quando perse il controllo dell’Angola, del Brasile e di New Amsterdam).[10] Il commercio a lunga distanza; la conquista coloniale; il genocidio delle popolazioni indigene nelle Americhe, in Africa e in Asia; la tratta transatlantica degli schiavi; e il saccheggio – che diventa routine – da queste aree del mondo sono stati i momenti costitutivi dell’ascesa del capitalismo.
Sospetto che Chibber abbia un problema con l’espressione "momenti costitutivi". Questa accumulazione originaria non è qualcosa che ha luogo in un passato lontano, ma è una condizione permanente imposta alla periferia. Il colonialismo, e poi il neocolonialismo (come dimostrò Kwame Nkrumah nel 1965, e rivelò ulteriormente Walter Rodney nel 1972), ha funzionato come un meccanismo di espropriazione continua: furto di terre, lavoro forzato, imposizione con la forza di economie basate sulla monocoltura, estrazione di risorse attraverso contratti minerari iniqui e trasferimenti di fondi, nonché distruzione della riproduzione sociale autonoma e della produzione nazionale sovrana.[11] Le economie nazionali e regionali nel mondo colonizzato sono state riorganizzate non per sviluppare le proprie forze produttive, ma per servire i processi di accumulazione imperiale.
L’accumulazione originaria deve essere intesa come una riorganizzazione violenta della riproduzione sociale, non semplicemente come l’espropriazione della terra e la mobilitazione coercitiva della manodopera per la produzione di merci. Il capitalismo coloniale ha sistematicamente smantellato le economie di sussistenza, l’uso comunitario della terra e i sistemi di cura basati sulla parentela, costringendo così la riproduzione della forza lavoro a forme sempre più precarie e femminilizzate di lavoro non retribuito o sottopagato. Nelle colonie, il lavoro delle donne: produzione alimentare, lavoro di cura, raccolta di acqua e combustibile, educazione dei figli e mantenimento delle comunità sfollate, è diventato un sussidio non riconosciuto all’accumulazione imperiale. Ciò non era incidentale allo sviluppo capitalistico: ne era costitutivo. La piantagione, la miniera e l’economia monocolturale potevano funzionare solo perché i costi della riproduzione della manodopera erano stati violentemente esternalizzati sulle famiglie colonizzate e, all’interno di esse, sulle donne. L’accumulazione originaria ha comportato quindi non solo la separazione dei produttori dai mezzi di produzione, ma anche la separazione della riproduzione sociale dal controllo collettivo, subordinandola agli imperativi dei mercati imperiali, dei regimi del debito e del patriarcato razzializzato. Questa distruzione e riorganizzazione della riproduzione sociale rimangono tra i meccanismi più duraturi e meno riconosciuti attraverso i quali l’accumulazione primitiva continua a operare nel Sud globale.[12]
Nella tradizione marxista, esistono diverse interpretazioni dell’idea di accumulazione originaria, ma ciò che i fatti dimostrano – e che è stato affermato nell’opera di Samir Amin, tra gli altri – è che l’imperialismo non è una conseguenza del capitalismo, ma è fondamentale per il capitalismo stesso.[13] In effetti, la traduzione inglese di ursprüngliche in "primitivo" è accurata sotto un altro aspetto, perché questa forma di accumulazione non si realizza attraverso la legge del valore, ma attraverso la violenza pura, una violenza primitiva che si manifesta tramite regimi di debito, programmi di adattamento strutturale, appropriazioni di terre e l’uso di tecnologie di guerra ibrida. Questa è la violenza dell’accumulazione primitiva, che Marx sottolineava non essere tanto un’accumulazione quanto un’espropriazione. Essa fu utilizzata non solo per separare i produttori dai loro mezzi di produzione in Inghilterra e in Olanda, ma per farlo con molta più violenza nelle Americhe, in Africa e in Asia, così come in Irlanda, dove i produttori persero i propri mezzi di produzione (in particolare la terra e i diritti fondiari) e furono costretti a lavorare come operai “liberi” all’interno di gerarchie sociali che non erano state smantellate (come quelle di casta e di razza). Intere società nel mondo colonizzato furono trasformate dai processi dell’imperialismo per soddisfare le esigenze dei paesi del centro. L’esempio può venire dalla stessa Irlanda, la prima colonia dell’Inghilterra, che fu concepita dai proprietari terrieri inglesi per trasferire grano, carne e latticini in Inghilterra (come osservò Marx nel Capitale) mentre i contadini irlandesi sopravvivevano a base di patate e poi – con l’intensificarsi della carestia – emigravano in Inghilterra per lavorare nelle fabbriche con salari irrisori, per poi emigrare nelle colonie in cerca di lavoro, e nelle colonie di insediamento in cerca di terra.[14]
Il processo di accumulazione primitiva strutturò nuove relazioni sociali (compresa una nuova divisione internazionale del lavoro), in cui le popolazioni delle colonie si trovarono a produrre enormi quantità di ricchezza sociale non per sé stesse e nemmeno per i propri capitalisti nazionali, ma per essere convogliate verso il centro del sistema coloniale al fine di potenziare l’accumulazione di capitale nell’industria e nella finanza. Ad esempio, nel vicereame del Perù, il viceré Francisco de Toledo istituì il sistema della mita, un sistema di lavoro forzato in cui un maschio adulto su sette doveva andare a lavorare senza retribuzione per la corona spagnola. I mitayos lavoravano nelle miniere d’argento con i propri attrezzi ed erano sostenuti dalle loro comunità, fornendo manodopera ancora più a buon mercato della schiavitù, e instaurando nelle Ande nuovi rapporti sociali che sopravvissero alle estrazioni d'argento nelle miniere di Potosí.[15] La trasformazione di questi rapporti in forme di attività sociali finalizzate alla produzione coloniale di merci, che sostenne lo sviluppo del capitalismo – e stabilì una divisione internazionale del lavoro – viene ignorata da Chibber in questa sua cronaca.[16]
Chibber fa un'osservazione interessante, secondo cui non conta solo il capitale sottratto, poiché i portoghesi e gli spagnoli avevano convogliato le immense ricchezze d'argento delle Americhe nella penisola iberica senza poi convertire questo capitale in industria e, di conseguenza, in accumulazione di capitale. Nel 1956, Pierre Vilar scrisse un saggio provocatorio sul Don Chisciotte di Miguel de Cervantes (1605) che contiene un capitolo intitolato “L’imperialismo spagnolo: lo stadio più alto del feudalesimo”.[17] Vilar ipotizzò che l'afflusso di monete d’argento che entrò in Spagna provocò massicci effetti inflazionistici e non trasformò, come ha sottolineato anche Chibber, la penisola iberica in un centro nevralgico del capitalismo. Ma Vilar e Chibber rimangono vincolati a una visione della storia mondiale incentrata sulla nazione e non vedono i tentacoli globali che già avvolgevano la penisola iberica secoli prima. Nel 1407, i finanzieri genovesi fondarono la Casa di San Giorgio, una banca privata che controllava le finanze pubbliche di Genova.[18] La Casa di San Giorgio e altre istituzioni simili divennero fondamentali per il finanziamento del commercio a lunga distanza verso l’Asia, la regione del Mar Nero, il Nord Africa e la Spagna. Nel XV secolo, i banchieri genovesi presero il controllo della finanza spagnola, sostennero l’Inquisizione nel tentativo di diventare i principali mercanti della regione mediterranea (comprese l’Andalusia e il Marocco, che controllavano l'accesso all'Oceano Atlantico), e poi finanziarono lo sviluppo iberico delle piantagioni di zucchero a Madeira (già nel 1450), nelle Isole Canarie (alla fine del 1400) e a SãoTomé (alla fine del 1400). Queste piantagioni, di orientamento capitalistico, fecero da modello per quelle che sarebbero sorte nelle Americhe (Hispaniola tra il 1516 e il 1520, Porto Rico e Cuba nel decennio successivo).[19] È sconcertante come Chibber (e Vilar) possano ignorare le piantagioni di zucchero del Mediterraneo, dell’Atlantico e delle Americhe. Vale la pena considerare la "quarta osservazione" di Marx in La miseria della filosofia (1847): «La schiavitù diretta è il cardine dell’industria borghese, proprio come le macchine, il credito, ecc. Senza schiavitù niente cotone; senza cotone niente industria moderna. Solo la schiavitù ha conferito alle colonie il loro valore, le colonie hanno creato il commercio mondiale, e il commercio mondiale è la condizione della grande industria. Perciò la schiavitù diventa una categoria economica della più alta importanza».
Il saccheggio dell’oro africano e dell’argento delle Americhe da parte di spagnoli e portoghesi costituì il capitale iniziale per le loro economie di piantagione, che si integrarono nel sistema capitalistico mondiale in via di sviluppo, incentrato alla fine su Londra. Fu proprio quel capitale proveniente da Londra a rientrare poi nei circuiti dell’imperialismo per finanziare lo sviluppo infrastrutturale in America Latina, al fine di rafforzare le strutture di estrazione neocoloniale della ricchezza.[20] Tra i marxisti spagnoli vi è condivisione sul fatto che i rapporti sociali capitalistici siano giunti più tardi rispetto ad altre parti d’Europa, che i mercanti spagnoli operassero entro i limiti imposti dalla monarchia e rimanessero deboli, e che essi si affermarono solo dopo l’invasione napoleonica del 1808.[21] Quando Chibber afferma che «la Spagna e il Portogallo avrebbero dovuto compiere le prime transizioni al capitalismo», ignora la complessa storia sociale della penisola iberica, i suoi legami con il capitale genovese e il prelievo dell’argento americano dalla penisola iberica per finanziare il commercio olandese e inglese e la loro transizione al capitalismo. Non si trattava di un progetto nazionale, ma regionale o continentale, ed è proprio questo che Chibber – che sembra ricorrere a un nazionalismo metodologico – non vede.[22]
I limiti del marxismo politico
Verso la fine dell’intervista, Chibber sottolinea che le sue idee si basano sull’opera di Robert Brenner, «che ha espresso questo concetto con grande forza». Più avanti, quando Naschek menziona Ellen Meiksins Wood, Chibber risponde che «lei si basava sulle argomentazioni di Brenner». È importante introdurre questa visione del mondo al lettore che potrebbe non avere familiarità con il "Brenner Debate" degli anni ’70 e ’80, e con la ripresa di quel dibattito grazie ai numerosi libri di Wood pubblicati negli anni ’90.[23] Per Brenner e Wood, la quale ha adottato il termine “marxismo politico” per descrivere il proprio approccio, il capitalismo non è nato dal commercio, dai mercati o dalla crescita demografica, né ha tratto beneficio dal colonialismo, ma è scaturito da rapporti tra le classi agrarie storicamente specifici che hanno costretto sia i proprietari terrieri che i produttori a riprodursi attraverso una dipendenza competitiva dal mercato. I rapporti tra le classi agrarie in Inghilterra sono fondamentali in questo processo, ed è quando le classi agrarie sono soggette alle pressioni del mercato che si possono individuare le origini del capitalismo. Da questa prospettiva, l’Irlanda o scompare (come in Brenner) o riappare (come in Wood) solo per essere distinta dalle altre esperienze coloniali, ma lo stesso vale per l’Asia, l’Africa e, naturalmente, le Americhe – e, sorprendentemente, anche per il resto delle Isole Britanniche e l’Europa. Ma questa è semplicemente una storia inglese, con l’Inghilterra che, attraverso la sua specifica storia sociale, si pone come origine delle relazioni sociali capitalistiche.
In una breve nota sul Brenner Debate, l’illustre storico indiano Irfan Habib scrive che quella di Brenner è una «visione fiabesca del processo che portò alla rivoluzione industriale inglese e alla trasformazione dell’Inghilterra nella prima economia industrial-capitalista del mondo».[24] Habib adduce diverse ragioni importanti per spiegare questo: in primo luogo Brenner ignora il ruolo dei macchinari e della fabbrica, la cui presenza nella trasformazione capitalistica dell’agricoltura viene ugualmente ignorata. In secondo luogo, Brenner oscura il ruolo dell’Irlanda come riserva da cui procurarsi cibo a prezzi più bassi, non solo per la classe operaia industriale, ma anche per la popolazione agraria che altrimenti avrebbe dovuto affrontare un crollo dei propri redditi a causa della distruzione dei propri mestieri domestici e delle proprie fattorie di sussistenza. In terzo luogo, Brenner trascura i proventi derivanti dalla tratta transatlantica degli schiavi, dal commercio di beni prodotti dalle piantagioni schiaviste e dal tributo dall’India. In quarto luogo, Brenner ignora la lotta di classe contro i contadini (come la violenza del movimento delle recinzioni [enclosures] del XVIII secolo) e la lotta di classe dei contadini stessi (dalla "ribellione di Kett" del 1549 alle rivolte di "Captain Swing" del 1830–1831).[25]
Nel Capitale, Marx scrive che «Benché i primi inizi della produzione capitalistica s'incontrino sporadicamente già nei nei secoli XIV e XV in alcune città del Mediterraneo, l'era capitalistica data solo dal XVI secolo».[26] Brenner mantiene questo periodo storico, ma colloca l’origine esclusivamente nella campagna inglese. Chibber afferma che il capitalismo emerge «a partire dalla metà-fine del 1400. Così che intorno al 1550 o 1560 abbiamo sostanzialmente un’economia veramente capitalista. Questo avviene circa un secolo prima che l’Inghilterra abbia un vero e proprio impero». Questo è il classico approccio di Brenner, che ignora il processo di sviluppo capitalistico che deve includere la macchina (come menziona Habib). La macchina non è solo un potenziatore di produttività, ma un rapporto sociale materializzato che riorganizza la disciplina del lavoro, il tempo e le competenze, oltre che a incrementare l’estrazione del plusvalore. La macchina ha permesso la creazione di nuovi rapporti sociali e non si è limitata a esprimere quelli esistenti. Come ha sottolineato Marx nel Capitale, la macchina non è un progresso tecnico neutro, ma «l’arma più potente per reprimere le periodiche insurrezioni dei lavoratori, gli scioperi ecc.» e per trasformare il processo lavorativo stesso, subordinando il lavoro vivo al lavoro morto e rendendo sistematico il plusvalore relativo.[27] Se prendiamo sul serio la macchina, dobbiamo comprendere anche il suo ruolo nella produzione coloniale: in primo luogo, a partire dal 1450, negli zuccherifici di Madeira, delle Isole Canarie, di SãoTomé e dei Caraibi; in secondo luogo, a partire dal 1500, quello dei macchinari minerari a Potosí, Zacatecas e nell’Europa centrale.[28]
Questi sviluppi avvengono prima dell’invenzione dei principali componenti dei macchinari tessili, quali la Spinning Jenny [giannetta o filatoio meccanico](1764), il Water Frame [filatoio idraulico o telaio ad acqua] (1769), la Mule [filatoio intermittente o mula a filare] (1779), il Power Loom [telaio meccanico] (1780) e il motore a vapore (1763). Quindi, è comprensibile che Chibber non fosse a conoscenza dell’importanza del fatto che i rapporti sociali a Madeira o a Zacatecas fossero stati completamente trasformati dalla macchina e plasmati in rapporti sociali capitalistici, poiché la letteratura su questi sviluppi o non era in inglese o non era pubblicata da case editrici metropolitane.[29] In questa letteratura, l’assenza della macchina per il suo ruolo nella riproduzione allargata, e l’assenza delle prime piantagioni nel Mediterraneo e nell’Atlantico, rivelano la ristrettezza di prospettiva del marxismo politico, che si accontenta, così com’è, dei registri manoriali e signorili inglesi (ignorando persino i registri parrocchiali come fonti di materiale demografico, i manuali di ingegneria, i rapporti degli ispettori di fabbrica, i libri e i registri contabili, gli archivi delle tenute e i manuali tecnologici).
Il marxismo politico, o almeno i primi lavori di Brenner e i successivi di Wood, mostra come i rapporti sociali capitalistici abbiano disciplinato il lavoro in Inghilterra e in altre parti del mondo nordatlantico. Ciò che non mostra è il rapporto tra questo lavoro disciplinato e la riproduzione allargata del capitale e l’espropriazione di terra, manodopera e minerali nelle colonie. Una descrizione accurata delle complesse origini del capitalismo non gli attribuirebbe in modo così preciso una data e un luogo di nascita, ma lo collocherebbe nelle piantagioni, nelle miniere, nelle colonie, sulle navi negriere e, naturalmente, nei campi dell’Inghilterra e nelle fabbriche dell’Europa nord-occidentale.
Il ruolo del colonialismo
All’inizio dell’intervista, Chibber afferma che intende respingere «l’idea che il capitalismo sia stato generato dal saccheggio», idea che, a suo dire, «era stata ampiamente screditata negli anni ’80 e ’90». La tesi, che sto avanzando qui, non è che il colonialismo abbia meccanicamente “creato” il capitalismo, ma che il capitalismo sia emerso come rapporto sociale globale – attraverso la creazione di una divisione internazionale del lavoro – con dinamiche interne in Europa che erano inseparabili dall’espropriazione coloniale, dal lavoro forzato e dalla produzione mediata dalle macchine in altre parti del mondo. È tuttavia significativo che, in diversi punti dell’intervista, Chibber parli di "saccheggio", un elemento importante dell’arsenale retorico della liberazione nazionale: drain [drenaggio] era il termine in uso nel XIX secolo, poi sostituito da plunder [saccheggio], mentre il termine tribute [tributo] è un termine che Samir Amin ha usato e sviluppato in un concetto critico. Ciò che Chibber sembra non ammettere, con l’uso della parola saccheggio, è che il colonialismo non è solo un furto d’argento, ma l’espropriazione di terre e corpi. Vale la pena ricordare che Marx, in Salario, prezzo e profitto (1865) – scritto originariamente in inglese – osservò l’uso da parte degli economisti politici classici del termine «accumulazione primitiva o originaria» e poi notò che questa «dovrebbe però chiamarsi espropriazione primitiva». Questa espropriazione primitiva, scriveva Marx, «non significa altro che una serie di processi storici, i quali si conclusero con la dissociazione dell'unità primitiva che esisteva fra il lavoratore e i suoi mezzi di lavoro».[30] Questi processi storici si possono vedere chiaramente nella storia della colonizzazione che risale alla fine del XV secolo. Dopo averli elencati nel Capitale, volume 1, capitolo 31 ("Genesi del capitalista industriale"), Marx afferma che «questi processi idilliaci sono momenti fondamentali dell’accumulazione originaria» – in altre parole, la base dell’emergere del capitalista industriale.[31] Se si ignorano il colonialismo e la macchina, non si comprende la genesi del capitalismo industriale, ma solo l’emergere di determinati rapporti sociali che si inseriscono nell'enorme behemoth del capitalismo.
La questione sollevata dall’intervento di Chibber non è se il capitalismo avrebbe potuto esistere in astratto senza il colonialismo, ma se il marxismo possa spiegare il capitalismo – così come è effettivamente emerso – senza confrontarsi con l’impero, la schiavitù e il dominio mediato dalla macchina. Su questa questione, il marxismo politico, e la sua interpretazione popolare data da Chibber, risulta insufficiente. Limitando le origini del capitalismo ai rapporti tra le classi agrarie inglesi e trattando il colonialismo come analiticamente secondario, scambia un'astrazione – l'enfasi sul potere politico e nazionale in contrapposizione ai rapporti politico-economici globali – per una spiegazione storica. Se si parte da un'astrazione analitica dal mondo, non sorprende che le conclusioni portino alla visione che il mondo sia irrilevante.
Il capitalismo non è nato come un sistema nazionale autosufficiente e successivamente proiettato verso l’esterno. È nato attraverso processi globali di espropriazione, attraverso la violenta riorganizzazione del lavoro e della natura nei vari continenti, e attraverso il precoce impiego di macchinari nelle piantagioni, nelle miniere e nei complessi estrattivi che disciplinarono il lavoro molto prima che la fabbrica inglese diventasse dominante. Non si è trattato di episodi marginali o di semplici «saccheggi», bensì di momenti costitutivi nella formazione dei rapporti sociali capitalistici e della divisione internazionale del lavoro.
Se questi eventi storici vengono presi sul serio, la questione delle riparazioni non può essere liquidata come un appello morale o una richiesta retrograda, ma deve essere intesa come una necessità materiale e politica. Le riparazioni non riguardano solo l’attribuzione di colpe per i crimini del passato, ma anche a contrastare le strutture di accumulazione, tuttora esistenti, fondate sull’espropriazione coloniale e che continuano a riprodurre la disuguaglianza globale nel presente. È questa la tesi del nuovo libro scritto da Kwesi Pratt Jnr., leader del Movimento Socialista del Ghana, con una prefazione del presidente ghanese John Mahama. L'intervista di Chibber esce proprio mentre il libro di Pratt ha iniziato ad attirare l'attenzione non solo in Ghana, ma in tutto il continente, con Mahama che si è impegnato a raccogliere sostegno a questa idea all'interno dell'African Union Reparations Agenda.[32] La ricchezza del Nord globale non è stata semplicemente accelerata dall'impero; ma si è costituita attraverso processi di espropriazione che hanno distrutto percorsi alternativi di sviluppo, riorganizzato la riproduzione sociale e imprigionato gran parte del Sud globale in rapporti di dipendenza che persistono attraverso il debito, il commercio e il dominio finanziario. Rifiutare le riparazioni pur riconoscendo questi eventi storici significa normalizzare un ordine mondiale ingiusto, come se fosse il risultato di processi di mercato neutri anziché di secoli di violenza organizzata. Un marxismo che prenda sul serio l’imperialismo deve quindi insistere sul fatto che le riparazioni – sia attraverso la cancellazione del debito, la restituzione delle risorse rubate, il trasferimento di tecnologia o la ricostruzione delle capacità pubbliche distrutte dal colonialismo e dall’aggiustamento strutturale – non sono atti di carità, ma momenti di lotta per la ridistribuzione della ricchezza sociale storicamente espropriata. Senza una tale politica, le critiche al capitalismo rischiano di diventare analiticamente acute ma politicamente inerti, incapaci di collegare la verità storica alle esigenze di trasformazione anti-imperialista nel presente.
Negarlo non significa semplicemente fraintendere la storia, ma disarmare politicamente il marxismo. Una teoria che separa il capitalismo dall’imperialismo non può spiegare la persistenza dello sviluppo ineguale, del lavoro razzializzato e delle forme attuali di accumulazione primitiva. Un marxismo adeguato al nostro mondo deve quindi iniziare dove è iniziato il capitalismo stesso: non solo nella campagna inglese, ma nella piantagione, nella miniera, nella colonia e nella macchina.
Note
* N.d.T. Il "dibattito Brenner" è uno dei più rilevanti confronti storiografici del XX secolo riguardante le origini del capitalismo e la transizione dal feudalesimo. Prende il nome dallo storico marxista Robert Brenner, che nel 1976 pubblicò l'articolo Agrarian Class Structure and Economic Development in Pre-Industrial Europe sulla rivista Past & Present. Si veda anche: Wikipedia.
** N.d.T. Con il termine enclosures, l'autore si riferisce soprattutto alla recinzione dei terreni comuni effettuata in Inghilterra, a partire dal XVI secolo - da parte dei proprietari terrieri della piccola nobiltà e della borghesia mercantile - al fine di appropriarsi unilateralmente di terre comuni, e alla violenta espulsione di interi villaggi dalla terra che le loro famiglie avevano lavorato per secoli.
[1] Vivek Chibber intervistato da Melissa Nascheck, Colonial Plunder Didn’t Create Capitalism, su "Jacobin", 14.12.2025.
[2] Il dibattito si è inserito nei filoni di studio di diverse lingue, tra cui il giapponese, il russo e lo spagnolo. In Giappone, il dibattito ha avuto inizio negli anni ’30 del secolo scorso, precedendo Dobb - tradotto in giapponese nel 1946 - con l’opera di Naro Eitarõ The Developmental History of Japanese Capitalism (1930) e proseguendo poi con Kanji Ishii, The Historical Structure of Capitalist Japan (2015). Nell’Unione Sovietica, gli autori chiave furono Eugene Kosminsky e Boris Porshnev. I libri di Kosminsky si concentravano sull’esperienza inglese, con The English Village in the Thirteenth Century (1935) e Studies in the Agrarian History of England in the Thirteenth Century (1947), mentre Porshnev pubblicò The Popular Uprisings in France from 1623 to 1648 (1948), e Feudalism and the Popular Masses (1964). Porshnev pubblicò una sintesi in francese: Les problèmes de la crise du féodalisme, in "Annales Économies, Sociétés, Civilisations", 13, n. 1 (1958). In spagnolo, l’ampia letteratura culmina in José Antonio Martínez Torres, La transición del feudalismo al capitalism: ¿Un debate extinto?, in "Revista de historia Jerónimo Zurita", n. 74 (1999).
[3] Il concetto di "sovrasfruttamento" affonda le sue radici negli scritti di Marx contenuti nel Capitale, dove egli parla dei profitti in eccesso derivanti dallo sfruttamento coloniale. Questo concetto viene successivamente ripreso da V. I. Lenin., che in Imperialismo, fase suprema del capitalismo (1916), scrive di “extra profitti". Questa idea viene approfondita da Charles Bettelheim, Calcolo economico e forme di proprietà (1970); Ruy Mauro Marini, Dialéctica de la dependencia (1973), pubblicato in seguito da Monthly Review Press come Dialectics of Dependency; Samir Amin, Imperialism and Unequal Development (Monthly Review, 1976); Tricontinental: Institute for Social Research, Dependency and Super-exploitation: The Relationship Between Foreign Capital and Social Struggles in Latin America, Dossier n. 67, agosto 2023.
[4] Dadabhai Naoroji, Poverty and Un-British Rule in India, Swan Sonnenschein & Co., Londra, 1901; B. R. Ambedkar, The Problem of the Rupee: Its Origin and Its Solution, P. S. King and Son, Londra, 1923; Utsa Patnaik, The Free Lunch: Transfers from the Tropical Colonies and Their Role in Capital Formation in Britain during the Industrial Revolution, in Globalization Under Hegemony: The Changing World Economy, a cura di K. S. Jomo, Oxford University Press, Delhi, 2006; Prabhat Patnaik e Utsa Patnaik, “The Drain of Wealth: Colonialism before the First World War,” Monthly Review 72, n. 9, febbraio 2021, pp. 1-19.
[5] Jason Hickel, Dylan Sullivan e Huzaifa Zoomkawala, Plunder in the Post-Colonial Era: Quantifying Drain from the Global South Through Unequal Exchange, 1960–2018, in "New Political Economy", 26, n. 6, 2021; e Jason Hickel, Christian Dorninger, Hanspeter Wieland e Intan Suwandi, Imperialist Appropriation in the World Economy: Drain from the Global South through Unequal Exchange, 1990–2015, in "Global Environmental Change", 73, marzo 2022. È importante comprendere che lo scambio ineguale basato sulla sottovalutazione del lavoro nel Sud globale non rappresenta l'intero fenomeno del trasferimento del plusvalore dal Sud. Si veda, John Bellamy Foster e Brett Clark, Introduction to the Updated Edition of 'Unequal Exchange', Monthly Review 77, n. 8, gennaio 2025, pp. 1-19.
[6] Grieve Chelwa e Vijay Prashad, How the International Monetary Fund Suffocates Africa, Inkani Books, Johannesburg, 2026.
[7] Tricontinental: Institute for Social Research, The Churning of the Global Order, in "Dossier" n. 72, gennaio 2024.
[8] Sul colonialismo dei coloni (settler colonialism), si veda l'eccellente saggio di John Bellamy Foster, Imperialism and White Settler Colonialism in Marxist Theory, in "Monthly Review", 76, n. 9, febbraio, 2025, pp. 1-21.
[9] La fonte classica è E. P. Thompson, Whigs and Hunters: The Origins of the Black Act, Penguin Books, Harmondsworth, 1976. Circa quindici anni prima di Thompson, Ranajit Guha aveva pubblicato un libro sul movimento delle "enclosures" nel Bengala, che non fu citato da Thompson né portato nel dibattito. Si veda Ranajit Guha, A Rule of Property for Bengal: An Essay on the Idea of Permanent Settlement, Mouton, Parigi, 1963. Thompson scrive del Black Act del 1723 e Guha del Permanent Settlement del 1793.
[10] Alexander Anievas e Kerem Nisancioglu, How the West Came to Rule: The Geopolitical Origins of Capitalism, Pluto Press, Londra, 2015.
[11] Kwame Nkrumah, Neo-Colonialism: The Last Stage of Imperialism, Thomas Nelson and Sons, Londra, 1965; Walter Rodney, How Europe Underdeveloped Africa, Tanzania Publishing House, Dar es Salaam, 1972.
[12] Il testo di riferimento è quello di Maria Mies, Patriarchy and Accumulation on a World Scale: Women in the International Division of Labour, Zed Books, Londra, 1986, ma si veda anche, Silvia Federici, Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l'accumulazione originaria, Mimesis, Sesto San Giovanni (MI), 2020.
[13] Da Samir Amin, Les effets structurels de l’intégration internationale des économies précapitalistes, tesi, Parigi, 10.06.1957; a Samir Amin, Modern Imperialism, Monopoly Finance Capital, and Marx’s Law of Value: Monopoly Capital and Marx’s Law of Value, Monthly Review Press, New York, 2018.
[14] John Bellamy Foster e Brett Clark, The Rift of Éire, in " Monthly Review", 71, n. 11, aprile 2020, pp. 1-11.
[15] Infatti, Pablo Macera sostiene che il sistema della mita abbia plasmato i rapporti di lavoro fino all’epoca contemporanea in Perù. Ciò emerge chiaramente in due delle sue monografie più importanti, Trabajos de historia, Instituto Nacional de Cultura, Lima, 1977, e Visión histórica del Perú, Editorial Milla Batres, Lima, 1978. Questa linea di pensiero è stata ulteriormente sviluppata da Alberto Flores Galindo in Buscando un Inca, Instituto de Apoyo Agrario, Lima, 1986.
[16] Carlos Sempat Assadourian, El sistema de la economía colonial: Mercado interno, regiones y espacio económico, Instituto de Estuidios Peruanos, Lima, 1982.
[17] Pierre Vilar, Le temps du Quichotte, in "Europe", n. 34, 1956, trad. The Age of Don Quixote, in "New Left Review", I/68, luglio-agosto 1971.
[18] Carlo Taviani, The Making of the Modern Corporation: The Casa di San Giorgio and Its Legacy, 1446–1720, Routledge, New York, 2022.
[19] Robin Blackburn, The Making of New World Slavery: From the Baroque to the Modern, 1492–1800, Verso, Londra, 1997. L'opera più importante è quella di Vitorino Magalhães Godinho, Os Descobrimentos e a Economia Mundial, Editorial Presença, Lisbona, 4 volumi., 1963-1971.
[20] La letteratura su questo argomento è molto ampia: D. C. M. Platt, Finance, Trade, and Politics in British Foreign Policy, 1815–1914, Clarendon Press, Oxford, 1968; Tulio Halperín Donghi, Una nación para el Desierto Argentino, Centro Editor de América Latina, Buenos Aires, 1982; Hilda Sábato, La clase dominante en la Argentina moderna: Formación y características, 1860–1910, CISEA/Sudamericana, Buenos Aires, 1988.
[21] Josep Fontana, La quiebra de la monarquía absoluta, 1814–1820, Ariel, Barcellona, 1971; Josep Fontana, Historia: análisis del pasado y proyecto social, Editorial Crítica, Barcellona, 1982; Manuel Tuñón de Lara, La España del siglo XIX, Laia, Barcellona, 1974; Manuel Tuñón de Lara, El movimiento obrero en la historia de España, Taurus, Madrid, 1972; Jordi Nadal, El fracaso de la revolución industrial en España, 1814–1913, Ariel, Barcellona, 1975.
[22] Andreas Wimmer e Nina Glick Schiller, Methodological Nationalism and Beyond: Nation-State Building, Migration and the Social Sciences, in "Global Networks", 2, n. 4, 2002, 310-334.
[23] Per Robert Brenner: Agrarian Class Structure and Economic Development in Pre-Industrial Europe, in "Past & Present", n. 70, 1976; The Origins of Capitalist Development: A Critique of Neo-Smithian Marxism, in "New Left Review", I/104, 1977; The Agrarian Roots of European Capitalism, in "Past & Present", n. 97, 1982. Per le critiche alla sua visione e le sue risposte, si veda The Brenner Debate: Agrarian Class Structure and Economic Development in Pre-Industrial Europe, T. H. Aston e C. H. E. Philpin (a cura di), Cambridge University Press, Cambridge, 1985. Per Ellen Meiksins Wood, si veda The Pristine Culture of Capitalism, Verso, Londra, 1991; Democracy Against Capitalism, Cambridge University Press, Cambridge, 1995; e The Origin of Capitalism: A Longer View, Verso, Londra, 2002.
[24] Irfan Habib, The Rise of Capitalism in England: Reviewing the Brenner Thesis, in "Proceedings of the Indian History Congress", 74, 2013, p. 741.
[25] Andy Wood, The 1549 Rebellions and the Making of Early Modern England, Cambridge University Press, Cambridge, 2007; Eric Hobsbawm e George Rudé, Captain Swing, Lawrence & Wishart, Londra, 1969.
[26] Karl Marx, Capital, vol. 1, LeftWord Books, Nuova Delhi, 2010, p. 506; tr. it. a cura di Roberto Fineschi et al., Il capitale. Libro 1. Einaudi, Torino, 2024, p. 724.
[27] Karl Marx, Capital, vol. 1, cit., p. 290; tr. it. Il capitale. Libro 1, cit. p. 442.
[28] João G. Araújo et al., Sugar Production in the Atlantic: Ceramic Moulds from Madeira, Cape Verde, and São Tomé (15th–17th Centuries), in "Instalaciones y paisajes azucareros atlánticos", Gaëlle Dieulefet e Catherine Losier (a cura di), Archaeopress, Oxford, 2023; Peter Bakewell, Minería y sociedad en el México colonial: Zacatecas, 1546–1700, FCE, Città del Messico,1976.
[29] Geraldo Gomes, Engenho y Arquitetura - tipologia dos edifícios dos Antigos Engenhos de açúcar de Pernambuco, Editora Fundação Gilberto Freyre, Recife, 1998; Modesto Bargalló, La minería y la metalurgia en la América española durante la época colonial, con un apéndice sobre la industria del hierro en México desde la iniciación de la Independencia hasta el presente, Fondo de Cultura Económica, Città del Messico, 1955.
[30] Karl Marx, Value, Price and Profit in Wage-Labour and Capital/Value, Price and Profit, International Publishers, New York, 1976, pp. 38-39; tr. it. a cura di Gian Mario Bravo et al., Karl Marx, Salario, prezzo e profitto, in "Marx Engels Opere" 20, Edizioni Lotta Comunista, Sesto San Giovanni (MI), 2019, p. 169.
[31] Karl Marx, Capital, vol. 1, cit., p. 531; tr.it. Il capitale, cit., p. 757.
[32] Pratt Jr., Reparations: History, Struggle, Politics, and Law-Reparations for Africa, Printer Excel, Accra, 2025; Mikaela Nhondo Erskog e Vijay Prashad, The Actuality of Red Africa, in "Monthly Review" 76, n. 2, giugno 2024, pp. 37-50.
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