Non c’è alcuna trattativa di pace. O, almeno, gli incontri che forse ci saranno, a partire da oggi, non saranno per nulla seri.
Neanche il tempo di siglare un pre-accordo – cessate il fuoco di quindici giorni, base di discussione i «10 punti» proposti dall’Iran, guerra in Libano compresa – e tutto è tornato in alto mare.
Sul piano militare, come si è visto in modo inoppugnabile poche ore dopo, Israele ha investito il Libano con tutta la sua forza, utilizzando anche mezzi e uomini fin lì impegnati insieme agli statunitensi contro l’Iran.
Sul piano diplomatico – si fa per dire – gli Stati Uniti hanno avallato il falso («il Libano non è compreso nell’accordo», facendo protestare ovviamente i vertici del Pakistan, con in testa il generale Syed Asim Munir, protagonisti della mediazione) e fatto finta di chiedere a Netanhyahu prima di «moderare gli attacchi» e poi di «trattare con il presidente Aoun».
Detto fatto. Senza neanche far scattare un minimo cessate il fuoco, «le parti» sono convocate a Washington la prossima settimana per arrivare al milionesimo «trattato di pace» siglato puntando la pistola alla testa di un paese di fatto senza esercito e difeso soltanto dalle milizie sciite, ossia Hezbollah.
Chiarissimo il progetto, tutto israeliano. Prendere il Libano sotto controllo, sterminare gli sciiti (naturalmente al fianco dell’Iran per molte ragioni, non solo religiose), e impossessarsi anche di quel Paese formalmente guidato da un governo fantoccio. Poi arriveranno «i ragazzi» degli Smotrich e dei Ben Gvir per realizzare, campo dopo campo, paese dopo paese, la stessa pulizia etnica che stanno per completare in Cisgiordania.
Tutto ciò, come detto, in barba all’«accordo» mediato con Islamabad. Il vicepresidente statunitense, J.D. Vance, è ufficialmente in Pakistan, ma non è affatto certo che incontrerà i rappresentanti di Teheran. La delegazione iraniana, infatti, non sarebbe neanche partita.
Ancora ieri sera Ahmad Naderi, membro della presidenza del parlamento iraniano, ha confermato ad Al-Mayadeen che l’Iran “non si impegnerà in negoziati a meno che non siano in vigore un accordo con il Libano e un cessate il fuoco”, affermando chiaramente che “non ci saranno negoziati se gli Stati Uniti e l’entità sionista continueranno a violare i termini dell’accordo”.
Il messaggio è stato esplicito e ripetuto da chiunque abbia preso parola: «non abbandoneremo Hezbollah né alcuno dei nostri alleati».
Il comportamento da truffatori e criminali dell’accoppiata Usa-Israele prosegue insomma anche a dispetto dell’intervento discreto ma diretto, nel conflitto, di Russia e Cina. Quest’ultima, in particolare, avrebbe fatto pressione sul Pakistan perché assumesse il ruolo di intermediario e sull’Iran perché verificasse la possibilità di una trattativa per metter fine ad una guerra che sta inchiodando l’economia mondiale (tra le altre cose, sta per fermarsi l’aeronautica civile, per carenza di cherosene).
Uno schiaffo a Mosca e Pechino, insomma, che potrà rimanere senza conseguenze, anche se non si manifesteranno certamente in un atteggiamento «simil-Trump». Ci sono mille altri modi per bastonare una classe dirigente imperialista mai di così basso livello, infarcita di millenaristi senza cervello (Hegseth, «ministro della guerra», ha convocato il nunzio apostolico per fargli una «lavata di capo» dopo le in fondo timide parole di pace spese dal Papa, peraltro statunitense).
Gli osservatori più seri notano, per esempio, «In poco più di un mese di guerra, l’Iran ha preso di mira diverse unità radar statunitensi distribuite nella regione, armi difensive all’avanguardia utilizzate per rilevare e abbattere missili e droni in arrivo. Gli esperti militari ritengono che molte siano state danneggiate, se non distrutte. Un componente fondamentale di questi intercettori è il gallio, un minerale critico utilizzato anche in altri prodotti ad alta tecnologia come i semiconduttori. La Cina detiene un quasi monopolio sulla lavorazione del gallio e ha già dimostrato di essere disposta a limitarne l’accesso».
In pratica, il consumo di «missili difensivi» per limitare i danni dei lanci iraniani contro Israele e le basi Usa nel Golfo è stato enormemente superiore alla capacità industriale di costruirne. Anche per la carenza di terre rase, sia «leggere» che «pesanti» come il terbio e il disprosio, elementi chiave nei sistemi di puntamento dei missili.
Se si tiene conto del fatto che la distruzione di molti sistemi radar statunitensi nell’area ha ridotto la capacità di individuazione esatta dei missili in arrivo e quindi ad utilizzare un numero maggiore di missili anti-missile, arrivando talvolta a impiegare 10 o 11 intercettori per abbattere un solo vettore iranano, si vede che la «tregua» è stata in qualche modo obbligata per non subire colpi che avrebbero reso il costo umano-psicologico-politico troppo alto persino per le due leadership criminali.
E dunque non avrebbe alcun senso rischiare di far saltare subito la trattativa per avallare le fantasie genocide sul Libano del «socio di minoranza», Israele.
Ma questo sta avvenendo.
C’è qualcosa di profondamente irrazionale in questo «giocare all’inganno», con trucchetti preistorici per gli standard della diplomazia mondiale, che dice invece molto sulla gravità della crisi dell’imperialismo «occidentale». Tutto viene immaginato e impostato in chiave tattica, sul successo a breve, senza grandi preoccupazioni strategiche di lungo termine.
E tutto viene «pensato» immaginando di avere di fronte dei «selvaggi» (o «animali», come amano dire a Tel Aviv e Washington) non in grado di capire come funziona l’impero.
È l’eredità del «pensiero coloniale», del suprematismo «bianco» che commerciava pagando in perline colorate l’oro del «mondo nuovo» e che, quando le trattative andavano male, procedeva sterminando popoli interi.
Un pensiero e un agire fuori dal tempo, che oggi può produrre solo catastrofi. Non si gioca con le atomiche...
In aggiornamento
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