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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/08/2019

La Corea del Nord ha effettuato altri due test lanciando in mare due missili, raggiungendo così il quinto test nelle ultime settimane. Anche secondo fonti militari della stessa Corea del Sud, si tratta probabilmente dell’ennesima risposta alle manovre militari congiunte di Seoul e Washington.

I missili sono stati lanciati alle 5:32 e alle 5:50 locali dalla città costiera di Hamhung verso il Mare orientale. Hanno volato per circa 400 km a un’altezza massima di 48 km. È il quinto di questi lanci dopo che il 25 luglio scorso Pyongyang aveva lanciato due missili a corto raggio. Tra i vettori testati ce ne sono anche due di nuovo tipo conosciuti come KN-23.

Le forze armate degli Usa e della Corea del Sud, lunedì scorso hanno avviato le loro esercitazioni militari congiunte. Domani inizieranno anche un addestramento di comando basato su cyber attacchi. Il leader nordcoreano Kim Jong Un ha già protestato attraverso una lettera inviata a Trump, il quale con una valutazione piuttosto controversa ha definito la lettera “molto positiva”, auspicando che si vada verso un nuovo summit tra Usa e Corea del Nord.

In un tweet Trump scrive che “In una lettera inviata a me, Kim Jong Un afferma, assai carinamente, che vorrebbe incontrarmi e iniziare negoziati non appena saranno finite le esercitazioni congiunte Usa/Corea del Sud. È stata una lunga lettera, nella gran parte della quale si lamenta delle esercitazioni ridicole e costose”, ha scritto Trump. “Ci sono anche – ha proseguito – piccole scuse per i test dei missili a corto raggio e questi test smetteranno quando finiranno le esercitazioni. Io aspetto di vedere Kim Jong Un in un futuro non molto distante! Una Corea del Nord libera da nucleare porterà a uno dei paesi di maggior successo al mondo!”

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04/05/2019

Missili nordcoreani e strategia USA nel Pacifico

La Repubblica popolare democratica di Corea ha salutato a modo suo l’insediamento a Tokyo del nuovo imperatore Naruhito, il primo monarca giapponese nato dopo la capitolazione nipponica del 1945: l’agenzia sudcoreana Yonhap ha dato notizia del lancio sperimentale di alcuni missili a corto raggio (da 70 a 200 km) da Parte di Pyongyang, in direzione del mar del Giappone.

Il lancio sarebbe stato effettuato intorno alle 2 di stamani (ora italiana) dal poligono di Wŏnsan, sulla costa orientale nordcoreana. Secondo lo Stato maggiore giapponese, i missili non sarebbero stati balistici e non hanno raggiunto la zona economica esclusiva giapponese.

La Tass ricorda come gli ultimi lanci sperimentali nordcoreani, prima di stanotte, risalgano al novembre 2017; in quell’occasione, era stato testato il nuovo “Hwason-15”, che aveva raggiunto un’altitudine di 4.475 km e coperto una distanza di 950 km: Pyongyang aveva allora dichiarato che il razzo era in grado di portare una testata nucleare e tenere sotto tiro l’intero territorio degli Stati Uniti.

Tra il 2016 e il 2017, la RPDC aveva effettuato una quarantina di lanci di missili balistici. Poi, nell’aprile 2018, la rinuncia a condurre test di armi nucleari e missili balistici di diversa gittata e, un mese più tardi, Pyongyang liquidava il poligono di Punggye-ri, in cui aveva condotto sei test nucleari sotterranei.

Secondo il Ministero della difesa giapponese, i nuovi lanci nordcoreani costituirebbero una sorta di “sprone”, a fronte dello stallo in cui sono finiti i colloqui tra Pyongyang e Washington sulla questione della denuclearizzazione. Non di poco conto il fatto che – nonostante alcune fonti sudcoreane abbiano parlato del lancio di “alcuni missili, anche a medio raggio, fino a 700 km” – la RPDC non abbia testato missili balistici a lungo raggio, considerati “una minaccia” da Giappone e Stati Uniti.

Proprio ieri si era avuto un lungo colloquio telefonico tra Donald Trump e Vladimir Putin e uno degli argomenti era stato proprio quello nordcoreano. Tra gli altri temi: Turchia, Afghanistan, Iraq e Iran, trattato INF (la cui denuncia da parte USA, secondo Mosca, rigetta il mondo indietro di 30 anni), situazione ucraina e soprattutto la questione venezuelana, in vista del prossimo incontro tra il Ministro degli esteri Sergej Lavròv e il Segretario di stato Mike Pompeo.

Sulla questione della denuclearizzazione della Penisola coreana, rileva ancora la Tass, Mosca e Washington seguono “percorsi paralleli. Mosca, ovviamente, non è l’interlocutore principale nel processo negoziale, ma, al tempo stesso, è un soggetto in grado di promuovere il dialogo tra Kim Jong Un e Shinzo Abe.

Da parte americana, Daniel R. DePetris sostiene – peraltro, tacciando tutti i leader mondiali da “dittatori”, di contro alla “democrazia” a stelle e strisce – su The National Interest che “Putin può definire il summit con il giovane dittatore nordcoreano un successo; la realtà è che i colloqui sulla denuclearizzazione sono bloccati, oggi come lo erano prima dell’incontro di Vladivostok”. E tuttavia, Putin “ha dato un contributo positivo alla discussione generale” e ha rilevato come “la denuclearizzazione sia ancora possibile se gli Stati Uniti evolvessero il loro approccio diplomatico dal “grosso problema” della Boltonite a un processo più progressivo, del dare e avere”.

Secondo Putin, la denuclearizzazione è ancora all’ordine del giorno, “se avanziamo gradualmente e rispettando gli interessi degli altri”. Il fatto che questa ovvia banalità, chiosa DePetris debba “esser ricordata ai funzionari degli Stati Uniti da migliaia di miglia di distanza, è un’accusa sulla strategia diplomatica che l’amministrazione Trump ha scelto finora”.

Nel febbraio scorso, al secondo vertice tra USA e RPDC, Trump aveva presentato a Kim una “ridicola proposta all-for-all”, ricorda DePetris, chiedendo ai nordcoreani “di consegnare su un piatto d’argento i propri programmi nucleari, chimici, biologici e missilistici agli Stati Uniti, in cambio di promesse.

Non è necessario avere un dottorato in storia coreana per riconoscere che un tale ultimatum sarebbe stato respinto; il leader nordcoreano sarebbe stato davvero pazzo a prendere seriamente in considerazione la proposta. Il dittatore libico Muammar el-Gheddafi commise questo errore di giudizio quando permise ai negoziatori statunitensi e britannici di trasportare il suo rozzo programma nucleare a Oak Ridge, nel Tennessee, per la distruzione”: poco più di sette anni dopo, Gheddafi fu assassinato.

Su molte questioni, osserva DePetris, “Putin è un concorrente degli USA, ma sul tema della Corea del Nord, Washington e Mosca condividono un obiettivo simile. Entrambi i paesi vogliono una penisola coreana in pace e integrata con il resto della regione – e un regime di Kim forse un po’ meno nuclearizzato”.

Ovviamente, queste sono le parole di DePetris: difficile dire se lo pensi davvero; di sicuro, nessun elemento sta a indicare che tale sia veramente l’approccio della Casa Bianca, anche solo considerando il ruolo strategico, nel confronto con Cina e Russia, assegnato dal Pentagono a piazzeforti militari quali le isole del Gippone, Guam e Corea del Sud.

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26/04/2019

L’incontro Putin-Kim e il pericolo nucleare


Tra il sopralluogo a Čita, capoluogo del Territorio del Transbajkal (la regione a est del lago Bajkal sconvolta da una settimana da un esteso incendio che ha distrutto edifici, ucciso migliaia di capi di bestiame e distrutto ettari di boschi) e la partecipazione al Second Belt and Road Forum for International Cooperation, a Pechino, il 25 aprile Vladimir Putin si è incontrato a Vladivostok con Kim Jong Un, confermato appena due settimane fa Presidente del Consiglio di stato della RPDC.

Al termine dell’incontro, i due leader si sono detti soddisfatti del colloquio faccia a faccia, definito da Putin “circostanziato”.

“Il presidente Kim Jong Un è una persona aperta, che discute liberamente su tutte le questioni all’ordine del giorno: relazioni bilaterali, sanzioni, rapporti con le Nazioni Unite e con gli Stati Uniti e, ovviamente, sull’argomento principale, la denuclearizzazione della Penisola coreana”, ha detto Putin, ripreso da Interfax, aggiungendo che è necessario muoversi “gradualmente verso questo obiettivo”. La RPDC ha “bisogno di garanzie di sicurezza” e sarebbe il caso di “pensare a garanzie internazionali”, ha detto ancora il leader russo.

Nell’incontro, protrattosi per tre ore e mezzo, invece dell’ora prevista, i due leader hanno discusso anche di progetti energetici congiunti, in particolare di un gasdotto e un oleodotto dalla Russia alla Penisola coreana. Per quanto riguarda progetti di collegamento ferroviario tra il sud della Penisola coreana, il nord e la Russia, con allacciamento alla Transiberiana, Putin ha sarcasticamente notato che “sembra esserci un deficit di sovranità per decisioni definitive. Ci sono alcuni obblighi di alleanza della Repubblica di Corea nei confronti degli Stati Uniti”.

Al nodo delle questioni, Kim ha chiesto a Putin di informare delle sue posizioni la parte americana e il Presidente russo ha dichiarato che gli interessi di Mosca e di Washington sulla questione nordcoreana coincidono ampiamente. Vladimir Vladimirovič ha anche sottolineato che sarà necessario utilizzare il formato a sei per i negoziati sulla Penisola coreana, tanto più che Pyongyang “ha bisogno di garanzie di sicurezza non solo dagli Stati Uniti o dalla Corea del Sud”.

Putin ha anche dichiarato che Kim condivide la posizione sulla non proliferazione delle armi nucleari: “Ho avuto l’impressione che il leader nordcoreano abbia lo stesso nostro punto di vista: ha solo bisogno di garanzie sulla sicurezza, tutto qui”. Nel complesso, ha detto Putin, il colloquio “ha riguardato la storia delle nostre relazioni, la situazione odierna, le prospettive di sviluppo delle relazioni bilaterali. S’intende, abbiamo discusso della situazione nella Penisola coreana”.

Una situazione che è ovviamente legata alle mosse statunitensi e, in particolare a quelle spesso impreviste di Donald Trump che, dopo le tempeste per lo più verbali (ma non solo: basti ricordare le continue “esercitazioni” militari aero-navali yankee a ridosso dei confini nordcoreani o lo schieramento del sistema missilistico THAAD in Corea del Sud) si era incontrato con Kim a Singapore a giugno 2018 e poi ancora a Hanoi nel febbraio scorso.

La Tass riporta alcuni brani dell’intervista di Donald Trump al canale Fox News, secondo cui il Presidente USA, riferendosi proprio all’incontro Putin-Kim, avrebbe dichiarato che “Oggi ho saputo di come il presidente Putin in Russia abbia dichiarato di essere lieto di avere l’opportunità di aiutare gli Stati Uniti con il leader Kim Jong Un e la Corea del Nord. Noi vogliamo sbarazzarci delle armi nucleari, tutti dobbiamo farlo. La Russia se ne deve sbarazzare, la Cina se ne deve sbarazzare”.

Giovedì, la CNN, citando anonimi funzionari della Casa Bianca, ha annunciato che Trump intenderebbe mettere a punto un progetto di accordo sulla riduzione delle armi nucleari – testate e missili – con Russia e Cina.

Già nel 2010, nota la Tass, Mosca e Washington avevano firmato il Trattato sulle misure per l’ulteriore riduzione e limitazione delle armi offensive strategiche (START III), secondo cui ciascuna delle parti avrebbe dovuto ridurre tali armi, in modo che nel giro di sette anni il numero totale non superasse 700 unità di missili balistici intercontinentali (ICBM), missili balistici su sommergibili (SLBM) e su bombardieri pesanti, 1.550 testate, 800 unità di lanciatori, schierati e non dispiegati. Il trattato dovrebbe scadere nel 2021, a meno che, prima di allora, non venga sostituito da un nuovo accordo; oppure, può anche essere prorogato per non più di cinque anni. E Mosca, scrive la Tass, chiede a Washington di non differire la decisione sulla sua proroga dell’accordo, definendolo il “gold standard” nel campo del disarmo.

E’ così, forse, che l’ambasciatore USA a Mosca, John Huntsman, che nei giorni scorsi aveva ammonito la Russia riferendosi al potenziale da guerra delle portaerei “Abraham Lincoln” e “John C. Stennis” nel Mediterraneo, ha ora deciso di parlare di pace, scrive topwar.ru. Lo ha fatto ieri, per l’anniversario della storica stretta di mano sull’Elba tra soldati sovietici e americani, il 25 aprile 1945.

Ma se il linguaggio deve proprio essere quello delle portaerei, scrive topwar, allora è il caso di ricordare che da qui a fine anno Mosca pianifica di effettuare i primi lanci dei nuovissimi missili ipersonici “Tsirkon” basati su nave, più esattamente sulla fregata “Admiral Gorškov”, dotandone poi anche le fregate della stessa classe “Admiral Amelko” e “Admiral Čičagov”. “Tsirkon” può raggiungere gli 8-9 M di velocità, con un raggio ufficiale di 500 km (reale: oltre 1.000 km, da superare in circa 6 minuti) e, stando alle stime odierne, nessuna portaerei americana disporrebbe al momento di efficaci difese contro tali missili. Tra l’altro, il “Tsirkon” è stato visto come la risposta russa al ritiro degli Stati Uniti dal Trattato INF, da cui poi anche Mosca ha dichiarato di ritirarsi.

Qualche giorno fa, la Tass riportava il rapporto pubblicato nel 2017 dal SIPRI di Stoccolma, secondo cui il numero totale di armi nucleari nel mondo sarebbe stato “in calo”: sceso da 15.395 testate a 14.935 tra il 2016 e il 2017. All’inizio del 2017, scriveva il SIPRI, 9 potenze – Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Francia, Cina, India, Pakistan, Israele e RPDC – disponevano di oltre quattromila unità di armi nucleari schierate operativamente. Di fatto, tale misera riduzione, era dovuta a USA e Russia, i cui arsenali costituiscono circa il 93% del totale. Tuttavia, osservava il rapporto, nonostante lo START-3, il “tasso di riduzione rimane lento e, oltre ciò, Stati Uniti e Russia stanno portando avanti una modernizzazione su larga scala dei propri arsenali nucleari”.

Ma, ovviamente, il pericolo rimane quello del “dittatore” nordcoreano!

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28/02/2019

Lo scontro indo-pakistano sullo sfondo del fallito vertice Kim-Trump

Si parla di nucleare, in questo periodo; soprattutto di armi nucleari. Se ne parla un po’ meno nello scacchiere occidentale – chissà perché, come se qui non esistesse un pericolo nucleare, con le centinaia di ordigni stipati e schierati in Europa – e si concentra l’attenzione sui sistemi missilistici che, di per sé sono vettori soprattutto di testate atomiche.

Se ne parla principalmente, in questi giorni, nell’emisfero orientale. Mentre Kim Jong Un e Donald Trump sono tornati a riunirsi oggi ad Hanoi, concludendo con un nulla di fatto il summit iniziato ieri e otto mesi dopo il primo incontro a Singapore, rimane incerta la situazione sul fronte indo-pakistano: due paesi che l’arma nucleare ce l’hanno e che, tra l’altro, non aderiscono (ma conta poi veramente qualcosa? come insegnano la storia e gli USA, i trattati si possono ignorare, o anche rescindere) all’accordo sulla non proliferazione nucleare.

Nella prima mattinata di oggi, la coreana KCNA riportava che Kim e Trump si sono ieri scambiati “opinioni sincere e profonde”, che possono rendere “completi ed epocali i risultati” del vertice di Hanoi. Strette di mano ieri, riporta la cinese Xinhua, anche tra il Segretario di Stato Mike Pompeo e Kim Yong Chol, vicepresidente del CC del Partito dei lavoratori della RPDC.

Intanto, sei o settemila chilometri più a ovest, nonostante, dopo la vampata di questi ultimi due giorni, ancora una volta sullo scenario del Kashmir, si bisbiglino dichiarazioni “accomodanti” tra India e Pakistan – il primo ministro pakistano Imran Khan ha invitato ieri l’India al dialogo: “i nostri paesi non possono permettersi errori di calcolo a causa delle armi che possediamo: il Pakistan è pronto per il dialogo contro il terrorismo” – Delhi muove verso la frontiera i T-72M1 e il Pakistan risponde con “Al-Khalid” (il carro di fabbricazione sino-pakistana) e T-80UD (di produzione ucraina, forniti a Islamabad ancora a inizi 2000), mentre topwar.ru sottolineava nelle prime ore di stamani come il conflitto tra i due stati nucleari sia lontano dalla soluzione.

Dopo la battaglia aerea di ieri tra MiG-21 indiani e F-16 pakistani, lungo la cosiddetta Linea di Controllo, oggi si passerebbe già allo scontro terrestre, nel conflitto ormai settantennale che, sulla questione del Kashmir (base di raggruppamenti islamisti, che periodicamente compiono puntate terroristiche in India), vede fronteggiarsi i due stati sorti dalle spoglie dell’India britannica e che contano la seconda (India) e la sesta (Pakistan) popolazione mondiale.

Un conflitto che si inasprisce sullo sfondo della contrapposizione USA-Russia-Cina, soprattutto per Siria, Venezuela, Ucraina. Così che, da una parte, Pechino – anche per lo scontro iniziato sessant’anni fa con l’URSS, tradizionale alleata dell’India – è da lungo tempo schierata con il Pakistan; Mosca, negli ultimi tempi, cerca di sviluppare buone relazioni con entrambi; Washington, storico alleato di Islamabad, tenta oggi un approccio migliore anche con Delhi.

E’ in questa situazione che stamani Kim Jong Un e Donald Trump sono tornati a incontrarsi, dapprima faccia a faccia, a porte chiuse, e poi con le delegazioni coreano-americane al completo: sul tappeto, come nel giugno scorso a Singapore, la questione della denuclearizzazione della penisola coreana. Di fronte alle telecamere, riporta la Xinhua, Kim si è detto convinto di poter ottenere un “risultato che potrà essere salutato da tutti”. Ci sono state una certa sfiducia e incomprensione tra noi, ha detto Kim, ma abbiamo superato gli ostacoli. Trump ha ricordato “il successo” del primo incontro, i “molti progressi” nei rapporti con Kim, ma, soprattutto, non ha mancato di sottolineare che Pyongyang ha un grandissimo potenziale economico, incredibile e illimitato.

Al momento, difficile trovare un giudizio univoco sugli esiti del vertice. I primissimi commenti della Tass erano orientati stamani a un cauto ottimismo: “Vi assicuro” ha detto Kim prima della seconda giornata del summit, “che farò tutto quanto dipende da me per ottenere buoni risultati, quantomeno, oggi”. Ci sono “persone che salutano questo incontro” ha continuato Kim, “e altri che sono scettici. Tutti hanno dei dubbi, ma, per quanto riguarda me personalmente, sento che otterremo buoni risultati”. Secondo le fonti (non citate) riprese dalla Tass, il summit avrebbe dovuto concludersi con una “Dichiarazione di Hanoi”, in cui sarebbero stati concordati almeno tre punti: definizione del concetto di “denuclearizzazione”; passi successivi di entrambe le parti; obiettivi e questioni da discutere nel prossimo futuro.

Già più tardi la stessa Tass riferiva del mancato accordo, data l’indisponibilità USA a eliminare le sanzioni contro la RPDC, in cambio del congelamento del sito atomico di Nyongbyon, un centinaio di km a nord di Pyongyang. Netto e quasi senza appello il primo commento di colonelcassad, secondo cui gli USA “riferiscono che non è stato raggiunto alcun accordo”. Era ingenuo, commenta colonelcassad, aspettarsi dal summit progressi sostanziali sulla questione delle armi nucleari della Corea del Nord, senza significative concessioni americane a Pyongyang: soprattutto, quelle che vorrebbe la Cina. Washington era disposta solo a un accordo per ridurre le richieste di monitoraggio sul programma nucleare nordcoreano; per la RDPC, tali “concessioni” sono di natura insignificante, dato che Kim chiede un effettivo impegno yankee a ridurre la presenza militare ed eliminare i sistemi antimissilistici in Corea del Sud.

Così che, a quanto pare, il summit si è concluso prima della fine del programma ufficiale, senza la firma di una dichiarazione. Non si è giunti ad accordi significativi sulle armi nucleari e Washington non era disposta a firmare una dichiarazione che non contenesse almeno l’apparenza di una vittoria diplomatica internazionale.

Tra i punti appena “auspicati”: l’apertura di ambasciate a Washington e Pyongyang e il proseguimento di ulteriori contatti. In conclusione: scarsissimi risultati. In fondo, nota colonelcassad, la RPDC non è poi così dipendente dagli esiti del vertice: finché continuano i negoziati, “il mondo impara ad accettare la realtà di una Corea del Nord dotata di testate nucleari e missili strategici. E, dopotutto, se anche il processo negoziale fallisse (cosa molto probabile), a Pyongyang possono sempre dire: abbiamo provato, ma a causa degli USA non si è trovato l’accordo e non ci sono dunque motivi perché noi ci sbarazziamo delle armi nucleari. Mosca e Pechino incolperanno gli USA per l’insuccesso e il giovane Kim rimarrà membro del club nucleare”.

L’escalation indo-pakistana assume aspetti più preoccupanti, sullo sfondo del fallimento di Hanoi.

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12/06/2018

Trump e Kim Jong-Un si sono incontrati: nuovi scenari in Estremo Oriente?


Fino a qualche mese fa sembrava quasi impossibile, e invece è successo: Donald Trump e Kim Long-Un si sono incontrati, si sono stretti la mano e, al netto della forma, forse qualcosa di nuovo potrebbe avvenire, a partire da domani. Qualcosa di significativo per lo scenario strategico dell’Asia ed in generale per i delicati equilibri globali che mai come in questi ultimi anni sono liquidi ed in continua evoluzione.

Alle tre di notte qui in Italia (nove di mattina ora locale) i due leader si sono incontrati a Sentosa, una isola di Singapore.

Dopo la rituale stretta di mano, Trump e Kim si sono ritirati per un faccia a faccia di circa 45 minuti, al termine del quale si sono unite anche le rispettive delegazioni.

A sentire le prime dichiarazioni, il meeting è stato un successo: “Il vertice è andato molto molto bene, abbiamo già una eccellente relazione e sarà un successo”, sono state le prime parole di Trump.

Subito dopo, i due leader hanno firmato una dichiarazione congiunta, che riassume i contenuti dell’incontro e della bozza di accordo.

Il tema al centro del confronto è ovviamente la denuclearizzazione nordcoreana. A margine, il miglioramento dei rapporti con la Corea del Sud (introdotto dall’incontro di fine aprile tra lo stesso Kim ed il presidente sudcoreano Moon Jae-in) e la conseguente diminuzione dell’apparato militare statunitense nell’area.

Questi, in linea di massima, i contenuti del colloqui, che saranno ovviamente resi noti nel corso dei prossimi giorni.

Quello che si può affermare, almeno che emerge formalmente, è il clima cordiale e la fiducia che Trump ha dichiarato di avere nei confronti della “buona volontà” del leader nordcoreano.

“Denuclearizzazione completa”, “pace duratura e stabile”, “nuovi rapporti tra Usa e Corea del Nord” sono i tre risultati auspicati in questo che dovrebbe essere il primo di una serie di incontri bilaterali.

Impossibile, al momento, stabilire se siano obiettivi seriamente raggiungibili: solo il tempo saprà darci l’esatta misura dei risultati realisticamente raggiungibili.

All’ottimismo (forse un po’ di facciata) ostentato da Trump fa da contraltare la dichiarazione dell’eurodeputato Guy Verhofstadt, ex premier del Belgio:

“Ho seri dubbi sul fatto che legittimare un dittatore con un accordo non vincolante che ricicla il vecchio accordo del 1990 con la Corea del Nord avrà successo”, “Trump è l’uomo che ha ucciso l’accordo sul clima di Parig, l’intesa sul nucleare con l’Iran e recentemente il G7. Per il bene dell’umanità, spero di sbagliarmi”, ha scritto in un tweet l’eurodeputato, tra i primi a commentare gli esiti del vertice.

Al momento le sanzioni dovrebbero restare, in attesa di valutare le reali intenzioni dei nordcoreani.

Certo, gli scenari che si aprono in caso di un reale riavvicinamento tra i due paesi sono potenzialmente molto interessanti, ed inevitabilmente riguardano la Cina, che è il vero interlocutore/competitor che gli Stati Uniti hanno in Asia ed ormai in tutto il mondo.

Secondo alcune analisi l’avvicinamento della Corea del Nord agli Stati Uniti – già molto vicini alla Corea del Sud – potrebbe rappresentare alla lunga un problema per la Cina, che si troverebbe in qualche modo “accerchiata” da una serie di alleati degli Usa, che sono diretti avversari nella violenta guerra economica in atto ormai da anni.

Per cui il colosso cinese, che in una prima fase avrebbe esercitato una serie di pressioni per “ammorbidire” Kim Jong-un nella fase più critica dello scontro con Trump, potrebbe trovarsi a non gradire una apertura ampia e profonda.

Fantapolitica? Forse si, forse no. Di certo, il famoso “Asse del Male” inventato da Bush, dopo l’Iraq conquistato manu militari rischia di perdere un altro pezzo. Rimarrebbe l’Iran: ma quella è decisamente un’altra storia.

Fonte

L'apertura statunitense al regime coreano del nord, credo andrebbe letta, in via ipotetica, anche nell'ottica statunitense di ridimensionare la proprie proiezione di forza.
Un impero al termine della propria egemonia globale che intende riscrivere i rapporti esclusivamente in chiave bilaterale non può permettersi di essere militarmente in prima fila dappertutto.

09/05/2018

Corea del Nord: il Segretario di Stato USA Pompeo in missione da Kim


L’agenzia sudcoreana Yonhap riporta questa mattina dell’arrivo a Pyongyang del Segretario di Stato USA Mike Pompeo, che sarà impegnato in una serie di incontri preparatori con funzionari nordcoreani in vista della visita ufficiale di Donald Trump a Kim Yong-un.

Si tratta della seconda visita di Pompeo in Corea del Nord, la prima come Segretario di Stato.

Sta circolando da qualche ora anche la notizia che – come segno di “buona volontà” – verrebbero rilasciati tre cittadini statunitensi detenuti in Corea del Nord, uno dei quali accusato di spionaggio.

Se l’indiscrezione fosse confermata, si tratterebbe ovviamente di una mossa volta a rendere “morbido” l’incontro con Trump, che comunque uscirebbe rafforzato da una concessione di questo tipo: neanche arrivato, e già ottiene la scarcerazione di tre detenuti.

Vedremo se andrà realmente così, e se Mike Pompeo ripartirà alla volta degli Stati Uniti con i tre connazionali a bordo dell’aereo.

Nel frattempo, come riporta anche il sito della CNN, ieri lo stesso Trump ha dichiarato che “scelto luogo, ora e data, non vediamo l’ora di registrare un grande successo”.

Rispetto alla possibilità del rilascio dei tre detenuti, anche Trump si è espresso: “Scopriremo presto se andrà così. Sarebbe una ottima cosa se avvenisse”.

“Abbiamo chiesto il rilascio di questi detenuti per 17 mesi” – ha dichiarato invece Pompeo rispetto alla questione. “Ne riparleremo ancora: sarebbe un gran bel gesto se accettassero di farlo”.

In realtà l’obbiettivo primario è quello di fissare in maniera chiara i punti in agenda.

Sempre secondo la CNN, l’approccio del Segretario di Stato sarà netto: “Non alleggeriremo le sanzioni fino al momento in cui avremo raggiunto i nostri obiettivi”, ha dichiarato. La speranza è quella di delineare una serie di condizioni che consentano un cambiamento nelle “relazioni di sicurezza”.

Non è al momento chiaro chi sarà l’interlocutore di Pompeo: il Segretario di Stato è comunque pronto “ad incontrare chiunque parli a nome del governo e sia disposto a darci risposte solide”.

Che la visita di Pompeo, tra l’altro non annunciata se non all’ultimo, sia strategica è evidente: due giorni fa Kim Jong-un ha incontrato in Cina il Presidente Xi Jinping, a cui avrebbe dichiarato che “nel momento in cui cadono attività ostili e minacce alla sicurezza non c'è ragione per la Corea del Nord di essere una potenza nucleare”.

E’ d’altronde altrettanto recente la dichiarazione di uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare con l’Iran.

Pare abbastanza evidente che le questioni siano collegate, anche perchè subito dopo l’incontro il presidente cinese avrebbe intrattenuto una lunga conversazione telefonica con Trump.

L’impressione è che l’amministrazione statunitense punti ad un deciso processo di denuclearizzazione della Corea del Nord, con la Cina che preme – forte dei suoi rapporti – sul leader nord coreano per mantenere un approccio soft che al momento sembra tutto sommato esistente.

Bisogna vedere se resisterà, e già qualcosa sarà comprensibile dopo la visita di Mike Pompeo.

Un approccio applicabile anche con l’Iran? Magari (facciamo un pò di fantapolitica) con la Russia nel ruolo di “facilitatore”, così come la Cina sembra stia agendo nei confronti della Corea del Nord? Potrebbe essere un’ipotesi, anche se – paradossalmente anche a fronte delle recenti tensioni – sembrerebbe più facile una possibile intesa con l’Iran che con la Corea del Nord.

Il motivo principale è semplice: di una guerra con Kim Jong-un non importa a nessuno, mentre un conflitto con l’Iran interesserebbe a molti, Israele ed Arabia Saudita in testa.

Fonte

04/01/2018

I goliardi nucleari

Il primo dell’anno, Kim Jong Un, che ancora ostinatamente non usa twitter, ha augurato un buon anno 2018 dalla Corea al suo sodale, il presidente Trump.

“The entire United States is within range of our nuclear weapons, a nuclear button is always on my desk. This is reality, not a threat. This year, we should focus on mass-producing nuclear warheads and ballistic missiles for operational deployment. These weapons will be used only if our society is threatened.”

Traduciamo letteralmente, perché le parole sono importanti. “Gli interi Stati Uniti sono raggiungibili dalle nostre armi nucleari, un pulsante nucleare è sempre sulla mia scrivania. Questa è realtà, non una minaccia. Quest’anno, dovremo concentrare i nostri sforzi sulla produzione in massa di testate nucleari e missili balistici, per dispiegarli operativamente. Queste armi verranno utilizzate soltanto se la nostra società è messa in pericolo”.

Sembra una minaccia seria. Soprattutto nell’ultima frase: non “se verremo attaccati”, ma “se la nostra società è messa in pericolo”. E’ un serio passo avanti. Ma: dovremo concentrare le nostre forze sulla produzione di massa di testate nucleari e missili balistici, vuol dire che non li hanno ancora. E che gli USA siano raggiungibili da armi nucleari, non è serio, in quanto smentito da tutti gli esperti in materia.

Le contemporanee offerte di distensione alla Corea del Sud, contenute nello stesso messaggio, fanno capire come la minaccia reale, quella contro i vicini raggiungibili, sia messa da parte. In sostanza, parole dette seriamente, ma contenenti minacce poco serie, segnali di timore, passi indietro importanti.

Dall’altra parte, utilizzando il suo ufficio stampa preferito, cioè Twitter, Trump replica a Kim: “Qualcuno in quel paese impoverito e morto di fame lo informi che anche io ho un pulsante nucleare, che è molto più potente e più grande del suo, e che il mio funziona!”.

Sono parole dette in maniera poco seria, usando un mezzo poco serio. Ma che in realtà contengono una minaccia seria, sia sull’inasprimento delle sanzioni, sia sull’utilizzo del famoso pulsante, che effettivamente sono due fatti reali e non ipotetici. Un caro vecchio amico mi ha ricordato le vecchie gare goliardiche a misurare chi l’aveva più lungo. “Orate gaudentes fratres Voi dite che il vostro è più lungo del nostro (campanello)... Misuramus... (campanello) E se il vostro è più lungo del nostro taglieremo un pezzo del vostro per aggiungerlo al nostro che così sarà più lungo del vostro”.

Detto fra buontemponi goliardi, nei tempi andati, poteva anche far sorridere. Detto da capi di stato, entrambi dotati di armamenti nucleari, ai tempi odierni, non ci fa sorridere per nulla. Da una parte, uno stato in realtà quasi inerme e in difficoltà, che continua a provocare lo stato più potente del mondo per rafforzare il proprio fronte interno. Dall’altra, lo stato più potente del mondo che la butta sulla goliardia, in mano ad un poco serio twittatore, mentre servirebbe un presidente normale qualsiasi che dovrebbe dire quello che disse Virgil Sollozzo a Michael Corleone nel Padrino: “Io voglio pace. Tuo padre sta male. Che ti serve? E smettiamola con tutte queste ca**ate”. Tanto Michael stavolta la pistola in tasca non ce l’ha.

Per fortuna Kim Jong Un non pare all’altezza di Michael Corleone, che parlava poco ed agiva molto e a colpo sicuro. Ma, purtroppo, Donald Trump non è neppure all’altezza di un Virgil Sollozzo qualsiasi. Non è più tempo di goliardia. E neppure di saghe sulla mafia degli anni quaranta. Servirebbero politici seri. Anche qualsiasi, ribadisco.

Fonte

02/01/2018

Il pulsante nucleare di Kim e i latrati di Washington


Gli auguri per il nuovo anno Kim Jong Un li ha fatti in maniera chiara e anche più presto del solito: alle 9 ora locale del 1 gennaio. Nell’anno del cane, secondo il calendario cinese, Kim ha detto che i cani possono sì abbaiare, ma non devono nuocere; in caso contrario, li aspetta la frusta. Chi siano i cani, è facile da intuire. La frusta, per chi ancora volesse fingere di non capirlo, è il “pulsante nucleare”, installato direttamente sulla scrivania di Kim, ora che il programma di dissuasione nucleare è completato. “Tutti devono sapere e ricordare” ha detto Kim, “che in ufficio, sul mio tavolo di lavoro, c’è il pulsante atomico. Questa non è una minaccia, ma la realtà”. E, perché chi si ostina ad abbaiare capisca meglio, ha aggiunto che “l’intero territorio USA è alla portata delle nostre forze d’attacco atomico”, sottolineando che “d’ora in avanti gli USA non possono cominciare una guerra contro di noi”.

Secondo esperti sudcoreani, citati da Russkaja Gazeta, le parole di Kim stanno a indicare che i missili con testata nucleare sono stati non semplicemente collaudati, ma sono già stati posti in “stato di combattimento”, pronti cioè a esser lanciati in qualunque momento. Ma, le parole sul “completamento della creazione della forza di dissuasione nucleare”, notano gli stessi analisti, possono indicare anche che la RPDC è pronta a interrompere gli esperimenti atomici, ora che il programma è ultimato e iniziare colloqui che allontanino dal confronto bellico.

Lo scorso 25 dicembre, il Ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, aveva rivelato che Mosca, già lo scorso settembre, aveva ricevuto da Washington segnali di volontà al dialogo con la Corea del Nord, in particolare per quanto riguarda manovre militari in prossimità della RPDC, “non programmate fino alla prossima primavera”. E quel segnale, aveva sottolineato Lavrov, “noi lo abbiamo già trasmesso e non è stato respinto; tuttavia, mentre era in corso il lavoro preparatorio, gli americani hanno dichiarato di apprestarsi a nuove manovre non programmate. A settembre, il segnale: fino alla primavera si può dialogare. A ottobre: manovre su larga scala non programmate...”, aveva riassunto, con espressione sconsolata Lavrov, le mosse USA.

Poi, a metà dicembre, il presidente sudcoreano Moon Jae In aveva reso pubblica la proposta lanciata da Seoul agli USA di rimandare a dopo le Olimpiadi le manovre militari congiunte, “Key Resolve” e “Foal Eagle”, già programmate proprio in coincidenza coi giochi invernali. Secondo Moon, Washington doveva ancora valutare la proposta.

Nonostante l’incertezza della situazione, Lavrov ha commentato che, secondo il suo punto di vista, nessuno, “in possesso delle proprie facoltà mentali, potrebbe volere una guerra nella penisola coreana”...

Una guerra di cui, però, si delineano i possibili scenari. Secondo l’agenzia Kyodo, il governo giapponese starebbe studiando le eventuali prospettive di un conflitto su larga scala nella regione, contando sul meccanismo della “sicurezza collettiva” e sull’appoggio militare USA in caso di guerra nella penisola coreana. Tokyo considera, quali possibili contesti di scoppio bellico, uno scontro tra forze sud e nordcoreane, un attacco “preventivo” USA contro la RPDC, un’invasione della Corea del Nord da parte delle forze di Seoul o, in ultimo, un attacco missilistico di Pyongyang sul Giappone.

In effetti pochi giorni fa, l’agenzia cinese Xinhua, ricordava come il governo di Shinzo Abe, contraddicendo i fondamenti della Costituzione giapponese, continui ad aumentare il bilancio militare. In particolare, il bilancio preventivo 2018 per la difesa, approvato due settimane fa, raggiunge un nuovo record di spesa, con 5.190 miliardi di yen (circa 46 miliardi di dollari), per l’acquisto di un maggior numero di caccia F-35A, convertiplani V-22 Ospreys e Missili Standard 3 Block 2A e l’installazione di due basi del complesso missilistico “Aegis Ashore”. Il governo giapponese sta anche pianificando l’acquisto di missili da crociera lanciati dall’aria con una portata molto più elevata di quelli attuali, tra cui il Norway’s Joint Strike Missile, con una portata di circa 500 km, oltre il Joint Air-to-Surface Standoff della Lockheed Martin e missili anti-nave a lungo raggio, entrambi con una portata di circa 900 km.

Ulteriori preoccupazioni, scrive la Xinhua, sono date dalla decisione di trasformare in portaerei il cacciatorpediniere-portaelicotteri a prora piatta “Izumo”. Tutti incrementi di forze, osservano a Pechino, in aperta contraddizione con la Costituzione nipponica, che vieta il possesso di armi offensive, quali missili balistici intercontinentali o portaerei d’attacco. Lo scorso 3 novembre, nel 71° anniversario della Costituzione, ricorda Xinhua, circa 40.000 persone avevano manifestato a Tokyo, fuori del Parlamento, contro i tentativi di Abe di modificare nel 2018 la Costituzione pacifista e un recente sondaggio ha mostrato che il 70% dei giapponesi è contrario alla sua revisione. L’unico ostacolo al piano di Abe sarebbe un risultato sfavorevole, nel referendum necessario per avviare il procedimento di modifica costituzionale.

In questa cornice, Russkaja Gazeta riporta una nota distensiva, secondo cui Seoul avrebbe accolto la proposta di Pyongyang per contatti intercoreani. Negli auspici di Kim per il nuovo anno, infatti, c’era non solo l’ammonimento nucleare lanciato a Washington, ma anche l’augurio rivolto alla Corea del Sud per una felice riuscita delle prossime olimpiadi invernali a Pyeongchang, con la partecipazione anche di atleti nordcoreani. Seoul ha colto nelle parole di Kim una proposta di dialogo per il disarmo nucleare nella penisola coreana e un “segnale di ottimismo”. Si attendono nuovi latrati d’oltreoceano.

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14/08/2017

Washington-Pyongyang: la battaglia è verbale, ma si inasprisce

Segnali tutt’altro che incoraggianti attorno alla Corea del Nord. Da giorni, Donald Trump va ripetendo che le forze armate USA, uomini e mezzi, sono pronte all’opzione militare contro la Corea del Nord e Washington potrebbe attaccare in qualunque momento, se Pyongyang non comincia “a comportarsi in modo ragionevole. Spero che Kim Jong Un scelga un’altra strada”.

E se Tokyo ha dislocato sistemi antimissilistici sin dentro il perimetro della capitale, il canale Fox News riferisce che gli equipaggi dei 6 bombardieri supersonici USA B-1B Lancer di stanza a Guam sono allertati per colpire in qualsiasi momento circa 20 obiettivi nordcoreani che rientrano nel piano di attacco preventivo elaborato dal Pentagono.

A sua volta, Mosca ha rafforzato e messo in stato di massima allerta i sistemi antimissilistici e le forze aeree nelle regioni dell’estremo oriente russo, in caso missili USA o nordcoreani assumessero coordinate di lancio errate, mentre vengono tenute sotto “stretta sorveglianza”, ha dichiarato il senatore Viktor Ozerov, i possibili punti di lancio nordcoreani.

Non fanno ben sperare le notizie da Pyongyang. Sabato scorso il presidente cinese Xi Jinping, come riportava la sudcoreana Yonhap, in un colloquio telefonico aveva esortato Donald Trump a scegliere con più attenzione le proprie espressioni riguardo la RDPC, si era espresso per una soluzione pacifica della questione nucleare con Pyongyang e aveva detto che la pace nella regione è interesse comune di Cina e USA: “Tutte le parti interessate” aveva detto Xi, citato da The Straits Times, “devono frenarsi ed evitare parole e azioni che conducano a una escalation della situazione”. Ma oggi, ancora Yonhap scrive che Pyongyang ha richiamato per consultazioni i propri ambasciatori nei principali paesi, a cominciare da Cina, Russia e ONU e ieri sera, la portavoce del Ministero degli esteri russo, Marija Zakharova, aveva detto che è veramente alta la possibilità di un conflitto armato.

E, mentre Segretario di stato e Segretario alla difesa USA, Rex Tillerson e James Mattis, in un articolo a quattro mani sul The Wall Street Journal, insistono ancora perché Mosca e Pechino facciano pressioni su Pyongyang e non “forniscano al regime nordcoreano aiuti economici per esso vitali e lo convincano a deviare dalla rotta pericolosa”, il direttore della CIA, Mike Pompeo rilascia a Fox News una dichiarazione sibillina: conoscendo i metodi dell’Agenzia, se il suo direttore proclama di non essere in possesso di dati che indichino che il “mondo è vicino a una guerra nucleare”, c’è da temere che lo scoppio di un conflitto non sia così lontano; tanto più che Pompeo ha aggiunto che “la pazienza strategica” USA è finita.

A partire dalla risoluzione USA votata all’unanimità lo scorso 5 agosto dal Consiglio di sicurezza ONU, il montare delle “espressioni verbali” tra le due sponde del Pacifico non ha conosciuto sosta.

Lo scorso 10 agosto la nordcoreana KCNA riferiva che entro la metà del mese sarà definitivamente pronto il piano per colpire la base americana di Guam con 4 missili balistici a medio raggio Hwasong-12, “per mettere fuori combattimento le forze nemiche sulle principali basi militari di Guam e come segnale di avvertimento agli USA”. Dopo di che, il piano verrà sottoposto all’approvazione di Kim Jong Un. Un piano, che il generale Kim Rak Gyom, comandante delle Forze strategiche nordcoreane, ha definito come “lo storico fuoco che avvolgerà Guam, un’azione pratica che punta sulle basi di aggressione USA”. I missili Hwasong-12 “attraverseranno il cielo sopra le prefetture giapponesi di Shimane, Hiroshima e Kochi, percorrendo 3.356 km in 1.065 secondi e colpiranno le acque da 30 a 40 km al largo di Guam”, ha detto Gyom.

L’ordine di mettere a punto il piano d’attacco, secondo l’agenzia cinese Xinhua, sarebbe stato dato da Kim Jong Un, che ha detto che è necessario colpire “l’hardware” militare USA, che minaccia continuamente la RDPC con i bombardieri strategici B-1B e portaerei atomiche. Kim Rak Gyom ha ammonito “gli Stati Uniti che, con le sanzioni globali, massimizzano le minacce militari contro la RDPC; mentre il presidente americano, da un campo di golf, rilascia un sacco di sciocchezze su “Fuoco e furia”, non riuscendo a cogliere la gravità della situazione. Tutto ciò, sta dando sui nervi agli irritati artiglieri addetti ai Hwasong”, ha dichiarato Gyom, aggiungendo che l’esercito nordcoreano sta “tenendo sotto controllo i discorsi e i comportamenti della leadership USA”.

Nei giorni scorsi, all’immediata vigilia del nuovo acutizzarsi della tensione, l’economista e analista Peter Koenig, aveva scritto su Global Research che Cina e Russia avevano “vergognosamente venduto la RDPC”, in riferimento al voto del Consiglio di sicurezza ONU dello scorso 5 agosto, che ha condotto alla tensione degli ultimi giorni. “Con le sanzioni” aveva scritto Koenig, “vogliono soffocare un piccolo paese che si sta difendendo e non vedono i crimini del Supremo Aggressore: gli USA”. Vergogna completa è constatare “fino a che punto si sia chinato il mondo intero di fronte alle schiere oscure che tirano i fili dei burattini della Casa Bianca! Davvero siamo diventati un mondo di vassalli di un impero morente?” scriveva Koenig. Quegli “stessi aggressori, guidati da Washington, oltre 60 anni fa distrussero la Corea del Nord, uccidendo un terzo dei 10 milioni della sua popolazione. Invece di firmare il trattato di pace, minacciano in permanenza la RDPC con navi e aerei dalle loro numerose basi USA in Corea del Sud e in Giappone; lo spazio aereo nordcoreano è continuamente violato dai bombardieri americani; manovre congiunte USA-Giappone-Corea del Sud si ripetono di continuo”. La RDPC, notava Koenig, mostra “al mondo soltanto la propria capacità di difendere il paese e le sue garanzie sociali di istruzione e assistenza sanitaria gratuite, mentre il suo deterrente nucleare non è una minaccia né per il Giappone, né per i suoi fratelli del sud, né, tantomeno, per gli Stati Uniti. E Trump lo sa maledettamente bene. Il suo vanto di “fuoco e furia” altro non è che un tintinnio di sciabole, lo show di un multimiliardario-psicopatico che rincorre palline da golf e si gode il potere su un impero, grazie a Dio, in rovina”. Secondo Koenig, Washington “non oserà toccare la Corea del Nord, altrimenti conoscerà “fuoco e furia” degli alleati della RDPC – Russia e Cina – nonostante il loro sventurato voto al Consiglio di Sicurezza” su delle sanzioni che costituiscono “un’autentica farsa, dal momento che il principale aggressore non è la Corea del Nord, bensì è e sono sempre stati gli USA”.

Anche il cinese Global Times, la pubblicazione in lingua inglese del Rénmín Rìbào concentrata sulle questioni internazionali, osserva che da molte parti si giudica molto bassa la possibilità di una guerra. Se scoppiasse davvero, è improbabile che gli USA possano ottenerne qualche “dividendo strategico”, mentre la Corea del Nord si scontrerebbe con rischi senza precedenti. La RDPC cerca di portare gli USA al negoziato, mentre quelli vogliono una Corea del Nord sotto il loro controllo. Entrambi non possono raggiungere i loro obiettivi, perciò competono nell’escalation della tensione, ma non vogliono prendere l’iniziativa della guerra. Il vero pericolo sta nel fatto che un tale gioco spericolato può portare a errori di calcolo e a una “guerra” strategica. In altre parole, né Washington né Pyongyang, conclude Global Times, vogliono la guerra, ma questa potrebbe comunque scoppiare, perché essi non hanno esperienza nella gestione di un gioco così estremo. A commento di questa analisi, l’esperto della rivista russa Meždunarodnaja žizn, Mikhail Bakhalinskij, si limita a riportare la reazione della NATO, secondo cui “per statuto, i paesi membri dell’Alleanza non sono tenuti a difendere il territorio di Guam, che si trova nell’Oceano Pacifico ed è possedimento USA, anche se formalmente non fa parte del paese”. In pratica, la NATO intende lanciare due segnali, sintetizza Bakhalinskij: l’Alleanza non ha intenzione di entrare in conflitto con la Cina per le ambizioni geopolitiche USA e l’Alleanza non ha dimenticato la retorica da falco di Trump nei propri confronti.

Come che sia, il Rodong Sinmun scrive di tre milioni e mezzo di “studenti, operai e militari della riserva che hanno presentato domanda per rinforzare le file dell’esercito nordcoreano” e l’osservatore del giornale, Ri Hyo Jin, ammonisce che gli USA dovranno pagare un prezzo molto alto. Avendo assistito al successo del secondo lancio sperimentale di un missile ICBM, scrive Ri, gli USA sono stati presi da ansia e terrore. Trump ha dichiarato che sarebbero stati fatti dei passi per garantire la sicurezza della terraferma. Ha detto che gli Stati Uniti non “escluderebbero una guerra” e che “se una guerra scoppierà, sarà combattuta nella penisola coreana”. Ecco perché gli Stati Uniti si stanno mettendo in moto, vociferando di obiettivi strategici nella penisola coreana e di “attacco preventivo”. Per la nuova “risoluzione sulle sanzioni”, gli USA hanno fatto pressioni sui nostri vicini che, in faccia agli Usa, appaiono inadatti allo status di grandi potenze. Ma è una tragedia che i comportamenti sconsiderati e isterici possono ridurre in cenere la terraferma degli Stati Uniti in qualsiasi momento.

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10/08/2017

Trump minaccia “fuoco e furia” contro la Corea del Nord


“Il mio primo ordine in qualità di Presidente è stato quello di rinnovare e modernizzare il nostro arsenale atomico. Ora è di gran lunga più potente di quanto non sia mai stato. Spero che non dovremo mai usare questa forza, ma rimarremo sempre il paese più potente al mondo!” – parola di Donald Trump.

Secondo quanto scritto dalla KCNA, “Pyongyang sta attentamente studiando i piani per colpire il territorio americano, dopo che Donald Trump ha pronunciato la sua stizzosa tirata”, con l’ammonimento alla Corea del Nord a “non minacciare più gli USA. In caso contrario dovrà scontrarsi con tali “fuoco e furia” quali il mondo non ha ancora visto”. Il riferimento nordcoreano al territorio americano sarebbe rappresentato dall’isola di Guam (territorio USA nel Pacifico) e specificamente la base aerea di Anderson, in cui sono dislocati i bombardieri strategici B-52 e la KCNA precisa che potrebbero esser impiegati “missili balistici strategici a medio raggio Hwasong-12”, mentre il Washington Post scrive che la RDPC ha realizzato testate nucleari di dimensioni adatte ai propri missili balistici intercontinentali e disporrebbe tra le 30 e le 60 testate atomiche.

Da parte statunitense, secondo la NBC, il Pentagono ha già messo a punto il piano d’attacco alle piattaforme di lancio nordcoreane con l’uso di bombardieri strategici supersonici Rockwell B-1 Lancer, ognuno in grado di portare fino a 56 tonnellate di bombe e razzi, 6 dei quali sono di base proprio a Guam, che dista oltre 12.000 km da Washington, ma appena 3.200 km da Pyongyang e che ospita anche quattro sommergibili atomici.

Che quelle di Trump siano solo sparate verbali o no, martedì sera, alla borsa di New York, l’indice S&P 500 è sceso del 0,3%; il Dow Jones del 0,15%, il Nasdaq 100 del 0,21% e questo, nonostante continuasse la diminuzione dei prezzi di prodotti energetici, con il petrolio WTI arrivato a 49,10 $ il barile. Panico si è registrato anche nei mercati asiatici, con la vendita affrettata di azioni e un’impennata dell’oro del 0,3% (1.264,67 l’oncia); balzo in avanti dello yen (109,94 per dollaro) e caduta del 0,8% del won sudcoreano. Calato del 1% l’indice sudcoreano Kospi e del 1,4% il giapponese Nikkei.

Anche Pechino ha reagito alla nuova scalata della tensione succeduta alla risoluzione adottata sabato scorso dal Consiglio di sicurezza ONU sull’inasprimento delle sanzioni contro la RDPC; lo ha fatto, con l’avvio di esercitazioni navali su larga scala nel mar Giallo, a nord del mar Cinese Orientale e non lontano dalle coste nordcoreane. Secondo vari esperti internazionali, le decine di vascelli, di superficie e subacquei, velivoli dell’aviazione di marina e reparti di fanteria di marina che vi prendono parte, costituirebbero un chiaro segnale lanciato a più di un destinatario, il principale dei quali non è necessariamente Pyongyang.

D’altra parte, l’agenzia Kyodo scrive che il nuovo Ministro giapponese per Okinawa e i Territori del Nord (come Tokyo chiama le isole Kurili), Tetsuma Esaki, starebbe elaborando un piano per rivedere l’accordo sullo status delle truppe americane, venendo incontro alle richieste della popolazione residente nelle aree delle basi USA in territorio giapponese. Se in altre parte del mondo, infatti, i militari yankee possono sottrarsi con la fuga in America alle responsabilità giudiziarie, in Giappone, in base allo status in vigore dal 1960, non possono affatto essere chiamati a rispondere per violazioni della legge, anche se lo scorso gennaio Tokyo e Washington si sono accordate per una limitazione delle immunità giudiziarie dei militari USA. Al di là di questo, martedì l’aviazione giapponese ha condotto manovre congiunte con quelle americane nello spazio aereo giapponese, nell’area dell’isola di Kyūshū, la terza per estensione e la più meridionale tra le quattro maggiori isole dell’arcipelago giapponese, in prossimità della penisola coreana. Vi hanno preso parte due caccia giapponesi F-2 e due bombardieri strategici USA B-1B “Lancer”.

Pyongyang aveva qualificato la risoluzione ONU come “criminale e illegale”, con il Consiglio di sicurezza trasformatosi in uno “strumento del male, infetto di incredibili pregiudizi e di ingiustizia”. Secondo Vladimir Khrustalëv, intervistato da RT, le “azioni fisiche” annunciate da Pyongyang in risposta alla risoluzione ONU, potrebbero consistere in nuovi lanci missilistici sperimentali e non in azioni militari, anche perché “questo sarebbe un suicidio e inoltre gli USA, nella regione, non stanno agendo così aggressivamente da poter esser visti da Pyongyang come se stessero preparando un attacco”. Il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, nell’incontro con l’omologo nordcoreano, Ri Yong Ho, domenica scorsa al vertice ASEAN a Manila, ha ribadito l’inammissibilità di scenari bellici nella penisola coreana e ha invitato a ricercare una soluzione politico-diplomatica.

Il solito falco John McCain, presidente della commissione senatoriale per le forze armate, ha dichiarato di esser preoccupato per le parole di Trump, ma al contrario: “se tu dichiari che hai intenzione di fare qualcosa, devi esser convinto di averne la capacità. I grandi leader minacciano soltanto se sono pronti ad agire e io non sono convinto che Trump sia pronto”. L’ex Segretario alla difesa William Perry ritiene che “le minacce a vuoto non facciano che danneggiare la nostra sicurezza nazionale”. Invece, il senatore Lindsey Graham ha rivelato al canale NBC che la settimana scorsa Trump gli aveva detto che “se la guerra sarà necessaria per fermare il leader della RDPC, sarà guerra. Se moriranno a migliaia, moriranno là e non qui”. L’attuale Segretario alla difesa, James Mattis, pur giudicando “non inevitabile” lo scontro armato, ha tenuto comunque a fare la voce grossa: “Anche se il Dipartimento di stato sta compiendo ogni sforzo per eliminare la minaccia per via diplomatica” ha detto, “le forze militari unite di USA e alleati dispongono oggi del potenziale più addestrato e affidabile, difensivo e offensivo, del mondo” e quindi “ogni azione nordcoreana sarà notevolmente superata dalle nostre e la RDPC sarà sconfitta in qualsiasi corsa agli armamenti o conflitto che essa inizi”. Kim Jong-un, ha detto ancora Mattis, “deve tener conto della posizione unanime del Consiglio di sicurezza ONU e delle dichiarazioni dei governi di tutto il mondo, secondo cui la RDPC rappresenta una minaccia per la sicurezza globale e la stabilità” e deve “fare la scelta di cessare l’autoisolamento e rinunciare a possedere l’arma nucleare. La RDPC deve smettere di parlare di azioni che possano portare alla fine del regime e alla distruzione del suo popolo”, ha tuonato “cane pazzo” Mattis.

Gli ha risposto senza sottintesi Pyongyang. Ieri, la KCNA ha diffuso un comunicato in cui si dice che negli ultimi giorni i burattini della Corea del Sud strombazzano sulla “crisi di agosto”, diffondono la versione secondo cui con il lancio sperimentale del “Hwasong-14” noi avremmo oltrepassato la “linea rossa” e con ciò stesso è ancor più accresciuta la possibilità di un attacco militare USA. Inoltre, di fronte alle manovre militari congiunte “Ulji Freedom Guardian”, che si terranno a fine agosto, noi potremmo adottare contromisure ancora più dure. Si tratta di uno sporco tentativo di far ricadere su di noi la responsabilità per l’aggravamento delle tensioni nella penisola coreana, leccare le suole al padrone americano e allargare ulteriormente la campagna conflittuale contro la Corea. Solo i burattini sudcoreani cercano di negare il fatto che il principale colpevole siano gli USA, che inaspriscono continuamente la minaccia di guerra nucleare nella penisola coreana. Da più di mezzo secolo, lo stato aggressivo, lo stato della guerra, gli USA, ricorrendo alla politica ostile e al ricatto nucleare contro la Corea, minacciano seriamente la pace e la sicurezza nella penisola coreana e nella regione. Anche ora potenti mezzi nucleari strategici USA vagano attorno la penisola coreana, in attesa del momento opportuno per accendere la miccia dell’aggressione. Noi siamo andati avanti sulla via di rafforzamento delle armi nucleari, in modo che, in risposta alle macchinazioni USA di strangolare la Corea, possiamo difendere la sovranità del paese e il diritto di esistenza della nazione. Questa è la nostra scelta strategica. I nostri continui lanci sperimentali di missili balistici intercontinentali, sono un severo ammonimento agli USA che, anche in questi giorni, persa la ragione, lanciano furiose minacce di sanzioni estreme. Ora, quando abbiamo dimostrato chiaramente al mondo che possiamo lanciare all’improvviso missili balistici intercontinentali in ogni momento e su qualsiasi obiettivo, e tutta la parte continentale USA è raggiungibile, i leader sudcoreani dovrebbero comportarsi ragionevolmente come non mai, invece di adulare il loro padrone. Se essi continueranno a seguire la politica USA, allora la “versione della crisi d’agosto” può diventare realtà. Per affrancarsi da una calamità catastrofica, occorre comportarsi ragionevolmente.

Ha tagliato corto un rappresentante delle forze armate nordcoreane che, riferendosi direttamente a Trump, ha detto: “è impossibile un dialogo ragionevole con tale sconsiderato individuo; solo la forza assoluta può agire su di lui”.

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02/05/2017

Il sistema THAAD in Corea del Sud

Si incontreranno Donald Trump e Kim Jong Un? Già il fatto che si formuli tale ipotesi testimonia dello zig zag in atto a Washington; o, forse, dei contrasti tra chi nell'amministrazione yankee punta incondizionatamente su una soluzione militare e quanti ne temono le probabili reazioni, non solo nordcoreane.

Ad ogni modo, il presidente USA, che fino alla scorsa settimana parlava alla Reuters della “possibilità che si possa finire con un grande, grande conflitto con la Corea del Nord”, ieri accennava alla possibilità, date le “giuste condizioni", di un incontro con il leader nordcoreano – "Se fosse opportuno, lo farei assolutamente, sarei onorato di farlo", ha dichiarato alla Bloomberg – e poche ore dopo il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, raffreddava gli entusiasmi, dichiarando che il processo è appena agli inizi e non è pensabile che la cosa si realizzi così presto. Il giorno precedente, in un'intervista alla CBS, Trump aveva aggiunto anche sorprendenti apprezzamenti su Kim, dicendo che egli è giunto al potere in età molto giovane, ma che la sua condotta è razionale, degna di una persona ragionevole. In ogni caso, Trump era tornato a sottolineare il ruolo della Cina per la soluzione delle questioni della penisola coreana.

In tale susseguirsi di avanti-indietro USA, l'ipotesi meno benevola è che Washington tenti di spandere nebbia per agire indisturbata nelle proprie manovre. Anche se, per la verità, continua a darsi da fare senza preoccuparsi tanto degli ammonimenti altrui: il sistema THAAD in Corea del Sud sarebbe già stato posto in allerta e pronto per l'intercettazione di missili nordcoreani.

Lo ha dichiarato ieri alla Tass il portavoce del comando delle truppe Usa in Corea del Sud, colonnello Rob Manning. Così che sembrano giungere in ritardo – quantunque ripetute ormai sin dal primo annuncio statunitense sul tema, due anni fa – le richieste cinesi a Washington di fermare l'installazione del THAAD in Corea del Sud. Questa volte Pechino, assieme alla richiesta, aggiunge però di esser pronta “ad adottare le misure necessarie alla difesa dei nostri interessi”.

E anche in Corea del Sud, scrive il nordcoreano Rodong Sinmun, continuano a mobilitarsi le forze popolari che si oppongono all'installazione del THAAD. Alla conferenza stampa di oggi a Seoul, si sono esortati i candidati alla Presidenza a dare il proprio contributo per affrontare la situazione e monitorare i passi relativi alla espansione del THAAD e si è fatto appello all'Assemblea nazionale perché adotti una risoluzione in tal senso. In un meeting tenutosi la notte scorsa di fronte all'ambasciata statunitense, si è chiesto che USA e regime sudcoreano facciano ammenda per l'uso della violenza nei confronti dei cittadini che protestano contro l'installazione e il ritiro del THAAD già messo in funzione.

Ad ogni buon conto, scrive ancora il Rodong Sinmun, “la deterrenza nucleare della RDPC per l'autodifesa è una potente garanzia per diminuire il pericolo di guerra nucleare e garantire una pace durevole sulla penisola coreana e un tesoro comune della nazione per la riunificazione e la prosperità del paese”. La pace, continua l'osservatore del Rodong, Un Jong Chol, non può essere salvaguardata con la sottomissione. È nella natura degli imperialisti di farsi più violenti quando qualcuno chiede la pace”. Il momento della “riunificazione e dell'indipendenza che avanza sotto la bandiera di By Our Nation Itself porrà fine alla divisione nazionale. Ciò sarebbe stato impensabile senza l'invincibile forza militare della RDPC”.

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23/04/2017

Le risate della guerra nordcoreana agli USA

Avete presente l'agente segreto doppiogiochista dei vecchi film di guerra? Un classico è il Standartenführer SS del Reichssicherheitshauptamt Otto von Stierlitz: in realtà colonnello del NKVD sovietico Maksim Maksimovič Isaev, nel film “17 attimi di primavera”. Infiltrato in Germania fin dagli anni '30 e arrivato sino ai vertici dei Servizi di sicurezza nazisti, alla fine riesce a far saltare i colloqui per una pace separata tedesco-americana che la banda di Heinrich Himmler stava conducendo in Svizzera tra il febbraio e il marzo del 1945 con gli inviati di Allen Dulles.

Ogni agente doppiogiochista che si rispetti, si assicura la fiducia degli organi in cui è infiltrato, passando una miriade di informazioni di minima importanza, salvo poi, al momento giusto, rifilare la “sòla” che fa perdere la guerra al nemico.

Più o meno questo succede anche con certi protagonisti dell'avanspettacolo di prima serata delle televisioni italiche. Ovviamente, tanto di cappello alla squadra di giornalisti, esperti, redattori, che assicura l'enorme materiale informativo che consente al protagonista principale di dire la sua, con sapienza, maestria, ottimo spirito e quant'altro serva ad accattivarsi la simpatia del pubblico. Simpatia per alcuni versi e in determinati momenti anche ben meritata.

E poi arriva la “sòla”: come venerdì sera, allorché ci si rifila che la Corea del Nord non è altro che una spietata dittatura, una caserma controllata da un giovinastro più pazzo che capace; una dittatura che si differenzia da quella di Bashar Assad (anche lui spietato dittatore) per l'aggravante di avere connotati comunisti e che quel demente ha in mente di lanciare contro la più grande potenza mondiale. Solo un pazzo infatti, si sottintende, è così ottuso da voler muovere guerra agli Stati Uniti; un pazzo che fa fucilare le persone con la contraerea, allo stesso modo in cui nei film di Mel Brooks i re francesi, tra uno spulzellaggio e l'altro, si divertono nel tiro al piattello umano; un pazzo che minaccia nientemeno che la guerra nucleare!

E' infatti noto a tutti che sono le portaerei nordcoreane che incrociano a meno di 300 miglia dalle coste statunitensi; sono i bombardieri di Pyongyang che sorvolano le immediate vicinanze dei confini yankee; sono i cacciatorpediniere atomici “comunisti” che gettano le ancore nei porti caraibici, a un passo dagli USA; sono i sistemi missilistici di Kim Jong Un a esser dislocati in Messico, a un tiro di schioppo da California, Arizona o Texas, insieme a qualche decina di migliaia di poveri riservisti nordcoreani, costretti da quel pazzoide a prolungare la ferma per dieci anni lontani diecimila miglia da casa.

E quantunque nella “sòla” non ci si sia spinti fino a ripetere le parole del Segretario di Stato USA Rex Tillerson, secondo cui Washington potrebbe inserire di nuovo Pyongyang (lo ha fatto una prima volta dal 1987 al 2008) tra gli stati “sponsor del terrorismo”, si è però citata quasi alla lettera la rappresentante USA alle Nazioni Unite, Nikki Haley: “Noi non intendiamo cominciare la lotta, dunque voi cercate di non darla a noi”.

Insomma, se qualcuno è davvero intenzionato a muover guerra a un altro paese, non sono certo gli Stati Uniti, paese pacifico per eccellenza, che non dispone nemmeno di portaerei, sommergibili nucleari, sistemi cosiddetti antimissilistici, bombardieri sparsi nelle basi in ogni angolo della terra; è bensì la Corea del Nord a volere la guerra a tutti i costi. E allora l'italico von Stierlitz si incarica di ammannire quel povero ragazzo, raccomandandogli piuttosto, par di capire, che sarebbe meglio per lui farsi curare, invece che voler fare la guerra all'impero.

Già, perché sono sempre i “dittatori comunisti” che fanno le guerre ai pacifici democratici...

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16/04/2017

Prove di forza nella penisola coreana. Pyongyang non si piega, vicepresidente Usa in Corea del Sud


Un test missilistico nella Corea del Nord, come annunciato dalle autorità di Pyongyang e nonostante le minacce statunitensi, è avvenuto poche ore dopo la parata militare nella capitale nordcoreana in cui hanno sfilato anche i missili simbolo della deterrenza. Il presidente statunitense Trump a caldo non ha commentato, rispondendo con un "no comment" fatto circolare tra i media dal capo del Pentagono James Mattis.

Il missile è stato lanciato dalla città di Sinpo sulla costa orientale del Paese alle 17.21 di sabato ora di Washington (già il giorno seguente in Corea del Nord). Secondo fonti militari Usa (ma solo secondo loro) il missile sarebbe esploso quasi immediatamente dopo il lancio. I media asiatici confermano che Corea del Sud e Stati Uniti sono impegnati a ottenere maggiori informazioni sul tipo di missile utilizzato.

Il Washington Post riferisce oggi che alcuni esperti militari Usa – tra cui Jeffrey Lewis – si sono detti "sbalorditi per la gamma di armamenti messi in piazza dalla Corea del Nord" in occasione della sfilata militare del "Giorno del Sole".

Parlando in occasione della grande parata militare a Pyongyang per festeggiare il 105mo anniversario della nascita del padre della patria Kim Il-sung, le autorità nordcoreane hanno criticato il nuovo governo degli Usa sotto il presidente Donald Trump per "la creazione di una situazione di guerra" nella penisola coreana con l'invio di mezzi militari strategici nella regione. Alla parata ha sfilato anche il potente missile a medio raggio 'Musudan', potenzialmente capace di raggiungere le basi aeree statunitensi a Guam.

E proprio in Corea del Sud è arrivato il vicepresidente Usa, Pence. La visita di Pence intende rassicurare gli alleati statunitensi in Asia nel momento di massima tensione con la Corea del Nord. Il vicepresidente, che è accompagnato dalla moglie e dalle due figlie maggiori, vedrà il premier sudcoreano Hwang Kyo-ahn, che svolge le funzioni presidenziali, dopo l'impeachment della presidente Park Geun-hye in attesa delle elezioni di maggio. Pence, martedì sarà poi a Tokyo, dove incontrerà il premier Shinzo Abe, altro alleato strategico.

Preoccupate per questa escalation le reazioni della Cina: "La guerra potrebbe scoppiare in ogni momento" è il commento del ministro degli Esteri cinese Wang Yi sulla crisi con la Corea del Nord. In un'eventuale guerra tra Corea del Nord e Stati Uniti "non ci possono essere vincitori" ha detto il ministro degli esteri cinese Wang Yi, promettendo il sostegno della Cina a qualsiasi tentativo di dialogo tra le parti. "Invitiamo tutte le parti a smettere di provocare e minacciarsi a vicenda e a non permettere che la situazione diventi irreparabile e fuori controllo", ha aggiunto Wang in una conferenza stampa con il collega francese Jean-Marc Ayraul.

Anche la Russia è "molto preoccupata" per le crescenti tensioni nella penisola coreana e invita tutti i paesi ad astenersi da qualsiasi atto provocatorio. Il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha fatto sapere che "E' con grande preoccupazione che stiamo guardando l'escalation delle tensioni nella penisola coreana: invitiamo tutti i paesi a dar prova di moderazione e ammoniamo contro qualsiasi azione che potrebbe portare a misure provocatorie".

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06/04/2017

Trump e la Corea nel mirino

di Michele Paris

La vigilia del primo faccia a faccia tra il presidente americano, Donald Trump, e quello cinese, Xi Jinping, è stata segnata dal lancio, da parte della Corea del Nord, di un missile balistico nel Mare del Giappone, il più recente di una serie che nelle ultime settimane ha accompagnato una pericolosa escalation di minacce americane nei confronti del regime stalinista di Pyongyang.

La stampa sudcoreana ha dato notizia del lancio nella prima mattinata di mercoledì. Attorno alle 6.40 ora locale, dalla base nordcoreana di Sinpo è partito quello che i militari americani hanno identificato come un missile a medio raggio KN-15, affondato in mare 11 minuti più tardi dopo avere percorso circa 60 chilometri.

Visto il quasi completo isolamento internazionale in cui continua a trovarsi la Corea del Nord, i test missilistici sono solitamente il metodo preferito del regime di Kim Jong-un per comunicare con l’esterno, in particolare con i propri nemici.

Come sempre, inoltre, il lancio di ordigni fa aumentare pressioni e provocazioni che soprattutto gli Stati Uniti mettono in atto nei confronti della Corea del Nord. Quest’ultimo paese, a sua volta, insiste nel mantenere un atteggiamento di sfida, alimentando una spirale di minacce e ritorsioni che rischia seriamente di far riesplodere la guerra nella penisola di Corea.

Se l’ultimo episodio della vicenda nordcoreana è tutt’altro che inedito, esso si inserisce in un clima particolarmente teso, con la nuova amministrazione Trump impegnata a mandare segnali espliciti circa una possibile soluzione militare a tutto campo per risolvere definitivamente il problema rappresentato dal regime.

A dare l’idea della situazione è stata la risposta ufficiale del dipartimento di Stato USA al lancio di mercoledì. Il segretario Rex Tillerson non ha cioè nemmeno commentato l’iniziativa di Kim, ma ha semplicemente riconosciuto il lancio di un missile balistico per poi sottolineare in maniera concisa come “gli Stati Uniti abbiano parlato abbastanza della Corea del Nord” e non vi siano “ulteriori commenti” da fare.

Questa sorta di silenzio su Pyongyang da parte di Washington sembra prefigurare l’esistenza di avanzati preparativi per un’azione militare distruttiva. Una sensazione, quest’ultima, suffragata dalle dichiarazioni rilasciate pubblicamente nei giorni scorsi dal presidente Trump, da membri del suo gabinetto e da alti ufficiali militari.

Il presidente americano, in un’intervista al Financial Times, aveva invitato ancora una volta la Cina a collaborare per fermare il programma nucleare di Pyongyang, ma, se ciò non dovesse avvenire, Trump aveva assicurato che gli Stati Uniti si faranno carico da soli della risoluzione del problema nordcoreano.

Trump era stato solo parzialmente contraddetto poco più tardi dal numero uno del Comando Strategico americano, generale John Hyten, responsabile tra l’altro dell’arsenale nucleare USA. Hyten aveva spiegato come Pechino sia essenziale nell’affrontare la sfida della Corea del Nord, lasciando intendere quindi che qualsiasi soluzione unilaterale rischierebbe di trascinare la Cina in un conflitto armato in Asia nord-orientale. Lo stesso generale aveva comunque aggiunto che il comando da lui guidato avrebbe presentato al presidente i piani per una possibile opzione militare in relazione alla Corea del Nord.

L’opzione militare, assieme a nuove sanzioni e cyber-attacchi clandestini, è stata citata apertamente martedì anche da un membro dello staff della Casa Bianca, dal momento che “il tempo è ormai scaduto” e la situazione nella penisola è di “urgente interesse” per l’amministrazione Trump.

Anche il segretario di Stato Tillerson, nel corso della sua trasferta in Estremo Oriente a metà marzo, aveva affermato che la politica della “pazienza strategica” aveva fatto il proprio corso e che, nei confronti della Corea del Nord, sul tavolo vi era anche l’ipotesi di un attacco militare.

Trump e il suo entourage insistono sul fallimento dei precedenti governi americani nel risolvere la crisi coreana attraverso metodi “pacifici” o con la collaborazione cinese. In realtà, però, nel recente passato le amministrazioni americane hanno sempre boicottato i negoziati con Pyongyang, preferendo alimentare lo scontro per i propri interessi strategici.

Malgrado le poche settimane trascorse dall’insediamento, anche la nuova amministrazione non ha ritenuto opportuno considerare l’ipotesi di aprire un qualche dialogo – diretto o indiretto – con Pyongyang. Anzi, quando qualche settimana fa Pechino aveva proposto il ritorno al tavolo delle trattative, chiedendo agli Stati Uniti di interrompere le massicce esercitazioni militari in corso con le forze armate sudcoreane in cambio del congelamento del programma nucleare del regime di Kim, Washington ha opposto un secco rifiuto.

Ex esponenti dell’apparato militare americano hanno anch’essi confermato in questi giorni come l’amministrazione Trump stia seriamente considerando un’operazione militare contro la Corea del Nord. Uno di questi è l’ultimo segretario alla Difesa di Obama, Ashton Carter, che nel fine settimana si è detto pessimista sulla possibilità di risolvere diplomaticamente la crisi nordcoreana con la collaborazione della Cina.

Carter, considerato uno dei più convinti “falchi” della precedente amministrazione Democratica, ha parlato di un possibile attacco “preventivo” contro le installazioni militari nordcoreane, in seguito al quale, però, Pyongyang risponderebbe con un’invasione o un contrattacco nei confronti della Corea del Sud.

A questo punto lo scenario ipotizzato dal numero uno del Pentagono diventa catastrofico e dimostra la totale assenza di scrupoli degli ambienti di potere americani per la vita di milioni di persone. Carter si è mostrato “ottimista” sull’esito dell’eventuale conflitto, ma ha avvertito che la guerra contro il regime di Kim sarebbe di un’intensità e di una violenza tali da essere paragonabile a quella del 1950-1953, al termine della quale, secondo alcune stime, si contarono un totale di circa 5 milioni tra morti, feriti e dispersi.

La stampa occidentale continua a far notare come la Corea del Nord non abbia ancora le capacità tecniche per equipaggiare un missile a lungo raggio con una testata nucleare. Ciò non rappresenta però uno stimolo a percorrere al più presto la strada della diplomazia, ma sembra essere piuttosto un motivo per accelerare un attacco militare prima che sia troppo tardi e la reazione di Kim risulti efficace.

L’ex direttore della CIA, Michael Hayden, ha ad esempio avvertito in una recente intervista alla CNN che, “prima della fine del mandato di Trump, la Corea del Nord sarà probabilmente in grado di raggiungere [la città sulla costa occidentale americana di] Seattle con un’arma nucleare... montata su un missile balistico intercontinentale”.

I venti di guerra in Asia nord-orientale continuano a essere alimentati da un dibattito sui media e all’interno della classe politica americana che omette puntualmente di ricordare le più che probabili conseguenze di un attacco contro la Corea del Nord. Una guerra provocherebbe non solo un numero enorme di vittime nella penisola di Corea, ma rischierebbe di allargarsi rapidamente, coinvolgendo la Cina e, forse, la stessa Russia o il Giappone, mentre estremamente probabile sarebbe il ricorso ad armi nucleari.

Secondo alcuni osservatori, l’escalation di minacce del governo americano contro il regime di Kim rientrerebbe in una strategia che non prevede tanto il ricorso immediato alla forza ma che serve più che altro ad aumentare le pressioni su Pechino, sia per richiamare all’ordine la Corea del Nord sia, ancor più, per ottenere concessioni militari, commerciali e strategiche dalla stessa Cina.

Come già ricordato, la nuova crisi in Asia orientale è esplosa pochi giorni prima dell’arrivo negli USA del presidente cinese Xi per un vertice con Trump che si annuncia estremamente teso e sul quale peserà l’ombra della situazione in Corea. Se anche così fosse, tuttavia, l’aggressività della nuova amministrazione Repubblicana di Washington non può che far aumentare il rischio di un conflitto con la Corea del Nord o con la Cina, nel breve o nel medio periodo.

In ogni caso, l’ipotesi di un attacco militare ordinato da Trump contro Pyongyang non può essere scartata, al di là delle conseguenze che ne deriverebbero. A spingere verso questa soluzione ci sono vari fattori – dalla popolarità in picchiata del presidente al conflitto interno alla classe dirigente americana sulla Russia, dalle pressioni dell’apparato militare alla necessità di far fronte alla crescente influenza cinese – tutti derivanti invariabilmente dal rapido e inevitabile deterioramento della posizione internazionale degli Stati Uniti.

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01/12/2016

Kim Jong Un: “I meriti di Fidel dureranno in eterno”

Dopo aver indirizzato un messaggio di cordoglio a Raul Castro per la morte di Fidel, il leader nordcoreano Kim Jong Un si è recato ieri in visita all'ambasciata cubana a Pyongyang per esprimere le proprie condoglianze. Ne ha dato notizia questa mattina l'agenzia KCNA, specificando che Kim era accompagnato da Hwang Pyong So, membro del Presidium dell'Ufficio politico del CC del Partito dei Lavoratori e da Kim Kye Gwan, Primo vice Ministro degli esteri. "Il nome di Fidel Castro e le sue imprese saranno sempre ricordati da tutti noi. Siamo addolorati per la perdita di un grande Compagno, un grande compagno d'armi”, ha scritto Kim sul libro di condoglianze. All'ambasciatore Jesus De Los Angeles Aise Sotolongo, Kim ha detto che “la scomparsa di Fidel Castro Ruz è una grande perdita per i partiti, i governi e i popoli dei due paesi”. Kim, scrive la KCNA, ha espresso la convinzione che il popolo cubano rivoluzionario saprà superare il dolore per la perdita del proprio capo e saprà costruire una società prospera e ottenere la vittoria nella causa socialista sotto la guida di Raul Castro Ruz, fedele agli ideali di Fidel Castro Ruz”.

Alla notizia della scomparsa di Fidel, Kim aveva definito Castro "leader eminente del popolo cubano, autorevole politico, che ha portato un immenso contributo alla lotta contro l'imperialismo". I meriti di Fidel Castro nello sviluppo dei rapporti d'amicizia tra Cuba e RPDC, “in prima linea nella lotta anti-americana e anti-imperialista, dureranno in eterno”, scriveva ieri la KCNA, ricordando come Fidel, che aveva visitato Pyongyang nel 1986, avesse ricevuto varie onorificenze nordcoreane, tra cui il titolo di Eroe della RPDC.

Nel paese è stato proclamato il lutto nazionale dal 28 al 30 novembre. Una delegazione ad alto livello è partita ieri da Pyongyang per Cuba per partecipare alle cerimonie funebri in onore di Fidel. Ne fanno parte Choe Ryong Hae, del Presidium dell'Ufficio politico del CC del Partito dei Lavoratori, Kim Yong Su e Ryu Myong Son, del CC del Partito, So Hong Chan, Primo vice Ministro delle Forze armate e Sin Hong Chol, vice Ministro degli esteri.

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10/05/2016

Nord Corea: concluso il VII congresso del Partito del lavoro

Una grande manifestazione svoltasi oggi nella piazza centrale di Pyongynag ha celebrato la chiusura, lunedì pomeriggio, del VII congresso del Partito del lavoro della Repubblica Popolare Democratica di Corea che si era aperto venerdì scorso. Kim Jong Un è stato eletto presidente del partito, mentre sinora ricopriva la carica di Primo segretario; comandante supremo dell’Esercito popolare dal dicembre 2011, allorché successe al padre, il defunto Kim Jong Il e primo presidente della Commissione nazionale di difesa dall’aprile 2012, Kim è anche presidente della Commissione militare centrale del partito. Ieri, nell’ultima giornata di lavori, il Congresso ha eletto i nuovi organi dirigenti, a partire dal Politbüro, composto di 19 membri e dal suo Presidium, portato da 3 a 5 membri, in cui, insieme a Kim Jong-Un, al presidente dell’Assemblea Suprema del Popolo Kim Yong Nam e al capo della Direzione politica dell’Esercito Hwang Pyong So, entrano ora il primo ministro Pak Pong Ju e il segretario del CC del partito Choe Ryong Hae.

Nel suo intervento, Kim ha chiesto al partito una mobilitazione speciale per la realizzazione del programma politico e ha definito “senza precedenti, lo slancio di entusiasmo rivoluzionario nel popolo e nell’esercito”. Le linee guida della politica interna ed estera della Repubblica popolare, di sviluppo delle capacità industriali e del potenziale nucleare, erano state definite da Kim già nel suo rapporto al congresso, in cui si era espresso per “il rafforzamento del ruolo del governo e l’allargamento delle sue funzioni”, per la realizzazione del piano quinquennale 2016-2020. Kim ha sottolineato l’importanza “di procedere alle tre rivoluzioni: ideologica, tecnica e culturale” e “difendere il paese dall’influenza venefica dell’ideologia e della cultura imperialiste, creando una severa disciplina morale nel paese”.

Il leader nordcoreano ha parlato dell’obiettivo della riunificazione della penisola, rilevando che ambedue le parti debbano sviluppare il dialogo e condurre colloqui a vari livelli, per “liberarsi della sfiducia e della mancanza di comprensione reciproca e insieme aprire la strada alla riunificazione su principio federativo”. Kim ha fatto appello ai leader di Seoul affinché “rinuncino al confronto coi compatrioti del Nord, abbattano le barriere legali e istituzionali che ostacolano lo sviluppo dei rapporti”. D’altro canto, ha detto, se la Corea del Sud “sceglierà una politica aggressiva, Pyongyang scatenerà una giusta guerra e spazzerà via senza pietà tutte le forze che si oppongono alla riunificazione”.

Al tempo stesso, Kim ha criticato gli Stati Uniti che, ha detto, costituiscono “il principale responsabile della divisione del paese” e ha chiesto a Washington di “rinunciare ai tentativi di isolare e soffocare la Repubblica Popolare della Corea del Nord per mezzo delle sanzioni e cessino l’ingerenza nella soluzione dei problemi della penisola coreana”; anche il Giappone “è tenuto a non ostacolare la riunificazione della Corea”. Per quanto riguarda la questione nucleare, Kim ha dichiarato che il paese è pronto a “por fine alle continue minacce atomiche statunitensi, contrapponendo potenti forze nazionali di contenimento nucleare, che assicurino la difesa della pace regionale e globale”.

Da Pechino, mentre il Segretario generale del PCC, Xi Jinping si è congratulato con Kim Jong Un per la sua elezione a presidente del PLC, il Ministero degli esteri cinese ha espresso la speranza che la Corea del Nord e gli altri paesi dell’Asia nordorientale interessati, si sforzino di risolvere di comune accordo la questione nucleare coreana.

Domenica scorsa, l’agenzia Xinhua riferiva delle reazioni negative sudcoreane alle aperture al dialogo proposte da Kim, che il Ministero per l’unificazione di Seoul definisce “mera propaganda, priva di sincerità, dato che mentre parla di dialogo inter-coreano continua a sviluppare l’arsenale nucleare”. Se Kim aveva detto che “l’avvio di colloqui, anche militari, potrebbe contribuire a eliminare i rischi di conflitto e allentare la tensione al confine”, Seoul ha chiesto a Pyongyang di rinunciare al programma di armamenti nucleari, affermando che la denuclearizzazione della penisola coreana è la premessa di colloqui di pace. Se, durante i lavori congressuali, Kim aveva sottolineato che il suo paese “non farà ricorso all’arma atomica, a meno che forze ostili non minaccino la sua sovranità con armi nucleari”, la presidente sudcoreana Park Geun Hye risponde che “la Corea del Nord continua a minacciare provocazioni, ignorando gli avvertimenti della comunità internazionale e non mostra alcun passo per migliorare le relazioni inter-coreane”. Park ha anche criticato l’intenzione di Pyongyang di continuare a sviluppare il programma nucleare, il suo tentativo di chiedere il riconoscimento quale potenza nucleare, nonostante Kim abbia ribadito l’impegno alla denuclearizzazione e all’adempimento degli obblighi di non proliferazione.

Intanto le agenzie informano che, dal prossimo 25 maggio e fino al 3 giugno, nelle acque antistanti Jinhae-gu, lungo la costa sudorientale della Corea del Sud, sommergibili di sei paesi (Corea del Sud, Giappone, Singapore, Malesia, Australia e USA) parteciperanno alle esercitazioni “Pacific Reach”, che prevedono l’impiego di apparecchiature di soccorso in acque profonde. “A conclusione delle manovre”, recita il comunicato della Marina di Seoul, “le unità subacquee andranno a ormeggiarsi presso la nuova base, inaugurata lo scorso febbraio nell’isola di Jeju, nella Corea sudoccidentale”. E si dà come assioma che non si tratti di vascelli dotati di armi nucleari.

A tal proposito, il politologo Sergej Černjakovskij, dell’Università di Mosca, afferma che la Corea del Nord è “uno degli stati più pacifici del mondo, e ciò è dimostrato dal semplice fatto che, a partire dalla fine della guerra del 1950-’53, il paese non ha partecipato ad alcun conflitto importante. Sarebbe ben strano affermare che la Corea del Nord tenda ad attaccare qualcuno o che tenti di annettersi la Corea del Sud, nonostante che proprio al Sud, fino a poco tempo fa, si svolgessero regolarmente manifestazioni studentesche con la richiesta di unificazione al vicino del Nord”. Sulla questione nucleare, continua Černjakovskij “qualsiasi stato può considerare garantita la propria sovranità nazionale solo se detiene la reale possibilità di portare un danno reciproco al nemico. Credendo nel diritto internazionale e nelle promesse occidentali, Hussein e Gheddafi avevano rinunciato alla creazione di proprie armi di distruzione di massa e sono stati distrutti, insieme all’integrità dei propri paesi. Oggi, chi non possiede l’arma nucleare e non è pronto a usarla, deve esser pronto alla propria eliminazione. La Russia non fu distrutta negli anni ’90 e conserva oggi una propria significativa presenza sull’arena mondiale, solo grazie al possesso di un proprio potenziale atomico”.

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08/05/2016

Nord Corea: il discorso di Kim Jong-Un al VII Congresso del Partito

Nel corso dei lavori del VII Congresso del Partito del lavoro della Corea del Nord, il leader Kim Jong-Un ha espresso la disponibilità di Pyongyang a normalizzare i rapporti anche con quei paesi che oggi mantengono un atteggiamento ostile nei confronti della Corea del Nord. Secondo quanto riportato dalla BBC, Kim ha confermato che l’arma atomica potrà essere impiegata solo in caso di minaccia diretta alla sovranità del paese, impegnandosi al tempo stesso sulla via della non proliferazione delle armi nucleari. Ciononostante, come da copione, i media statunitensi e sudcoreani continuano ad accusare Pyongyang di prepararsi ad altri esperimenti nucleari a breve scadenza. L’ultimo, condotto lo scorso gennaio (il quarto dal 2006), fu accompagnato dal lancio di un missile a lunga gittata e provocò in marzo l’adozione di dure sanzioni da parte dell’ONU, tra cui la limitazione all’importazione di alcuni metalli preziosi e l’inserimento di diverse personalità nordcoreane in una “lista nera”, simile a quella messa a punto per vari esponenti pubblici russi, per quella che Washington e Bruxelles continuano a definire “l’annessione” della Crimea.

Intanto, il sito del PC della Repubblica popolare di Donetsk, ha pubblicato stralci del discorso pronunciato ieri da Kim, dopo l’intervento inaugurale di venerdì scorso, in apertura dei lavori del Congresso. Ieri, insieme all’onore reso a Kim Il-sung e Kim Jong-il, Kim Jong-Un ha ribadito l’idea dell’avanzata del socialismo e della rivoluzione “Juche-Sŏn’gun”, ripetendo a più riprese lo slogan della “unità tra partito, Esercito e popolo”. In base ai dati congressuali, all’assise partecipano 3.467 delegati, di cui 315 donne: 1.545 funzionari di partito, 719 militari, 423 funzionari dell’apparato amministrativo ed economico, 52 attivisti di organizzazioni sociali, 112 rappresentanti dei settori di scienza, cultura, educazione e media, 786 attivisti di partito, 6 veterani della guerra antigiapponese, 24 ex detenuti nelle carceri sudcoreane. Presenti 1.387 osservatori.

Ricordando alcune decine di esponenti della politica, cultura, sport nordcoreani deceduti dall’ultimo congresso, molti dei quali eroi della resistenza antigiapponese, Kim ha detto che i 36 anni trascorsi dal VI Congresso sono stati “per il nostro partito e il nostro popolo, anni di dura lotta e gloriose vittorie, in una situazione molto grave e complessa”. Una situazione caratterizzata da “prove inaudite, con il crollo del sistema socialista mondiale e l’attacco delle forze coalizzate dell’imperialismo contro la nostra Repubblica, il nostro partito e il nostro popolo”, ricorrendo a “meccanismi di blocco, pressioni e sanzioni che ci hanno completamente chiuso la strada dello sviluppo economico e della stessa sopravvivenza”. Nonostante questo, ha continuato Kim, “la saggia guida dei grandi leader, la coesione del partito, dell’esercito e del popolo, hanno permesso di annullare tutti i tentativi della coalizione imperialista per soffocare la nostra Repubblica, proteggendo la bandiera rossa del socialismo e le conquiste della rivoluzione”. Kim è passato quindi a ricordare gli esperimenti atomici e il lancio, lo scorso febbraio, del satellite artificiale da osservazione terrestre “Kwangmyongsong-4” – di cui il Pentagono nega l’efficienza – insieme ai “successi economici e all’aumento della produzione”, in particolare nel campo di “energia elettrica, carbone, metallurgia e trasporti ferroviari, ingegneria meccanica, chimica, costruzioni, agricoltura e industria leggera”: il tutto “contando soprattutto sulle proprie forze”.

Kim non ha mancato di rivolgere, insieme al ringraziamento ai partiti, alle organizzazioni e ai paesi che mantengono rapporti di amicizia con la Corea del Nord, anche “un cordiale saluto al Fronte Nazionale Democratico Antimperialista, al Partito socialdemocratico di Corea, al partito Chondoist-chhonudan, al popolo della Corea del Sud, all’Associazione dei coreani in Giappone (“Chhonren”: dato che Tokyo non mantiene rapporti diplomatici con Pyongyang, di fatto questa organizzazione cura gli interessi della Corea del Nord in Giappone), alle varie organizzazioni di connazionali all’estero e a tutti i compatrioti che si battono per l’unificazione della patria”.

Secondo quanto riporta l’agenzia russa Interfax, il VII Congresso dovrebbe chiudersi domani o, al più tardi, martedì.

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