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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/10/2016

Messico. EZLN alle presidenziali? La sinistra istituzionale non apprezza


La decisione dell’Ezln e del Congresso Nazionale Indigeno (Cni) di consultare le proprie comunità rispetto alla possibilità di candidare una donna indigena alle elezioni presidenziali del 2018 ha suscitato grandi polemiche, spiazzando quanti consideravano gli zapatisti fautori del non voto e facendo andare su tutte le furie la sinistra istituzionale, che li accusa di complicità con le destre.

Lanciata durante il V Congresso del Cni, tenutosi dal 10 al 14 ottobre a San Cristobal de las Casas in occasione del ventesimo compleanno dell’organizzazione e dell’anniversario numero 524 dell’inizio della Conquista, la proposta consiste nella creazione di un Consiglio Indigeno di Governo, composto da un uomo ed una donna per ogni realtà aderente al Cni, il quale avrà il compito di nominare una candidata che concorrerà alle prossime presidenziali a nome delle due organizzazioni.

Come spiegano Ezln e Cni in un comunicato congiunto, l’eventuale partecipazione al processo elettorale non mirerebbe alla vittoria, ma ad utilizzare la contingenza elettorale per portare al centro del dibattito nazionale la questione indigena in una fase in cui le comunità e i popoli originari resistono all’avanzata delle industrie mineraria, agroalimentare e turistica, le quali, con il loro correlato di mega-progetti infrastrutturali, violenza di stato, paramilitare e mafiosa, stanno mettendo a rischio la sopravvivenza di ecosistemi e popolazioni. Temi e conflitti, questi ultimi, che abitualmente non sono inclusi nell’agenda dei partiti e che quando vi compaiono, lo fanno sotto il titolo di “sviluppo e opportunità di lavoro”.

L’idea non è quindi quella di fondare un nuovo partito o di partecipare alle elezioni in modo tradizionale. Si tratta, al contrario, del tentativo di applicare al processo elettorale la logica del “comandare obbedendo” e dell’autogoverno comunitario che caratterizzano la pratica nei territori autonomi zapatisti e non solo. La candidata, in altri termini, alla stessa stregua di tutte le altre autorità zapatiste, dovrà seguire le decisioni prese da un organo collettivo rappresentativo delle comunità resistenti, pena la revoca del mandato.

Durante la plenaria finale del Cni, organizzazione di cui fanno parte, oltre all’Ezln, realtà, comunità e popoli indigeni di tutto il Messico, il Subcomandante Galeano ha chiarito a nome della Comandancia i contenuti della proposta proveniente delle comunità zapatiste. La candidatura rappresenta l’inizio di un’offensiva politica dei popoli indigeni su scala nazionale. La scelta è strategica in due sensi: da una parte, infatti, posizionarsi sul terreno elettorale significa voler colpire il sistema nel punto considerato più debole, e cioè quello della politica istituzionale e dei partiti, che soffrono una grave crisi di legittimità di cui i ribelli pensano di poter approfittare. Dall’altra, invece, si tratta di utilizzare le elezioni per far partire un processo politico più ampio che rafforzi le relazioni organizzative all’interno del Cni e della Sexta e che possa promuovere nuove forme di interazione con la società civile e i movimenti per porre le basi per la costruzione di una nuova fase di lotta a livello nazionale. Si tratterebbe, quindi, di uno sforzo organizzativo simile a quello proposto nel 2006 dall’Altra Campagna, tuttavia centrato principalmente sulle comunità indigene aderenti al Cni. In questo senso, la proposta zapatista è difficile da inquadrare seguendo i criteri tradizionali e non è nemmeno assimilabile ad esperienze latinoamericane apparentemente analoghe come quella boliviana del Mas (Movimiento al socialismo) o quella equadoriana della Conaie (Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador).

Sebbene sia stata ricevuta con stupore, pare che la proposta abbia convinto i 360 delegati, e gli oltre 400 aderenti alla Sexta presenti al congresso. Tuttavia, diventerà operativa solo se approvata dalla base delle organizzazioni indigene che conformano il Cni, le quali si sono dichiarate in assemblea permanente per i prossimi due mesi. Durante questo periodo, decideranno se accettare o meno, od eventualmente trasformare, la scommessa che proviene dai territorio zapatisti.

Come prevedibile, le reazioni al comunicato non si sono fatte attendere. Gli zapatisti sono stati accusati di dividere la sinistra e di “fare il gioco delle destre”, come ha sostenuto Andrés Manuel López Obrador (Amlo), il candidato del centrosinistra che in due occasioni ha denunciato di essere stato vittima di brogli e che i sondaggi danno come favorito per la prossima tornata elettorale. Quest’ultimo ha inoltre accusato gli zapatisti di aver oggettivamente favorito la vittoria del Partido de Acción Nacional (Pan) nel 2006, rifiutando di appoggiare la sua candidatura; nonché di aver attivamente sostenuto nei loro territori forze politiche legate al Pri, il Partido Revolucionario Institucional attualmente al governo, nel 2012 (sic).

La polemica della sinistra moderata e istituzionale contro l’organizzazione armata, è continuata durante il resto della settimana con l’intervento di diversi intellettuali vicini al Movimiento de Regeneración Nacional (Morena), il partito fondato da Amlo dopo la rottura con il Prd (Partido de la Revolución Democrática). Questi, tra i quali spiccano diversi editorialisti e vignettisti de La Jornada in precedenza simpatizzanti dell’Ezln, sostengono che la candidatura sarebbe solo il prodotto del rancore e dell’egolatria del subcomandante Galeano, il quale avrebbe come obiettivo quello di favorire il ritorno al governo del destrorso Pan. Un altro argomento usato dai critici del Sup, il principale obiettivo polemico dell’intellighenzia progressista, consiste nell’accusarlo di voler usare quest’iniziativa per instaurare una trattativa con l’attuale governo e bloccare il cambiamento.

Ciò che colpisce in queste accuse, oltre alla loro infondatezza e alla logica complottistica che le sottende (e che è la stessa cui fecero appello le destre nel ’94, dopo l’irruzione armata degli zapatisti sulla scena), è il razzismo latente che emana da queste considerazioni, le quali presentano le basi d’appoggio e le popolazioni indigene che costruiscono quotidianamente l’autonomia e l’autogoverno nei territorio zapatisti come una mera massa di manovra ad uso e consumo del Sup.

Reazioni positive, invece, sono venute dai partiti che si trovano fuori dall’arco costituzionale come il Prt, Partido Revolucionario de los Trabajadores, e il Pos, Partido Obrero Socialista; da diversi intellettuali, tra cui l’ex rettore dell’Unam (Universidad Nacional Autonoma de México) Pablo Gonzalez Casanova e lo scrittore Juan Villoro; nonché da buona parte dei movimenti sociali messicani, che salutano l’iniziativa come un modo alternativo di attraversare la congiuntura elettorale e si dicono disposti a partecipare all’ambizioso progetto.


Per chiarire meglio la situazione, vanno fatte alcune puntualizzazioni. Anzitutto, va detto che, malgrado nessuno si aspettasse una proposta di questo genere da parte della guerriglia indigena, essa non rappresenta un’adesione alle concezioni liberali della democrazia, né una rottura rispetto al percorso di autogestione tracciato negli ultimi anni dalle comunità autonome. Gli zapatisti infatti non sono mai stati astensionisti ma hanno sempre invitato ad autorganizzarsi, al di là della decisione del singolo individuo di partecipare o meno al voto. In questo senso, i maya ribelli hanno sempre usato gli strumenti offerti dal contesto politico in maniera molto pragmatica e non dogmatica, tanto è vero che in due occasioni hanno appoggiato esplicitamente i candidati proposti dalle forze progressiste (Cuauhtemoc Cardenas, leader del Prd, per la presidenza della repubblica, e Amado Avendraño, giornalista candidato della società civile alla governatura del Chiapas) e che per anni hanno mantenuto aperto il dialogo con la sinistra parlamentare.

Secondariamente, occorre mettere in evidenza che la rottura con i partiti progressisti non nasce nel 2006, e cioè a partire dalla decisione zapatista di non sostenere Amlo alle presidenziali, ma nel 2001, e si fonda su un tema cruciale per le comunità indigene. Stiamo parlando dell’autonomia e dell’autogoverno comunitari, tematiche che sono state al centro del lungo dialogo che ha portato agli accordi di San Andrés. Questi, firmati da governo e guerriglia nel 1996, avrebbero dovuto propiziare l’inserimento nella Costituzione del diritto dei popoli indigeni all’autodeterminazione. Una volta in parlamento, tuttavia, la proposta di legge è stata trasformata dai partiti fino a snaturarne il contenuto, il tutto con la complicità delle organizzazioni “progressiste” che si sono messe così dall’altra parte della barricata rispetto alla lotta per i diritti collettivi dei popoli originari. Da quel momento, l’Ezln smise di riporre la propria fiducia nei partiti ed aumentò la sua distanza dalla sinistra parlamentare con cui i rapporti sono ulteriormente peggiorati, come dimostrano le polemiche in questi giorni.

Il tradimento degli accordi di San Andrés non è tuttavia l’unico motivo della rottura del mondo indigeno con la sinistra istituzionale. Le divergenze ed i conflitti sono infatti aumentati anche a causa del sostegno concesso da Amlo e dai partiti della coalizione progressista a governatori che successivamente hanno represso duramente i popoli originari e i movimenti sociali in generale, promuovendo una politica economica di spoliazione delle terre e dei territori indigeni e di distruzione della natura a tutto vantaggio dei grandi capitali locali e internazionali.

Esemplari, in questo senso, sono i casi di Juan Sabines, Graco Ramirez, Gabino Cué, Angel Aguirre (costretto alle dimissioni dopo il caso Ayotzinapa) e Miguel Angel Mancera, rispettivamente governatori degli stati del Chiapas, Morelos, Oaxaca, Guerrero e di Città del Messico, situazioni nelle quali sono aumentati significativamente i conflitti socioambientali ed anche il livello repressivo tanto che sono decine gli attivisti arrestati mentre partecipavano alle lotte in difesa del territorio. La situazione dunque è molto più articolata di quanto non venga descritta dai sostenitori di Amlo e delle forze progressiste, e la sfiducia da parte del movimento indigeno nei confronti dei partiti di sinistra, lungi dall’essere prodotto del loro presunto dogmatismo, si deve all’esperienza concreta degli ultimi quindici anni, durante i quali i popoli indigeni hanno capito di non essere rappresentati da questa classe politica.

La risposta dell’Ezln alle critiche ricevute è arrivata nel pomeriggio di venerdì 21 ottobre, giusto una settimana dopo la diffusione del comunicato che ha scatenato le polemiche. Il testo, firmato Sup Galeano, s’intitola “Domande senza risposte, risposte senza domande, Consigli e consigli”, ed è scritto con il consueto stile ironico zapatista. Senza polemizzare direttamente con la sinistra moderata e i suoi intellettuali, il comunicato mette in luce lo stato critico in cui versa il sistema politico messicano, assolutamente autoreferenziale e distante anni luce dalle lotte che attraversano il paese contro i femminicidi ormai diventati un’emergenza nazionale, e dalla quotidianità delle battaglie in difesa del territorio portate avanti dalle comunità indigene a livello sia rurale sia urbano. Un sistema politico in una condizione così grave da entrare in una vera e propria “crisi di panico” appena conosciuta la notizia, non ancora confermata, di una possibile candidatura indigena.

Il testo non nomina mai i partiti progressisti, mentre critica la probabile candidata del Pan, Margarita Zavala, moglie dell’ex presidente Calderón, responsabile di aver lanciato la cosiddetta guerra al narcotraffico che ha già causato migliaia di morti ed una quantità di sparizioni forzate degna delle peggiori dittature latinoamericane. Contro questa candidatura, che utilizza l’immagine di una donna per scimmiottare la possibilità di un cambiamento radicale, la proposta di una donna indigena potrebbe intercettare le simpatie popolari e delle fasce sociali più basse del paese, le quali potrebbero identificarsi nella candidata zapatista.

Se dopo i due mesi di assemblea permanente la proposta zapatista sarà fatta propria dalle comunità, il movimento indigeno dovrà mettere in campo un significativo sforzo organizzativo, considerando che per una candidatura indipendente si devono raccoglie oltre 800 mila firme in almeno 17 dei 32 stati della federazione messicana. Nel caso riuscissero nell’intento, non è difficile pronosticare che, comunque vada a finire dal punto di vista dei risultati, l’incursione zapatista alle presidenziali del 2018, mettendo al centro la questione indigena e le lotte territoriali, spariglierà le carte del processo elettorale, rendendolo assai più dinamico e interessante.

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22/07/2015

Messico. L’esercito attacca comunità nel Michoacàn e spara sulla folla

Un dodicenne assassinato, diversi feriti gravi, tra cui una bambina di sei anni, nonché quattro detenuti in maniera illegale. È il tragico bilancio dell’operazione che esercito, marina e polizia federale hanno condotto lo scorso 19 luglio ai danni della comunità nahua di Santa María Ostula, nello stato del Michoacán, uno dei più colpiti dalla violenza scatenatasi a partire dall’inizio della cosiddetta guerra ai narcos, che insanguina il Messico dal 2006 a questa parte e colpisce sempre più duramente movimenti popolari e popolazione civile.

L’operazione è iniziata in mattinata con l’arresto da parte di elementi dell’esercito di Semeí Verdía, comandante della polizia comunitaria di Ostula. Quasi in contemporanea, membri delle forze armate hanno fatto irruzione in altre zone della comunità, cercando, senza successo a causa della resistenza comunitaria, di arrestare il commissario per i beni comunali e portando avanti altre detenzioni, le quali hanno in comune con la prima il fatto di essere avvenute senza mandato di cattura e senza che venissero formulate accuse formali.

In risposta agli arresti, effettuati in spregio ad ogni procedimento legale e agli accordi stilati con il governo rispetto al riconoscimento delle funzioni della polizia comunitaria, i comuneros (proprietari di terre comuni) hanno occupato la statale Lazaro Cardenas-Colima e fermato un gruppo di militari responsabili delle violenze con l’obiettivo di utilizzarli per uno scambio con i compagni fermati. Ma il blocco stradale, formato da circa 300 indigeni, è stato duramente caricato dall’esercito che è intervenuto sparando lacrimogeni ma anche usando le armi da fuoco. Tuttavia la mobilitazione è proseguita con blocchi diffusi in altre comunità.

Nel corso del pomeriggio, un migliaio di uomini appartenenti a marina esercito e polizia federale ha assaltato la zona di Ixtapilla, dove la polizia comunitaria aveva trattenuto i soldati. Durante la violenta irruzione, con la quale i militari sono stati sottratti alla comunità, è stato ucciso il dodicenne Idalberto Reyes, colpito da una pallottola che gli ha attraversato il cranio.

Inoltre, insieme ad altre tre persone con ferite alle spalle ed alle gambe, è stata ferita Yeini Pineda, di soli 6 anni, colpita al ventre. Tutti i feriti sono stati raggiunti dai proiettili mentre si trovavano in casa, il che smentisce le tesi di alcuni mass media secondo cui i nahua di Ostula userebbero i bambini come scudi umani (sic!), mentre conferma le intenzioni belligeranti dei militari nei confronti della popolazione locale.

Secondo i comuneros, l’obiettivo dell’operazione repressiva è quello di assestare un duro colpo al processo di lotta per l’autonomia in atto nella comunità dal giugno del 2009, quando gli indigeni nahua recuperarono circa 1000 ettari del loro territorio. Un territorio assai fertile, ricco di minerali e ambito dall’industria mineraria e turistica.

Da quel momento uomini e donne di Ostula hanno iniziato a lavorare alla costruzione dell’autodifesa e dell’autogoverno comunitari con l’obiettivo di difendere terra e territorio non solo dai già citati interessi economici ma anche da quelli dei diversi clan criminali presenti nella zona, come gli Zetas, la Familia Michoacana e Los Caballeros Templarios. Questo processo, che ha senz’altro aumentato la sicurezza nella regione e che rappresenta un esempio alternativo per altre comunità, si è così attirato le inimicizie dei potenti, e non sono mancate le aggressioni da parte di narcotrafficanti, paramilitari e forze armate, tanto che sono ormai 32 i comuneros assassinati e 6 quelli desaparecidos.

In particolare, l’operazione mirava alla polizia comunitaria e ai suoi dirigenti. Di questo ci parla la detenzione del comandante Semeí e del tentativo fallito di arrestare Hector Zepeda, a capo della polizia comunitaria del vicino municipio di Cohuayana, il quale è riuscito a sottrarsi ai militari. Dopo il suo arresto, Semeí Verdía è stato portato in elicottero a Morelia, la capitale dello stato. È accusato di porto di armi di uso esclusivo dell’esercito e di aver bruciato delle schede elettorali durante le azioni di sabotaggio della tornata elettorale dello scorso 7 giugno.

Le accuse tuttavia sono false. Secondo i suoi compagni,  infatti, il comandante nahua “aveva una pistola registrata e un porto d’armi concesso dai federali”. Oltre ad essere illegale, poi, l’arresto viola in maniera eclatante gli accordi firmati dal governo statale e federale con la comunità, nei quali veniva riconosciuta ufficialmente la Polizia comunitaria. A tutto questo va aggiunto che il comandante Semeí, noto per la sua battaglia contro i cartelli locali della droga, è già stato vittima di tre attentati e che per uno di questi è stato condannato il sindaco del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) di Aquila, il municipio di cui fa parte Ostula.

La polizia comunitaria, e più in generale, tutti i tentativi genuini di autodifesa dal basso nati nel corso degli ultimi anni di fronte al dilagare della violenza sul territorio michoacano e non solo sono da tempo nel mirino di governo e autorità. Dopo un primo tentativo di cooptazione, sono infatti iniziate detenzioni e processi farsa e decine di dirigenti di polizie comunitarie o di gruppi di autodifesa sono finite dietro le sbarre. Di contro, gli arresti di boss mafiosi sono una cosa alquanto rara.

Per quanto riguarda le autorità, dopo una prima smentita da parte del governo del Michoacán, non sono ancora arrivati comunicati ufficiali rispetto all’aggressione alla comunità di Ostula. A meno che non si voglia considerare come una presa di posizione l’uscita del presidente Peña Nieto il quale, poche ore dopo la morte di Idalberto, ha criticato quelli che “si impegnano ad infangare l’onore delle forze armate” che “lavorano con impegno e dedizione in favore dei messicani”.

Il clima per chi lotta è assai difficile in tutto il Paese, dove forze repressive e gruppi paramilitari aggrediscono sempre più di frequente militanti, difensori dei diritti umani e giornalisti indipendenti o fastidiosi. Dal Chiapas, dove continuano le aggressioni alle comunità zapatiste e filozapatiste, al Guerrero, dove ieri un gruppo di picchiatori del Partito Rivoluzionario istituzionale ha sgomberato con violenza il presidio permanente per i 43 desaparecidos di Ayotzinapa nella piazza centrale di Chilpancingo con un bilancio di diversi feriti.

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07/01/2015

Dal Chiapas ad Ayotzinapa: intervista a una delegazione di attivisti italiani in Messico

In queste settimane in Messico – ed in Chiapas – è presente una delegazione di attivisti napoletani. La redazione di Contropiano ha rivolto loro queste domande:

Quest’anno è presente un gruppo di attivisti napoletani all’appuntamento di mobilitazione e discussione, in Messico, definito Primo Festival Mondiale delle Resistenze e Ribellioni contro il capitalismo. Volete spiegarci il senso politico di questa iniziativa che sta richiamando militanti da ogni parte del mondo?

Il festival si inquadra in primo luogo nella fase particolarmente difficile che stanno attraversando gli zapatisti in Chiapas e tutte le esperienze di lotta e movimento messicane. Gli zapatisti, pur “confinati” sulle montagne del sud est messicano, dal 1994 hanno sempre avuto la capacità di parlare di tutti noi, in ogni angolo del pianeta, delle lotte e degli attacchi del capitalismo internazionale agli ultimi e ai penultimi. E’ evidente che, in questo quadro nazionale, il festival aveva l’aspirazione, ben realizzata, di compattare le esperienze di lotta messicane, un obiettivo sul quale gli zapatisti hanno già lavorato molto in questi anni, ridefinendo e rivitalizzando lo spazio politico che nel festival ha infatti rivestito un ruolo di primo piano: il congresso nazionale indigeno. D’altro canto, sul piano internazionale, le rotte lente dei movimenti mondiali contro la macelleria progressiva del neoliberismo, hanno visto come sempre, negli zapatisti, uno spazio intelligente di indicazioni, narrazioni e confronti, quanto mai necessaria nella fase attuale. A partire da queste esigenze, gli zapatisti hanno ricalibrato con intelligenza alcuni aspetti del festival negli ultimi mesi. La scelta di dare uno spazio enorme ai familiari dei desaparecidos di Ayotzinapa ed alla loro storia, oltre che una necessità umana, ha segnato il festival della carica che le piazze messicane hanno espresso in questi mesi di degna rabbia nei confronti dell’attuale governo Nieto. In questa vicenda si dipanano larga parte delle contraddizioni sociali e politiche del Messico di oggi: sostenerle con decisione non solo è un atto doveroso nei loro confronti, ma una scelta politica intelligente per tutti coloro che nel mondo lottano contro il capitalismo.

Negli ultimi mesi sta facendo scalpore la vicenda degli studenti “scomparsi”. Che novità ci sono e quale è la situazione politica e sociale in questo momento in Messico?

In parte già rispondevamo con la domanda precedente. La storia di Ayotzinapa è assurda se riusciamo a restare un po’ umani, altrimenti si inserisce tranquillamente in una guerra, sporca e silenziosa, che il Messico sta vivendo da anni nel silenzio e nella complicità della comunità internazionale e, per quel che ci riguarda più da vicino, della stessa Unione Europea. I numeri di questa guerra sono incredibili: solo le sparizioni superano le 70 mila persone negli ultimi anni. E sciogliere il filo della matassa di questa storia non è affatto semplice. Abbiamo intervistato da vicino i familiari e abbiamo partecipato con loro a tutte le sessioni del festival, eppure non è facile ricostruire la vicenda. Ci sono stati due assalti ad opera di forze in divisa e paramilitari. In uno sono morti 3 passanti e 2 studenti, nel secondo sono stati sequestrati 57 studenti, di cui uno è morto, 13 riescono a salvarsi, mentre i famosi 43 risultano attualmente scomparsi. Il governo Nieto ha provato a scaricare tutte le responsabilità sul governo e la polizia locale, tanto che anche alcuni giorni fa sono stati arrestati altri 20 poliziotti locali. Ma è evidente, al di la delle testimonianze frammentate, che questa storia coinvolge direttamente il governo, o per essere più corretti, quello che in questi mesi i movimenti hanno chiamato il “Narco-stato” Messicano. In questi 3 mesi le piazze messicane si sono riempite di rabbia, in molti casi, con manifestazioni che si sono tradotte in scontri, anche se i media ignorano con scientificità anche questo aspetto. Il governo messicano è in evidente difficoltà, ma questa difficoltà non sembra modificarne significativamente gli atteggiamenti. Vedremo cosa accadrà nei prossimi mesi, visto che il fermento delle piazze si è fermato per lasciare spazio al Festival. I familiari hanno fatto esplicita richiesta di portare la loro voce nel mondo, si sono chieste anche come sia possibile che dinnanzi a tutto questo l’Onu e l’intera comunità internazionale non prenda parola in maniera significativa. Probabilmente nel mondo oggi possiamo fare la nostra parte per contribuire alla storia contemporanea del Messico.

Da quel Capodanno del 1994, in cui si palesò il sollevamento del Chiapas, la figura di Marcos e l’elaborazione degli Zapatisti hanno trovato cittadinanza ed apprezzamento ben oltre i confini messicani ed hanno contaminato l’elaborazione e le pratiche di molti settori politici e sociali a scala internazionale. Cosa rimane oggi di quella vicenda e che connessione è ancora possibile con la resistenza globale contro gli effetti antisociali delle politiche imperialistiche?

Dall’1994 ad oggi la storia zapatista ha conosciuto numerosi cambiamenti che non è possibile sintetizzare in una sola breve risposta. L'approccio da guerrilla gevuarista si è trasformato in poco tempo in un esperienza completamente diversa che ha scelto di sedimentare a piccoli passi un esperienza di autonomia e indipendenza con coordinate del tutto eccezionali e confinarla nel territorio del Chiapas. D'altro canto l'esperienza di autogoverno dei municipi autonomi zapatisti ha costruito un esempio in tutto il pianeta per l'anomalia delle forme con cui veniva praticata, per il fatto in sé di non essere un feticcio da riprodurre in carta bollata e per la capacità che l'Ezln ha avuto di essere sempre una lanterna accesa sul pianeta intero nelle analisi quanto nella prospettiva di trasformazione complessiva dell'esistente. Nell'ultimo anno l'organizzazione zapatista ha vissuto numerose difficoltà. Il massacro di Galeano e la distruzione della scuola della Realidad sono il segno di un processo lento e sporco di sottrazione che il governo messicano ha praticato negli ultimi anni e che abbiamo potuto vedere da vicino in questi giorni. Il festival è in sé già una risposta a tutto questo, proprio come dicevamo prima. La riapertura di uno spazio mondiale di connessione delle lotte che pone al centro l'aggressione dei governi al mondo "de abajo" e la necessità di distruggere il capitalismo come orizzonte politico. Chiaramente sempre a partire dalle piccole esperienze di lotta, "praticando autonomia a passi piccoli ma decisi", come il subcomandante Moises ha detto nell'intervento durante le celebrazioni di Capodanno nel caracol di Oventic. L'attualità della loro capacità di fare organizzazione e conflitto sembra limpida osservando quali temi sono al centro delle discussioni del festival: non l'autogoverno del Chiapas, ma la storia di Ayotzinapa e l'attacco ai beni comuni ed alle terre collettive in tutte le regioni del Messico ci parlano dei processi mondiali di messa a profitto delle nostre vite, niente più di quello che in Italia stiamo vivendo con lo Sblocca Italia, la Val Susa o il No-Muos. La sensazione, dopo queste settimane, è che nel mondo abbiamo ancora bisogno degli zapatisti, e loro ci hanno detto già molto in questo festival e ci hanno lasciati con la promessa di esprimersi ancora e più direttamente nei prossimi tempi. Ci è sembrato che in Messico abbiano fatto un lavoro importante in questi anni, di cui il festival è solo un passaggio. E' chiaro che mentre aspettiamo da loro un segnale deciso, dobbiamo lavorare a casa nostra. Portare la voce dei familiari dei desaparecidos sembra un punto di partenza.

Nell’ultimo decennio in America Latina, tra mille contraddizioni, si manifesta un potente movimento di popoli e di stati che hanno rotto il predominio a stellestrisce sul continente rebelde. Che collocazione teorica e culturale la vicenda del Chiapas può trovare in questo originale contesto ancora oggi in movimento?

A questa domanda gli zapatisti non risponderebbero. E in effetti, accogliamo il loro punto di vista riprendendo un passaggio dell'intervento durante le celebrazioni ad Oventic, dove in maniera molto chiara ribadivano che con il mondo "de arriba" non hanno nulla da condividere e che continueranno a praticare autonomia con quelli "de abajo".

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26/05/2014

Il Subcomandante Marcos annuncia la sua scomparsa


Alle 2:08 dell’alba di oggi (25 maggio 2014), il Subcomandante Marcos ha annunciato che a partire da quel momento smetterà di esistere. In una conferenza stampa con i media liberi che partecipavano all’omaggio a Galeano, lo zapatista assassinato nella comunità zapatista di La Realidad, il capo militare dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), ha detto: “se posso definire Marcos, il personaggio, vi direi senza alcun dubbio che è stata una pagliacciata”.

Dopo più di 20 anni alla guida dell’organizzazione politico-militare sollevatasi in armi il primo gennaio del 1994, Marcos ha annunciato il passaggio di testimone. Ha detto che dopo i corsi della Escuelita Zapatista dell’anno scorso e dell’inizio di questo, “ci siamo resi conto che oramai c’era già una generazione che poteva guardarci, che poteva ascoltarci e parlarci senza bisogno di una guida o leadership, né pretendere sottomissione”. Allora, ha detto, “Marcos, il personaggio, non era più necessario. La nuova tappa della lotta zapatista era pronta”.

Nella comunità emblematica di La Realidad, la stessa in cui il 2 maggio scorso un gruppo di paramilitari della Central Independiente de Obreros Agrícolas y Campesinos Histórica (CIOAC-H), ha assassinato la base di appoggio zapatista Galeano, il subcomandante Marcos è apparso di buon mattino di fronte ai rappresentanti dei media liberi accompagnato da sei comandantes e comandantas del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno e del Subcomandante Insurgente Moisés, al quale nel dicembre scorso aveva trasferito il comando.

“È nostra convinzione e la nostra pratica che per rivelarsi e lottare non sono necessari né leader né capi, né messia né salvatori; per lottare c’è bisogno solo di un po’ di vergogna, una certa dignità e molta organizzazione, il resto o serve al collettivo o non serve”, ha detto Marcos.

Con una benda nera col disegno di un teschio da pirata che copriva l’occhio destro, il fino ad ora portavoce zapatista ha ricordato l’alba del primo gennaio 1994, quando “un esercito di giganti, cioè, di indigeni ribelli, scese in città per scuotere il mondo. Solo qualche giorno dopo, col sangue dei nostri caduti ancora fresco per le strade, ci rendemmo conto che quelli di fuori non ci vedevano. Abituati a guardare gli indigeni dall’alto, non alzavano lo sguardo per guardarci; abituati a vederci umiliati, il loro cuore non comprendeva la nostra degna ribellione. Il loro sguardo si era fermato sull’unico meticcio che videro con un passamontagna, cioè, non vedevano. I nostri capi e cape allora dissero: ‘vedono solo la loro piccolezza, inventiamo qualcuno piccolo come loro, cosicché lo vedano e che attraverso di lui ci vedano’ “.

Così è nato Marcos, frutto di “una complessa manovra di distrazione, un trucco di magia terribile e meraviglioso, un gioco malizioso del nostro cuore indigeno; la saggezza indigena sfidava la modernità in uno dei suoi bastioni: i mezzi di comunicazione”.

La cronaca della conferenza, firmata dai “mezzi liberi, alternativi, autonomi o come si chiamino”, diffusa su diversi portali di comunicazione alternativa come Radio Pozol, Promedios e Reporting on Resistences, riproduce un clima di applausi ed evviva all’EZLN dopo l’annuncio della Comandancia.

La figura del subcomandante Marcos ha fatto il giro del mondo fin dalle prime ore del primo gennaio 1994. L’immagine di un uomo armato con cartucciere rosse ed un R-15, con indosso una divisa color caffè e nera coperto da un chuj di lana degli Altos del Chiapas, con il volto coperto da un passamontagna che fumava la pipa, era sulle prime pagine dei giornali più importanti del pianeta. Nei giorni e settimane successive arrivavano i suoi comunicati carichi di ironia ed umorismo, provocatori ed irriverenti. Qualche foglio bianco scritto a macchina da scrivere letteralmente raffazzonati per la stampa nazionale e internazionale. Venti anni e quattro mesi dopo, Marcos annuncia la fine di questa tappa.

“Difficile credere che venti anni dopo quel ´niente per noi´ non fosse uno slogan, una frase buona per striscioni e canzoni, ma una realtà, La Realidad”, ha detto Marcos. Ed ha aggiunto: “se essere coerente è un fallimento, allora l’incoerenza è la strada per il successo, per il potere. Ma noi non vogliamo prendere quella strada, non ci interessa. Su queste basi, preferiamo fallire che vincere.”

“Pensiamo”, ha detto, “che è necessario che uno di noi muoia affinché Galeano Viva. Quindi abbiamo deciso che Marcos oggi deve morire”.

“Alle 2:10 il Subcomandante Insurgente Marcos è sceso per sempre dal palco, si sono spente le luci ed è partita un’ondata di applausi degli e delle aderenti della Sexta, seguita da un’ondata ancora più grande di applausi delle basi di appoggio zapatiste, miliziani ed insurgentes“, hanno riferito dalla Realidad.

Fedele al suo stile ironico ed ai suoi tradizionali post scritti, il personaggio di Marcos ha concluso: P.S. 1 Game Over. 2. – Scaccomatto. 3. – Touché. 4. – Così Mhhh, è questo l’inferno? 5. – Cioè, senza la maschera posso andarmene in giro nudo? 6. – Qui è buio, ho bisogno di una torcia…”

Di seguito, la lettera completa di addio del Subcomandante Insurgente Marcos.

http://desinformemonos.org/2014/05/adios-al-subcomandante-marcos-nace-galeano/

da http://chiapasbg.com/

Fonte

25/12/2012

Il ritorno degli zapatisti

In silenzio, sotto la pioggia, in colonne ordinate, migliaia di zapatisti sono scesi dalle loro comunità nelle montagne del sudest messicano del Chiapas e hanno “occupato” pacificamente le strade di San Cristobal de las Casas, Ocosingo e Las Margaritas.

Marciando con in mano la bandiera dell’Ezln (nera con una stella rossa) e la bandiera messicana, sono tornati ad appropriarsi delle strade. Proprio come avevano fatto il 1° gennaio del 1994, ma stavolta senza armi, nemmeno di legno, come le avevano quel giorno.

L’atto simbolico è durato poche ore, nel giorno in cui dappertutto si aspettava, senza alcuna ragione, la fine del mondo, i discendenti dei Maya hanno approfittato della fine del trdicesimo bak’tun per tornare a manifestarsi.

Dopo anni di silenzio l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale torna a far parlare di sé. Lo fa non per celebrare la “fine del mondo”, ma per ricordare il massacro di Acteal, avvenuto 15 anni fa, il 22 dicembre 1997, ad opera di un gruppo paramilitare appoggiato dallo Stato messicano.

Quel 22 dicembre circa 100 uomini armati attaccarono e assassinarono quarantacinque persone, indigeni tzotziles, tra i quali diciotto bambini e ventidue donne, che facevano parte del gruppo zapatista “las Abejas”, mentre pregavano in una piccola cappella nella comunità di Acteal, in Chiapas.

A tutt’oggi quel massacro non ha colpevoli, anche se il 30 gennaio del 2008 la Comisión Civil Internacional de Observacion por los Derechos Humanos (CCIODH) ha segnalato che esiste una chiara responsabilità dello Stato messicano per il massacro.

Forse è per questo motivo che l’allora presidente della repubblica, Ernesto Zedillo, è stato accusato di essere il mandante politico dell’eccidio. Oggi Zedillo risiede negli Stati Uniti, dove da settembre scorso ha ottenuto l’immunità diplomatica proprio per non subire un processo per il massacro di Acteal in territorio statunitense.

Le strade delle tre città che erano state occupate nel 1994 si sono riempite di più di 20mila persone in passamontagna che hanno marciato in silenzio, ordinatamente, pacificamente.

In coincidenza con l’inizio di una nuova era e a poche settimane dal ritorno al potere del Partido Revolucionario Institucional (PRI) hanno manifestato la loro presenza, la loro lotta, la loro capacità organizzativa, senza pronunciare una sola parola.

Si attende comunque un comunicato ufficiale del Comité Clandestino Revolucionario Indígena – Comandancia General dell’Ezln, organo ufficiale degli zapatisti.

Nel frattempo il Messico si è accorto della nuova generazione di zapatisti, quelli nati e cresciuti nelle comunità autonome che si sono sollevate quasi 20 anni fa. Già sensibilizzati, scolarizzati nei centri educativi comunitari, riportano di attualità le istanze che non sono ancora state risolte, in un momento in cui il popolo del Messico vive abusi e violenze di ogni genere.

In serata è stato diffuso il comunicato firmato dal Subcomandante Insurgente Marcos. Dice così.

Comunicato del Comité Clandestino Revolucionario Indigena – Comandancia General del Ejercito Zapatista de Liberación Nacional
Messico
21 dicembre 2012
A chi corrisponda:
AVETE SENTITO?
è il suono del vostro mondo che cade a pezzi
è quello del nostro che risorge
il giorno che è stato il giorno, era notte
e notte sarà il giorno che sarà  il giorno
democrazia!
 
libertà!
giustizia!