Il brutale omicidio di Willy Duarte a Colleferro, ha messo il nostro paese di fronte alla società che ha creato. Daniele Vicari è un regista più che attento alle dinamiche sociali. Il suo documentario “Il mio paese” ha vinto il David di Donatello. Successivamente ha realizzato il film il “Passato è una terra straniera”.
Nel 2012 realizza il film che è diventato memoria storica e atto d'accusa per una intera generazione: “Diaz. Don’t Clean Up This Blood” sulle brutalità poliziesche e il contesto dei giorni di Genova 2001. Ci sono stati altri film ed altri premi negli anni successivi. È in uscita un suo nuovo film “Il giorno e la notte” realizzato durante i mesi del lockdown .
Nel 2019 ha pubblicato con Einaudi il romanzo: “Emanuele nella battaglia”.
Il libro racconta la vicenda di Emanuele Morganti, un ragazzo di Alatri, in provincia di Frosinone, pestato a morte il 26 marzo 2017 con modalità e circostanze che richiamano molto da vicino il recente omicidio di Willy Duarte a Colleferro. A Daniele Vicari abbiamo chiesto una visione di quanto accaduto il 5 settembre scorso.
A Colleferro con la brutale uccisione di Willy Duarte si è ripetuto quasi meccanicamente la vicenda che portò alla morte di Emanuele Morganti ad Alatri, vicenda sulla quale hai scritto un buon libro “Emanuele nella battaglia”. Cosa ti porta come riflessione questa nuova vicenda avente caratteristiche e protagonisti quasi simili?
Mi dice che quelle dinamiche non sono casuali, ma in qualche modo codificate. Il problema che vedo è che quella “codifica” ha a che fare con una consuetudine alla violenza e alla sopraffazione che non è una “eruzione” momentanea, dovuta alla rabbia, ma è parte integrante di un sistema di comunicazione, quindi ha una valenza sociale, ha a che fare con dinamiche sociali. Quindi è assai difficile da estirpare.
Credo che sia in atto – o si stia producendo – una pulsione “tribale/sociale” piuttosto che politica, che spinge soggetti apparentemente estranei a raggrupparsi in forma tribale, corrispondente a usi, costumi e consuetudini “strapaesane” da comitive amicali. Cosa ti fanno pensare questi rituali da “branco”? È credibile che periferie e paesi limitrofi o marginali di hinterland delle grandi città metropolitane, abbandonate e isolate, producano ormai una concezione identitaria di tipo tribale?
Si, lo credo anch’io. La coesione in alcuni territori viene meno a favore della logica del clan. È una logica che presuppone l’esistenza di “nemici”, il clan vive nell’assedio perché è da lì che trae la propria identità, che si costruisce per contrapposizione. Da questo punto di vista la comunicazione politica basata sulla identità ha una responsabilità immensa, ci sta abituando alla logica della chiusura, dell’assedio. Ma quando una società è sotto assedio vede nemici ovunque. Si crea una situazione esplosiva.
Un’ultima domanda, quasi dovuta, sulla società che ci aspetta. Tu hai prodotto e realizzato un film durante la fase di “clausura” dovuta al lockdown. Quali riflessioni hai maturato su questa vicenda e le sue conseguenze sociali, comportamentali, culturali?
"Il giorno e la notte", realizzato sotto lockdown è una reazione alla clausura. Il tentativo di un gruppo di persone che ama il cinema di gridare forte questo amore. In qualche modo la clausura forzata è disumanizzante, rischiamo di ridurci a puri consumatori, in quei giorni durissimi volevamo dimostrare a noi stessi che anche in una situazione impossibile il cinema si può fare ed è parte integrante della nostra vita. In questo modo volevamo fare una carezza, un gesto affettuoso al nostro paese che in quel momento viveva in forte isolamento internazionale, gli italiani erano “gli untori” di turno. Volevamo farci del bene e l’abbiamo fatto senza chiedere niente a nessuno, soltanto contando sulle nostre forze.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/08/2017
Visioni Militant(i): Sole Cuore Amore, di Daniele Vicari
La crisi sociale, l’assenza di futuro, la solitudine dello sfruttamento, lo spazio vitale degli affetti aggrediti dalla cattiva vita, ma anche la volontà di andare fino in fondo a qualsiasi costo, il non farsi piegare dalla vita: questi sono gli ingredienti dell’ultimo film di Daniele Vicari. Autore che ha sempre dimostrato, a nostro parere, una certa sensibilità e attenzione verso gli umori e le storie dei subalterni. Non è la prima volta che anche il nostro cinema tenta di attraversare e raccontare l’epoca della crisi, spesso con risultati scarsi, superficiali o consolatori, altre volte con raro acume, come in questo caso, dove la realtà nella sua pallida e grigia declinazione quotidiana si mette in mostra senza illusioni e senza speranze.
E’ la storia di due donne: Eli è una pendolare che ogni giorno parte dalla provincia romana (Nettuno) per andare a lavorare in un’altra periferia, quella del Tuscolano, per sopravvivere; l’altra, Vale, una ballerina che fa performance di danza moderna nei locali notturni, vivendo una vita alternativa ma difficile. Due donne accomunate da un destino di coraggio, immerse in una realtà dura, fatta di sfruttamento, ma anche di solitudine. Un film che convince nella sua voglia di essere duro, tragico, nel descrivere la schiavitù moderna (tra l’altro ispirata a un fatto di cronaca realmente accaduto) e la barbarie dei nostri tempi, che permea la vita dell’immensa periferia sociale in cui si trovano le masse popolari.
Non c’è nessun richiamo alla possibilità di cambiare, non c’è nessun ragionamento sul senso collettivo, né un inconscio richiamo alla liberazione, quanto una condanna senza attenuanti a questo mondo criminale rivestito di tante promesse e narrazioni edificanti.
Eli è una donna che combatte con le unghie e con i denti per mantenere se stessa e la sua famiglia, ma nella sua lotta per la sopravvivenza non cede ai peggiori istinti che attanagliano coloro che si trovano nelle medesime difficoltà. Il suo spirito di solidarietà verso la collega barista straniera si esplicita non con le parole ma con i fatti, la sua è una solidarietà istintiva, sentimentale verso chi si trova nella sua stessa condizione. Vale, invece, è una ragazza che vive la sua vita senza vincoli, con un solitario coraggio, molto simile a quello di Eli, anzi spesso le due sono legate da un certo sentire comune: non si fanno scoraggiare dalla durezza della vita, ma mettono in campo un’umanità che permette loro di non essere inghiottite dal degrado fisico che recinta le loro vite. Va anche detto che la figura di Vale convince meno, il suo personaggio è tratteggiato con molta vaghezza, a parte la ricerca accennata di una definizione della propria identità sessuale. Sembra che sia più un personaggio che implicitamente esiste per fare da specchio alla protagonista, che pero’ regge bene da solo.
Uscendo dalla sala si coglie un senso di disagio, in fondo questo è un buon risultato per il cinema della cruda realta’ che si propone Vicari. La rabbia viene pensando a quante donne e uomini nel nostro paese vivono nella faticosa e a volte impossibile riproduzione della propria forza lavoro. Quanto è distante questo film dalle amenità del ceto medio riflessivo, dai buoni sentimenti, dalla narrazione postmoderna della realtà che non esiste. Un risultato di non poco conto.
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E’ la storia di due donne: Eli è una pendolare che ogni giorno parte dalla provincia romana (Nettuno) per andare a lavorare in un’altra periferia, quella del Tuscolano, per sopravvivere; l’altra, Vale, una ballerina che fa performance di danza moderna nei locali notturni, vivendo una vita alternativa ma difficile. Due donne accomunate da un destino di coraggio, immerse in una realtà dura, fatta di sfruttamento, ma anche di solitudine. Un film che convince nella sua voglia di essere duro, tragico, nel descrivere la schiavitù moderna (tra l’altro ispirata a un fatto di cronaca realmente accaduto) e la barbarie dei nostri tempi, che permea la vita dell’immensa periferia sociale in cui si trovano le masse popolari.
Non c’è nessun richiamo alla possibilità di cambiare, non c’è nessun ragionamento sul senso collettivo, né un inconscio richiamo alla liberazione, quanto una condanna senza attenuanti a questo mondo criminale rivestito di tante promesse e narrazioni edificanti.
Eli è una donna che combatte con le unghie e con i denti per mantenere se stessa e la sua famiglia, ma nella sua lotta per la sopravvivenza non cede ai peggiori istinti che attanagliano coloro che si trovano nelle medesime difficoltà. Il suo spirito di solidarietà verso la collega barista straniera si esplicita non con le parole ma con i fatti, la sua è una solidarietà istintiva, sentimentale verso chi si trova nella sua stessa condizione. Vale, invece, è una ragazza che vive la sua vita senza vincoli, con un solitario coraggio, molto simile a quello di Eli, anzi spesso le due sono legate da un certo sentire comune: non si fanno scoraggiare dalla durezza della vita, ma mettono in campo un’umanità che permette loro di non essere inghiottite dal degrado fisico che recinta le loro vite. Va anche detto che la figura di Vale convince meno, il suo personaggio è tratteggiato con molta vaghezza, a parte la ricerca accennata di una definizione della propria identità sessuale. Sembra che sia più un personaggio che implicitamente esiste per fare da specchio alla protagonista, che pero’ regge bene da solo.
Uscendo dalla sala si coglie un senso di disagio, in fondo questo è un buon risultato per il cinema della cruda realta’ che si propone Vicari. La rabbia viene pensando a quante donne e uomini nel nostro paese vivono nella faticosa e a volte impossibile riproduzione della propria forza lavoro. Quanto è distante questo film dalle amenità del ceto medio riflessivo, dai buoni sentimenti, dalla narrazione postmoderna della realtà che non esiste. Un risultato di non poco conto.
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