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03/07/2026

Il riarmo europeo crea lavoro... negli USA. Ma Meloni conferma i vincoli NATO

Rutte è l’esempio perfetto del servo che fa di tutto per ben apparire davanti al padrone. Nella politica odierna, per come è “raccontata” all’opinione pubblica delle “democrazie” occidentali, però, questo tipo di atteggiamento – oltre a mostrare una significativa inadeguatezza – diventa un problema politico, dato che finisce col mostrare le contraddizioni della propaganda imperialista, e le gerarchie internazionali, che si disinteressano di “diritti umani” e “voti democratici”.

In un’intervista al Financial Times, Mark Rutte ha svelato che il portafoglio ordini di armamenti che l’Europa e il Canada si sono impegnati ad acquistare dagli Stati Uniti nei prossimi due anni ammonta a ben 300 miliardi di dollari, sostenendo circa 195 mila posti di lavoro... ma oltreoceano.

Un argomento che il Segretario Generale della NATO ha cercato di sfruttare per convincere Trump che mantenere l’asse transatlantico sia conveniente per l’economia americana. Il risvolto della medaglia, per il Vecchio Continente, è però controverso. Il riarmo viene presentato dalle classi dirigenti europee come un viatico alla crisi industriale e alla deindustrializzazione, ma dalle parole del politico olandese risulta che ad avvantaggiarsene siano anzitutto gli States.

E tuttavia, l’Alleanza Atlantica viene ribadita come la cornice di riferimento di qualsiasi “difesa europea”. All’ormai vicino vertice NATO di Ankara, il prossimo 7 e 8 luglio, la Germania vuole portare un’idea di “NATO 3.0” in cui si confermino gli impegni sulla spesa militare al 5%, ma anche il sostegno a Kiev e la possibilità di ottenere le autorizzazioni dalla Casa Bianca per produrre in patria alcuni sistemi d’arma stelle-e-strisce.

Rutte il primo luglio ha preso parte ai lavori del Consiglio dei Ministri tedesco – prima volta nella storia per un Segretario Generale della NATO – e ha elogiato la postura della Germania, la quale sostiene che l’Alleanza Atlantica debba vedere maggior protagonismo europeo “non solo per la pressione di Trump, ma nel nostro stesso interesse”, ha detto il cancelliere Friedrich Merz.

Bisogna allora chiarire i termini della corsa al riarmo che abbiamo davanti. Rutte ha messo in evidenza, nella sua adulazione sfacciata, che la NATO è un’organizzazione pensata per fare gli interessi di Washington, e sempre Rutte ne ha anche svelato il tributo di sovranità che i suoi vincoli impongono.

Guido Crosetto, rispondendo a due interrogazioni alla Camera, ha certificato che sono stati 518 i voli militari statunitensi decollati dalle basi in Italia a partire da febbraio nell’ambito dell’aggressione all’Iran, proprio come aveva rivelato Rutte. Il ministro della Difesa italiano ha così smentito quel che ha detto il primo luglio il suo collega Antonio Tajani.

“Qualsiasi operazione militare che si è svolta in Iran anche da parte americana – ha detto il titolare della Farnesina – non era un’operazione nell’ambito della NATO quindi è difficile che il segretario generale Rutte potesse sapere cosa è accaduto in Italia. Le sue dichiarazioni sono state non soltanto improvvide ma anche non rispondenti al vero”.

Insomma, Crosetto ha smentito Tajani, che ha smentito Rutte. Se sul lato della politica interna nostrana questo mostra che c’è probabilmente un po’ di maretta all’interno dell’esecutivo (o che il ministro degli Esteri italiano non sa cosa succede nel suo paese, perché è lì come prestanome per Washington e Bruxelles), sul lato dei legami strategici del nostro paese è la rappresentazione plastica della gabbia dei vincoli atlantici, che ci impegnano nell’escalation bellica dell’imperialismo in crisi, a prescindere da chi sieda a Palazzo Chigi.

Immediatamente dopo questa scenetta piuttosto ridicola, Meloni ci ha tenuto a ribadire l’impegno a raggiungere il 5% del PIL in spese militari fissato dalla NATO. Di nuovo, se nell’immediato significa confermare le scelte prese al vertice dell’Aja, sul lungo termine vuol dire aderire consapevolmente a questo quadro in cui il riarmo europeo servirà a finanziare il complesso militare-industriale statunitense.

Con un obiettivo, in prospettiva, per il Vecchio Continente: quello di diventare anch’esso una grande potenza armata. Ma è così che i nodi vengono al pettine. Perché anche fosse che, un giorno, l’Europa si libererà dai vincoli NATO, lo farà solo in virtù della trasformazione in una completa macchina bellica impelagata in un conflitto continuo con mezzo mondo, come sono oggi gli USA.

La volontà di mandare una missione navale nello Stretto di Hormuz, nonostante la complicità nell’aggressione confermata da Rutte, l’impegno a sabotare ogni possibile soluzione diplomatica del conflitto in Ucraina, sempre più laboratorio e fabbrica del riarmo europeo, persino i legami con Israele, entità politica che sopravvive solo in quanto in uno stato di guerra senza soluzione di continuità, non sono più nemmeno scelte politiche.

Sono necessità strategiche imprescindibili per alimentare questo processo in cui, nella sua “innocenza” servile, Rutte ha sottolineato che a farla da padrone sono gli Stati Uniti, ma che rappresenta anche lo spazio di manovra entro cui l’Europa può pensare di tornare a essere attore globale. Ovviamente, con la forza delle armi, perché sul piano culturale e dei valori come su quello economico di prodotti e tecnologie non ha più molto da offrire.

Allora l’alternativa appare chiara: chiunque pensa ci possano essere compatibilità con la NATO, il riarmo e la difesa europea, ci sta condannando a percorrere una strada che ci condurrà necessariamente nel baratro della guerra. Chi cerca pace e giustizia sociale, sa che è arrivato il momento di mettere in dubbio i legami internazionali del nostro paese e la presenza delle basi militari stelle-e-strisce sul nostro territorio.

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