Ormai la UE ha raggiunto pienamente lo stato di “democratura”, ovvero di assetto istituzionale in cui, parandosi del fatto che ogni tot anni si possono esprimere dei voti (senza poter davvero mettere bocca sulle scelte strategiche), è condotta una feroce cancellazione di diritti sociali e politici fondamentali, insieme alla criminalizzazione del dissenso.
La sentenza che la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha emesso il 2 luglio 2026 stabilisce, infatti, che diffondere un contenuto del canale sanzionato Russia Today è un reato, a prescindere dalla veridicità o meno di esso. Non solo se si parla di piattaforme o altri media, ma anche quando si parla di semplici cittadini.
Nella sentenza si legge che “è vietato agli operatori trasmettere o consentire, facilitare o altrimenti contribuire alla trasmissione di qualsiasi contenuto da parte delle persone giuridiche, entità o organismi elencati” tra quelli sanzionati da Bruxelles. Va ricordato che le sanzioni sono già di per sé misure unilaterali, ma qui ci troviamo di fronte a un salto di qualità.
Il fulcro della sentenza risiede nell’interpretazione del termine “operatore”. Perché la sentenza stessa ricorda che nei regolamenti europei relativi alla parola “operatore” non viene associato l’aggettivo “economico”: in sostanza, chiunque, in qualsiasi forma, diffonda contenuti di Russia Today, può essere considerato un “operatore” ed essere incriminato.
Fino ad oggi le sanzioni erano state indirizzate sostanzialmente verso grandi gruppi ed emittenti, mentre oggi si passa a una guerra senza quartiere alla libertà di informazione, anche quando è fatta per moto volontario da semplici cittadini. Non importa se l’attività sia svolta senza scopo di lucro e non conta nemmeno se le informazioni di Russia Today siano confermate da tutte le testate mondiali: se condividi un suo contenuto, stai violando la legge.
In quella Europa che si considera come la culla della democrazia e dei diritti, si è deciso di creare un’architettura repressiva che andrà a gravare sulla testa di ogni singola persona, in modo tale che il diritto a informarsi liberamente venga trasformato in obbligo a sapere solo quel che vuole far sapere la propaganda di guerra europeista.
Quello che è il fondamento di una libera critica, ovvero il poter attingere da varie fonti per farsi una propria opinione su di un questione, diventa un tema di sicurezza, nel senso che qualsiasi dissenso diventa un problema di ordine pubblico, che si risolve sbattendo in galera il “dissenziente”. Una formula che è diventata piuttosto comune in vari paesi, soprattutto in relazione alla solidarietà col popolo palestinese.
Richiamando la legislazione tedesca, perché in Germania è emerso il caso da cui ha originato la causa, le pene detentive possono andare da un minimo di tre mesi fino a un massimo di cinque anni di reclusione. E non si può non notare come una misura politica arbitraria – come quella di imporre sanzioni – modelli, in sostanza, il diritto penale di un intero continente.
L’obiettivo dichiarato è sempre quello di impedire la manipolazione dell’informazione nel contesto del conflitto in Ucraina. Eppure, col solito doppio standard europeo, non vale quando la manipolazione risulta provenire da fonti di paesi “alleati”. Perché il problema non è evidentemente la disinformazione, ma l’informazione non bollinata da Bruxelles.
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