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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

05/07/2026

Ricordiamo a Noa che non c’è pace senza giustizia

In una recente intervista su Vanity Fair l’artista NOA (Achinoam Nini) dichiara, riguardo al genocidio in Palestina: “Personalmente non uso quella parola. Ma se qualcuno accanto a me sente il bisogno di usarla non gli chiuderò la bocca. Se è così che vede le cose, rispetto il suo punto di vista”

Peccato che, dal settembre 2025, questo non sia più solo il punto di vista di qualcuno, ma la conclusione a cui è giunta la Commissione di inchiesta internazionale indipendente dell’ONU sui territori palestinesi occupati.

Rispondendo ad un nostro post e riferendosi al prossimo evento “Re-imagine Peace”, che si svolgerà a Firenze dal 10 al 12 luglio, NOA afferma: “Le persone che verranno a questo festival non passeranno il tempo a gridare ‘genocidio’ dalla mattina alla sera. Perché chi parla solo in questi termini, spesso, non parla di pace”.

Sul sito della sua fondazione (NOA’s Ark Foundation) sta scritto che l’evento è una chiamata ad “ascoltare le narrazioni, il dolore e il potenziale reciproci in uno dei conflitti più radicati e strazianti del nostro tempo”.

Con un colpo di spugna vengono cancellati 80 anni di colonialismo di insediamento di Israele in Palestina e la questione viene presentata come una specie di faida tra due popoli.

In questa breve lettera aperta vogliamo rivolgere alcune domande a NOA e fare alcuni commenti rispetto a queste e ad altre sue affermazioni.

Come è possibile parlare di pace senza partire da un esame onesto della realtà attuale e della storia?

Senza tener conto del parere degli organismi del diritto internazionale? Senza prendere in considerazione le numerosissime testimonianze, non solo delle vittime, ma anche di chi sta commettendo questo orrendo crimine?

Come è possibile invocare il dialogo tra due parti senza denunciare chiaramente che uno è l’oppresso e l’altro è l’oppressore? L’affermazione di una presunta simmetria tra israeliani e palestinesi, o il concetto che colonizzatori e colonizzati siano ugualmente responsabili del “conflitto” rappresenta – negli effetti anche se non sempre nelle intenzioni – una forma di normalizzazione del predominio.

Per quanto riguarda l’equiparazione delle sofferenze, ricordiamo che l’antisemitismo è nato in Europa, che il genocidio degli ebrei, dei Rom e l’eliminazione sistematica di altri gruppi di individui considerati indesiderabili come disabili, gay ed oppositori politici, sono stati perpetrati da europei suprematisti: i palestinesi non hanno alcuna responsabilità per questi eventi.

NOA sostiene che c’è una chiara separazione tra il governo di Israele e la grande maggioranza della popolazione, perfino coloro che hanno votato il governo attuale. Aggiunge che non c’è assolutamente alcuna responsabilità del popolo ebraico per le azioni del governo israeliano.

Questa seconda dichiarazione ci pare ovvia: quando parliamo di Israele non ci riferiamo alla comunità ebraica, che è cosa ben diversa. Equiparare i due concetti è una disonestà intellettuale utilizzata per accusare pretestuosamente di antisemitismo chi critica le politiche israeliane.

Alla pretesa di una netta distinzione tra il popolo e il suo governo replichiamo che la maggior parte degli israeliani ha votato partiti suprematisti, colonialisti e razzisti. Non basta che ora critichino alcuni eccessi per essere considerati “chiaramente distinti” da chi hanno eletto.

Ricordiamo anche che il Parlamento israeliano ha recentemente approvato (con 71 voti a favore e solo 13 contrari) una mozione che impegna il governo ad annettere la Cisgiordania occupata. Il numero di voti favorevoli supera quello dell’attuale maggioranza di governo e l’opposizione, sia di centro che della cosiddetta “sinistra”, non ha nemmeno partecipato al voto.

Riguardo al 7 ottobre, indipendentemente dal giudizio che si voglia dare sull’operato di Hamas, si è trattato di una rivolta contro un sistema di oppressione, discriminazione, tortura e omicidi che dura da ottant’anni. Aggiungiamo che Israele stessa ha reso molto difficile stabilire come si siano svolte esattamente le cose, avendo prontamente ucciso in maniera extragiudiziale i coordinatori della sortita, in modo che il mondo non potesse sentire la loro versione dei fatti.

Cosa dice Noa della “direttiva Hannibal”, per cui il 7 ottobre l’IDF ha ordinato di ammazzare, insieme ai palestinesi, anche cittadini israeliani per impedire che venissero rapiti e scambiati nelle trattative?

Cosa dice del fatto che gli Israeliani hanno continuato a sostenere le accuse di stupro rivolte ad Hamas e mai confermate, scrivendo innumerevoli rapporti (tra cui quello intitolato “A quest for justice”) per tentare di convincere l’opinione pubblica delle loro tesi?

Cosa dice degli stupri verificati anche da organizzazioni israeliane, che avvengono nelle carceri a danno dei palestinesi, anche con cani ed oggetti? Coloro che li eseguono non sono cittadini israeliani?

Cosa dice delle confessioni da parte dei soldati dell’IDF riguardo all’uccisione di civili inermi a cui hanno assistito o da loro stessi perpetrate? A questi ragazzi non viene detto che tutto è giustificabile perché stanno difendendo la propria patria da pericolosi terroristi, che allevano i propri figli all’odio?

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