di Armando Lancellotti
Da molte settimane ormai, da quando cioè l’epidemia di Covid-19 è dilagata
nel nostro Paese, una inarginabile retorica bellica si è impadronita
del nostro linguaggio: risuona nelle ininterrotte trasmissioni
televisive e negli editoriali della carta stampata; rimbomba nei
messaggi alla nazione degli uomini politici e negli inviti al rispetto
delle regole del distanziamento sociale e della quarantena da parte di attori,
cantanti e campioni sportivi; trabocca persino nelle più svariate
pubblicità commerciali e nelle interminabili catene di messaggi che
rimbalzano da un social all’altro. Insomma pare che l’Italia stia
combattendo una guerra, con i suoi fronti, la prima linea, le retrovie,
il fronte interno, l’economia di guerra e così via. Ma tutto questo è
verosimile e credibile o si tratta di un fenomeno comunicativo e sociale
che, al netto delle numerose mistificazioni, della guerra presenta in
modo certo un solo aspetto, la propaganda?
Per rispondere, basterà forse pensare a quali esigenze risponda e
quali effetti produca l’utilizzo della retorica bellica per la
rappresentazione di un’epidemia. In primo luogo soddisfa una necessità
“economica”, permettendo di fare ricorso ad un armamentario di immagini,
simboli, metafore già belle e pronte, facilmente comprensibili e
pertanto rapidamente riattivabili, perché presenti nel sottobosco del
nostro immaginario da molto tempo, almeno da cent’anni e dalla guerra –
guerra vera – allora effettivamente combattuta.
E allora non c’è alcun bisogno di elaborarne uno nuovo: l’immaginario
bellico si presta perfettamente al compito che oggi gli viene
assegnato, come ad altri svariati usi (l’abuso di terminologia
militaresca nella descrizione di fatti sportivi ne è solo un esempio, il
più noto a tutti). Ne consegue che, nell’anomala e destabilizzante
situazione in cui siamo improvvisamente precipitati, esattamente come in
una guerra e soprattutto nella sua rappresentazione retorica, esistono
le figure positive e quelle negative, che ci permettono di mettere
parzialmente in ordine le cose, catalogandole e semplificandole: ci sono
gli “eroi”, i “martiri”, i “valorosi soldati” che sanno di poter
contare sulla “tenacia patriottica” dei civili laboriosi; ma poi vengono
anche i “sabotatori”, i “disertori”, i “vigliacchi traditori”. Allo
stesso modo in queste settimane le medesime tipologie le attribuiamo
agli altri e a noi stessi, insomma a tutti gli attori di questa
cosiddetta “guerra”. E poco importa che le metafore belliche evochino
scenari terribili, perché dinanzi all’ignoto – una pandemia veramente
globale mai esperita in precedenza e in questi termini – anche le cupe
immagini di guerra risultano paradossalmente più rassicuranti, perché
meno sconosciute.
Infine, ma di certo non per importanza, viene il fatto che il ricorso
martellante all’enfatico linguaggio bellico contribuisce in modo
decisivo alla creazione di un clima di “unità nazionale”, che fa appello
alle capacità di tutte le componenti del Paese di collaborare allo
sforzo collettivo contro un comune nemico. Insomma una sorta di “sacra
unione” della nazione che si stringe attorno a chi la guida e la
rappresenta in un momento indubbiamente complicatissimo e che,
nonostante da più parti sia giudicata come utile o addirittura
necessaria per la tenuta sociale del Paese, sottende il rischio – forse
voluto, certamente non evitato – della distrazione generalizzata per
eccesso di focalizzazione su un unico problema, dell’ottundimento della
facoltà di analisi della complessità, che si regge invece sulla capacità
di distinguere i fenomeni e i loro molteplici aspetti, di leggere su
più piani una realtà difficoltosa e preoccupante, che oggi risulta
trasformata in un tutto unico ed indistinto, in cui si perdono i
contorni delle cose.
E allora c’è bisogno di fare chiarezza, iniziando col chiamare le
cose con i loro nomi, di certo più prosaici delle ridondanti immagini
retoriche, ma validi ed adeguati allo scopo della comprensione di ciò
che viviamo.
Non si tratta di una “guerra”, perché i virus non dichiarano e non
combattono guerre, le guerre le fanno gli uomini sparandosi addosso per
conseguire degli obiettivi che i virus non possono avere. Se di un
agente patogeno che si replica continuamente qualora incontri un
organismo ospite adatto volessimo proprio dare una “lettura culturale”,
al massimo lo si potrebbe equiparare ad una manifestazione fenomenica
tra le più elementari di una sorta di schopenhaueriana volontà di
vivere, non certo al comportamento consapevole di un essere razionale
che calcola, individua obiettivi, pianifica strategie, produce armi e
dichiara guerra ad altri esseri ugualmente razionali. Definire “guerra”
il contrasto medico sanitario alla diffusione di un’epidemia produce,
allora, gli effetti rischiosi del fraintendimento del fenomeno e della
fideistica attesa dell’arma decisiva e vittoriosa che ci farà prevalere
sul nemico. Forse sarebbe più utile chiedersi se questa epidemia ed
altre del recente passato o che potrebbero seguire in futuro non siano,
almeno in parte, da mettere in relazione anche con i nostri modelli di
vita, di produzione, di consumo e di “sviluppo” economico globali, al
fine di pensare ed apportare aggiustamenti radicali e cambiamenti
profondi ormai divenuti indispensabili ed indifferibili.
Bisognerebbe una volta per tutte chiarire che gli operatori del
settore sanitario, non sono “eroi di guerra”, né hanno mai chiesto di
essere considerati tali e che non nutrono alcuna aspirazione al
sacrificio eroico, ma che sono dei “lavoratori” seri, quasi sempre
sottopagati, che in modo responsabile e competente svolgono la loro
professione in una situazione di estrema precarietà e che chiedono non
la gloria imperitura dell’eroismo, ma molto più concretamente e
legittimamente la possibilità di lavorare in condizioni di sicurezza,
con i dispositivi di protezione previsti dalle normative, senza
sottostare ai ricatti contrattuali del lavoro precario e in un sistema
di sanità pubblica potenziato e supportato a dovere e non depauperato da
processi di privatizzazione indiscriminata del welfare, per il
vantaggio dei pochi sulle spalle dei molti. I tanti casi di contagio tra
medici, infermieri ed operatori sanitari in genere – che sia chiaro! –
non sono ferimenti e mutilazioni di una “guerra di trincea”, come viene
ossessivamente ripetuto, ma “infortuni sul lavoro” e ancor di più i
numerosissimi decessi che aumentano di giorno in giorno tra i lavoratori
del settore sanitario non possono, non devono essere trasfigurati – e
quindi mistificati – in casi di “martirio eroico”, perché si tratta di
“morti sul lavoro”, troppi “morti sul lavoro”, che vanno ad aumentare il
numero già altissimo di “morti bianche” che tutti gli anni si
verificano nel nostro Paese.
La chiamata all’unità nazionale per ragioni “belliche”,
ossessivamente e quotidianamente rinnovata, che evidentemente è ritenuta
l’unica arma efficace per garantire il rispetto delle limitazioni
imposte con la quarantena, rivela innanzi tutto quanto “paternalistico”
sia nel nostro Paese il modo di intendere la relazione tra istituzioni e
cittadini e in secondo luogo sta furtivamente introducendo strumenti
sempre più pervasivi di controllo sociale, che facilmente potrebbero
scivolare in direzione di forme più o meno esplicite di velleitarismo
autoritario, al momento dai più accettate o messe in conto come
inevitabili conseguenze collaterali di misure necessarie per la garanzia
della salute pubblica, ma che una volta “entrate in circolo” potrebbero
risultare molto difficili da disinnescare. E così come contraltare
della figura positiva dell’”eroe di guerra” prende forma quella negativa
del “sabotatore”, ossia colui che non canta all’unisono nel coro
nazionale della retorica di guerra e che esprime pensieri dissenzienti e
non omologati, assumendo condotte di “indisciplina sociale”. Sentire i
media mainstream che in questi giorni definiscono certi comportamenti di
scarso rispetto dei limiti di quarantena – sicuramente stupidi,
probabilmente irresponsabili – come evidenti esempi di “sfida alle
istituzioni”, lascia intravedere molto facilmente quale sia il
potenziale di repressione implicito nelle dinamiche sociali a cui stiamo
assistendo.
Una breve digressione storica può dare un contributo alla
comprensione. Poco più di cent’anni fa, tutti i paesi coinvolti nella
prima guerra mondiale della storia conobbero fenomeni di deriva
autoritaria e di militarizzazione della vita politica e dei modi di
governo. Nell’Impero austro-ungarico, per esempio, fin dal 1914 fu
imposta una vera e propria dittatura militare e governativa attraverso
l’emanazione da parte dell’imperatore di numerose ordinanze speciali,
che attribuivano immediatamente forza di legge agli atti dell’imperatore
stesso, sospendendo l’attività legislativa del parlamento, che
limitavano le libertà fondamentali dei cittadini, che sottoponevano a
stretto controllo le associazioni e i partiti politici, che comprimevano
i diritti sindacali, che censuravano la stampa e la pubblicistica in
genere. Anche in Italia si verificarono fenomeni analoghi a quelli
austriaci di rafforzamento autoritario dell’esecutivo e parallelo
indebolimento delle prerogative parlamentari, di militarizzazione sia
della società sia della politica, di aumento esponenziale della
repressione e del controllo sociali.
Chi scrive si rende ben conto come tra le società europee che
avrebbero conosciuto in modo definitivo i processi di massificazione
proprio attraverso la Grande Guerra e l’odierno mondo globale dei social
media vi sia una distanza di molto superiore ai cent’anni trascorsi e
come impostare confronti tra estremi così lontani possa ingenerare
confusione e che sarebbe forse più cauto stabilire collegamenti tra
termini più ravvicinati. Oppure, al contrario, si potrebbero allontanare
i punti estremi della comparazione, fino a retrocedere al più lontano
passato, dal momento che da quando l’uomo è attore della storia, la
reale o presunta necessità di adottare rimedi estremi per le situazioni
emergenziali causate dai conflitti ha sempre dato luogo a scorciatoie
politiche autoritarie, a tal punto che si potrebbe essere tentati di
passare dal piano storico a quello antropologico, per incardinare una
costante fenomenologica storica in un aspetto della natura umana: la
percezione del pericolo conduce allo scatenamento della forza e
all’imposizione del più forte.
In ogni caso, limitando queste considerazioni alla contemporaneità,
che dal “secolo breve” che ci sta alle spalle arriva fino a noi, è cosa
certa che lo “stato di emergenza” proclamato in situazioni belliche
abbia regolarmente prodotto un aumento esponenziale di forme e modi
autoritari di esercizio del potere e in ogni ambito, quello sociale come
quello politico, quello economico e del mondo del lavoro come quello
dell’informazione, della cultura, della scuola, ecc. Oggi l’Italia,
l’Europa, il mondo non stanno combattendo una guerra contro il virus
chiamato Covid-19 con trincee e fronti, carri armati e bombardamenti,
droni e armi più o meno intelligenti, ma la rappresentazione di quel
fenomeno – questo sì totalmente nuovo – che è la “quarantena globale” fa
ricorso a mani basse agli stilemi narrativi, all’immaginario e alle
formule retoriche della narrazione bellica e il pericolo che sul piano
economico, su quello delle relazioni di lavoro e dei sistemi di
produzione, sul piano politico come su quello della disciplina sociale e
del controllo culturale si ingenerino i medesimi effetti autoritari
dello “stato di guerra” dovrebbe indurre tutti quanti ad assumere un
atteggiamento di vigile attenzione critica.
Pertanto, se l’Italia non è in guerra – come si è cercato di
argomentare – la pandemia tanto imprevista quanto impegnativa che stiamo
attraversando si potrà risolvere con gli strumenti della medicina,
innanzi tutto e della scienza, più in generale e, in un secondo momento,
con una ricerca che sia opportunamente sostenuta, ovverosia finanziata,
e con un sistema sanitario nazionale che va difeso, rafforzato e
migliorato e non smantellato a seguito di scellerate scelte
ragionieristiche, figlie di miopi politiche di austerity, proprie di un
liberismo tanto egemone quanto ottuso, egoista e prevaricatore. A nulla
serve la retorica bellica e militare, se non a confondere le acque, a
semplificare, a banalizzare e a travisare la sostanza delle cose.
Infine una riflessione che guarda a ciò che potrebbe accadere nei
prossimi giorni. Tra poco ricorrerà il 25 aprile e il rischio che la Resistenza e la Lotta di liberazione
dal fascismo finiscano per essere utilizzate per alimentare la retorica
della guerra italiana al virus è più che concreto, anzi si può dire che
questo processo sia già iniziato: corriamo il pericolo di sentir
parlare di Resistenza alla pandemia e di Lotta di liberazione
dalla malattia, il tutto con un duplice effetto deleterio. Ancora una
volta eviteremmo di dare una rappresentazione realistica di quanto sta
accadendo, infarcendone la narrazione con vuote e bislacche formule
retoriche e presteremmo un pessimo servizio al dovere della memoria di
eventi storici fondamentali e fondanti lo spirito stesso della nostra
Repubblica, ma che a più di settant’anni di distanza ancora disturbano
una parte del Paese, quella che forse non si farà sfuggire l’occasione
di depotenziarne la valenza attraverso un loro utilizzo improprio. La Resistenza e la Lotta di liberazione
ne uscirebbero svuotate della loro sostanza storico-politica e
trasformate in inutili etichette astoriche da utilizzare per una
abborracciata e fuorviante rappresentazione della situazione presente di
emergenza sanitaria.
Usare le parole giuste aiuta a comprendere e comprendere può, forse, aiutare a risolvere anche i problemi più complessi.
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