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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/07/2019

Tunisia, l’ombra degli ex militari dopo la morte di Essebsi

Muore, per un’intossicazione alimentare non sopportata dalla vetusta età (92 anni), il camaleonte della politica tunisina Essebsi e nella settimana di lutto nazionale è già un fremere d’ipotesi future. Il 15 settembre è prevista l’elezione del successore, mentre per la prima settimana d’ottobre erano state calendarizzate le consultazioni politiche alle quali potranno partecipare decine e decine di formazioni dell’atomizzato panorama nazionale. Fra quelle quotate per concrete possibilità di ricevere consensi e formare un esecutivo o alleanze per esso c’è Nidaa Tounes, il partito del defunto Capo di Stato, gruppo laico e sedicente di centro-sinistra come lo sono formazioni liberiste sparse un po’ ovunque nel mondo. Quindi gli islamisti di Ennadha, che sull’incendio delle primavere arabe avviato nel dicembre 2010, dall’autodafé dell’ambulante Mohamed Bouazizi, portarono la formazione al potere. Per tre anni. Vissuti pericolosamente, e nonostante i consigli di moderazione dello storico leader al Ghannouchi, finiti a scontare le accelerazioni estremiste d’uno jihadismo interno, maculato nel 2013 dall’assassinio di due politici progressisti: Chokri Belaid e Mohamed Brahmi. L’indignazione popolare e le successive scosse produssero il cambio di orientamento politico a Tunisi e dintorni, assediata nel marzo 2015 dagli attacchi del jihadismo firmato Daesh, con l’attentato al museo del Bardo che fece ventiquattro vittime.

Sulle paure del recente passato, la navigazione a vista degli ultimi cinque anni rattoppati attorno alla figura d’un ottantasettenne pragmatico ma non carismatico, l’irrisolutezza di problemi rimasti intonsi: mancanza d’investimenti e disoccupazione stabilmente in doppia cifra (15% nazionale, che triplica la percentuale se si parla di giovani fino ai 25 anni), vaghezza politica, ora s’affaccia il classico partito d’ordine, formato mesi addietro da ex militari. I seguaci di tal Mustafa Saheb-Ettabaa - omonimo d’un ministro dell’Ottocento quando il Nord-africa maghrebino apparteneva all’Impero Ottomano - è figlio d’un clan benestante che lo spedì a far carriera come ufficiale, un percorso durato sino alla seconda metà degli anni Novanta. Quindi, pensionamento anticipato come s’addice a tutti i militari del mondo, e immersione nella sfera affaristica sino alla folgorazione della politica, appunto nel 2011 all’alba del subbuglio della nazione. Eppure la velleità d’esporsi in prima persona è recente, giunge alla fine dell’anno scorso, quando assieme ad altri ex ufficiali fonda il gruppo “Agissons pour la Tunisie”. Chi conosce Saheb-Ettabaa afferma che covava quell’idea da tempo, però ora esce allo scoperto presentandosi all’agone che, inevitabilmente, ripartirà nei prossimi mesi. Quello che l’ex ufficiale sottolinea con dichiarazioni pubbliche ed interviste, una recente è stata rilasciata al sito Sputnik, è la voglia d’ordine che aleggia in alcuni strati della società tunisina. Sicuramente quella dei gruppi affamatori della popolazione, passati attraverso le lobbies, cui egli stesso appartiene, e quelle della politica incarnata dall’ex presidente Ben Ali.

Tutt’uno coi potenti clan familiari, un nome per tutti: i Trabelsi della consorte Leila. Accanto all’esempio di ulteriori satrapi mai puniti dalla Storia e dal Fato, com’è il raìs egiziano Mubarak, questa tipologia di dittatori arricchiti sulla pelle dei concittadini, riesce a godersi i beni indebitamente accaparrati, anche perché nessun governo insediato successivamente, nessun Tribunale Internazionale ha promosso azioni legali, seppure su costoro pesino accuse di appropriazione indebita, frode ai beni dello Stato, oltreché crimini come complicità per detenzioni, torture, uccisioni e stragi di oppositori. Ben Ali, tanto per dire, è a Gedda, gode della protezione dei Saud, senza che alcuna democrazia occidentale od orientale eccepisca nulla. E in uno dei Paesi islamici mediterranei, con una popolazione non così strabordante (11 milioni), ma bisognosissima tanto da continuare a migrare, morire in mare e in più morire e far morire per la “guerra santa”, poiché assieme al Marocco è uno dei terreni di reclutamento jihadista, nulla è cambiato dai giorni della cacciata del presidente amico dell’internazionale delle ruberie “socialiste”. È in quest’assenza di soluzioni, nel tirare a campare degli umili senza speranza, nel riproporsi di partiti incapaci di elaborare alternative, che gli affamatori rilanciano i travestimenti. Sostengono di lavorare per programmi inediti, ripropongono solo vecchi privilegi che a lungo ne hanno favorito l’esistenza e provano a occupare il vuoto di potere vagheggiando comandanti e disciplina a senso unico. Una beffa per chi avrebbe bisogno di giustizia.

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16/01/2018

La Tunisia dei ‘benalisti’

In lingua coloniale, il francese che nel Maghreb è parlato come l’arabo, son definiti “Ercidisti”. Da RCD, Rassemblement Costitutionel Démocratique, il vecchio partito di Abidine Ben Ali. Il patrigno della Tunisia che, con l’aiuto dell’altra sponda del Mediterraneo, sotterrò politicamente Bourguiba, elevando se stesso al potere. L’altra sponda eravamo noi, l’Italia craxiana e andreottiana attiva, nel 1987, a predisporre quello che fu definito il ‘golpe morbido’. Il colpo doveva garantire una svolta democratica (si perdoni la contraddizione in termini) in una Tunisia che rischiava di diventare terreno di coltura per l’Islam politico. In realtà a Roma interessavano gli affari petroliferi dell’Eni, quelli d’industrie tessili, e non solo, che delocalizzavano avvantaggiandosi di manodopera a prezzi stracciati. A essere garantito non fu lo sviluppo della nazione e della sua popolazione, ma l'interesse del neo presidente tunisino, del cospicuo clan familiare acquisito con la seconda moglie, Leila Trabelsi, con l'aggiunta della casta dei faccendieri personali e di Stato. Tutto ciò era chiaro anche nel ventennio che precedette la grande ribellione popolare del 2011, quando il referente di sponda di Ben Ali, Bettino Craxi, caduto in disgrazia per Tangentopoli, aveva trovato riparo come latitante di lusso nella tenuta personale di Hammamet. Fra il regime affamatore di Ben Ali e l’attuale politica laica che s’oppone agli ingombranti e contraddittori passi compiuti nel 2012 dall’Islam politico, incarnato da Ennahda e dai furori jihadisti, c’è l’immagine di Béji Caïd Essebsi, politico vecchio per mentalità ed età anagrafica (oggi 91 anni, 85 all’epoca della creazione del suo partito liberista Nidaa Tounés).

Un classico esempio di quegli uomini per tutte le stagioni che si son visti nell’Egitto pre golpe Sisi (Suleimann, ElBaradei) o l’attuale Al Serraj libico. Finti traghettatori che non conducono verso nessuna soluzione, se non quella dettata dai poteri sovranazionali che in Occidente si chiamano Fondo Monetario Internazionale e Nato. Perciò indigna ma non stupisce che la coppia Ben Ali-Trabelsi, vissuta per ventitre anni ad arricchirsi in casa propria, sia dal 2011 a Gedda, a godersi i beni sottratti alla nazione, al riparo da ogni sentenza per corruzione e frode, appropriazione di capitali, addirittura detenzione di reperti archeologici. Tutti reati addebitatigli. Al seguito dei genitori ci sono i figli Halima e Mohamed; mentre Nersrine Ben Ali e il marito affarista Sakher El Materi, entrambi condannati in contumacia per frode, corruzione, acquisto illecito di terreni, sono riparati prima in Qatar quindi alle Seychelles. In Canada è finito il capo della famiglia Trabelsi, Belhassen, fratello di Leila. Moglie e figli hanno ottenuto lo status di rifugiati, perché considerati soggetti vulnerabili, lui no. Solo ultimamente i parenti hanno avuto un blocco dei propri fondi finanziari, probabilmente a seguito di un intervento del governo tunisino che si presentava come parte lesa. Per quello che s’intravede nel panorama politico attuale non è detto che il governo continuerà a sostenerlo. Ma non sono questi citati gli unici seguaci del dittatore. Uno degli aspetti denunciati dall’opposizione, oltre ai rincari generalizzati che infiammano da dieci giorni le strade del Paese, è la presenza di numerosi politici “benalisti” riciclati da e con Essebsi. Il premier Chahed che, nello scorso settembre, assumendo l’incarico annunciava un intervento per combattere terrorismo e corruzione, e incrementare crescita economica ed eguaglianza sociale, non solo ha stentato nell’avviare il programma.

Chahed su pressione del presidente ha affidato ministeri chiave (difesa, esteri, finanze, educazione) a personaggi screditati per la passata vicinanza alla gestione di Ben Ali. Ora che la crisi brucia sulla pelle degli strati più disagiati, ma disagiata è anche la metà della popolazione giovanile di ogni ceto che non trova lavoro, quest’apertura delle Istituzioni ai volponi della politica urta ancor più il sentimento dell’attivismo più cosciente. Il tema era già stato affrontato mesi addietro dai minoritari gruppi di sinistra, eppure numerosi analisti gettavano acqua sul fuoco sostenendo che diversi dei nomi contestati erano ‘tecnici’ più che ‘politici benalisti’, e venivano scelti perché, dal momento delle grandi contestazioni in poi non era sorta una nuova classe dirigente competente, che peraltro non si forma in un quinquennio. Però, d’altro canto, proprio situazioni come l’attuale non permettono, o volutamente non sono intenzionate, a svezzare figure competenti che possano comunque essere messe nelle condizioni di predisporre un’alternativa di salvaguardia della nazione e della sua gente. Secondo altri politologi, invece, l’essenza conservatrice di Ennahda e la finta svolta democratica di Nidaa Tounés mirano allo stesso obiettivo: evitare ogni rinnovamento. Come appare anche dall’attacco a “Verità e giustizia”, un’iniziativa istituita per verificare la violazione di diritti umani e crimini economici commessi fra il 1955 e il 2013. Essebsi sta cercando di eliminare da “Verità e giustizia” il reato di corruzione. E non sembra un caso.

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