di Michele Giorgio
E’ di 41 morti
il bilancio del doppio attentato suicida avvenuto ieri sera a Burj
al-Barajneh, nella zona meridionale di Beirut, roccaforte del movimento
sciita libanese Hezbollah. La Croce Rossa riferisce che ci sono anche
oltre 200 feriti. Secondo quanto riferito dalla polizia, due uomini con
indosso delle cinture esplosive si sono fatti saltare in aria davanti ad
un centro commerciale del quartiere, dove in quel momento si trovavano
centinaia di persone. E’ stata una carneficina.
La televisione al Mayadeen ha riferito della presenza di un
terzo attentatore che però non sarebbe riuscito ad azionare la sua
cintura esplosiva ed è stato ucciso. Un quarto aspirante
kamikaze, arrestato ha detto agli investigatori libanesi di essere stato
reclutato dall’Isis e di essere arrivato in Libano, insieme ad altri
tre attentatori, dalla Siria tre giorni fa
La strage è stata rivendicata dallo Stato islamico.
In un suo comunicato l’organizzazione jihadista sunnita, scrive che
“soldati del Califfato” hanno compiuto l’attentato a Beirut contro un
“raggruppamento di sciiti” e “apostati”. Si indica Hezbollah (Partito di Dio) come “Hezbollat”, “partito delle divinità”.
Nel comunicato si afferma che il primo kamikaze era a bordo di una
moto-bomba mentre il secondo era a piedi e ha azionato la cintura
esplosiva che aveva indosso tra i soccorritori del primo attentato.
L’esplosione è stata la prima a colpire la periferia meridionale di Beirut dal giugno 2014,
quando un attentato uccise una guardia privata. Prima di allora una
serie di attacchi avevano preso di mira le roccaforti di Hezbollah in
tutto il Libano. Tra il luglio 2013 e il febbraio 2014 ci sono stati nove attacchi rivendicati da estremisti sunniti. Le vittime sono state molte decine, quasi sempre civili innocenti come quelli di ieri sera.
Hezbollah dopo due anni di combattimenti in Siria, lungo la
frontiera con il Libano, aveva ripulito tutta l’area dalle roccaforti di
al Nusra. Un’operazione che aveva interrotto la catena di
attenatati, non tutti suicidi, compiuti nei quartieri di Beirut sotto
l’influenza del movimento sciita. Decisiva era stata la
riconquista da parte dei combattenti sciiti e dell’esercito governativo
siriano di Qusair, una cittadina di confine all’interno della Siria, e
successivamente quella di Arsal, un bastione del radicalismo sunnita in
territorio libanese divenuto dopo l’inizio della guerra civile siriana
il principale transito per le infiltrazioni jihadiste nel Paese dei
Cedri.
I servizi di sicurezza, inoltre, negli ultimi anni sono stati in grado
di individuare e bloccare diversi militanti e leader di cellule legate
ad al Nusra e all’Isis, in particolare in alcuni quartieri della città
portuale di Tripoli, punto di riferimento del sunnismo più fanatico e
anti-sciita.
Gli attentati di ieri sera indicano che qaedisti e jihadisti
sono stati in grado di riorganizzarsi in Libano, dove godono di non
pochi appoggi.
Il Paese, segnato nei mesi scorsi da forti proteste sociali,
resta politicamente spaccato a metà tra il Fronte “14 marzo” filo
occidentale e anti Bashar Assad e lo schieramento “8 marzo” guidato da
Hezbollah che invece appoggia il presidente siriano. Una frattura che da circa due anni impedisce l’elezione del nuovo capo dello stato. Da
parte sua Hezbollah ha confermato, attraverso il suo segretario
generale Hassan Nasrallah, che continuerà a combattere in Siria dove,
tuttavia, ha subito perdite significative che oscillano, a seconda delle
fonti, tra 500 e 1000 uomini.
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