di Michele Giorgio – Il Manifesto
«Il progresso fatto da
Hezbollah e i suoi alleati in Parlamento è letto come un rafforzamento
dell’Iran in Libano, la tensione perciò salirà ancora di più. Israele
già descrive il risultato delle elezioni libanesi come un rischio grave
per la sua sicurezza e minaccia persino più di prima l’uso della
forza».
L’analista Ghassan Khatib non può fare a meno di spiegare l’esito
delle legislative di domenica in Libano, le prime in nove anni,
all’interno di un quadro regionale che si aggrava giorno dopo giorno.
Come dargli torto. Il premier israeliano e i suoi ministri, forti
dell’appoggio incondizionato dell’amministrazione Trump, parlano
apertamente della possibilità di un’attacco militare contro l’Iran e
persino di un raid diretto al presidente siriano Bashar Assad se Tehran
non metterà fine alla sua presenza in Siria.
«Tuttavia l’Iran è un Paese che sa come muoversi in questo contesto e
farà in modo da non offrire nessun pretesto a Israele ed Usa per
attaccarlo. Reagirà ai recenti attacchi israeliani contro le sue
postazioni (in Siria) ma lo farà in modo di non scatenare un confronto
militare diretto con Israele. Sa che la Russia non interverrà in suo
aiuto in caso di guerra. E con gli Stati Uniti dietro a Israele, l’Iran
è consapevole che la guerra non potrebbe vincerla», ci spiega Khatib
facendo riferimento anche all’assicurazione offerta dal presidente
iraniano Hasan Rohani che Tehran continuerà a rispettare l’accordo
internazionale del 2015 sul suo programma nucleare anche se Trump il 12
maggio ritirerà l’appoggio degli Stati Uniti.
Lo sa bene anche il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah,
che il successo elettorale del movimento sciita e del fronte “8 Marzo”
filo-siriano e filo-iraniano, unito alla sconfitta del partito
Mustaqbal del premier sunnita filo-occidentale, Saad Hariri, avrà
riflessi inevitabili nelle dinamiche regionali.
«C’è una grande vittoria morale e politica per la scelta della
resistenza , una grande vittoria che protegge la sovranità del Paese»,
ha proclamato Nasrallah, commentando ieri i risultati non ancora
ufficiali del voto, andati ben oltre ogni sua rosea previsione. Hezbollah
e i suoi alleati – l’altro partito sciita Amal, il Movimento
Patriottico Libero del presidente della Repubblica Michel Aoun – hanno
conquistato almeno 47 seggi dei 128 del Parlamento mentre i sondaggi
della vigilia ne davano 40-42. Si tratta di un’altra battuta d’arresto
per i disegni regionali dell’Arabia Saudita che lo scorso
novembre, imponendo le dimissioni a Hariri (poi ritirate), aveva invano
provato a stravolgere il quadro politico del Paese dei cedri a danno di
Hezbollah e dell’Iran.
Hariri dal voto di domenica esce con le ossa rote.
Mustaqbal, dichiaratamente anti-siriano, è sceso da 33 a 21 seggi del
Parlamento sotto i colpi dei rivali sunniti del primo ministro che ha
perduto prestigio oltre all’appoggio di Riyadh. Hariri ha
ammesso la sconfitta ma invece di analizzarne le sue cause politiche ha
preferito puntare il dito contro la nuova legge elettorale introdotta
nel 2017 che ha sostituito il maggioritario «chi vince prende tutto»
nelle 15 circoscrizioni elettorali, con il sistema proporzionale che ha
dato spazio a candidati sunniti non legati a Mustaqbal.
A sfavorirlo sono state inoltre la bassa affluenza alle urne, che
non è andata oltre il 49% – gli elettori del fronte 8 Marzo sono più
motivati rispetto a quelli del campo avverso –, la disaffezione dei
libanesi verso la politica e la crisi dell’economia che cresce poco per
poter generare ogni anno un numero sufficiente di posti di lavoro. Nonostante
la sconfitta, Hariri con ogni probabilità rimarrà primo ministro, in
ragione dell’ordinamento libanese che assegna a un sunnita l’incarico
di capo del governo.
Non ci sono al momento rivali sunniti in grado di insidiarlo e, in
fondo, allo stesso Hezbollah conviene l’assegnazione dell’incarico –
per la formazione di un esecutivo nazionale con le maggiori forze
politiche – a un avversario in forte declino e non in grado di imporre
la propria linea.
Nasrallah già ieri ha invocato la formazione in tempi rapidi
di un nuovo governo in cui tutte le forze politiche dovranno cooperare
per garantire la stabilità nazionale. L’ombra della guerra è
l’incognita più grande che grava sul Libano, senza dimenticare che
l’Amministrazione Trump terrà sotto pressione l’Iran anche prendendo di
mira i suoi alleati nella regione, a partire proprio da Hezbollah.
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