Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Albert Einstein. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Albert Einstein. Mostra tutti i post

01/06/2025

Perché il socialismo?

Pubblicato per la prima volta nel maggio di settantasei anni fa, nel numero inaugurale di Monthly Review: An Independent Socialist Magazine, “Perché il socialismo?” di Albert Einstein è un classico inaspettato. Scritto negli Stati Uniti durante la caccia alle streghe maccartista, costituì un atto di sfida, sostenendo una causa per il socialismo che non ha eguali né ai suoi tempi né ai nostri. Eppure, la sua stessa esistenza è stata fonte di imbarazzo per un establishment che ha continuamente cercato di sminuirne il significato iconoclastico, insieme al socialismo stesso auspicato da Einstein.

Il saggio di Einstein, accompagnato da un dettagliato commento di John Bellamy Foster, è stato recentemente ripubblicato da Monthly Review Press. L'introduzione di Foster racconta la storia dell'impegno che Einstein ebbe per tutta la vita nei confronti del socialismo e gli eventi che portarono alla pubblicazione di “Perché il socialismo?”, e contestualizza l'importanza del suo saggio nel momento in cui entriamo in un'epoca di crisi planetaria e di nuove minacce di guerra mondiale. Nei settantasei anni trascorsi dalla sua pubblicazione, “Perché il socialismo?” è una di quelle rare dichiarazioni la cui forza non ha fatto che crescere nel tempo, raggiungendo negli anni un numero incalcolabile di lettori. È di fondamentale importanza che il messaggio di Einstein continui a diffondersi per garantire il futuro dell'umanità.

*****

Perché il socialismo?

È consigliabile per chi non sia un esperto di questioni economiche e sociali esprimere opinioni in merito al socialismo? Per svariate ragioni credo di sì.

Consideriamo innanzitutto la questione dal punto di vista della conoscenza scientifica. Potrebbe sembrare che non vi siano differenze metodologiche essenziali tra l’astronomia e l’economia: in entrambi i campi, gli scienziati tentano di scoprire leggi di validità generale entro un ordine circoscritto di fenomeni, in modo da rendere il più chiaramente comprensibili le connessioni tra questi fenomeni. Ma in realtà le differenze metodologiche esistono. La scoperta di leggi generali nel campo economico è resa difficile dal fatto che spesso i fenomeni economici osservati sono influenzati da numerosi fattori che sono difficili da valutare separatamente. Inoltre, l'esperienza accumulata dall'inizio del cosiddetto periodo civilizzato della storia dell'umanità è stata, come è noto, ampiamente influenzata e limitata da cause che non sono affatto di natura esclusivamente economica. Ad esempio, molti dei maggiori stati dovettero la loro esistenza a politiche di conquista. I conquistatori si imposero, legalmente ed economicamente, come la classe privilegiata del paese conquistato. Essi si riservarono il monopolio della proprietà terriera e crearono una casta sacerdotale con membri appartenenti alla loro stessa classe. I sacerdoti, avendo il controllo dell'educazione, trasformarono la divisione in classi della società in una istituzione permanente ed elaborarono un sistema di valori dal quale il popolo fu da allora in poi, in larga misura inconsciamente, guidato nel suo comportamento sociale.

Ma la tradizione storica è, per così dire, cosa di ieri; non abbiamo di fatto superato quella che Thorstein Veblen definì la «fase predatoria» dello sviluppo umano. I fatti economici oggi osservabili appartengono a quella fase e le stesse leggi che possiamo eventualmente ricavare da essi non sono applicabili ad altre fasi. Poiché lo scopo reale del socialismo è precisamente quello di superare e procedere oltre la fase predatoria dello sviluppo umano, la scienza economica allo stato attuale può gettare ben poca luce sulla società socialista del futuro.

In secondo luogo, il socialismo mira ad un fine etico-sociale. La scienza non può creare fini e, ancor meno, imporli agli esseri umani; la scienza, però, può fornire i mezzi con cui raggiungere determinati fini. Ma i fini stessi sono concepiti da persone con alti ideali etici e – se questi ideali non sono sterili, ma vitali e forti – sono assunti e portati avanti da quella larga parte dell'umanità che, semi-inconsciamente, determina la lenta evoluzione della società.

Per queste ragioni, dovremmo stare attenti a non sopravvalutare la scienza e i metodi scientifici quando si tratta di problemi umani; e non dovremmo dare per scontato che gli esperti siano gli unici ad avere il diritto di esprimersi su questioni che riguardano l'organizzazione della società.

Da un pò di tempo, innumerevoli voci affermano che la società umana sta attraversando una crisi e che la sua stabilità è stata seriamente compromessa. Tipico di una tale situazione è il fatto che gli individui si sentano indifferenti o addirittura ostili verso il gruppo sociale, piccolo o grande, a cui appartengono. Per illustrare il mio pensiero, voglio qui ricordare un'esperienza personale. Recentemente discutevo con una persona intelligente e di larghe vedute sulla minaccia di una nuova guerra che, a mio giudizio, comprometterebbe seriamente l'esistenza dell'umanità, e facevo notare che solo un'organizzazione internazionale potrebbe proteggerci da questo pericolo. Allora il mio interlocutore, con molta calma e freddezza, mi disse: «Perché siete così profondamente contrario alla scomparsa della razza umana?».

Sono sicuro che solo un secolo fa nessuno avrebbe fatto un'affermazione di questo tipo con tanta leggerezza. È l'affermazione di un uomo che si è sforzato invano di raggiungere un equilibrio dentro di sé e ha più o meno perso la speranza di riuscirci. È l'espressione di dolorosa solitudine e isolamento di cui soffrono tante persone in questi tempi. Qual è la causa? Esiste una via d'uscita?

È facile sollevare tali questioni, ma è difficile rispondervi con un certo grado di sicurezza. Devo tentare, tuttavia, come meglio posso, anche se sono ben consapevole del fatto che i nostri sentimenti e i nostri sforzi sono spesso contraddittori e oscuri, e che non possono essere espressi in facili e semplici formule.

L'uomo è, allo stesso tempo, un essere solitario e un essere sociale. Come essere solitario, cerca di proteggere la propria esistenza e quella di coloro che gli sono più vicini, di soddisfare i propri desideri personali e di sviluppare le proprie innate capacità. In quanto essere sociale, cerca di ottenere il riconoscimento e l'affetto dei suoi simili, di condividere le loro gioie, di confortarli nei loro dolori e di migliorare le loro condizioni di vita. Soltanto l'esistenza di questi diversi e spesso contraddittori sforzi, spiega il carattere particolare di un uomo, e la loro particolare combinazione determina la misura in cui un individuo può raggiungere un equilibrio interiore e può contribuire al benessere della società. È possibile che la forza relativa di queste due pulsioni sia in gran parte determinata dall'eredità. Ma la personalità che alla fine emerge è in gran parte formata dall'ambiente in cui un individuo viene a trovarsi durante il proprio sviluppo, dalla struttura sociale in cui cresce, dalla storia di quella società e dal giudizio che essa dà sui differenti tipi di comportamento. Il concetto astratto di “società” significa per il singolo essere umano la somma totale delle relazioni dirette e indirette con i suoi contemporanei e con tutti gli uomini delle generazioni precedenti. L'individuo è in grado di pensare, sentire, lottare e lavorare da solo; ma dipende così tanto dalla società, nella sua esistenza fisica, intellettuale ed emotiva, che è impossibile pensare a lui o comprenderlo al di fuori della struttura sociale. È la “società” che fornisce all'uomo il cibo, i vestiti, una casa, gli strumenti di lavoro, il linguaggio, le forme e la maggior parte dei contenuti del pensiero; la sua vita è resa possibile dal lavoro e dalle realizzazioni dei molti milioni di uomini del passato e del presente nascosti dietro quella piccola parola: “società”.

È perciò evidente che la dipendenza dell'individuo dalla società è un fatto naturale che non può essere abolito, proprio come nel caso delle api o delle formiche. Tuttavia, mentre l'intero ciclo vitale delle api e delle formiche è determinato fin nei più piccoli dettagli da rigidi istinti ereditari, i modelli sociali e le interrelazioni degli esseri umani sono molto variabili e suscettibili di mutamenti. La memoria, la capacità di creare nuove combinazioni e il dono della comunicazione verbale, hanno reso possibile fra gli esseri umani degli sviluppi che non sono dettati direttamente da necessità biologiche. Questi sviluppi si manifestano nelle tradizioni, nelle istituzioni e nelle organizzazioni, nella letteratura, nelle scoperte scientifiche, nelle realizzazioni ingegneristiche e nelle opere d'arte. Questo spiega come sia possibile che, in un certo senso, l'uomo possa influenzare la propria vita attraverso il proprio comportamento, e che in questo processo possano giocare un ruolo il pensiero e la volontà consapevoli.

L'uomo acquisisce alla nascita, per eredità genetica, una costituzione biologica che dobbiamo considerare fissa e inalterabile, che comprende gli impulsi naturali caratteristici della specie umana. Inoltre, nel corso della vita, egli acquisisce una struttura culturale che riceve dalla società tramite la comunicazione e molti altri tipi di influenze. È questa struttura culturale ad essere, nel corso del tempo, soggetta a mutamenti e a determinare in larga misura le relazioni tra l'individuo e la società. L'antropologia moderna ci ha insegnato, attraverso lo studio comparato delle cosiddette civiltà primitive, che il comportamento sociale degli esseri umani può differire notevolmente, a seconda dei modelli culturali predominanti e dei tipi di organizzazione che prevalgono nella società. È su questo fatto che coloro che lottano per migliorare il destino dell'uomo possono fondare le loro speranze: gli esseri umani non sono condannati, a causa della loro costituzione biologica, a distruggersi reciprocamente o restare in preda a un destino crudele, da loro stessi causato.

Se ci domandiamo come la struttura della società e l'atteggiamento culturale dell'uomo debbano essere modificati per rendere la vita umana il più soddisfacente possibile, dobbiamo essere sempre consapevoli del fatto che ci sono certe condizioni che non possono essere modificate. Come abbiamo già ricordato, la natura biologica umana non è, per motivi materiali, soggetta a cambiamenti. Inoltre, gli sviluppi tecnologici e demografici degli ultimi secoli hanno creato delle condizioni destinate a durare. In popolazioni stabili relativamente dense, dotate dei beni indispensabili alla continuazione della loro esistenza, sono assolutamente necessari un'estrema divisione del lavoro e un sistema produttivo fortemente centralizzato. È finita del tutto l'epoca – che a volgersi indietro può sembrarci idilliaca – in cui gli individui o i gruppi relativamente piccoli potevano essere completamente autosufficienti. Non è un'esagerazione dire che il genere umano costituisce, oggi come ieri, una comunità planetaria di produzione e consumo.

Giunto a questo punto del discorso posso indicare brevemente ciò che secondo me costituisce l’essenza della crisi del nostro tempo. Si tratta delle relazioni dell'individuo con la società. L'individuo è diventato più consapevole che mai della propria dipendenza dalla società. Ma non sente questa dipendenza come una risorsa positiva, come un legame organico, come una forza protettiva, ma piuttosto come una minaccia ai suoi diritti naturali, o addirittura alla sua esistenza economica. Inoltre, la sua posizione sociale è tale che le spinte egoistiche del suo comportamento vengono sempre più accentuate, mentre le sue spinte sociali, che per natura sono più deboli, si deteriorano progressivamente. Tutti gli esseri umani, qualunque sia la loro posizione sociale, soffrono a causa di questo processo di deterioramento. Inconsciamente prigionieri del proprio egoismo, si sentono insicuri, soli e privati dell'ingenua, semplice e non sofisticata gioia di vivere. L'uomo può trovare un significato nella vita, per quanto breve e pericolosa sia, solo votandosi alla società.

L'anarchia economica della società capitalistica così come esiste oggi è, a mio parere, la vera fonte del male. Vediamo di fronte a noi un'enorme comunità di produttori i cui membri lottano incessantemente per privarsi a vicenda dei frutti del loro lavoro collettivo, non con la forza, ma complessivamente, in fedele complicità con gli ordinamenti legali. Da questo punto di vista, è fondamentale comprendere che i mezzi di produzione, vale a dire l’intera capacità produttiva necessaria per produrre sia i beni di consumo che il capitale addizionale, possono legalmente essere – e solitamente lo sono – proprietà privata dei singoli individui.

Per semplicità, nella discussione che segue chiamerò “lavoratori” tutti coloro che sono esclusi dalla proprietà dei mezzi di produzione, sebbene ciò non corrisponda esattamente all'uso consueto del termine. Il proprietario dei mezzi di produzione è in grado di comprare la forza lavoro del lavoratore. Utilizzando i mezzi di produzione, il lavoratore produce nuovi beni che diventano proprietà del capitalista. Il punto essenziale di questo processo è la relazione tra ciò che il lavoratore produce e quanto viene pagato, entrambi misurati in termini di valore reale. Per quanto il contratto di lavoro possa essere “libero”, ciò che il lavoratore riceve è determinato non dal valore reale dei beni che produce, ma dai propri bisogni minimali e dalla richiesta di forza-lavoro da parte dei capitalisti, rapportata al numero di lavoratori in concorrenza tra di loro per i posti di lavoro. È importante comprendere che anche in teoria il salario del lavoratore non è determinato dal valore del suo prodotto.

Il capitale privato tende a concentrarsi nelle mani di pochi, in parte a causa della concorrenza tra i capitalisti e in parte perché lo sviluppo tecnologico e la crescente divisione del lavoro spingono alla formazione di unità di produzione più grandi a spese di quelle più piccole. Il risultato di questi sviluppi è un'oligarchia del capitale privato il cui enorme potere non può essere controllato efficacemente nemmeno da una società organizzata politicamente in forma democratica. Ciò è vero poiché i membri degli organi legislativi sono selezionati da partiti politici, ampiamente finanziati o comunque influenzati da capitalisti privati ​​che, a tutti gli effetti pratici, separano l'elettorato dalla legislatura. La conseguenza è che i rappresentanti del popolo non tutelano sufficientemente gli interessi delle fasce più deboli della popolazione. Inoltre, nelle condizioni attuali, i capitalisti privati ​​controllano inevitabilmente, direttamente o indirettamente, le principali fonti di informazione: stampa, radio, educazione. È quindi estremamente difficile, e nella maggior parte dei casi del tutto impossibile, che il singolo cittadino giunga a conclusioni obiettive e faccia un uso intelligente dei propri diritti politici.

La situazione prevalente in un'economia basata sulla proprietà privata del capitale è perciò caratterizzata da due principi fondamentali: in primo luogo, i mezzi di produzione (capitale) sono di proprietà privata e i proprietari ne dispongono a loro piacimento; in secondo luogo, il contratto di lavoro è libero. Naturalmente non esiste, in quanto tale, una società capitalista pura. In particolare, va osservato che i lavoratori tramite lunghe e aspre lotte sono arrivati a conquistare, per certe categorie, una forma in qualche modo migliorata del “libero contratto di lavoro”. Ma nel complesso, l'economia odierna non differisce molto dal capitalismo “puro”.

Si produce per il profitto, non per l'uso. Non vi è alcun provvedimento che garantisca che tutti coloro che possono e vogliono lavorare ne abbiano sempre la possibilità; esiste quasi sempre un “esercito di disoccupati”. Il lavoratore teme costantemente di perdere il posto di lavoro. Quando i lavoratori disoccupati e mal pagati non costituiscono un mercato in grado di dare profitti, la produzione di beni di consumo diminuisce, con conseguente grave danno. Il progresso tecnologico si traduce spesso in un aumento della disoccupazione piuttosto che in un alleggerimento del carico di lavoro per tutti. Il movente del profitto, insieme alla concorrenza tra capitalisti, è responsabile di un'instabilità nell'accumulazione e nell'utilizzo del capitale che porta a crisi sempre più gravi. La concorrenza sfrenata porta a un enorme spreco di lavoro, e a quel deterioramento della coscienza sociale degli individui che ho precedentemente menzionato.

Questo deterioramento degli individui lo considero il male peggiore del capitalismo. Tutto il nostro sistema educativo soffre di questo male. Una esagerata attitudine competitiva viene inculcata nello studente, che viene addestrato al culto del successo economico, come preparazione alla sua futura carriera.

Sono convinto che esiste una sola via per eliminare questi gravi mali: la creazione di un'economia socialista, accompagnata da un sistema educativo orientato a fini sociali. In un'economia di questo tipo, i mezzi di produzione sono posseduti dalla collettività e da essa vengono utilizzati in modo pianificato. Un'economia pianificata, che regoli la produzione in base ai bisogni della comunità, distribuirebbe il lavoro necessario tra tutti coloro che sono in grado di lavorare e garantirebbe i mezzi di sussistenza a ogni uomo, donna e bambino. L'educazione dell'individuo, oltre a promuovere le sue innate capacità, tenderebbe a sviluppare in lui un senso di responsabilità verso i propri simili, anziché l'esaltazione del potere e del successo, come avviene attualmente nella nostra società.

Tuttavia, è necessario ricordare che un'economia pianificata non è ancora socialismo. Un'economia pianificata in quanto tale può essere accompagnata dal completo asservimento dell'individuo. Il raggiungimento del socialismo richiede la soluzione di alcuni problemi socio-politici estremamente difficili: in che modo è possibile, in vista di una centralizzazione di vasta portata del potere politico ed economico, evitare che la burocrazia diventi onnipotente e prepotente? Come proteggere i diritti dell'individuo e assicurare contemporaneamente un contrappeso democratico al potere della burocrazia?

La chiarezza sugli obiettivi e sui problemi del socialismo è di fondamentale importanza nella nostra epoca di transizione. Dal momento che, nelle circostanze attuali, la discussione libera e gratuita di questi problemi è stata oggetto di un forte tabù, considero la fondazione di questa rivista un importante servizio pubblico.

Albert Einstein

Fonte

09/08/2023

Il paradosso di Oppenheimer: il potere della scienza e la debolezza degli scienziati

Il nuovo film di successo su Oppenheimer ha riportato alla memoria il ricordo della prima bomba nucleare sganciata su Hiroshima. Ha sollevato domande complesse sulla natura della società che ha permesso lo sviluppo e l’uso di tali bombe e l’accumulo di arsenali nucleari in grado di distruggere il mondo più volte.

L’infame era McCarthy e la ‘caccia ai rossi’ ovunque avessero qualche relazione con la patologia di una società che ha soppresso il senso di colpa per il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, sostituendolo con la convinzione del proprio eccezionalismo?

Cosa spiega la trasformazione di Oppenheimer, che era emerso come l'“eroe” del Progetto Manhattan che costruì la bomba atomica, in un cattivo e poi dimenticato?

Ricordo il mio primo incontro con il senso di colpa americano per le due bombe atomiche sganciate sul Giappone.

Nel 1985 partecipavo a una conferenza sui controlli informatici distribuiti a Monterey, in California, e i nostri ospiti erano i Lawrence Livermore Laboratories. Si trattava del laboratorio di armi che aveva sviluppato la bomba all’idrogeno.

Durante la cena, la moglie di uno degli scienziati nucleari chiese al professore giapponese presente al tavolo se i giapponesi avessero capito perché gli americani avevano dovuto sganciare la bomba sul Giappone.

Perché ha salvato un milione di vite di soldati americani? E molti altri giapponesi? Cercava l’assoluzione per il senso di colpa che tutti gli americani portavano con sé? Oppure cercava la conferma che ciò che le era stato detto e in cui credeva era la verità? Che questa convinzione era condivisa anche dalle vittime della bomba?

Non si tratta del film di Oppenheimer; lo uso solo come spunto per parlare del fatto che la bomba atomica ha rappresentato una frattura multipla nella società. Non solo a livello bellico, dove questa nuova arma ha cambiato completamente i parametri della guerra.

Ma anche il riconoscimento, da parte della società, che la scienza non era più appannaggio dei soli scienziati, ma di tutti noi.

Per gli scienziati è diventato anche un problema il fatto che ciò che facevano nei laboratori aveva conseguenze reali, compresa la possibile distruzione dell’umanità stessa. Inoltre, si è capito che si trattava di una nuova era, l’era della ‘grande scienza’ che aveva bisogno di grandi capitali!

Stranamente, due dei nomi più importanti tra gli scienziati al centro del movimento contro la bomba nucleare dopo la guerra ebbero anche un ruolo importante nell’avvio del Progetto Manhattan.

Leo Szilard, uno scienziato ungherese rifugiatosi prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, cercò l’aiuto di Einstein per chiedere al Presidente Roosevelt che gli Stati Uniti costruissero la bomba. Temeva che se la Germania nazista l’avesse costruita per prima, avrebbe conquistato il mondo.

Szilard si unì al Progetto Manhattan, anche se non si trovava a Los Alamos ma nei Laboratori Metallurgici dell’Università di Chicago.

Szilard si batté, anche all’interno del Progetto Manhattan, per una dimostrazione della bomba prima del suo utilizzo sul Giappone.

Einstein cercò anche di raggiungere il Presidente Roosevelt con il suo appello contro l’uso della bomba. Ma Roosevelt morì, con la lettera di Einstein chiusa sulla sua scrivania.

Al suo posto subentrò il vicepresidente Truman, che pensava che la bomba avrebbe dato agli Stati Uniti il monopolio nucleare, contribuendo così a sottomettere l’Unione Sovietica nello scenario postbellico.

Passiamo al Progetto Manhattan. È la portata del progetto a essere sbalorditiva, anche per gli standard odierni.

Al suo apice, aveva dato lavoro direttamente a 125.000 persone, e se includiamo le molte altre industrie che producevano direttamente o indirettamente parti o attrezzature per la bomba, il numero si avvicina al mezzo milione.

Anche in questo caso i costi furono enormi, 2 miliardi di dollari nel 1945 (circa 30-50 miliardi di dollari odierni). Gli scienziati erano un’élite che comprendeva Hans Bethe, Enrico Fermi, Nils Bohr, James Franck, Oppenheimer, Edward Teller (il ‘cattivo della storia’, più avanti), Richard Feynman, Harold Urey, Klaus Fuchs (che condivise i segreti atomici con i sovietici) e molti altri nomi scintillanti.

Più di due dozzine di premi Nobel sono stati associati al Progetto Manhattan a vario titolo.

Ma la scienza era solo una piccola parte del progetto. Il Progetto Manhattan voleva costruire due tipi di bombe: una con l’isotopo uranio 235 e l’altra con il plutonio.

Come separare il materiale fissile, U 235, dall’U 238? Come concentrare il plutonio per le armi? Come fare entrambe le cose su scala industriale? Come impostare la reazione a catena per creare la fissione, riunendo il materiale fissile subcritico per creare una massa critica?

Tutto ciò ha richiesto l’intervento di metallurgisti, chimici, ingegneri, esperti di esplosivi e la realizzazione di impianti e attrezzature completamente nuovi, distribuiti in centinaia di siti. Il tutto a velocità record.

Si trattava di un “esperimento” scientifico, non su scala di laboratorio, ma su scala industriale. Ecco perché l’enorme budget e le dimensioni del potere umano coinvolto.

Il governo degli Stati Uniti convinse i cittadini che i bombardamenti di Hiroshima e, tre giorni dopo, di Nagasaki avessero portato alla resa del Giappone.

Sulla base di prove d’archivio e di altro tipo, è chiaro che più che le bombe nucleari, fu la dichiarazione di guerra dell'Unione Sovietica al Giappone, a condurre quest'ultimo alla resa.

Hanno anche dimostrato che il numero di “un milione di vite americane salvate” grazie a Hiroshima e Nagasaki, in quanto ha evitato un’invasione del Giappone, non aveva alcuna base. Si trattava di un numero creato interamente a scopo propagandistico.

Mentre al popolo americano venivano fornite queste cifre come calcoli seri, ciò che veniva completamente censurato erano le immagini reali delle vittime delle due bombe. L’unica immagine disponibile del bombardamento di Hiroshima – la nuvola a fungo – fu quella scattata dal mitragliere dell’Enola Gay.

Anche quando vennero diffuse alcune fotografie di Hiroshima e Nagasaki, mesi dopo i bombardamenti nucleari, si trattava solo di edifici in frantumi e di nessun essere umano.

Gli Stati Uniti, che si crogiolavano nella loro vittoria sul Giappone, non volevano che questa fosse rovinata dalle immagini dell’orrore della bomba nucleare.

Gli Stati Uniti considerarono le persone che morivano di una misteriosa malattia, che sapevano essere una malattia da radiazioni, come propaganda dei giapponesi.

Per citare il generale Leslie Groves, a capo del Progetto Manhattan, si trattava di “racconti di Tokyo”. Ci sono voluti sette anni perché il tributo umano fosse visibile, e solo dopo che gli Stati Uniti hanno cessarono l’occupazione del Giappone.

Anche in questo caso si trattava solo di poche immagini, poiché il Giappone stava ancora collaborando con gli Stati Uniti per mettere a tacere l’orrore della bomba nucleare.

Per avere un resoconto visivo completo di ciò che accadde a Hiroshima si dovettero attendere gli anni Sessanta: le immagini di persone vaporizzate che lasciavano solo un’immagine sulla pietra su cui erano sedute, di sopravvissuti con la pelle appesa al corpo, di persone che morivano per le radiazioni.

L’altra parte della bomba nucleare fu il ruolo degli scienziati.

Essi divennero gli eroi che avevano abbreviato la guerra e salvato un milione di vite americane. In questa costruzione del mito, la bomba nucleare fu trasformata da un grande sforzo su scala industriale a una formula segreta scoperta da pochi fisici che diede agli Stati Uniti un enorme potere nell’era postbellica.

Fu questo a rendere Oppenheimer un eroe per il popolo americano. Egli simboleggiava la comunità scientifica e i suoi poteri divini. E anche il bersaglio di persone come Teller, che in seguito si unirono ad altri per distruggere Oppenheimer.

Ma se Oppenheimer era un eroe solo pochi anni fa, come sono riusciti a farlo cadere?

È difficile immaginare che gli Stati Uniti avessero un forte movimento di sinistra prima della Seconda guerra mondiale. A parte la presenza dei comunisti nei movimenti operai, anche il mondo dell’intellighenzia – letteratura, cinema e fisici – aveva una forte presenza comunista. Come si può vedere nel film su Oppenheimer.

L’idea che la scienza e la tecnologia possano essere pianificate, come sosteneva Bernal nel Regno Unito, e che debbano essere utilizzate per il bene pubblico era ciò che gli scienziati avevano abbracciato.

Ecco perché i fisici, all’epoca all’avanguardia nelle scienze – la relatività, la meccanica quantistica – erano anche all’avanguardia nei dibattiti sociali e politici sulla scienza.

La visione critica del mondo che caratterizzava la scienza di allora si è scontrata con il nuovo assetto globale in cui gli Stati Uniti avrebbero dovuto essere la nazione eccezionale e l’unico egemone.

Qualsiasi indebolimento di questa egemonia potrebbe avvenire solo perché alcune persone, traditrici di questa nazione, hanno dato via i “nostri” segreti nazionali. Qualsiasi sviluppo altrove potrebbe essere solo il risultato di un furto, e nient’altro.

Questa campagna fu favorita anche dalla convinzione che la bomba atomica fosse il risultato di alcune equazioni scoperte dagli scienziati e che quindi potesse essere facilmente divulgata ai nemici.

Questa fu la genesi dell’era McCarthy, una guerra alla comunità artistica, accademica e scientifica statunitense. Per una ricerca di spie sotto il letto.

Negli Stati Uniti stava nascendo il complesso militare-industriale, che presto prese il sopravvento sull’establishment scientifico. Sono stati i militari e il bilancio energetico-nucleare a determinare d’ora in poi il destino degli scienziati e delle loro borse di studio.

Oppenheimer doveva essere punito come esempio per gli altri. Gli scienziati non dovevano mettersi contro gli dei del complesso militare-industriale e la loro visione di dominio del mondo.

La caduta in disgrazia di Oppenheimer ebbe un altro scopo. Fu una lezione per la comunità scientifica: se si metteva in mezzo lo Stato di sicurezza, nessuno era abbastanza grande.

Anche se i Rosenberg, Julius ed Ethel, furono giustiziati, erano figure relativamente minori. Julius non aveva fatto trapelare alcun segreto atomico, ma aveva solo tenuto l’Unione Sovietica al corrente degli sviluppi. Ethel, pur essendo comunista, non aveva nulla a che fare con lo spionaggio.

L’unica persona che ha fatto trapelare “segreti” atomici è stato Klaus Fuchs, un membro del partito comunista tedesco, che è fuggito nel Regno Unito, ha lavorato al progetto della bomba prima nel Regno Unito e poi nel progetto Manhattan come parte del team britannico.

Ha apportato importanti contributi al meccanismo di innesco della bomba nucleare e li ha condivisi con l’Unione Sovietica. Il contributo di Fuchs avrebbe accorciato lo sviluppo della bomba sovietica di forse un anno.

Come hanno dimostrato numerose nazioni, una volta che sappiamo che una bomba fissile è possibile, è facile per gli scienziati e i tecnologi duplicarla. Come hanno fatto paesi piccoli come la Corea del Nord.

La tragedia di Oppenheimer non è stata quella di essere stato vittima dell’era McCarthy e di aver perso l’autorizzazione di sicurezza. Einstein non ha mai avuto un’autorizzazione di sicurezza, quindi anche questa non è stata una grande calamità per lui.

È stata l’umiliazione pubblica subita durante le udienze in cui ha contestato la revoca dell’autorizzazione di sicurezza a distruggerlo. Ai fisici, i ragazzi d’oro dell’era atomica, era stato finalmente mostrato il loro vero posto nel mondo emergente del complesso militare industriale.

Einstein, Szilard, Rotblatt e altri avevano previsto questo mondo. A differenza di Oppenheimer, essi intrapresero la strada della costruzione di un movimento contro la bomba nucleare.

Gli scienziati, dopo aver costruito la bomba, dovevano ora agire come custodi della coscienza del mondo, contro una bomba che poteva distruggere l’intera umanità. Una bomba che pende ancora come una spada di Damocle sulle nostre teste.

Fonte

23/04/2022

Il fuori onda della guerra e della pace

1

Sul finire del ventesimo secolo, il protagonista del documentario Operazione Canadian bacon, di Michael Moore, raccoglie i cadaveri dei disoccupati che si suicidano buttandosi nelle spettacolari acque delle cascate del Niagara, la guerra fredda è finita da pochi anni e la florida industria di testate nucleari è in profonda crisi. Il consenso dei cittadini americani nei confronti del Presidente degli USA precipita, mentre gli industriali, per vendicarsi dei danni subiti, vorrebbero scatenare una guerra globale. Il Governo russo si tira fuori dall’escalation militare, esplicitando di voler sostenere la produzione di elettrodomestici, di autovetture, di materiale edile e in generale di tutti quei beni e servizi di cui necessitano i propri cittadini, dato che un’ampia fascia di bisogni materiali rimangono ancora insoddisfatti.

Non c’è scampo! Occorre inventarsi un nemico! I guerrafondai fanno appello al patriottismo, e coadiuvati dagli esperti della propaganda mettono in piedi una potente macchina denigratoria nei confronti del pacifico Canada.

La satira pungente di Moore ci dice fondamentalmente due cose:

1) le lobby statunitensi delle armi avrebbero trovato a ogni costo nuovi “nemici”, pur di continuare ad incamerare esorbitanti extraprofitti derivanti dal macabro business;

2) l’acuto pensiero dell’autore manda in frantumi le terribili semplificazioni secondo le quali tutti gli americani appoggerebbero “l’economia di guerra”.

Tuttavia, nel volgere lo sguardo ai rischi dell’ultimo conflitto che si è aperto in Europa, sembra che la realtà sia molto più ricca della nostra immaginazione onirica, e lo stesso Moore non avrebbe potuto prevedere una scena in cui i capitalisti (gli oligarchi) della CSI, in collaborazione con i proprietari dei mezzi di produzione del resto del mondo, dopo aver saturato i mercati dell’Est, avrebbero spinto nella direzione di una corsa al riarmo, di soffiare sul fuoco delle differenze tra Occidente e Russia unita, cercando, allo stesso tempo, di coinvolgere la Cina.

Gli accrescimenti della produzione non possono essere fermati, ma quando il meccanismo s’inceppa, occorre ritornare a distruggere per poi ricostruire, è questa la risposta del capitale, ogni qualvolta viene messo alle corde.

Il sistema capitalistico reagisce con veemenza ad ogni tentativo di cambiare il paradigma sociale di cui è espressione, esso si fonda sullo spreco di risorse energetiche e di forza lavoro, altrimenti non si spiegherebbe per quali ragioni, come ci ricorda M. Serra, se bastano cinquanta testate nucleari, per distruggere il mondo intero, se ne costruiscono 15.000. Siamo lontani dal razionalismo predicato nei sermoni del just in time. E poi, che senso ha produrre qualcosa che viene immagazzinato (congelato) per un lungo periodo di tempo?

In questo contesto potremmo dire che alle manie di accumulazione si aggiunge il potere deterrente, ossia la potenza che si misura con il possedere missili e armi in grado di distogliere, dissuadere i “nemici” dal mettere in atto azioni aggressive.

La guerra fredda, in qualche misura, dopo lo scampato pericolo della Baia dei Porci, ha contribuito a raggiungere una sorta di equilibrio tra le due super potenze che si contendevano la supremazia militare, generando, nel contempo, intorno a questa membrana osmotica, una serie di conflitti caldi, se non roventi, come quello del Vietnam.

In questo gioco senza fine, il Pentagono, la CIA e tutti gli apparati militari e logistici degli USA, nello scacchiere internazionale, hanno fatto la prima mossa, ancor prima che iniziasse la corsa. Infatti, hanno sperimentato sulla popolazione inerme di Hiroshima e Nagasaki gli effetti nefasti della bomba atomica, per il solo fatto che aveva richiesto grandi investimenti. Finalmente la bomba era stata confezionata, quindi doveva esplodere, era obbligatorio “consumarla”. Per non essere colti in contropiede, vale la pena evidenziare che la storia dell’umanità è zeppa di eventi bellici, anzi questi ultimi hanno dominato la scena.

2

L’accusa che viene rivolta a coloro che non si schierano né con la Russia né con l’Ucraina è quella di essere equidistanti. In realtà, il vortice della guerra impone che ci si schieri contro il “nemico”, in questo caso l’invasore – e non c’è spazio per nessun dibattito. Esiste solo lo schema bianco e nero, mentre tutte le altre sfumature perdono significato. Il Bene supremo diventa la patria. Dall’altro lato c’è il Male incallito. Si entra in un ipnotico modello dicotomico dove diventa quasi impossibile trovare una via d’uscita.

D’altronde i tentativi di trascendere quest’approccio dicotomico sono stati numerosi, anche se molto spesso non è stato possibile fermare la spirale della macchina da guerra. Nella Guerra civile in Francia, Marx, a proposito del conflitto franco-prussiano del 1870, mette in rilievo la consapevolezza degli operai francesi e tedeschi sulla loro condizione sociale e sul bisogno di emanciparsi dalle folli spinte nazionalistiche verso i massacri reciproci. Ma la prospettiva di creare una solidarietà internazionale degli operai contro la guerra fu vanificata dalla cricca di Luigi Bonaparte. Infatti, il Governo francese si alleò con il proprio nemico per annientare la Comune di Parigi.

C’è un altro approccio, un’altra interpretazione delle dinamiche della guerra che sembra non trovare spazio – almeno, stando alle mie conoscenze – nelle letture quotidiane in circolazione in questi ultimi giorni. Essa parte dal presupposto che, a un certo punto, la guerra sta nelle cose: nelle pietre, nelle siepi, nei cespugli, nel ballo delle oche che si tuffano nel sangue, nel muggito della mucca e nel serpente che beve il latte (On the milky road, Kusturica). Una visione quest’ultima che, per altri versi, collima con il pensiero espresso da Beveridge nel climax del secondo conflitto mondiale. Nel suo Report al Parlamento inglese del 1942 Beveridge sosteneva che la guerra non poteva essere solo considerata come la fine del progresso sociale, ma come il «momento opportuno per fare cambiamenti radicali invece di semplici rattoppi». (1)

La miseria generalizzata innescata dal conflitto aveva modificato in modo significativo i confini tradizionali e abituali tra le classi sociali, le bombe che cadevano dal cielo non facevano distinzioni di classe e le masse degli sfollati annoveravano gli aristocratici nostalgici e i borghesi rampanti, le famiglie dei piccoli borghesi e quelle dei proletari, i chierici cattolici e quelli protestanti, gli anziani e i bambini, etc. La lettura analitica di Beveridge prende spunto da questo livellamento delle condizioni materiali di vita, tenendo conto delle restanti sfumature, per rivedere, per mettere in discussione le proprie posizioni liberiste e in generale tutte le elucubrazioni che rientravano nelle apologie del mercato.

La sua critica mette in evidenza le crepe e il marciume che caratterizzano il paradigma liberista e pone in essere le basi per delineare il Welfare state.

Ovviamente, la visione di Beveridge è pragmatica, tende a trovare la luce in fondo al tunnel del conflitto mondiale, non si pone il problema della «coazione a ripetere» di Freud, né tanto meno entra nel merito dei funambolici equilibri di Yalta, così come rimane lontana dalla consapevolezza e dalle riflessioni sul perdurare delle guerre elaborate da Gino Strada.

3

Esattamente un decennio prima della pubblicazione del Report curato da Beveridge, in una cupa atmosfera europea che celava un imminente disastro a opera degli esseri umani, Einstein sentì il bisogno di confrontarsi con Freud su una spinosa e urgente questione che stava emergendo in quel determinato periodo. Nel primo passaggio del dialogo epistolare, Einstein si chiede: C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?

Purtroppo, egli prende atto del fatto che, nonostante i progressi della scienza moderna e della buona volontà, tutti i tentativi di trovare una soluzione, anche da parte degli esperti in materia, sono impotenti.

Sul piano esteriore, Einstein intuisce che la sicurezza internazionale dipende dal contenimento dei sentimenti nazionalistici e dalla limitazione della sovranità di ciascuno Stato nei confronti di un’autorità legislativa e giudiziaria che avrebbe il potere di dirimere i conflitti prima che sfocino nella violenza.

Tuttavia, sono proprio le classi dominanti, i fabbricanti d’armi e i mercenari ad opporsi con le unghie e con i denti a questa perdita di sovranità. Di certo, Einstein, tocca altri punti interessanti, ma lascia intendere che l’analisi dei fattori esterni è la condizione necessaria ma non sufficiente per rispondere agli interrogativi che si pone sulle dinamiche della guerra.

Il fisico tedesco avverte il bisogno di rivolgere lo sguardo al mondo interiore e di attingere alla conoscenza di Freud della vita istintiva umana, per tentare di portare un po’ di luce sul problema.

Freud rimase sorpreso dal desiderio del suo interlocutore di approfondire il tema della guerra come fatto pernicioso e fatale, che avvolgeva il destino degli uomini, e di indagare un argomento che era vicino ai comuni mortali e non alle menti raffinate e illustri.

Il padre della psicoanalisi riprende il binomio diritto-forza, e nel portare avanti il suo discorso, sostituisce alla parola forza la parola violenza, precisando che così come nel regno animale, anche tra gli uomini i conflitti d’interesse vengono decisi mediante l’uso della violenza. Nella lotta per la sopraffazione di una parte sull’altra, man mano che vengono introdotti nuovi strumenti (armi), la supremazia intellettuale prende il posto della forza muscolare.

Freud ripercorre la strada mediante la quale lo strapotere e la prepotenza del singolo, nelle orde primordiali, vengono bilanciate dall’unione dei più deboli, unione che mitiga e contrasta la violenza del singolo. Ma anche se “il diritto diventa la potenza della comunità”, ci troviamo pur sempre di fronte alla violenza.

La comunità nel darsi un’organizzazione permanente prescrive le leggi che consentono di eseguire gli atti di violenza conformi ad esse.

Questo trasferimento del potere alla comunità, a un gruppo la cui coesione si fonda su comunione d’interessi e forti legami emotivi, asserisce Freud, è il primo passaggio da capire. Tuttavia, continua Freud, un tale semplice equilibrio si riferisce a piccoli gruppi, a comunità ristrette costituite da membri egualmente forti; «nella realtà le circostanze si complicano perché la comunità fin dall’inizio comprende elementi di forza ineguale, uomini e donne, genitori e figli, e ben presto, in conseguenza della guerra e dell’assoggettamento, vincitori e vinti, che si trasformano in padroni e schiavi».(2)

Ecco!, il diritto diviene espressione di rapporti di forza ineguali, ed emerge che le regole vengano scritte in base al punto di vista di quelli che comandano. Tutto ciò innesca una lotta degli assoggettati per il riconoscimento dei loro diritti, lotta che sgorga nell’insurrezione, nella guerra civile, quando la classe dominante impedisce quei cambiamenti che s’impongono all’interno della società.

Nel prendere in considerazione il periodo in cui entrambi vivono, invece, Freud concorda con Einstein sulla necessità di costituire un organismo internazionale a cui i singoli Stati cedono parte della loro sovranità, ma sottolinea la debolezza della Società delle Nazioni nei confronti dei venti di guerra che soffiano all’orizzonte. D’altro canto, anche noi possiamo percepire l’impotenza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, soprattutto se pensiamo che non è stato mai capace di far rispettare le sue risoluzioni indirizzate ai vari Governi israeliani e partorite nell’interesse di riconoscere l’autodeterminazione del popolo palestinese.

Freud, successivamente, passa ad analizzare un altro punto dello scambio epistolare, che si collega con il conflitto europeo che domina la scena internazionale. Prendendo spunto da questo ricco scambio di idee, mi chiedo: in che modo il Governo russo e quello ucraino sono riusciti ad infiammare le menti e i corpi della maggioranza dei due popoli e coinvolgerli in una cruenta guerra?

Giustamente, bisogna ammettere che alla base delle molteplici motivazioni che spingono ad agire nella direzione della risoluzione armata dei conflitti ci sono pulsioni di odio e distruzione. Dopodiché, ritorniamo alla spiegazione di Freud sulla differenza delle pulsioni che “tendono a conservare e a unire” (erotiche, sessuali) e quelle che tendono a distruggere e a uccidere. Il “fate l’amore non fate la guerra” del movimento pacifista internazionale richiama proprio la necessità di far prevalere, di tenere vive le pulsioni che mirano a conservare.

Il punto, però, – affinché si realizzi quest’ultimo desiderio – come ci ricorda Freud, sta nella capacità di riconoscere che le pulsioni opposte sono legate tra di loro, “perché i fenomeni della vita dipendono dal loro concorso e dal loro contrasto”.

Dunque, il primo tassello su cui far leva nel contrasto ai vortici a spirale della guerra è quello di essere consapevoli delle pulsioni distruttive che albergano in ognuno di noi. Si tratta, in qualche modo, di capire come contenere o neutralizzare le spinte aggressive che sboccano nella guerra.

Note

(1) Compendio ufficiale della relazione di Sir W. Beveridge al Governo britannico, Stamperia Reale Londra 1943.

(2) Sigmund Freud, Il disagio della civiltà, Bollati Boringhieri, Torino 2006.

Fonte

06/08/2020

Hiroshima e Nagasaki. Mai più


La Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari ha ottenuto dall’Onu l’approvazione del Trattato di proibizione. Ma dopo tre anni l’Italia – che custodisce decine di atomiche Usa – ancora non lo ha firmato. Sarebbe molto più che un gesto simbolico siglarlo in occasione del 75esimo anniversario delle due atomiche statunitensi che in Giappone uccisero 200mila persone.

Sono passati 75 anni da quei due giorni, il 6 e 9 agosto 1945, quando due lampi accecanti seguiti da una mostruosa nuvola a forma di fungo cancellarono in un baleno le due città di Hiroshima e Nagasaki, vaporizzando oltre 200mila persone, e condannando i sopravvissuti a sofferenze inenarrabili seguite in molti casi da una morte straziante.

È giunto il momento di dire “mai più”, non solo come reazione di orrore, ma perché oggi per la prima volta si può. Andiamo con ordine, perché la storia è una guida per capire e agire in modo consapevole.

Vi fu, in qualche modo, una “preistoria” quando ai primi del Novecento si scoprì che il nucleo atomico racchiude energie milioni di volte più grandi delle ordinarie energie dei processi chimici. L’interesse a capire questi fenomeni ha consentito avanzamenti enormi della nostra conoscenza dei processi fisici.

Il problema è sorto quando si sono prospettate le possibilità di sviluppare effettivamente queste potentissime energie. Io sostengo sempre che è stato il più grande errore dell’era contemporanea, perché se è vero che la loro produzione era complessa, è purtroppo vero anche il contrario dato che i processi nucleari non sono reversibili, e i loro prodotti artificiali sono estremamente pericolosi e nocivi e non sono eliminabili dai processi che avvengono sulla Terra.

Poi, allo scoppio della II guerra mondiale, crebbe il timore che i nazisti potessero realizzare la super-bomba, e un pacifista come Einstein fu indotto da Szilard a scrivere una lettera a Roosevelt che di fatto fu all’origine del Progetto Manhattan per la realizzazione della bomba nucleare. Quando Einstein se ne pentì era ormai troppo tardi.

Alla fine del 1944 era chiaro che i nazisti non avrebbero realizzato la super-bomba e nel giugno 1945 la Germania si arrese. Ma la realizzazione della bomba atomica non si era arrestata e solo un fisico fra le migliaia di scienziati che lavoravano all’impresa a quel punto l’abbandonò per motivi di coscienza. Il suo nome era Józef Rotblat.

Rimaneva aperta l’opzione: usarla realmente? Gli scienziati ebbero ancora un’occasione decisiva. Ma un autorevole comitato di ricercatori nominato appositamente – composto da Robert Oppenheimer, Enrico Fermi, Ernest Lawrence e Arthur Compton – si era pronunciato tra il 15 e il 16 giugno in maniera abbastanza pilatesca, riconoscendo l’obbligo di «salvare vite americane» e concludendo: «Non vediamo nessuna alternativa accettabile all’impiego militare diretto».

Così si arrivò alla prima esplosione nucleare, denominata Trinity, che, il 16 luglio del 1945 nel poligono di Alamogordo nel deserto del Nuovo Messico, inaugurò cupamente la nuova era.

La retorica di “salvare vite americane” nella decisione di sganciare le bombe sul Giappone ha dominato a lungo, ma è stata smentita storicamente: il Giappone era al collasso e si sarebbe arreso comunque senza bisogno di un’invasione di terra, la vera urgenza di Truman era di accelerarne la resa per escludere l’Unione sovietica dalle trattative di pace in Asia.

In sostanza, valeva la pena uccidere 200mila persone, esattamente come dirà 58 anni più tardi il Segretario di Stato Madeleine Albright a proposito dei 500mila bambini vittime della guerra all’Iran.

Nei decenni successivi gli ordigni nucleari proliferarono, arrivando negli anni '80 al numero demenziale di 70mila, ben più distruttivi di quelli di Hirohima e Nagasaki. Il pretesto era di inibire il loro uso perché avrebbe provocato la «distruzione mutua assicurata»: se non fosse che numerosi allarmi per errore non hanno portato all’Apocalisse nucleare solo per il coraggio di ufficiali che non vollero credere alla loro veridicità, salvando l’umanità da un olocausto generalizzato. Per citare Noam Chomsky, «se siamo vivi è per miracolo».

Per ottenere il plutonio per il Trinity e Nagasaki, il 12 dicembre 1942 Fermi aveva realizzato la reazione a catena controllata con il primo reattore nucleare, detto “Pila di Fermi” impropriamente poiché non era affatto progettato per produrre energia. Dopo la guerra furono costruiti solo reattori militari, plutinigeni o adattati per la propulsione dei sommergibili.

Finché nel 1953 fu lanciato l’«Atomo per la Pace» per mettere a profitto la nuova tecnologia, promettendo un’energia che sarebbe stata “talmente economica da non poter essere misurata”.

Anche volendo prescindere dall’enorme quantità di vittime dell’Era Nucleare – tumori contratti dai lavoratori nelle miniere di uranio, contaminazione radioattiva dell’atmosfera terrestre per più di 2.000 test nucleari, sottostima degli effetti della radioattività sull’organismo umano, drammatici incidenti nucleari che hanno reso inabitabili alcune regioni – l’Apprendista Stregone umano ha realizzato una quantità impressionante di prodotti e processi nucleari artificiali che non esistevano sulla Terra e per elementari motivi della scala di energie non possono venire eliminati, e per migliaia di anni devono essere custoditi in modo che nessun essere umano possa entrarvi in contatto.

Nessun paese ha ancora realizzato un deposito nazionale definitivo dei residui radioattivi (dove “definitivo” mistifica il fatto che nulla può venire garantito per centinaia o migliaia di anni – la civiltà umana conta meno di 10 mila anni – a fronte di rivolgimenti fisici e sociali).

Se non bastasse – ancorché dopo la fine della Guerra Fredda gli arsenali nucleari si siano ridotti a poco più di 14.000 testate, e siano stati stipulati importanti trattati di riduzione e controllo degli armamenti nucleari – Trump ha smantellato pezzo per pezzo il pur carente regime di non proliferazione, e ha incentivato progetti (avviati a dire il vero dal “Nobel per la Pace” Obama) di nuove mini-testate nucleari le quali dietro un’illusione di poter condurre una guerra nucleare limitata ne aggravano a dismisura il rischio.

Oggi questo rischio è più alto che in tutti i 75 anni passati! Deliberato o per errore.

Ma dopo 75 anni si è aperta una grande speranza, quando la campagna internazionale ICAN per abolire le armi nucleari ha ottenuto che il 7 luglio 2017 l’ONU approvasse il nuovo Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari: per entrare in vigore come integrante del Diritto Internazionale esso deve essere ratificato da 50 Stati, ma siamo già a 39 e l’anno prossimo il trattato entrerà in vigore.

Qui si parrà la nobilitate del nostro governo: in Italia ospitiamo 70 bombe nucleari americane, in caso di guerra saremmo uno dei primi bersagli, nessun governo lo ha mai dichiarato ai cittadini. Pretendiamo un atto di dignità, il governo si riscatti firmando il Trattato!

da Peacelink

Il fisico Angelo Baracca è stato docente universitario a Firenze, ed è attivista e saggista. Impegnato nelle campagne per l’ecologia, contro le guerre e per il disarmo nucleare ha firmato numerosi saggi tra cui “Storia della fisica italiana, un’introduzione” (Jaca Book, 2017)

Fonte

18/04/2019

Buchi neri - La foto di M87: scoperta scientifica o conferma di idee consolidate?


All’inizio c’era il “Big Bang”. Sappiamo che non si trattava di caos disorganizzato, perché abbiamo trovato che ha avuto luogo secondo leggi della natura molto ben definite. L’energia è stata convertita in materia e radiazioni elettromagnetiche secondo modelli matematici che sono stati sviluppati solo in tempi più recenti.

Le leggi della natura non sono cambiate dal momento del “Big Bang”, ma noi abbiamo solo scoperto di recente questi meccanismi. Fino a circa un secolo fa l’umanità non era riuscita ad avere un’idea chiara sul collegamento tra energia, materia e radiazioni. Tramite l’utilizzo di esperimenti mentali (Gedankenexperiment) Albert Einstein pose finalmente le basi per capire il “Big Bang”, cioè che energia e materia sono la stessa cosa.

Teorie di questo tipo erano tuttavia così lontane dal senso comune da risultare completamente strane, così strane che relativamente pochi specialisti erano e sono anche oggi in grado di seguirle. Einstein era convinto che la natura stesse seguendo una sola equazione universale, passò l’intera sua vita a cercarla senza riuscirvi.

La teoria delle onde gravitazionali, dei fotoni, della loro deviazione nel campo gravitazionale e altro ancora sono diretta conseguenza dei suoi studi, cioè della sua descrizione matematica del comportamento della natura. Einstein ha descritto tutto questo e ha cercato l’aiuto dei colleghi per simulare e sperimentare in modo molto dettagliato le conseguenze di queste teorie.

Fa parte delle sue scoperte anche la “lente gravitazionale” ossia l’incurvamento della radiazione elettromagnetica nell’attraversare campi gravitazionali eccezionalmente forti come quelli che si formano intorno ai buchi neri.

La lettera di Einstein a Hale
(Zurigo, 11 agosto 1913)
Nel 1913, in una sua breve lettera indirizzata al collega astronomo statunitense George Hale [1], Einstein ipotizza la possibilità di provare gli effetti curvanti della forza di gravità esaminando le posizioni di stelle in vicinanza del perimetro del sole: se il campo gravitazionale del sole avesse deviato la luce proveniente da quelle stelle, queste si sarebbero trovate, relativamente a tutte le altre stelle, in posizioni leggermente diverse rispetto alla posizioni osservate di notte.

La verifica sperimentale di questa ipotesi è avvenuta solo successivamente, durante un’eclissi di sole. Einstein ha quindi il diritto di considerarsi a tutti gli effetti come lo scopritore della lente gravitazionale. Come è noto, è anche e soprattutto l’inventore della teoria della relatività. All’epoca non aveva a disposizione computer per calcoli pesanti, internet con le banche dati, né l’elettronica ad alte prestazioni, perciò non aveva la possibilità di confermare integralmente le sue teorie.

Oggi l’uso di elettronica avanzata e di computer ad alta potenza permette di fare queste verifiche. Ma si può chiamare scoperta l’osservazione di fenomeni previsti da altri ? Al più la si potrebbe definire applicazione di altissima tecnologia, ma questo è tutto.

Eppure in questi giorni abbiamo subito il bombardamento mediatico sulla prima foto realizzata in assoluto di un buco nero. L’immagine della ciambella rossa e storta ha fatto il giro del mondo.

I buchi neri sono neri e le onde radio non hanno colore. Quindi una foto a colori di un buco nero non può essere l’immagine reale di un buco nero. In realtà si tratta dell’osservazione della deviazione di onde radio nel campo gravitazionale di un buco nero, cioè della conferma del fenomeno già previsto e verificato all’epoca di Einstein. A proposito, quanti buchi neri avremo incluso nel campo visivo dell’immagine l’ultima volta che abbiamo puntato la nostra fotocamera verso il cielo durante la notte? Forse non li abbiamo visti perché sono rimasti neri sul fondo nero.

Ma c’è del nuovo in questa osservazione? I buchi neri sono noti da molto tempo, come è noto da molto tempo che la risoluzione angolare di qualsiasi rivelatore per le onde elettromagnetiche dipende solo dal rapporto tra la lunghezza d’onda e l’apertura finale del dispositivo. E’ del tutto equivalente usare due rivelatori, come per esempio i nostri occhi, disposti sul perimetro dell’apertura.

Per rendere la visione ancora migliore (in gergo si dice aumentare la risoluzione angolare) basta quindi aumentare l’apertura o, in modo equivalente, la distanza ed eventualmente anche il numero dei rivelatori. I grandi progetti di ricerca, quelli della “Big Science”, che sono grandi anche per i finanziamenti richiesti, fanno proprio questo mettendo i rivelatori a distanze fino a 12.000 km, il diametro della terra, e ci permettono di risolvere meglio la posizione della radiazione deviata da buchi neri come l’M87 e il Sagittarius A*[2].

Il prossimo “avanzamento” per aumentare la risoluzione potrebbe richiedere l’utilizzo di satelliti geostazionari, distanti fino a 84.000 km. Tutto molto impressionante, ma niente di veramente innovativo nella sostanza, soprattutto se pensiamo che vengono utilizzati fenomeni noti e tecniche ben collaudate da decine di anni, come l’interferometria a lunga base.

Mettere i dati di un’osservazione astronomica in una bella veste grafica, anche se sono il risultato di anni di elaborazioni di immagini e di conti con i super-computer, non può essere quindi una motivazione sufficiente per meritarsi premi, notorietà e futuri finanziamenti. Anche la forma a ciambella storta era stata prevista nel 1979 [3]. La grande scienza è data dalle grandi idee e a volte per spiegarle basta uno schizzo a matita (monocolore).

Note
[1] https://history.aip.org/

[2] Black hole pictured for first time — in spectacular detail, https://www.nature.com/

[3] https://blogs.futura-sciences.com

Fonte

13/01/2014

Israele, un paese "imprintato" dal terrorismo razzista di Begin

Anti-israeliano è sinonimo di anti-semita? La pressione mediatica dell'imperialismo spinge su questo tasto, non per la prima volta. Mentendo spudoratamente. Si può e si deve invece distinguere radicalmente, su qualsiasi piano, tra le politiche di Israele (uno Stato che adesso rivendica apertamente una natura confessionale, su base religiosa - noi non crediamo alle "razze", né ai "popoli eletti da dio") e il popolo ebraico, dentro e fuori di Israele.

Anche questa distinzione - politica e morale, in primo luogo,
 - non è nuova. Percorre da cima a fondo questa lettera del 1948, firmata dalle principali personalità ebraiche del mondo d'allora. A commento - pieno d'orrore - per la prima Sabra e Chatila della lunga storia di occupazione e apartheid sul territorio palestinese e i suoi abitanti.

Ci sembra il modo migliore di qualificare la vita e l'opera di Ariel Sharon, il massacratore che viene da quella cultura.

*****

LETTERA INVIATA DA ALBERT EINSTEIN AGLI EDITORI DEL NEW YORK TIMES:* IL 2 DIC. 1948

Fra i fenomeni più preoccupanti dei nostri tempi emerge quello relativo alla fondazione, nel nuovo stato di Israele, del Partito della Libertà (Tnuat Haherut), un partito politico che nella organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell’azione sociale appare strettamente affine ai partiti Nazista e Fascista. E’ stato fondato fuori dall’assemblea e come evoluzione del precedente Irgun Zvai Leumi, una organizzazione terroristica, sciovinista, di destra della Palestina.

L’odierna visita di Menachem Begin, capo del partito, negli USA è stata fatta con il calcolo di dare l’impressione che l’America sostenga il partito nelle prossime elezioni israeliane, e per cementare i legami politici con elementi sionisti conservativi americani. Parecchi americani con una reputazione nazionale hanno inviato il loro saluto. E’ inconcepibile che coloro che si oppongono al fascismo nel mondo, a meno che non sia stati opportunamente informati sulle azioni effettuate e sui progetti del Sig. Begin, possano aver aggiunto il proprio nome per sostenere il movimento da lui rappresentato.

Prima che si arrechi un danno irreparabile attraverso contributi finanziari, manifestazioni pubbliche a favore di Begin, e alla creazione di una immagine di sostegno americano ad elementi fascisti in Israele, il pubblico americano deve essere informato delle azioni e degli obiettivi del Sig. Begin e del suo movimento.

Le confessioni pubbliche del sig. Begin non sono utili per capire il suo vero carattere. Oggi parla di libertà, democrazia e anti-imperialismo, mentre fino ad ora ha apertamente predicato la dottrina dello stato Fascista. E’ nelle sue azioni che il partito terrorista tradisce il suo reale carattere, dalle sue azioni passate noi possiamo giudicare ciò che farà nel futuro.

*Attacco a un villaggio arabo*

Un esempio scioccante è stato il loro comportamento nel villaggio Arabo di Deir Yassin. Questo villaggio, fuori dalle strade di comunicazione e circondato da terre appartenenti agli Ebrei, non aveva preso parte alla guerra, anzi aveva allontanato bande di arabi che lo volevano utilizzare come una loro base. Il 9 Aprile, bande di terroristi attaccarono questo pacifico villaggio, che non era un obiettivo militare, uccidendo la maggior parte dei suoi abitanti (240 tra uomini, donne e bambini) e trasportando alcuni di loro come trofei vivi in una parata per le strade di Gerusalemme.
La maggior parte della comunità ebraica rimase terrificata dal gesto e l’Agenzia Ebraica mandò le proprie scuse al Re Abdullah della Trans-Giordania.

Ma i terroristi, invece di vergognarsi del loro atto, si vantarono del massacro, lo pubblicizzarono e invitarono tutti i corrispondenti stranieri presenti nel paese a vedere i mucchi di cadaveri e la totale devastazione a Deir Yassin. L’accaduto di Deir Yassin esemplifica il carattere e le azioni del Partito della Libertà.

All’interno della comunità ebraica hanno predicato un misto di ultranazionalismo, misticismo religioso e superiorità razziale. Come altri partiti fascisti sono stati impiegati per interrompere gli scioperi e per la distruzione delle unioni sindacali libere. Al loro posto hanno proposto unioni corporative sul modello fascista italiano. Durante gli ultimi anni di sporadica violenza anti-britannica, i gruppi IZL e Stern inaugurarono un regno di terrore sulla Comunità Ebraica della Palestina. Gli insegnanti che parlavano male di loro venivano aggrediti, gli adulti che non permettevano ai figli di incontrarsi con loro venivano colpiti in vario modo. Con metodi da gangster, pestaggi, distruzione di vetrine, furti su larga scala, i terroristi hanno intimorito la popolazione e riscosso un pesante tributo. La gente del Partito della libertà non ha avuto nessun ruolo nelle conquiste costruttive ottenute in Palestina. Non hanno reclamato la terra, non hanno costruito insediamenti ma solo diminuito la attività di difesa degli Ebrei.

I loro sforzi verso l’immigrazione erano tanto pubblicizzati quanto di poco peso e impegnati principalmente nel trasporto dei loro compatrioti fascisti.

*Le discrepanze*

La discrepanza tra le sfacciate affermazioni fatte ora da Begin e il suo partito, e il loro curruculum di azioni svolte nel passato in Palestina non portano il segno di alcun partito politico ordinario. Ciò è, senza ombra di errore, il marchio di un partito Fascista per il quale il terrorismo (contro gli Ebrei, gli Arabi e gli Inglesi) e le false dichiarazioni sono i mezzi e uno stato leader l’obbiettivo.

Alla luce delle soprascritte considerazioni, è imperativo che la verità su Begin e il suo movimento sia resa nota a questo paese. E’ maggiormente tragico che i più alti comandi del Sionismo Americano si siano rifiutati di condurre una campagna contro le attività di Begin, o addirittura di svelare ai suoi membri i pericoli che deriveranno a Israele sostenendo Begin. I sottoscritti infine usano questi mezzi per presentare pubblicamente alcuni fatti salienti che riguardano Begin e il suo partito, e per sollecitare tutti gli sforzi possibili per non sostenere quest’ultima manifestazione di fascismo.

(firmato)

ISIDORE ABRAMOWITZ, HANNAH ARENDT, ABRAHAM BRICK, RABBI JESSURUN CARDOZO, ALBERT EINSTEIN, HERMAN EISEN, M.D., HAYIM FINEMAN, M. GALLEN, M.D., H.H. HARRIS, ZELIG S. HARRIS, SIDNEY HOOK, FRED KARUSH, BRURIA KAUFMAN, IRMA L. LINDHEIM, NACHMAN MAISEL, SEYMOUR MELMAN, MYER D. MENDELSON, M.D., HARRY M. OSLINSKY, SAMUEL PITLICK, FRITZ ROHRLICH, LOUIS P. ROCKER, RUTH SAGIS, ITZHAK SANKOWSKY, I.J. SHOENBERG, SAMUEL SHUMAN, M. SINGER, IRMA WOLFE, STEFAN WOLFE

New York, Dec. 2, 1948

Fonte