C’è un proposta che sarebbe arrivata fino al tavolo di Andy Burnham, il nuovo inquilino di Downing Street, che riguarda uno scambio tra l’ombrello nucleare britannico e l’accesso privilegiato del Regno Unito alla zona di libero scambio della UE. È un’idea che risale al 2019, e ora torna all’attenzione pubblica, perché ha una funzione molto chiara: quella di aiutare a promuovere riarmo e difesa europei, e l’inserimento dell’Ucraina in questa equazione.
La proposta è stata formulata da Nick Boles, ex deputato ed ex sottosegretario conservatore (uscito dal partito Tory nel 2019), il quale ha successivamente collaborato con lo staff dell’ex premier Keir Starmer nella fase di preparazione al governo. I dettagli del programma sono stati tratteggiati in un documento pubblicato dal think tank Demos, ed è circolato tra i vertici governativi britannici.
Il piano prevedrebbe l’allargamento della copertura difensiva del sistema missilistico britannico Trident ai paesi europei, da usare come leva rispetto al ritorno ai “benefici” del libero scambio commerciale con l’UE. Nei fatti, una parte sostanziale dei membri dell’Unione sono già protetti dai Trident britannici, data la comune adesione alla NATO. La novità sarebbe che l’ombrello sarebbe allargato a Svizzera, Norvegia, ai Balcani Occidentali (ipoteticamente Albania e Serbia) e, ovviamente, all’Ucraina.
Il fulcro della proposta di Boles prevede una significativa novità per lo scenario geopolitico, con la creazione di una “Confederazione Europea”, un’architettura istituzionale capace di saldare insieme l’area comunitaria con gli impegni di difesa strategica della NATO, e il ruolo che i paesi europei vogliono oggi assumere all’interno dell’Alleanza Atlantica.
In questo nuovo scacchiere, è chiaro che l’Ucraina assumerebbe un ruolo centrale: Kiev si impegnerebbe ad essere la “Israele” d’Europa, con un imponente esercito permanente e un conflitto che continuerebbe a essere il principale laboratorio bellico (sulla pelle degli ucraini) per lo sviluppo e la sperimentazione delle più moderne tecnologie militari.
Londra offre una visione strategica di “difesa” che coinvolge sostanzialmente tutto il Vecchio Continente, per diventare parte integrante del meccanismo guerrafondaio che, passando per la propagandata “minaccia russa”, è già oggi il motore del tentativo di trasformare la UE in un attore significativo nel consesso internazionale attraverso la forza delle armi.
Non verrebbero toccate la libera circolazione delle persone e, ovviamente, la sterlina. Tuttavia, potrebbero essere stipulati nuovi accordi bilaterali su mobilità giovanile e programmi di innovazione tecnologica condivisa. Insomma, sarà facilitata la mobilità della forza lavoro qualificata verso i centri del riarmo europeo, ma per il resto continuerà la retorica della remigrazione.
Dietro il piano Boles vi è un calcolo geopolitico ben preciso che segue la rottura dell’unità euroatlantica. Boles ha spiegato al Telegraph che una nuova strategia di cooperazione difensiva ed economica in Europa è resa indispensabile dal fatto che non vi è alcuna garanzia reale che gli Stati Uniti, anche con un diverso inquilino alla Casa Bianca, siano disposti in futuro a “difendere l’Europa come se fosse il Kansas”.
L’ex sottosegretario britannico, inoltre, ha fatto accenno alla nuova architettura confederale proposta, offrendo a Bruxelles un importante incentivo a fare passi ulteriori verso una maggiore integrazione, vincendo alcune resistenze interne. Allo stesso tempo, ci sarebbe una estensione della sfera di influenza della UE sotto il benestare delle armi, senza dover affrontare nell’immediato i delicati temi di bilancio e migratori che potrebbero emergere con l’allargamento ad altri paesi dell’Est Europa.
Negli ambienti governativi si ritiene che vi sia ampio margine di manovra per trattare con Bruxelles sulla base del piano Boles. Varie fonti sembrano aver confermato ai media che i funzionari governativi stanno elaborando diverse opzioni per approfondire la cooperazione con la UE, in vista di un vertice ad alto livello previsto per il mese di ottobre, dopo la stagione dei congressi di partito. La stagione successiva sarà quella dell’inverno... nucleare.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Mercato unico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mercato unico. Mostra tutti i post
12/08/2026
Londra offre l’ombrello nucleare in cambio del mercato UE, ma l’obiettivo è Kiev
29/03/2017
Brancaccio - Con queste politiche l'UE è destinata a sgretolarsi. E in gioco non è solo la moneta, ma il mercato unico
Il Sole 24 Ore, 24 marzo 2017
di Emiliano Brancaccio*
L’euro rappresenta un tentativo fallito di gestione “morbida” dei durissimi processi di ristrutturazione capitalistica alimentati dal consolidamento del mercato unico europeo. La definitiva liberalizzazione dei movimenti di merci e di capitali ha esasperato la competizione tra capitali europei e ha alimentato gli squilibri commerciali e finanziari tra i paesi forti e i paesi deboli del continente.
Stando ai suoi fautori, la moneta unica avrebbe dovuto aiutare a governare questi sbilanciamenti. I paesi deboli sarebbero stati indotti dalle istituzioni europee ad attuare politiche di deflazione interna al fine di diminuire le spese, aumentare la competitività e cercare così di ridurre i loro eccessi di importazioni sulle esportazioni. In cambio, la politica monetaria sarebbe stata condivisa tra tutti i paesi, in modo da venire incontro alle esigenze di solvibilità delle economie più deboli.
Nella visione dei padri fondatori dell’euro, in questo modo il processo di “centralizzazione” europea non si sarebbe arrestato: i capitali in affanno sarebbero stati messi fuori mercato oppure acquisiti dai capitali più forti, ma a un ritmo blando, politicamente gestibile, tale da scongiurare reazioni protezionistiche. La grande crisi iniziata nel 2008 ha sconvolto questi piani, e ha rivelato tutti i limiti del progetto europeo. Anziché mitigare gli squilibri, le politiche deflattive imposte dall’Unione hanno alimentato la spirale recessiva, che ha aggravato la posizione debitoria dei paesi più deboli e ha reso l’azione della BCE sempre meno in grado di garantire la loro solvibilità.
In un simile scenario, resta valida la previsione del “monito degli economisti” pubblicato nel 2013 sul Financial Times: insistendo con queste politiche, l’attuale assetto dell’Unione è destinato a sgretolarsi. E un mero ritorno alle valute nazionali non risolverà i problemi. Ciò che davvero è in gioco è la causa originaria degli squilibri: il mercato unico e la connessa libertà degli scambi.
Fonte
di Emiliano Brancaccio*
L’euro rappresenta un tentativo fallito di gestione “morbida” dei durissimi processi di ristrutturazione capitalistica alimentati dal consolidamento del mercato unico europeo. La definitiva liberalizzazione dei movimenti di merci e di capitali ha esasperato la competizione tra capitali europei e ha alimentato gli squilibri commerciali e finanziari tra i paesi forti e i paesi deboli del continente.
Stando ai suoi fautori, la moneta unica avrebbe dovuto aiutare a governare questi sbilanciamenti. I paesi deboli sarebbero stati indotti dalle istituzioni europee ad attuare politiche di deflazione interna al fine di diminuire le spese, aumentare la competitività e cercare così di ridurre i loro eccessi di importazioni sulle esportazioni. In cambio, la politica monetaria sarebbe stata condivisa tra tutti i paesi, in modo da venire incontro alle esigenze di solvibilità delle economie più deboli.
Nella visione dei padri fondatori dell’euro, in questo modo il processo di “centralizzazione” europea non si sarebbe arrestato: i capitali in affanno sarebbero stati messi fuori mercato oppure acquisiti dai capitali più forti, ma a un ritmo blando, politicamente gestibile, tale da scongiurare reazioni protezionistiche. La grande crisi iniziata nel 2008 ha sconvolto questi piani, e ha rivelato tutti i limiti del progetto europeo. Anziché mitigare gli squilibri, le politiche deflattive imposte dall’Unione hanno alimentato la spirale recessiva, che ha aggravato la posizione debitoria dei paesi più deboli e ha reso l’azione della BCE sempre meno in grado di garantire la loro solvibilità.
In un simile scenario, resta valida la previsione del “monito degli economisti” pubblicato nel 2013 sul Financial Times: insistendo con queste politiche, l’attuale assetto dell’Unione è destinato a sgretolarsi. E un mero ritorno alle valute nazionali non risolverà i problemi. Ciò che davvero è in gioco è la causa originaria degli squilibri: il mercato unico e la connessa libertà degli scambi.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)