di Alessandro Volpi
La presidente del Consiglio ha dichiarato con orgoglio che “con la destra al governo le patrimoniali non vedranno mai la luce”. Si tratta di un’affermazione qualificante in termini identitari, a cui dovrebbe seguire una presa di coscienza da parte di tutti i contribuenti italiani. Il nostro sistema fiscale, infatti, ha qualche “piccolo” problema.
Innanzitutto è costruito quasi esclusivamente sul gettito di Irpef e Iva. Nel caso dell’Irpef, il 27% dei contribuenti, con redditi compresi tra 28mila e 60mila euro, paga oltre il 70% dell’intero carico fiscale. Queste stesse fasce sociali – lavoratori dipendenti e pensionati – pagano anche gran parte dell’Iva che, trattandosi di un’imposta sui consumi, colpisce senza alcun riferimento al reddito.
In secondo luogo, il sistema delle flat tax e l’aliquota massima dell’Irpef al 43% (che vale per i redditi da 50mila euro in su, per cui rimane la stessa per chi guadagna 50mila euro e chi guadagna 10 milioni di euro) favorisce i redditi alti, tanto che il 5% più ricco della popolazione italiana gode di un regime fiscale regressivo.
Inoltre non esiste, di fatto, alcuna imposta patrimoniale sulla rendita finanziaria né alcuna imposta strutturale sui cosiddetti “extra-profitti”. Infine, esistono aliquote diverse per gli stessi redditi a seconda della tipologia, e il reddito da lavoro dipendente è quello che paga le aliquote più pesanti. Deve essere aggiunto un dato ulteriore: i contribuenti italiani sono poco meno di 43 milioni.
Ora, alla luce di questi numeri, immaginare un’imposta dell’1% sui patrimoni superiori ai 2 milioni di euro, che garantirebbe un gettito annuo di 26 miliardi di euro, per evitare lo smantellamento dello Stato sociale, dovrebbe risultare a tutti come un atto che si muove nell’interesse dei milioni di contribuenti di cui sopra. Ma allora la dichiarazione di Giorgia Meloni in merito a una viscerale ostilità a una patrimoniale non dovrebbe far capire che la sua posizione, e quella della destra, è apertamente rivolta alla difesa dell’1% più ricco della popolazione? Non dovrebbe far capire ai 43 milioni di contribuenti italiani che la destra di Meloni ha come obiettivo aumentare il carico fiscale complessivo a loro destinato? E soprattutto a smontare lo Stato sociale?
Il problema però è un altro. La Cgil lancia l’ipotesi di una patrimoniale con aliquota dell’1% per i patrimoni superiori ai 2 milioni di euro, che significa coinvolgere poco meno di 500mila contribuenti su 43 milioni. Di fronte a questa proposta, necessaria per provare a salvare almeno un pezzo di servizi pubblici, si è alzata una schiera di difensori dei super ricchi ben oltre Meloni, che giura un’ostilità massima alla patrimoniale intesa come il male assoluto; compaiono Antonio Tajani che minaccia sfracelli, l’ineffabile Matteo Renzi che “mette in guardia gli alleati dal parlare di tasse”, la sbalorditiva Elly Schlein che si dichiara favorevole a condizione che si tratti di una “tassa europea” (nonostante risulti alquanto improbabile che i 27 Stati membri raggiungano l’unanimità necessari alla sua approvazione) e un tiepido Giuseppe Conte. Poi arriva il sapiente Carlo Cottarelli sul Corriere della Sera che, interpretando la falsa parte dell’osservatore neutrale, costruisce una narrazione dove sembra che qualcuno – non si sa chi, ma l’allusione è chiara – voglia introdurre un aggravio fiscale di carattere patrimoniale addirittura su chi ha un reddito superiore a soli 50mila euro.
A proposito di Legge di Bilancio sono necessarie altre due domande – retoriche – e una considerazione. La prima. Che senso ha dare 440 euro in più a chi ha un reddito annuo di 200mila euro? La “manovra fiscale” del governo Meloni, alla fine, consiste in questo. La seconda. Che senso ha dare sostegni per poco più di 500 euro annui (bonus, incentivi, etc.) a una famiglia con due figli che ha un reddito di 30mila euro? Perché in questo consistono le politiche sociali del governo Meloni.
La considerazione finale sembra altrettanto palmare. Fare una Legge di Bilancio da poco più di 18 miliardi di euro vuol dire non fare una Legge di Bilancio e accelerare rapidamente il processo di privatizzazione della società italiana, lasciando che l’inflazione faccia il suo lavoro di ulteriore impoverimento del Paese. Limitare le spese pubbliche complessive a meno di 10 miliardi, peraltro distribuiti malissimo, significa rinunciare a qualsiasi politica che passi da un ruolo dello Stato e affidare la vita del Paese a un egoistico e brutale “fai da te”, per effetto del quale le disuguaglianze producono non solo povertà ma miseria. Però, dicono fieri Meloni e Giorgetti, i “mercati” sono contenti. Il partito trasversale dei super ricchi in Italia è uno dei più forti del mondo e, drammaticamente, raccoglie i voti di quel 99% della popolazione che vota e non è affatto ricca, anzi.
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