Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/08/2026

La fuga di Kappler

15 agosto 1977. Roma sonnecchia nella calura feroce di Ferragosto. Ore 09:29. Ospedale militare del Celio. Come ogni mattina, suor Barbara spalanca la porta della stanza di Herbert Kappler.

Sorpresa: la branda è vuota. Il lenzuolo tirato, il cuscino intatto. Del gerarca nazista, divorato dal cancro, nessuna traccia. Un’occhiata al giardino: nulla. La suora corre, grida, ma nei corridoi imbalsamati del Celio il tempo si muove a rilento. Kappler è già altrove. Intoccabile. Un’ombra che ride della giustizia.

Scoppia il caos. Il balletto delle accuse. Sul banco degli imputati finiscono i due carabinieri di guardia: Luigi Falso e Oronzo Pavone. Le loro parole sembrano un copione surreale: nessun ordine scritto, nessun permesso di entrare nella stanza, nemmeno di sbirciare. Un collega, giorni prima, era stato redarguito per aver osato affacciarsi.

Ma la verità è più tagliente: Kappler, il boia delle Fosse Ardeatine, non è un prigioniero. È un ospite.

Come si passa da una cella nel Castello Angioino a un letto d’ospedale con vista su Roma? Basta un tumore al colon, qualche certificato medico e la firma del ministro Arnaldo Forlani. Così Herbert Kappler, criminale di guerra, organizza il suo ultimo colpo: entra al Celio da uomo (quasi) libero.

Il Procuratore Generale militare gli concede la scarcerazione. La notizia trapela, la rabbia monta, il provvedimento viene revocato. Ma è troppo tardi. Kappler è già dentro. Al Celio è più paziente che prigioniero. Comincia l’ultima, indecente, pagina della sua vita. Quella che si conclude con la sua fuga.

Altro che ergastolo. A Gaeta, Kappler sconta la pena in una suite, coccolato dalla Convenzione di Ginevra. Stanza ampia. Un acquario. Visite regolari, pacchi, lettere. Una prigionia di velluto. Una prigionia che mai sfiorò gli antifascisti finiti nelle sue grinfie.

Il 12 marzo 1976 Forlani sospende formalmente la condanna. Lo fa in presenza dell’ambasciatore tedesco. Berlino preme da anni per la grazia. L’Italia resiste. Poi cede. Sotto traccia. Con discrezione. Con vergogna.

«Obbedivo agli ordini». La litania di ogni carnefice. Kappler la ripete, impassibile. Via Rasella? «Illegittimo». La rappresaglia? «Legale, logica». I giudici non gli credono. Come non credettero ai suoi pari a Norimberga. Ergastolo per le Fosse Ardeatine. Più quindici anni per l’oro rubato alla comunità ebraica. Dopo un passaggio a Forte Boccea, va a Gaeta.

I crimini. Tutti documentati. Incisi nella storia. Arrestato nel ’45, ferito. Rinchiuso a Regina Coeli. Il processo si apre nel maggio 1948. Kappler. Due ufficiali. Tre sottufficiali. L’architetto della strage. Il ladro d’oro. Ma colpa, mai.

24 marzo 1944: la rappresaglia. Trentatré tedeschi cadono in via Rasella. L’ordine arriva: dieci italiani per ogni tedesco. Sono 335 le vittime. Cinque in più del necessario. Errore, fretta, crudeltà. Kappler non si ferma. Il 17 aprile guida il rastrellamento del Quadraro. Mille uomini strappati alla notte. Deportati. Scomparsi. Torneranno in pochissimi.

Roma, ottobre 1943: l’oro o la vita. Il 26 settembre Kappler convoca i leader della Comunità ebraica. Ordina: «50 chili d’oro in 36 ore. Altrimenti, 200 deportati.» Ne raccolgono 59. Non basta. Il 16 ottobre, 1.259 ebrei vengono strappati alle case. Torneranno in 16.

Nel ’39 arriva a Roma. Ufficialmente consulente. In realtà spia. Sorveglia la polizia italiana. Ama la città. Si circonda di rose, vasi etruschi. Un burocrate della morte con la passione per l’arte. Hitler lo promuove. Ha localizzato Mussolini al Gran Sasso. Ma anche allora, storce il naso: «Un’inutile perdita di tempo», dirà a Himmler.

Fuga da Roma. L’ultima offesa. Nella notte tra il 14 e il 15 agosto, Kappler scompare. Ha 70 anni. È malato. Ma evade. Come? Nessuno lo sa. O nessuno vuole dirlo. È l’ultima beffa. L’ultima vergogna. Il carnefice delle Fosse Ardeatine, l’uomo dell’oro rubato agli ebrei, se ne va nel silenzio delle istituzioni. Sotto un sole che brucia.

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11/09/2021

Israele - catturati 4 dei 6 palestinesi evasi

Si è conclusa tra ieri sera e la prima mattina di oggi la fuga di 4 dei 6 prigionieri palestinesi evasi lunedì dalla prigione di massima sicurezza di Gilboa. Gli ultimi due detenuti – tra cui Zakaria Zubeidi, ex comandante a Jenin delle Brigate dei Martiri di al-Aqsa (il braccio armato di Fatah) – sono stati presi in un parcheggio di camion nel villaggio palestinese di Shibli-Umm al-Ghanam vicino alla città di Nazareth (nord Israele). “Li hanno trovati mentre si nascondevano sotto un rimorchio – ha detto un testimone oculare citato dai media israeliani – Li ho visti. Sembravano impauriti, affamati e umiliati”. Più o meno sempre nell’area di Nazareth erano stati catturati alcune ore prima i primi due detenuti: Mohammad al-Arida e Yacoub Qadiri.

Al momento il governo israeliano non ha commentato la notizia delle catture. Zubeidi, che in passato aveva ricevuto un’amnistia da parte d’Israele, è stato riarrestato nel 2019 per la sua presunta complicità in altre sparatorie. Gli altri 5 prigionieri – restano solo Iham Kamamji e Munadil Nafiyat in fuga – sono tutti appartenenti al gruppo del Jihad Islamico.

La fuga dei prigionieri era stata celebrata in questi giorni dai palestinesi dei Territori Occupati (Gerusalemme est, Cisgiordania e Gaza). Ieri, dopo la notizia della cattura di due di loro, è partito da Gaza un razzo verso Israele. La reazione di Tel Aviv è stata affidata ad alcuni raid della sua aviazione nella Striscia che non avrebbero causato vittime. Tuttavia, il botta e risposta tra le due parti mostra ancora una volta come la tregua raggiunta tra Gaza e Israele a maggio sia sempre più fragile.

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06/09/2021

Israele - Sei prigionieri palestinesi fuggono dal carcere di Gilboa

Proprio come in un film, sei prigionieri palestinesi sono riusciti a scappare stanotte dalla prigione di massima sicurezza di Gilboa nel nord Israele. A dare l’incredibile notizia è stato stamane il servizio penitenziario israeliano. Secondo le poche informazioni finora rilasciate alla stampa, i sei detenuti sono riusciti a evadere dalla struttura penitenziaria situata tra il mare di Galilea e non lontana dalla città palestinese di Jenin (Cisgiordania occupata) tra le 3:30 e le 4 ora israeliana (le 2:30-3 italiane) scavando un lungo tunnel. Fuori il carcere sono stati ritrovati i vestiti e le scarpe che molto probabilmente appartenevano ai detenuti.

Tra gli evasi c’è Zakaria Zubeidi, ex comandante dell’ala militare di Fatah (Le Brigate dei Martiri di al-Aqsa), condannato all’ergastolo per diversi attacchi armati. Gli altri cinque sono membri di Jenin del gruppo palestinese del Jihad Islamico. Anche loro scontavano l’ergastolo.

Ora è caccia ai fuggitivi: oltre a numerosi agenti di polizia, sono state dispiegate anche unità dell’esercito. I media locali riferiscono che potrebbero essere creati checkpoint nell’area di Jenin. A partecipare alle operazioni, c’è anche lo Shin Bet (i servizi segreti interni) secondo cui i 6 prigionieri potrebbero essere fuggiti a Jenin.

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12/08/2015

Gli americani torturano anche gli americani


La notizia viene data dall'Ansa in forma come al solito sintetica e asettica:
La fuga di Richard W. Matt e Davis Sweat dal carcere di Clinton, a New York, è costata cara anche agli altri prigionieri, che hanno subito minacce e violenze da parte delle guardie carcerarie. Secondo quanto riportato dal New York Times, diversi carcerati sono stati duramente picchiati per estorcere informazioni, alcuni sono stati minacciati anche con il waterboarding.
Oltre 50 detenuti hanno presentato denuncia al Prisoners' Legal Services, ente che assiste i prigionieri che non si possono permettere di pagare un avvocato.

I dirigenti della prigione teatro della clamorosa evasione (i due sono stati poi individuati; uno è rimasto ucciso, l'altro riarrestato) fanno finta di non saperne nulla: le denunce sono valutate da un'inchiesta, ''se saranno rinvenuti abusi o ci saranno prove di cattiva condotta nei confronti dei carcerati, le punizioni saranno quelle previste dalla legge''.

Quel che è avvenuto nella prigione è a questo punto di evidenza solare. Guardie ed Fbi hanno torturato tutti i detenuti che erano stati a contatto con i due evasi. Il waterboarding è classificato a livello internazionale come una delle tecniche di tortura più utilizzate, visto che non lascia segni esterni sulle vittime.

Se ne deve concludere che, per quanto ufficialmente condannata, la tortura è pratica abituale degli organi repressivi statunitensi ad ogni livello (dalla Cia alle semplici guardie carcerarie) e contro qualsiasi tipo di "nemico", indipendentemente dal passaporto che ha in tasca. E il ripetersi degli omicidi perpetrati da poliziotti bianche nei confronti di cittadini afroamericani certifica che questa mentalità è introiettata senza alcun problema da ogni singolo indossatore di divisa.

E dire che negli Usa la tortura è reato. In Italia neanche quello. Traetene le conseguenze logiche...

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