Giovedì 25 luglio alle ore 20:00 verrà proiettato presso il Loa Acrobax di Roma, a ponte Marconi, in via della Vasca navale 6, il film documentario “Il Tipografo” che racconta la vicenda di Enrico Triaca, tipografo delle Brigate rosse durante il sequestro Moro, torturato da una squadretta speciale del ministero dell’Interno dopo il suo arresto avvenuto il 17 maggio 1978, una settimana dopo il ritrovamento del corpo senza vita di Aldo Moro.
Con la pratica dell’affogamento simulato con acqua e sale, waterboarding, tentarono di fargli confessare cose che non sapeva sul sequestro. Nel corso del film Triaca racconta quanto accaduto e un ex agente dei Nocs, che nel gennaio 1982 partecipò alla liberazione del generale Usa, Dozier, rapito dalle Brigate rosse-Pcc, rivela per la prima volta le violenze e le torture praticate dalle forze di polizia durante gli interrogatori.
Un filo nero lega il massacro della scuola Diaz e le torture di Bolzaneto, di cui ricorre in questi giorni l’anniversario, durante il G8 di Genova del 2001 e le torture praticate contro militanti delle Brigate rosse e di altri gruppi della lotta armata di sinistra arrestati tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80.
Si tratta di un uomo, un alto dirigente della polizia, il suo nome è Oscar Fioriolli, classe 1947, poliziotto formatosi nei reparti Celere e poi sul finire degli anni '70 nelle squadre speciali dell’antiterrorismo. Tra l’87 e il ’97 dirige la Digos di Genova, poi è questore ad Agrigento, Modena e Palermo.
Nell’agosto 2001, subito dopo i misfatti del G8 che avevano travolto il questore Francesco Colucci, Fiorolli viene chiamato dall’allora capo della polizia, il potentissimo Gianni De Gennaro, a prendere le redini della questura genovese travolta dalle inchieste giudiziarie e dalle polemiche politiche provocate dalla morte di Carlo Giuliani, ucciso dal carabiniere Mario Placanica, e le violenze sistematiche dei corpi di polizia contri i manifestanti, i pestaggi e le sevizie nel lager di Bolzaneto (predisposto per accogliere migliaia di fermati nei rastrellamenti di piazza) e all’interno dell’edificio Armando Diaz, una scuola elementare messa a disposizione dal comune per accogliere i manifestanti convenuti per le manifestazioni di protesta contro i potenti del mondo.
La scelta di Fiorolli non fu casuale, non solo perché conosceva la città, ma perché aveva la forma mentis giusta per affrontare quella situazione, ovvero coprire le violenze delle forze di polizia: depistando, dilazionando i tempi delle inchieste, facendo ostruzionismo, costruendo un muro di omertà su quanto era accaduto.
Non a caso tentò subito di mettere il bavaglio alla stampa locale accusandola di calunniare le forze di polizia con le sue ricostruzioni sulle violenze di quei giorni, in particolare nella Diaz, evitò ogni collaborazione dovuta con la magistratura che stava indagando, impedì l’identificazione degli agenti che fecero irruzione nella scuola dormitorio.
Fiorolli venne scelto appositamente per la sua biografia: aveva una familiarità ben precisa con le pratiche violente nella quali aveva dato sempre grande prova di affidabilità.
Alla fine del 1981 aveva fatto parte della squadra speciale affiliata all’Ucigos che aveva condotto le indagini sul sequestro, da parte della colonna veneta della Brigate rosse-Pcc, del generale Nato James Lee Dozier, vicecomandante della Ftase (Comando delle Forze armate terrestri alleate per il sud Europa) con sede a Verona.
Secondo la testimonianza di un suo collega, l’ex commissario della Digos e poi questore Salvatore Genova, nel corso di una riunione convocata dall’allora capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci all’interno della questura di Verona, presenti Improta, il funzionario cui De Francisci aveva affidato il coordinamento del gruppo di super investigatori, Oscar Fiorolli, Luciano De Gregori e lo stesso Genova, si decise il ricorso alle torture per velocizzare le indagini.
A svolgere il lavoro sporco venne chiamato insieme alla sua squadretta di esperti “acquaiuoli” (professionisti del waterboarding, la tortura dell’acqua e sale) Nicola Ciocia – alias “professor De Tormentis” – funzionario proveniente dalla Digos di Napoli, già responsabile per la Campania dei nuclei antiterrorismo di Santillo, in forza all’Ucigos.
De Francisci fece capire che l’ordine veniva dall’alto, ben sopra il capo della polizia Coronas. Il semaforo verde giungeva dal vertice politico, dal ministro degli Interni Virginio Rognoni. Via libera alle «maniere forti» in cambio di chiare garanzie di copertura.
Fu lì che lo Stato decise di cercare Dozier nella vagina di una sospetta brigastista. Prima che entrasse in azione lo specialista Ciocia fu proprio Fiorolli, sempre secondo le parole di Genova, a dare mostra delle sue capacità conducendo l’interrogatorio di Elisabetta Arcangeli, una sospetta fiancheggiatrice delle Brigate rosse arrestata il 27 gennaio 1982.
In una stanza all’ultimo piano della questura di Verona:
«Separati da un muro – racconta Genova – perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia e la Arcangeli. Li sta interrogando Fioriolli. Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino.
La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe. Ha paura per sé ma soprattutto per la sua compagna. I due sono molto uniti, costruiranno poi la loro vita insieme, avranno due figlie.
È uno dei momenti più vergognosi di quei giorni, uno dei momenti in cui dovrei arrestare i miei colleghi e me stesso. Invece carico insieme a loro Volinia su una macchina, lo portiamo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l’acqua e sale».
Non c’è solo un nesso umano che lega quanto avvenuto a Genova nel 2001 con la stagione delle torture avvenute nel maggio 1978 e poi nel 1982 contro decine di persone accusate di banda armata. Esiste un retroterra culturale e procedurale, un savoir faire mai spezzato che ha potuto trasmettersi lungo i decenni successivi, superando il secolo.
La vicenda delle torture e delle pratiche giudiziarie e carcerarie d’eccezione non è mai stata sottoposta a una radicale critica e rifiuto, ma al contrario recepita e legittimata dall’opinione democratica e da larghi settori della “sinistra”, sempre reticenti sul tema.
Anche negli anni successivi ai fatti di Genova, quando l’opinione pubblica era ancora scossa per le violenze viste in quei giorni, questo nesso è stato occultato, evitato, aggirato con imbarazzo.
Il dibattito sulle torture praticate in Italia sembra non avere radici nel Novecento, ma sembra nato a Genova nel 2001. Come fanno gli struzzi, a “sinistra” si è preferito mettere la testa sotto la sabbia piuttosto che allungare il collo e guardare lontano, alle proprie spalle, per cogliere genesi e radici di questo fenomeno.
La tortura praticata alla fine anni '70, messa in campo in modo strutturale, con l’ausilio di alcune squadre addestrate che operavano in modo sistematico su tutto ilo territorio nazionale contro la criminalità organizzata, il circuito dei sequestri di persona e la sovversione armata, è rimasta un tabù indicibile e questo perché c’era di mezzo proprio la lotta armata e la maniera con cui lo Stato ha affrontato e combattuto questo fenomeno.
Non si doveva rimettere in discussione la narrazione edulcorata della vittoria democratica condotta sul filo del rispetto delle norme e della costituzione, con buona pace della legislazione penale speciale, delle carceri speciali, della legislazione premiale e delle torture.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/07/2024
30/06/2022
Su Sky TV le torture dello “Stato democratico”
Si chiama “Un’operazione perfetta” tra virgolette, la nuova serie in onda in questi giorni su Sky TV scritta da Davide Azzolini, Fulvio Bufi e Massimiliano Virgilio (regia di Nicolangelo Gelormini).
La serie affronta in 4 puntate con documenti video dell’epoca e interviste a protagonisti di allora e a commentatori dell’oggi, genesi e conclusione del sequestro del generale NATO Dozier posto in essere il 14 dicembre del 1981 dalle BR Partito Comunista Combattente, la specifica è d’obbligo perché erano già intervenute le scissioni con la colonna milanese Walter Alasia e il Partito Guerriglia di Giovanni Senzani.
Chiunque abbia negli anni scorsi affrontato in modo serio e documentato quella vicenda non scopre nulla di nuovo, ma la gran parte delle “anime belle” che da sempre abbracciano con entusiasmo la vulgata imposta su quegli anni ad uso e consumo dei cosiddetti “sdegnati democratici”, farebbe bene a dargli un’occhiata, perché viene finalmente ricostruito con esattezza il modo con cui si arrivò a compiere quell’“operazione perfetta” con la liberazione del generale.
“Emerge una verità oscura”, scrive Silvia Fumarola su Repubblica, in un articolo dell’11 giugno dal titolo: “Il caso Dozier in una docuserie Sky: luci e ombre di un sequestro”.
Per i più giovani che allora non c’erano, si sappia che quel sequestro di un generale NATO nella base militare di Verona ad opera di quattro ragazzotti travestiti da operai con un semplice furgoncino di risulta, fu una sfida senza precedenti al potente alleato, al punto che l’allora Presidente Reagan avvertì immediatamente il “povero” Spadolini che se non avessero liberato al più presto il loro uomo, tanti saluti al suo bel governo atlantista che in quei giorni stava preparando il terreno ai nuovi anni Ottanta “da bere” dopo vent’anni di conflitti sociali senza precedenti.
Potete immaginare quindi quali scene di giubilo nazionale e dispendio di encomi all’Italia migliore quando verso la tarda mattinata del 28 gennaio 1982 il TG mandò in onda i servizi che celebravano l’“operazione perfetta” dei corpi addestrati di Polizia che erano riusciti a scovare la base padovana di via Pindemonte liberando l’ostaggio senza spargimento di sangue, dopo avere catturato i cinque pericolosi terroristi, tre uomini e due donne, nell’appartamento al primo piano, sopra un gigantesco supermercato.
Il generale venne ricevuto da un orgoglioso Pertini che qualche mese prima del trionfo mondiale di Madrid poteva già gridare al mondo quanto eravamo bravi noi italiani, mentre l’allora Ministro Rognoni sfoggiava davanti all’ammirata stampa mondiale la nostra incommensurabile maestria nell’affrontare e sconfiggere un fenomeno guerrigliero di quella portata con la sola forza della democrazia e della legge.
Chiunque, si diceva, abbia invece approfondito quell’operazione perfetta, sa benissimo che le cose non andarono proprio così, ma anche gli altri, ivi compresa la giornalista di Repubblica, avrebbero dovuto saperlo da tempo, visto che più di dieci anni fa c’erano state le confessioni del Commissario Salvatore Genova, era uscito il libro “Colpo al cuore” di Nicola Rao (Sperling & Kupfer), un giornalista non certo affine alle BR, la cui nomina in RAI è stata oggetto di recenti strali perché ritenuto troppo “di destra”, e persino il popolare programma RAI in prima serata “Chi l’ha visto” aveva dedicato un ampio servizio al caso Triaca.
Enrico Triaca al quale una Sentenza del 15 ottobre 2013 della Corte di Appello di Perugia, aveva revocato, accogliendo la sua richiesta di revisione, la condanna a suo tempo inflittagli per calunnia, riconoscendo, sulla base delle testimonianze di Salvatore Genova, Nicola Rao e Matteo Indice, che quando fu arrestato il 17 maggio 1978 perché gestiva la tipografia di via Pio Foà 31 a Monteverde, nel corso dell’indagine sul sequestro Moro, un gruppo di agenti capitanati dall’allora dirigente UCIGOS Nicola Ciocia, soprannominato “dottor De Tormentis”, lo aveva sottoposto a tortura con il metodo del waterboarding.
Un “simpatico” metodo con il quale, legando mani e piedi su una tavola di legno un soggetto denudato, e infilandogli con una canna di gomma collegata alla gola acqua salata, si simula l’effetto annegamento senza lasciare tracce.
A distanza di 42 anni il documentario di SKY ci racconta come andarono le cose.
Per trovare il luogo ove era trattenuto il generale fu messa in piedi una “squadra speciale” UCIGOS diretta da Umberto Improta e Gaspare De Francisci perché replicasse quel metodo “spiccio” e che venne chiamata “squadra dell’Ave Maria” con a capo il “dottor De Tormentis”, e a forza di retate in ogni dove negli ambienti della sinistra extraparlamentare del veneto, il 26 gennaio 1982 un gruppo composto da Salvatore Genova, Nicola Ciocia, Oscar Fioriolli e Luciano Di Gregorio fa irruzione nella casa di Elisabetta Arcangeli, il cui nome era stato fatto da Paolo Galati, fratello del brigatista Michele in carcere, oppure non ricordo se a sua volta passando prima per altro militante, Nazareno Mantovani.
Sta di fatto che i militari trovano casualmente in quella casa anche il suo compagno, tale Ruggero Volinia, il quale viene torturato insieme alla donna di modo che ne senta gli urli, finché, la notte del 27, Volinia ammette di fare parte delle BR con il nome di Federico e di avere guidato il furgone che il 17 dicembre 1981 aveva trasportato il sequestrato Dozier a Padova, in Via Pindemonte.
Ecco come mai “miracolosamente” il giorno dopo, giovedì 28 gennaio, una squadra speciale dei NOCS fa irruzione nell’appartamento indicato dal Volinia e il generale viene liberato con la cattura di Antonio Savasta, Emilia Libera, Emanuela Frascella, Cesare Di Lenardo e Giovanni Ciucci.
Tutti e cinque a quel punto verranno successivamente a loro volta torturati di brutto, e il capo colonna Antonio Savasta a seguito delle torture inflitte anche alla sua compagna Emilia Libera sarà il secondo, ed esiziale, grande pentito delle BR, dopo Peci di due anni prima, facendo arrestare oltre un centinaio di militanti.
Cesare Di Lenardo denuncerà sin sa subito le pesanti torture subite per indurlo a fare i nomi dei compagni e a consentirne la cattura (evidenziate da alcune foto raccapriccianti) ed il fatto venne confermato dalle testimonianze del capitano Ambrosiani del SIULP e dell’agente Trifirò, che verrà ucciso 4 anni dopo in seguito a un misterioso conflitto a fuoco.
Il giornalista Buffa de l’Espresso, che aveva raccolto il dossier sulle torture inflitte ai brigatisti arrestati, verrà a sua volta arrestato, ma in breve nasce un tale clamore pubblico che verrà istruito un apposito processo a Verona per le torture inflitte a Di Lenardo e che si concluderà in Appello con la prescrizione dei reati contestati agli agenti, senza la presenza del loro comandante Salvatore Genova, che nel frattempo aveva usufruito della immunità parlamentare, in quanto prontamente candidato ed eletto dal PSDI.
Per la verità già in precedenza, oltre al citato caso di Enrico Triaca, c’era stata la denuncia del nappista Alberto Buonoconto al futuro PM del caso Tortora, Lucio Di Pietro (potete immaginarvi che fine fece la denuncia), era uscito il libro Processo all’istruttoria di Laura Grimaldi, dove si riferiva delle torture inflitte ai ragazzi della Barona in occasione dell’inchiesta milanese sull’omicidio Torregiani, quando Sisinio Bitti, Umberto Lucarelli, Roberto Villa, Gioacchino Vitrani, Annamaria e Michele Fatone presentarono un esposto all’Autorità Giudiziaria che non ebbe seguito alcuno.
E successivamente al fatto Dozier, il 21 febbraio 1982, Lotta Continua pubblicherà una lettera inviata al proprio legale dalla brigatista Paola Maturi, arrestata a Roma il 1° febbraio, che denunciava le torture subite in Questura dopo l’arresto.
In seguito, vi sarà la pubblica denuncia di Sandro Padula (Alex Paddy) in occasione del suo arresto alla fine del 1982 e, quindi, la cooperativa editrice Sensibili alle foglie fondata da Renato Curcio, raccoglierà, in un apposito volume del Progetto Memoria, Le torture affiorate, alcune testimonianze di ex lottarmatisti sottoposti a tortura dopo l’arresto.
Anche Mario Moretti, nel libro Una storia italiana, aveva raccontato che Maurizio Iannelli, arrestato a Roma alla fine del 1980 mentre stava rubando un’auto che sarebbe dovuta servire per il sequestro D’Urso, gli aveva detto in carcere di essersi dovuto buttare contro una finestra della Questura per rompere il vetro e far sanguinare entrambi i polsi per un ricovero di urgenza che lo sottraesse alle pesanti torture cui era sottoposto da ore, affinché rivelasse “il covo romano dove abitava Moretti”.
Si scoprirà così che, oltre a quelli citati, furono numerosi i militanti che hanno dichiarato di essere stati “torturati” (evidentemente c'è anche chi non lo ha detto...) e tra essi Luciano Farina, Nazareno Mantovani, Francesco Emilio Giordano, Fernando Cesaroni, Vittorio Bolognese, Gianfranco Fornoni, Armando Lanza, Ennio Di Rocco, Stefano Petrella, Anna Maria Sudati, Alberta Biliato, Roberto Vezzà, Giovanni Di Biase, Annarita Marino, Lino Vai, Giustino Cortiana, Daniele Pifano, Arrigo Cavallina, Luciano Nieri, Giorgio Benfenati, Aldo Giommi, Federico Ceccantini, Adriano Roccazzella più altri ancora.
Però è stato necessario attendere che l’ex commissario Salvatore Genova decidesse di “vuotare il sacco” in un’intervista rilasciata al Secolo XIX e quindi la successiva uscita del citato libro di Rao, perché anche la nostrana televisione pubblica si occupasse del caso con una puntata di Chi l’ha visto su Rai 3, dove già compariva una lunga intervista a Enrico Triaca che interviene più volte nella serie su SKY.
E così pure ci sono voluti anni per sapere che quel famigerato “prof De Tormentis” era l’alto funzionario dell’UCIGOS Nicola Ciocia, che dopo essersi occupato della colonna napoletana dei NAP compariva proprio vicino al ministro Cossiga nelle immagini scattate in via Caetani, il giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, e appurare che lo stesso, dopo essersi dimesso dalla Polizia, si era iscritto all’albo degli avvocati di Napoli, dove ha esercitato la libera professione fino al 2011.
Per tutte quelle torture nessuno è stato dichiarato responsabile, mentre Cesare Di Lenardo si trova tuttora in carcere senza avere mai usufruito di neppure un giorno di permesso dal gennaio del 1982, e grazie anche al paziente lavoro dell’allora giornalista di Liberazione, Paolo Persichetti, che compare più volte nella serie SKY unitamente all’ex BR Francesco Piccioni, nel 2012 era stata presentata un’interpellanza parlamentare dall’Onorevole Rita Bernardini del Partito Radicale, ossia di quel partito che ai tempi si era sentito rispondere dall’allora sdegnato ministro Rognoni, Sciascia in primis, che mai nessuno in Italia tra le forze dell’ordine aveva usato metodi illegali.
Interpellanza che non portò a risultato alcuno, però in compenso in quello stesso anno, 2012, la Polizia di Stato scelse per dirigere la nuova “Scuola di formazione per la tutela dell’ordine pubblico” che avrebbe dovuto dare una risposta forte alla mattanza del G8 di Genova, il prefetto Oscar Fioriolli, proprio colui che sottopose a tortura Elisabetta Arcangeli («Li sta interrogando Fioriolli. Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino. La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina» cfr. “Ex Commissario Digos Salvatore Genova” su l’Espresso del 6 aprile 2012), fino a quando, nel gennaio dell’anno dopo Oscar Fioriolli verrà arrestato per sospetta corruzione in appalti pubblici.
Perfetta ma non troppo, insomma quella liberazione del Generale NATO, ma chissà mai se le “anime belle” guarderanno la serie su SKY per poi magari definire, come ha fatto la giornalista di Repubblica, “una vicenda ancora controversa”, quanto invece non è controversa affatto perché si sa benissimo da tempo cosa successe 42 anni fa anche se lo si era sempre fino ad oggi tenuto rigorosamente nascosto, tanto che sono certo che in ben pochi lo sanno.
La quarta e ultima puntata è prevista per il 29 giugno, e le prime tre sono ancora visibili.
Fonte
La serie affronta in 4 puntate con documenti video dell’epoca e interviste a protagonisti di allora e a commentatori dell’oggi, genesi e conclusione del sequestro del generale NATO Dozier posto in essere il 14 dicembre del 1981 dalle BR Partito Comunista Combattente, la specifica è d’obbligo perché erano già intervenute le scissioni con la colonna milanese Walter Alasia e il Partito Guerriglia di Giovanni Senzani.
Chiunque abbia negli anni scorsi affrontato in modo serio e documentato quella vicenda non scopre nulla di nuovo, ma la gran parte delle “anime belle” che da sempre abbracciano con entusiasmo la vulgata imposta su quegli anni ad uso e consumo dei cosiddetti “sdegnati democratici”, farebbe bene a dargli un’occhiata, perché viene finalmente ricostruito con esattezza il modo con cui si arrivò a compiere quell’“operazione perfetta” con la liberazione del generale.
“Emerge una verità oscura”, scrive Silvia Fumarola su Repubblica, in un articolo dell’11 giugno dal titolo: “Il caso Dozier in una docuserie Sky: luci e ombre di un sequestro”.
Per i più giovani che allora non c’erano, si sappia che quel sequestro di un generale NATO nella base militare di Verona ad opera di quattro ragazzotti travestiti da operai con un semplice furgoncino di risulta, fu una sfida senza precedenti al potente alleato, al punto che l’allora Presidente Reagan avvertì immediatamente il “povero” Spadolini che se non avessero liberato al più presto il loro uomo, tanti saluti al suo bel governo atlantista che in quei giorni stava preparando il terreno ai nuovi anni Ottanta “da bere” dopo vent’anni di conflitti sociali senza precedenti.
Potete immaginare quindi quali scene di giubilo nazionale e dispendio di encomi all’Italia migliore quando verso la tarda mattinata del 28 gennaio 1982 il TG mandò in onda i servizi che celebravano l’“operazione perfetta” dei corpi addestrati di Polizia che erano riusciti a scovare la base padovana di via Pindemonte liberando l’ostaggio senza spargimento di sangue, dopo avere catturato i cinque pericolosi terroristi, tre uomini e due donne, nell’appartamento al primo piano, sopra un gigantesco supermercato.
Il generale venne ricevuto da un orgoglioso Pertini che qualche mese prima del trionfo mondiale di Madrid poteva già gridare al mondo quanto eravamo bravi noi italiani, mentre l’allora Ministro Rognoni sfoggiava davanti all’ammirata stampa mondiale la nostra incommensurabile maestria nell’affrontare e sconfiggere un fenomeno guerrigliero di quella portata con la sola forza della democrazia e della legge.
Chiunque, si diceva, abbia invece approfondito quell’operazione perfetta, sa benissimo che le cose non andarono proprio così, ma anche gli altri, ivi compresa la giornalista di Repubblica, avrebbero dovuto saperlo da tempo, visto che più di dieci anni fa c’erano state le confessioni del Commissario Salvatore Genova, era uscito il libro “Colpo al cuore” di Nicola Rao (Sperling & Kupfer), un giornalista non certo affine alle BR, la cui nomina in RAI è stata oggetto di recenti strali perché ritenuto troppo “di destra”, e persino il popolare programma RAI in prima serata “Chi l’ha visto” aveva dedicato un ampio servizio al caso Triaca.
Enrico Triaca al quale una Sentenza del 15 ottobre 2013 della Corte di Appello di Perugia, aveva revocato, accogliendo la sua richiesta di revisione, la condanna a suo tempo inflittagli per calunnia, riconoscendo, sulla base delle testimonianze di Salvatore Genova, Nicola Rao e Matteo Indice, che quando fu arrestato il 17 maggio 1978 perché gestiva la tipografia di via Pio Foà 31 a Monteverde, nel corso dell’indagine sul sequestro Moro, un gruppo di agenti capitanati dall’allora dirigente UCIGOS Nicola Ciocia, soprannominato “dottor De Tormentis”, lo aveva sottoposto a tortura con il metodo del waterboarding.
Un “simpatico” metodo con il quale, legando mani e piedi su una tavola di legno un soggetto denudato, e infilandogli con una canna di gomma collegata alla gola acqua salata, si simula l’effetto annegamento senza lasciare tracce.
A distanza di 42 anni il documentario di SKY ci racconta come andarono le cose.
Per trovare il luogo ove era trattenuto il generale fu messa in piedi una “squadra speciale” UCIGOS diretta da Umberto Improta e Gaspare De Francisci perché replicasse quel metodo “spiccio” e che venne chiamata “squadra dell’Ave Maria” con a capo il “dottor De Tormentis”, e a forza di retate in ogni dove negli ambienti della sinistra extraparlamentare del veneto, il 26 gennaio 1982 un gruppo composto da Salvatore Genova, Nicola Ciocia, Oscar Fioriolli e Luciano Di Gregorio fa irruzione nella casa di Elisabetta Arcangeli, il cui nome era stato fatto da Paolo Galati, fratello del brigatista Michele in carcere, oppure non ricordo se a sua volta passando prima per altro militante, Nazareno Mantovani.
Sta di fatto che i militari trovano casualmente in quella casa anche il suo compagno, tale Ruggero Volinia, il quale viene torturato insieme alla donna di modo che ne senta gli urli, finché, la notte del 27, Volinia ammette di fare parte delle BR con il nome di Federico e di avere guidato il furgone che il 17 dicembre 1981 aveva trasportato il sequestrato Dozier a Padova, in Via Pindemonte.
Ecco come mai “miracolosamente” il giorno dopo, giovedì 28 gennaio, una squadra speciale dei NOCS fa irruzione nell’appartamento indicato dal Volinia e il generale viene liberato con la cattura di Antonio Savasta, Emilia Libera, Emanuela Frascella, Cesare Di Lenardo e Giovanni Ciucci.
Tutti e cinque a quel punto verranno successivamente a loro volta torturati di brutto, e il capo colonna Antonio Savasta a seguito delle torture inflitte anche alla sua compagna Emilia Libera sarà il secondo, ed esiziale, grande pentito delle BR, dopo Peci di due anni prima, facendo arrestare oltre un centinaio di militanti.
Cesare Di Lenardo denuncerà sin sa subito le pesanti torture subite per indurlo a fare i nomi dei compagni e a consentirne la cattura (evidenziate da alcune foto raccapriccianti) ed il fatto venne confermato dalle testimonianze del capitano Ambrosiani del SIULP e dell’agente Trifirò, che verrà ucciso 4 anni dopo in seguito a un misterioso conflitto a fuoco.
Il giornalista Buffa de l’Espresso, che aveva raccolto il dossier sulle torture inflitte ai brigatisti arrestati, verrà a sua volta arrestato, ma in breve nasce un tale clamore pubblico che verrà istruito un apposito processo a Verona per le torture inflitte a Di Lenardo e che si concluderà in Appello con la prescrizione dei reati contestati agli agenti, senza la presenza del loro comandante Salvatore Genova, che nel frattempo aveva usufruito della immunità parlamentare, in quanto prontamente candidato ed eletto dal PSDI.
Per la verità già in precedenza, oltre al citato caso di Enrico Triaca, c’era stata la denuncia del nappista Alberto Buonoconto al futuro PM del caso Tortora, Lucio Di Pietro (potete immaginarvi che fine fece la denuncia), era uscito il libro Processo all’istruttoria di Laura Grimaldi, dove si riferiva delle torture inflitte ai ragazzi della Barona in occasione dell’inchiesta milanese sull’omicidio Torregiani, quando Sisinio Bitti, Umberto Lucarelli, Roberto Villa, Gioacchino Vitrani, Annamaria e Michele Fatone presentarono un esposto all’Autorità Giudiziaria che non ebbe seguito alcuno.
E successivamente al fatto Dozier, il 21 febbraio 1982, Lotta Continua pubblicherà una lettera inviata al proprio legale dalla brigatista Paola Maturi, arrestata a Roma il 1° febbraio, che denunciava le torture subite in Questura dopo l’arresto.
In seguito, vi sarà la pubblica denuncia di Sandro Padula (Alex Paddy) in occasione del suo arresto alla fine del 1982 e, quindi, la cooperativa editrice Sensibili alle foglie fondata da Renato Curcio, raccoglierà, in un apposito volume del Progetto Memoria, Le torture affiorate, alcune testimonianze di ex lottarmatisti sottoposti a tortura dopo l’arresto.
Anche Mario Moretti, nel libro Una storia italiana, aveva raccontato che Maurizio Iannelli, arrestato a Roma alla fine del 1980 mentre stava rubando un’auto che sarebbe dovuta servire per il sequestro D’Urso, gli aveva detto in carcere di essersi dovuto buttare contro una finestra della Questura per rompere il vetro e far sanguinare entrambi i polsi per un ricovero di urgenza che lo sottraesse alle pesanti torture cui era sottoposto da ore, affinché rivelasse “il covo romano dove abitava Moretti”.
Si scoprirà così che, oltre a quelli citati, furono numerosi i militanti che hanno dichiarato di essere stati “torturati” (evidentemente c'è anche chi non lo ha detto...) e tra essi Luciano Farina, Nazareno Mantovani, Francesco Emilio Giordano, Fernando Cesaroni, Vittorio Bolognese, Gianfranco Fornoni, Armando Lanza, Ennio Di Rocco, Stefano Petrella, Anna Maria Sudati, Alberta Biliato, Roberto Vezzà, Giovanni Di Biase, Annarita Marino, Lino Vai, Giustino Cortiana, Daniele Pifano, Arrigo Cavallina, Luciano Nieri, Giorgio Benfenati, Aldo Giommi, Federico Ceccantini, Adriano Roccazzella più altri ancora.
Però è stato necessario attendere che l’ex commissario Salvatore Genova decidesse di “vuotare il sacco” in un’intervista rilasciata al Secolo XIX e quindi la successiva uscita del citato libro di Rao, perché anche la nostrana televisione pubblica si occupasse del caso con una puntata di Chi l’ha visto su Rai 3, dove già compariva una lunga intervista a Enrico Triaca che interviene più volte nella serie su SKY.
E così pure ci sono voluti anni per sapere che quel famigerato “prof De Tormentis” era l’alto funzionario dell’UCIGOS Nicola Ciocia, che dopo essersi occupato della colonna napoletana dei NAP compariva proprio vicino al ministro Cossiga nelle immagini scattate in via Caetani, il giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, e appurare che lo stesso, dopo essersi dimesso dalla Polizia, si era iscritto all’albo degli avvocati di Napoli, dove ha esercitato la libera professione fino al 2011.
Per tutte quelle torture nessuno è stato dichiarato responsabile, mentre Cesare Di Lenardo si trova tuttora in carcere senza avere mai usufruito di neppure un giorno di permesso dal gennaio del 1982, e grazie anche al paziente lavoro dell’allora giornalista di Liberazione, Paolo Persichetti, che compare più volte nella serie SKY unitamente all’ex BR Francesco Piccioni, nel 2012 era stata presentata un’interpellanza parlamentare dall’Onorevole Rita Bernardini del Partito Radicale, ossia di quel partito che ai tempi si era sentito rispondere dall’allora sdegnato ministro Rognoni, Sciascia in primis, che mai nessuno in Italia tra le forze dell’ordine aveva usato metodi illegali.
Interpellanza che non portò a risultato alcuno, però in compenso in quello stesso anno, 2012, la Polizia di Stato scelse per dirigere la nuova “Scuola di formazione per la tutela dell’ordine pubblico” che avrebbe dovuto dare una risposta forte alla mattanza del G8 di Genova, il prefetto Oscar Fioriolli, proprio colui che sottopose a tortura Elisabetta Arcangeli («Li sta interrogando Fioriolli. Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino. La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina» cfr. “Ex Commissario Digos Salvatore Genova” su l’Espresso del 6 aprile 2012), fino a quando, nel gennaio dell’anno dopo Oscar Fioriolli verrà arrestato per sospetta corruzione in appalti pubblici.
Perfetta ma non troppo, insomma quella liberazione del Generale NATO, ma chissà mai se le “anime belle” guarderanno la serie su SKY per poi magari definire, come ha fatto la giornalista di Repubblica, “una vicenda ancora controversa”, quanto invece non è controversa affatto perché si sa benissimo da tempo cosa successe 42 anni fa anche se lo si era sempre fino ad oggi tenuto rigorosamente nascosto, tanto che sono certo che in ben pochi lo sanno.
La quarta e ultima puntata è prevista per il 29 giugno, e le prime tre sono ancora visibili.
Fonte
09/08/2017
La tortura in Italia. La testimonianza di Vittorio Bolognesi
Recentemente si è riaperto il dibattito sulla tortura in Italia. La legge, approvata il mese scorso in Parlamento, è – al di là di alcune dichiarazioni di facciata – uno strumento totalmente inefficace per contrastare l’enorme mole di abusi e di vessazioni a cui sono, da sempre, sono piene le cronache nel nostro paese.
A testimonianza di come la tortura sia stata utilizzata a piene mani, con modalità pianificate e ferocemente gestite dagli apparati repressivi dello Stato, soprattutto contro i militanti che nei decenni scorsi praticarono la lotta armata in Italia, pubblichiamo la ricostruzione di Vittorio Bolognesi presentata ad un convegno contro la tortura svolto a Firenze due anni fa.
Vittorio Bolognesi è stato un dirigente della colonna napoletana delle Brigate Rosse, ed è stato condannato all’ergastolo.
Nelle settimane scorse ha rilasciato a Contropiano.org una intervista su alcuni aspetti del “sequestro Cirillo”, in occasione della morte dell’ex assessore regionale democristiano della Campania e della strumentale riproposizione, da parte dei media, di alcune falsificazioni divenute negli anni quasi dei luoghi comuni; falsificazioni iniziate già nei giorni stessi del sequestro, nella primavera del 1981.
La redazione napoletana di Contropiano.
Testimonianza e alcune considerazioni sulla tortura in Italia
Sono un compagno che ha militato nelle BR, ero operaio all’Ansaldo di Napoli dal 1969. Anche se da un po’ di tempo militavo nelle BR come irregolare, nel 1980 ho scelto la militanza a tempo pieno e sono passato in clandestinità.
Il due ottobre 1982 vengo catturato a Napoli; caricato in macchina, tra grida, pugni e calci riesco a gridare il mio nome e a dire di essere delle BR, sperando che qualcuno dei compagni con cui avevo un appuntamento in quella piazza capisse cosa stava succedendo e potesse evitare la cattura o qualche passante potesse diffondere la notizia dell’arresto.
Ero sceso poche ore prima alla stazione di Napoli Mergellina; dopo un lungo giro di spedinamento (ogni volta che ci spostavamo da un posto all’altro o dopo aver incontrato dei compagni facevamo dei lunghi giri a piedi o su mezzi pubblici per essere sicuri di non essere seguiti) per i vicoli di Napoli mi ero recato all’appuntamento che avevo con altri compagni e all’improvviso venivo immobilizzato da un numero sproporzionato di poliziotti in borghese.
Mancavo da Napoli da alcuni giorni e non sapevo che proprio i compagni che dovevo incontrare, uno dopo l’altro erano stati catturati e sottoposti a tortura.
Molti di loro non avevano resistito e a catena erano state scoperte tutte le case e catturati quasi tutte/i i compagne/i. Qualcuno era stato costretto ad indicare anche il luogo e l’ora dove mi doveva incontrare.
Vengo buttato fuori dall’auto nell’atrio della Questura di Napoli dove erano ad attendermi decine di poliziotti che si avventano su di me e mi massacrano di botte. A stento i poliziotti della Digos che mi avevano catturato riuscivano a sottrarmi a quel linciaggio. Come tutti i militanti arrestati in quel periodo venivo preso in carico da un nucleo di poliziotti addestrati a praticare la tortura in maniera sistematica che agivano sotto il comando di Ciocia (detto De Tormentis), Ciccimarra e Improta.
Negli ultimi anni questo è stato confermato da più di una dichiarazione e da scritti dei vari dirigenti e poliziotti che nell’81-82 facevano parte e dirigevano queste squadre di torturatori. Il fatto che la tortura sia stata decisa e organizzata a livello politico non è più un segreto per nessuno. Questo dimostra che quando lo scontro di classe e rivoluzionario arriva a un determinato livello anche lo stato più “democratico” usa tutti i mezzi a sua disposizione.
In Italia lo abbiamo visto chiaramente prima di tutto con le stragi, con la tortura, la legislazione emergenziale, la dissociazione, le carceri speciali, e, per arrivare ad oggi, l'isolamento per anni con il il 41 bis e gli ergastoli con fine pena mai (molti sono i compagni e le compagne che sono in carcere da più di 30 anni e più di uno ha superato i 35 anni).
Ammanettato, con le braccia dietro la schiena, la camicia e il giubbotto mi vengono calate sulle braccia ed anche il pantalone e le mutande mi vengono abbassate fino alle caviglie. Non è un caso che non mi tolgono gli abiti perché in qualsiasi momento, qualsiasi cosa accada, ti possono rivestire in tutta fretta.
Ti rendi conto che sei nelle loro mani e che hai a che fare con una squadra addestrata e strutturata per farti dire tutto quello che sai e che gli può essere utile per arrivare ad altri militanti e strutture dell’organizzazione.
Sei nudo, in ginocchio con il cappuccio sulla testa, arrivano botte da tutte le direzioni. Il tutto è intervallato da urla, minacce di morte... “nessuno sa che sei qui e ti possiamo ammazzare quando vogliamo...”. Dopo ore il dolore alle ginocchia e alle caviglie (spesso schiacciate dal loro peso) diventa quasi insopportabile, tutte le parti del corpo sono indolenzite e il dolore è un tutt’uno.
Psicologicamente ti attaccano sugli affetti famigliari, genitori, moglie, figlio. Fanno di tutto per aprire un varco, aprire un livello di comunicazione, rompere il muro di silenzio con cui avevo scelto di resistere e in cui mi ero rifugiato cercando di estraniarmi il più possibile dalla situazione che stavo vivendo. Non dovevo lamentarmi e non dovevo rispondere a nessuna provocazione, ero e sono convinto tuttora che questa sia la cosa migliore da fare in quella situazione per cercare di resistere il più possibile.
Per pochi secondi mi tolgono il cappuccio, vedo una compagna che dà un urlo e la portano via piangendo. Di certo la stavano torturando in un’altra stanza da dove sentivo le grida e l’hanno portata lì per farle vedere che mi avevano preso.
Dopo questo trattamento, che credo sia durato da quando mi avevano preso fino a sera, mi alzano di peso, mi tolgono i vestiti che avevo e mi infilano qualcosa, forse un pigiama. Sempre incappucciato vengo caricato in macchina dove dicono che mi portano in un posto dove mi ammazzeranno e altre minacce simili. La questura di Napoli è al centro e ho l’impressione che non ci siamo allontanati molto. Dopo poco tempo vengo tirato giù e di peso mi portano in una stanza, vengo denudato del tutto, steso su un tavolo e legato per le caviglie e i polsi ai piedi del tavolo. Ti dicono che da quel momento se vuoi che smettano e vuoi parlare devi solo segnalarlo con la mano.
Con forza ti aprono la bocca dove infilano manciate di sale e un tubo da dove l’acqua inizia a entrarti in corpo, non ti puoi opporre, ti otturano il naso e per respirare ingurgiti acqua salata, hai come la sensazione di annegare, ti dimeni sul tavolo, l’acqua continua a entrare ed esce dal pene e dall’ano. Quando le reazioni del corpo diventano sempre più deboli e stai per svenire, tolgono il tubo e ti alzano la testa. In quel momento, se ti va bene, con un boato vomiti e pian piano riprendi a respirare, ma mi è successo anche di rimanere come in apnea, in uno stato di soffocamento, senza riuscire né a vomitare né a respirare... pensi di morire, forse sono secondi, ma è un tempo interminabile... poi, con un boato, vomiti tutto!
Ogni volta ti chiedono se ti sei deciso a collaborare: ... “dici solo una parola e la facciamo finita”, non avendo risposta riprendono il trattamento. Sono sempre chiuso nel mio silenzio e sono sempre più terrorizzato dal fatto che possano riuscire ad annullare la mia volontà e farmi parlare. Se mi avessero dato la possibilità avrei preferito morire! In quei momenti ti rendi conto che la forza di resistere non è data solo dal fatto di essere un militante di una organizzazione combattente con il suo impianto politico e le sue regole, ma principalmente dal fatto che dei compagni e compagne per cui avrei dato la vita fino al giorno prima, avrebbero potuto subire lo stesso trattamento, essere ammazzati o finire in carcere per tutta la vita. Ma come è successo per molti dopo la tortura (che hanno continuato a collaborare come pentiti), non gli sarebbe bastato solo in fatto di estorcerti informazioni ma avrebbero continuato fino a distruggere la tua identità per dartene un’altra inventata da loro e farti diventare un soggetto attivo della propaganda controrivoluzionaria e un collaborazionista a tempo pieno.
Mi rendevo conto che anche la più piccola cosa che avrei detto sarebbe stata interpretata come un segno di cedimento e quel trattamento sarebbe continuato fino a che non mi avessero estorto tutto quello che sapevo.
Non so dire quante volte sono stato sottoposto a questo trattamento dell’acqua e sale e quanto tempo sia durato. Credo di essere svenuto perché c’è stato un momento in cui mi sono risvegliato raggomitolato per terra. Mi hanno preso e legato di nuovo al tavolo. Questa volta mentre il mio corpo reagiva sbattendosi sul tavolo in quella sensazione di annegamento, hanno iniziato a gridare che avevo fatto segno con la mano, che volevo parlare. Ho ancora la lucidità di capire che anche quello è un modo per farti dire qualcosa. Non so ancora da dove ho tirato fuori la forza, e quando mi hanno fatto riprendere fiato e slegato il polso ho alzato il pugno... dovevo provocarli, in quel momento era il mio modo di resistere. Ma, allo stesso tempo, la paura di non farcela era sempre con me... “fin dove vogliono arrivare e per quanto tempo ancora posso farcela” era il mio pensiero fisso. Con l’alzata del pugno si sono scatenati, ma le botte non le sentivo più.
Non so quanto sono stato tenuto in questo posto, di fatto essendo incappucciato perdi la cognizione del tempo e dello spazio. Mi ricaricano in macchina e mi riportano in questura, ma questo lo capisco solo quando mi toglieranno il cappuccio. Qui mi rimettono i miei vestiti e mi costringono di nuovo a stare in ginocchio con le braccia ammanettate molto strette dietro la schiena. Ricominciano le botte per provocare una mia reazione. Mi dicono che quello che mi hanno fatto fino a quel momento non è ancora niente rispetto a quello che mi aspetta e che alla fine sarò ridotto in uno stato che non potrò più camminare e rimarrò paralizzato.
Sento del vento che mi arriva sulla schiena, dal rumore credo si tratti di un ventilatore, sento dell’acqua gelida che mi viene versata sulla schiena, mi chiedo se è questo che mi dovrebbe paralizzare. Provo una sensazione di smarrimento, sento che stanno facendo qualcosa anche ai genitali... Qualcuno mi alza il cappuccio all’altezza del naso e vedo due bicchieri da dove viene versata l’acqua da una parte all’altra: “dicci solo una parola e ti facciamo bere...” è il momento più critico, l’acqua e sale fa il suo effetto e loro sanno bene che sto impazzendo dalla sete, è come avere un fuoco che ti arde in bocca e nelle budella e ti fa perdere la ragione.
All’improvviso vengo preso e portato in un’altra stanza, mi legano a una sedia e mi tolgono il cappuccio. Ho intorno quattro uomini incappucciati. Uno è seduto su una sedia di fronte alla mia e le sue gambe tengono strette le mie. Iniziano a picchiare da ogni lato al volto, in testa, sui fianchi, fisso gli occhi chiari di quello che avevo di fronte, loro vogliono che li vedo, ed è vero incutono più paura, in questo modo è più difficile estraniarsi. Riesco ad immaginare che dietro a tutto questo c’è una regia, qualcuno che valuta continuamente i passaggi successivi, non credo ci sia niente di improvvisato. Riesco a resistere anche a questo, ma il fuoco che ho dentro è sempre più insopportabile.
Non mi reggevo più neanche seduto, crollavo in avanti e sui lati come svenuto. Ogni tanto sento che qualcuno mi tasta il polso per sentire i battiti. E’ molto probabile che per un po di tempo abbia perso conoscenza.
Mi prendono di peso e mi portano in una stanza dove si trovano i “buoni”. Questi mi dicono che non sono lì per estorcermi notizie, vogliono solo discutere su alcuni documenti delle BR, vogliono che io gli dica qualcosa su quella o quell’altra frase.
“Come scrivete, chi vi capisce, che significa questa frase?” E’ solo un altro modo per instaurare un legame, per rompere il silenzio...
Inizio comunque a sperare che il peggio sia passato, chiedo di andare in bagno dove spero di poter prendere dell’acqua e portarmela alla bocca. Dopo un tira e molla mi portano in un bagno dove riesco a bagnarmi la mano e portarla alle labbra. Mi bloccano, minacciano di riprendere il trattamento e di peso mi riportano dai poliziotti che mi stavano interrogando. Penso di aver fatto una cazzata e di non avere più la stessa lucidità e padronanza delle mie azioni.
Per mia fortuna è finita li, credo che gli svenimenti che si erano succeduti li abbiano indotti a non andare oltre perché il morto non conveniva nemmeno a loro. Sono convinto che nella squadra di torturatori ci fosse un “medico” che monitorava il mio stato fisico.
Il giorno dopo devo incontrare il magistrato e l’avvocato, insistono perché io faccia la doccia, è chiaro che non vogliono che mi vedano in quelle condizioni... puzzavo, non mi reggevano le gambe, ero tutto un livido. Al magistrato ho detto che non avevo nulla da dire e che volevo essere trasferito in carcere per i motivi che lui ben sapeva.
La notizia del mio arresto era uscita quasi subito ma lui aveva dato tutto il tempo necessario per farmi torturare. Ho raccontato comunque tutto quello che era successo rivolgendomi all’avvocato... Non mi risulta che lui abbia mai detto qualcosa. Il magistrato ha fatto la sua sceneggiata minacciando che se mi succedeva ancora qualcosa avrebbe aperto un inchiesta.
Dopo l’interrogatorio sono stato tenuto per qualche giorno nelle celle di sicurezza della questura, ricordo che avevo un gran freddo e la cella era più sporca di un cesso pubblico che non viene ripulito da mesi, il letto e il cuscino erano un solo blocco di cemento.
Ho iniziato a fischiare l’Internazionale e da qualche cella più avanti mi ha risposto qualcuno con lo stesso motivo, era Stefano, uno dei compagni catturato qualche giorno prima. Aveva 20 anni, è stato condannato all’ergastolo, ed è in carcere da 34 anni.
Dovevo andare via di li, avevo sempre il timore che ricominciassero. Non ricordo se avevo trovato un pezzetto di legno o di plastica con cui ho graffiato l’intonaco e ho disegnato una grande stella a cinque punte e, se non ricordo male, la scritta BR. Dopo un poco è arrivato il dirigente della questura a minacciarmi e a fare le foto della stella.
Forse il giorno dopo mi hanno portato via degli agenti in borghese, erano gli stessi che mi avevano torturato. Qualcosa avevo visto, ma principalmente lo capivo dai loro commenti. Uno di loro si è persino voluto congratulare per la mia resistenza, aveva gli stessi occhi di quello che stringeva le mie gambe tra le sue mentre mi massacrava di botte.
Arriviamo al carcere di Cuneo, il maresciallo Incandela era lì ad attendermi con un gran numero di guardie in ufficio dove aveva preparato la sua sceneggiata, era al telefono con un ufficiale dei carabinieri e dalla loro discussione io dovevo dedurre che da Cuneo non potrà mai evadere nessuno. Questo è il messaggio che mi doveva arrivare... “da qui non uscirai più...”. Sono certo che dall’altro capo del telefono non c’era nessuno. Si “scandalizza” per come sono ridotto, ma non mi manda in sezione con gli altri compagni, mi fa portare nei sotterranei alle celle di isolamento dove anche lui ha il compito di cercare di farmi collaborare.
Al primo colloquio mio padre mi raccontò di tutte le pressioni che gli avevano fatto mentre ero in clandestinità per cercarmi e indurmi a collaborare fino al momento della cattura. Anche mia moglie mi ha poi raccontato ai colloqui di tutte le perquisizioni di notte, del fatto che era sempre seguita e delle volte che veniva sequestrata insieme a nostro figlio che all’epoca aveva otto anni, portati in appartamenti e interrogati, lei in una stanza e mio figlio in un altra.
*****
La tortura ci ha trovati del tutto impreparati sia sul piano politico organizzativo, sia rispetto alla condotta che ogni singolo militante avrebbe dovuto tenere. Ognuno ha dovuto misurarsi soggettivamente con la tortura in quanto le organizzazioni combattenti dell’epoca avevano totalmente sottovaluto la capacità dello Stato di portare lo scontro a questo livello.
Bisogna considerare che nel periodo tra il 1981 e l’inizio ‘82 le tre componenti in cui si erano divise le BR avevano sviluppato 4 campagne politiche con più sequestri. A dicembre dell’81 viene sequestrato il generale americano Dozier e a Roma si tenta di sequestrare Romiti della FIAT. E’ da questo momento che la tortura diviene una vera e propria scelta politica e viene organizzata e sviluppata in maniera sistematica.
E’ probabile che gli USA abbiano spinto per una soluzione come quella adottata in Spagna dal Governo Gonzales che aveva dato mano libera agli squadroni della morte (GAL) e che aveva portato all’assassinio di molti compagni di ETA e di loro famigliari, sia in Spagna che in Francia.
Di questo certamente si discusse anche in Italia (i legami tra Craxi e Gonzales erano indiscussi) e alcuni esempi di tale tendenza li possiamo cogliere negli attentati al carcere di Cuneo a Moretti e Fenzi da parte di mafiosi. Un compagno anarchico fu ucciso dal clan dei catanesi disposti a proporsi come squadroni della morte in cambio di contropartite da parte dei Servizi Segreti. **
Ma lo stato italiano alla fine decise di gestire in proprio la lotta alle organizzazioni combattenti e si assunse in prima persona la responsabilità di istituire la tortura designando dei responsabili di una squadra di torturatori addestrati che interveniva e prendeva in carico i compagni arrestati.
Certo, la tortura veniva già praticata nelle caserme, ma da questo momento assume ben altro significato.
Nei primi mesi dell’82 ci rendiamo conto che la tortura è ormai praticata sistematicamente e, anche se con livelli differenti, nei confronti di tutti coloro che venivano arrestati. Militanti delle organizzazioni combattenti, ma anche compagni di base e proletari antagonisti. Gli arresti, nei primi sei mesi dell’82 sono nell’ordine di centinaia ogni mese e di fatto le organizzazioni vengono quasi totalmente smantellate.
L’incedere degli avvenimenti non consentiva di cogliere appieno quanto stava accadendo e di dare risposte adeguate. Lo stesso scontro politico che in quel momento caratterizzava le diverse anime delle BR ha influito non poco sulle decisioni politiche che si sono succedute.
Anche all’interno dell’organizzazione in cui io militavo all’epoca, BR-Partito Guerriglia, ci fu una grande sottovalutazione del problema. Anziché analizzare il fenomeno pragmaticamente e riconoscere che a determinati livelli di tortura diventa difficilissimo resistere, cosa che avrebbe consentito di prendere atto del nuovo livello dello scontro (con tutto ciò che ne doveva conseguire sul piano politico organizzativo e di condotta dei militanti) si affermò quasi per scontato che “alla tortura si poteva e si doveva resistere”, ritenendo che la capacità di resistenza dei singoli militanti fosse strettamente legata alla preparazione sul piano politico.
In alcuni casi vennero definiti traditori non solo quei compagni che parlarono sotto tortura facendo arrestare molti militanti e continuando a fare i collaborazionisti nelle caserme e nei tribunali, ma anche chi aveva ceduto sotto tortura e veniva portato in carcere perché si rifiutava di collaborare.
L’incomprensione di fronte a tutto ciò che stava accadendo ed il conseguente sbandamento politico che si determinò non lasciarono spazio al dibattito ed alla riflessione. Nelle carceri la pressione era fortissima, pestaggi e provocazioni da parte di squadracce erano continue, le sezioni speciali, l’articolo 90 con relativa chiusura di tutti gli spazi di socialità, i continui trasferimenti, gli arresti di centinaia di compagni e compagne... In questo clima le brigate di campo (che erano rappresentative di diverse le organizzazioni combattenti) arrivarono alla decisione di condannare a morte Ennio Di Rocco e Giorgio Soldati, (il primo delle BR-PG e il secondo di PL) che avevano parlato sotto tortura.
C’è da dire che non per tutti i compagni che avevano ceduto sotto tortura (e che dopo il trattamento subito si erano rifiutati di collaborare) fu presa questa decisione. Credo che le diverse valutazioni siano state dettate dalla quantità di notizie che ognuno aveva dato e dal grado di responsabilità che ricoprivano.
Di fatto non ci fu la lucidità politica di affermare chiaramente che questi compagni, come tutti quelli a cui sono state estorte notizie sotto tortura, nulla hanno in comune con tutti quelli che con la tortura o senza hanno scelto di collaborare dentro e fuori le caserme e i tribunali.
Credo sia inevitabile che quando avanguardie di lotta che vengono dalle fabbriche, dagli ospedali, dalle scuole, dai disoccupati, dagli studenti ecc. e si organizzano elaborando un progetto politico organizzativo (per iniziare a contrastare su un piano offensivo i progetti della borghesia con le sue politiche di sfruttamento, di guerra, di devastazione e saccheggio di territori e di rapina in tutti i paesi) commettano degli errori nell’elaborare e praticare una strategia rivoluzionaria adeguata e capace di reggere il livello dello scontro che è venuto a determinarsi in ogni momento storico.
Ed è all’interno di questa chiave di lettura che l’individuazione degli errori commessi non diventano un autocritica fine a se stessa, ma si va a legare allo scontro in atto traendo anche dalle esperienze passate gli strumenti per affrontarlo.
Le riflessioni che qui ho riportato sulla tortura, sugli errori e sull’impreparazione che come organizzazioni combattenti in generale e principalmente come BR-Partito Guerriglia abbiamo avuto, non sono solo mie, ma le ho discusse con molti compagni e compagne in tutti questi anni sia dentro che fuori dal carcere. Purtroppo per tante ragioni non siamo mai riusciti ad elaborare una riflessione collettiva.
La discontinuità e la frammentazione che si è venuta a determinare tra i compagni e compagne che hanno attraversato quelle esperienze è sicuramente un punto fondamentale su cui riflettere. Ricostruire la memoria di quegli anni individuando limiti, inadeguatezze ed errori a partire dallo scontro attuale, è sicuramente un compito che abbiamo ancora di fronte... ma non è questa la sede, anche se questi momenti sono dei piccoli tasselli che vanno in quella direzione.
Per finire va anche detto che oggi la tortura continuata ad essere praticata nei confronti delle compagne e compagni che si trovano in carcere attraverso l’isolamento, il “41bis” a cui sono sottoposti da anni.
E’ bene anche ricordare che attualmente nelle carceri ci sono molti compagni e compagne da più di 30 anni e qualcuno anche più di 35 anni con fine pena mai. In nessuno dei paesi europei e forse non solo, dei compagni vengono tenuti in ostaggio per tanto tempo. L’ergastolo, l’isolamento, il 41 bis è tortura al di la delle condizioni con cui viene praticato.
Libertà di tutte le compagne e compagni senza condizioni.
Intervento al convegno di Firenze sulla tortura
28/02/2015
** In realtà la ricostruzione qui è parzialmente inesatta. Nel carcere di Cuneo, nel 1981, ci fu un tentativo di uccidere Moretti e Fenzi tramite un killer cileno, tale Salvador Farre Figueras, in stretta collaborazione con gli agenti di custodia in quel momento di guardia (aprirono la porta per farlo uscire dal cortile una volta capito che il tentato omicidio era fallito). Lo stesso Farre Figueras aveva ucciso mesi prima un compagno anarchico, Salvatore Cinieri, alle Nuove di Torino. Il quel periodo gli uomini del generale Dalla Chiesa, tra cui lo stesso maresciallo Incandela, cercavano di reclutare detenuti comuni disposti ad agire come “squadroni della morte”, ovviamente in cambio di contropartite. A Farre Figueras, per esempio, che era stato condannato in primo grado per l’uccisione di due carabinieri, in appello fu tolto l’ergastolo e comminata una pena molto più lieve (NdR).
Fonte
18/11/2015
La CIA, le torture e il rapporto segreto
di Michele Paris
A quasi un anno dalla diffusione della sintesi del rapporto del Senato americano sugli interrogatori di presunti terroristi con metodi di tortura da parte della CIA, lo scontro interno al governo di Washington per impedirne la pubblicazione integrale ed evitare conseguenze legali o politiche ai responsabili continua a rimanere molto acceso nonostante lo scarso interesse della stampa ufficiale.
Ai primi di dicembre del 2014, era giunta a termine una lunga contesa che aveva ritardato di quasi due anni la pubblicazione di quella che rappresenta solo una piccola parte di uno studio di 6.700 pagine. Nelle 525 pagine declassificate vi erano comunque descritti numerosi crimini commessi dalla principale agenzia di intelligence USA, tra cui il ricorso alle più sadiche forme di tortura e alla menzogna per occultare queste ultime e far credere all’efficacia degli interrogatori “avanzati” per ottenere preziose informazioni dai detenuti.
Le gravissime accuse contenute nel rapporto stilato dalla commissione per i Servizi Segreti del Senato di Washington – ai tempi della compilazione a maggioranza democratica – non ha prevedibilmente innescato alcun processo, né tantomeno alcuna incriminazione, a carico di coloro che hanno commesso i fatti descritti e di quanti hanno autorizzato le torture o hanno contribuito al tentativo di insabbiamento.
Anzi, certi dell’impunità, potenziali criminali di guerra come l’attuale direttore della CIA, nonché ex primo consigliere per l’Antiterrorismo di Obama, John Brennan, sono più volte intervenuti pubblicamente non solo per difendersi ma anche per attaccare il rapporto stesso e i suoi compilatori, esaltando al contempo “i tremendi sacrifici e i servizi resi da vari membri dell’agenzia per la sicurezza del paese”.
La stessa Casa Bianca ha fatto di tutto per mettere in pratica il proposito del presidente Obama di “guardare avanti” senza indagare troppo sul passato sporco della “guerra al terrore”, contribuendo di fatto a far sparire completamente dal dibattito pubblico la questione delle torture della CIA.
L’eventuale incriminazione dei responsabili e dei mandanti politici dei crimini commessi contro i sospettati di terrorismo fisserebbe d’altra parte un precedente spiacevole per gli esponenti di spicco dell’amministrazione Obama, tra cui lo stesso presidente, i quali hanno abolito formalmente l’autorizzazione a torturare per sostituirla con gli assassini mirati, ugualmente o ancor più in violazione del diritto internazionale e della Costituzione americana.
La
pubblicazione del rapporto completo sulle torture rappresenterebbe in
questo senso una grave preoccupazione per quanti erano coinvolti nel
programma di interrogatori della CIA, visto che nelle 6.700 pagine
potrebbero essere citati con precisione nomi, luoghi e responsabilità di
quanto accaduto dopo l’11 settembre 2001.
Per comprendere l’approccio dell’amministrazione Obama alla questione delle torture e il grado di trasparenza che la contraddistingue, risulta estremamente interessante ricostruire almeno in maniera sommaria la sorte del rapporto dopo la pubblicazione del riassunto nel dicembre dello scorso anno.
Secondo un recente articolo del New York Times, poco dopo la pubblicazione, la commissione del Senato che aveva redatto il rapporto, presieduta dalla senatrice democratica della California, Dianne Feinstein, aveva debitamente inoltrato copia della versione integrale al Pentagono, alla CIA, al Dipartimento di Stato e al Dipartimento di Giustizia, assieme alla raccomandazione – solo apparentemente ironica – di leggerlo integralmente affinché i crimini descritti potessero servire da lezione per il futuro.
I supporti informatici che contengono il rapporto giacciono però tuttora intatti nelle casseforti dei ministeri e delle agenzie a cui sono stati inviati. Il Dipartimento di Stato, spiega il Times, al momento della ricezione ha ad esempio messo sotto chiave la propria copia con un timbro che recita: “Materiale del Congresso – Non Aprire, Non Leggere”.
Queste iniziative fanno parte di un’autentica farsa messa in piedi dall’amministrazione Obama per impedire la diffusione pubblica del rapporto stesso. Il testo integrale è infatti oggetto di dispute legali, con associazioni come la American Civil Liberties Union (ACLU) che ne hanno chiesto la pubblicazione secondo quanto previsto dalla legge sulla Libertà di Informazione (FOIA).
Quest’ultima legge si applica però soltanto ai documenti del governo, mentre quelli del Congresso possono rimanere segreti. Il Dipartimento di Giustizia e gli altri organi dell’esecutivo che hanno ricevuto copia del rapporto sulle torture hanno perciò deciso di non volerlo aprire né leggere, in quanto ritengono che così facendo il materiale in questione resterebbe di esclusiva pertinenza del Congresso e quindi non sottoposto all’obbligo di pubblicazione.
Nel mese di maggio, un tribunale federale di primo grado aveva deliberato in favore dell’amministrazione Obama ma un verdetto d’appello è atteso nel prossimo futuro. Nel frattempo, la senatrice Feinstein è stata al centro di un nuovo scontro tra i poteri dello stato negli USA, dopo che nel 2014 aveva tenuto un eccezionale discorso al Congresso per accusare la CIA di avere violato la Costituzione mettendo sotto sorveglianza i terminali dei membri della Commissione sui Servizi Segreti impegnati nella realizzazione del rapporto sulla stessa agenzia di Langley.
La Feinstein ha cioè indirizzato una lettera al ministro della Giustizia, Loretta Lynch, accusando il suo dipartimento di volere bloccare la diffusione del rapporto e, quindi, impedire che “gli errori del passato siano ripetuti”. Oltre al fatto che di errori non si tratta, bensì di politiche criminali deliberate, la senatrice democratica, nonostante i toni molto duri nei confronti del governo, ha peraltro mostrato più volte estrema docilità verso l’apparato della sicurezza nazionale USA.
Ciò è confermato, tra l’altro, dal fatto che, fino allo scorso anno, in qualità di presidente della Commissione sui Servizi Segreti, avrebbe potuto promuovere la pubblicazione unilaterale della versione integrale del rapporto senza attendere il via libera della CIA, ovvero dell’agenzia oggetto dell’indagine e responsabile dei crimini in essa descritti.
A
tutt’oggi, le probabilità che il contenuto del rapporto possa essere
portato a conoscenza del pubblico sono sempre più scarse, anche perché il
cambio di maggioranza al Senato nel mese di gennaio ha modificato gli
equilibri tra favorevoli e contrari alla pubblicazione.
Il successore di Dianne Feinstein alla guida della Commissione, il repubblicano del North Carolina, Richard Burr, si sta infatti impegnando per occultare del tutto il rapporto. Il senatore ha definito quest’ultimo una “nota a margine della storia” e ha già chiesto agli organi del governo che ne hanno ricevuto copia di restituirla alla Commissione, agevolando probabilmente il definitivo insabbiamento di uno dei documenti più rilevanti per l’assegnazione delle responsabilità nei crimini commessi dagli Stati Uniti nell’ambito della cosiddetta “guerra al terrore”.
Fonte
A quasi un anno dalla diffusione della sintesi del rapporto del Senato americano sugli interrogatori di presunti terroristi con metodi di tortura da parte della CIA, lo scontro interno al governo di Washington per impedirne la pubblicazione integrale ed evitare conseguenze legali o politiche ai responsabili continua a rimanere molto acceso nonostante lo scarso interesse della stampa ufficiale.
Ai primi di dicembre del 2014, era giunta a termine una lunga contesa che aveva ritardato di quasi due anni la pubblicazione di quella che rappresenta solo una piccola parte di uno studio di 6.700 pagine. Nelle 525 pagine declassificate vi erano comunque descritti numerosi crimini commessi dalla principale agenzia di intelligence USA, tra cui il ricorso alle più sadiche forme di tortura e alla menzogna per occultare queste ultime e far credere all’efficacia degli interrogatori “avanzati” per ottenere preziose informazioni dai detenuti.
Le gravissime accuse contenute nel rapporto stilato dalla commissione per i Servizi Segreti del Senato di Washington – ai tempi della compilazione a maggioranza democratica – non ha prevedibilmente innescato alcun processo, né tantomeno alcuna incriminazione, a carico di coloro che hanno commesso i fatti descritti e di quanti hanno autorizzato le torture o hanno contribuito al tentativo di insabbiamento.
Anzi, certi dell’impunità, potenziali criminali di guerra come l’attuale direttore della CIA, nonché ex primo consigliere per l’Antiterrorismo di Obama, John Brennan, sono più volte intervenuti pubblicamente non solo per difendersi ma anche per attaccare il rapporto stesso e i suoi compilatori, esaltando al contempo “i tremendi sacrifici e i servizi resi da vari membri dell’agenzia per la sicurezza del paese”.
La stessa Casa Bianca ha fatto di tutto per mettere in pratica il proposito del presidente Obama di “guardare avanti” senza indagare troppo sul passato sporco della “guerra al terrore”, contribuendo di fatto a far sparire completamente dal dibattito pubblico la questione delle torture della CIA.
L’eventuale incriminazione dei responsabili e dei mandanti politici dei crimini commessi contro i sospettati di terrorismo fisserebbe d’altra parte un precedente spiacevole per gli esponenti di spicco dell’amministrazione Obama, tra cui lo stesso presidente, i quali hanno abolito formalmente l’autorizzazione a torturare per sostituirla con gli assassini mirati, ugualmente o ancor più in violazione del diritto internazionale e della Costituzione americana.
Per comprendere l’approccio dell’amministrazione Obama alla questione delle torture e il grado di trasparenza che la contraddistingue, risulta estremamente interessante ricostruire almeno in maniera sommaria la sorte del rapporto dopo la pubblicazione del riassunto nel dicembre dello scorso anno.
Secondo un recente articolo del New York Times, poco dopo la pubblicazione, la commissione del Senato che aveva redatto il rapporto, presieduta dalla senatrice democratica della California, Dianne Feinstein, aveva debitamente inoltrato copia della versione integrale al Pentagono, alla CIA, al Dipartimento di Stato e al Dipartimento di Giustizia, assieme alla raccomandazione – solo apparentemente ironica – di leggerlo integralmente affinché i crimini descritti potessero servire da lezione per il futuro.
I supporti informatici che contengono il rapporto giacciono però tuttora intatti nelle casseforti dei ministeri e delle agenzie a cui sono stati inviati. Il Dipartimento di Stato, spiega il Times, al momento della ricezione ha ad esempio messo sotto chiave la propria copia con un timbro che recita: “Materiale del Congresso – Non Aprire, Non Leggere”.
Queste iniziative fanno parte di un’autentica farsa messa in piedi dall’amministrazione Obama per impedire la diffusione pubblica del rapporto stesso. Il testo integrale è infatti oggetto di dispute legali, con associazioni come la American Civil Liberties Union (ACLU) che ne hanno chiesto la pubblicazione secondo quanto previsto dalla legge sulla Libertà di Informazione (FOIA).
Quest’ultima legge si applica però soltanto ai documenti del governo, mentre quelli del Congresso possono rimanere segreti. Il Dipartimento di Giustizia e gli altri organi dell’esecutivo che hanno ricevuto copia del rapporto sulle torture hanno perciò deciso di non volerlo aprire né leggere, in quanto ritengono che così facendo il materiale in questione resterebbe di esclusiva pertinenza del Congresso e quindi non sottoposto all’obbligo di pubblicazione.
Nel mese di maggio, un tribunale federale di primo grado aveva deliberato in favore dell’amministrazione Obama ma un verdetto d’appello è atteso nel prossimo futuro. Nel frattempo, la senatrice Feinstein è stata al centro di un nuovo scontro tra i poteri dello stato negli USA, dopo che nel 2014 aveva tenuto un eccezionale discorso al Congresso per accusare la CIA di avere violato la Costituzione mettendo sotto sorveglianza i terminali dei membri della Commissione sui Servizi Segreti impegnati nella realizzazione del rapporto sulla stessa agenzia di Langley.
La Feinstein ha cioè indirizzato una lettera al ministro della Giustizia, Loretta Lynch, accusando il suo dipartimento di volere bloccare la diffusione del rapporto e, quindi, impedire che “gli errori del passato siano ripetuti”. Oltre al fatto che di errori non si tratta, bensì di politiche criminali deliberate, la senatrice democratica, nonostante i toni molto duri nei confronti del governo, ha peraltro mostrato più volte estrema docilità verso l’apparato della sicurezza nazionale USA.
Ciò è confermato, tra l’altro, dal fatto che, fino allo scorso anno, in qualità di presidente della Commissione sui Servizi Segreti, avrebbe potuto promuovere la pubblicazione unilaterale della versione integrale del rapporto senza attendere il via libera della CIA, ovvero dell’agenzia oggetto dell’indagine e responsabile dei crimini in essa descritti.
Il successore di Dianne Feinstein alla guida della Commissione, il repubblicano del North Carolina, Richard Burr, si sta infatti impegnando per occultare del tutto il rapporto. Il senatore ha definito quest’ultimo una “nota a margine della storia” e ha già chiesto agli organi del governo che ne hanno ricevuto copia di restituirla alla Commissione, agevolando probabilmente il definitivo insabbiamento di uno dei documenti più rilevanti per l’assegnazione delle responsabilità nei crimini commessi dagli Stati Uniti nell’ambito della cosiddetta “guerra al terrore”.
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12/08/2015
Gli americani torturano anche gli americani
La notizia viene data dall'Ansa in forma come al solito sintetica e asettica:
La fuga di Richard W. Matt e Davis Sweat dal carcere di Clinton, a New York, è costata cara anche agli altri prigionieri, che hanno subito minacce e violenze da parte delle guardie carcerarie. Secondo quanto riportato dal New York Times, diversi carcerati sono stati duramente picchiati per estorcere informazioni, alcuni sono stati minacciati anche con il waterboarding.Oltre 50 detenuti hanno presentato denuncia al Prisoners' Legal Services, ente che assiste i prigionieri che non si possono permettere di pagare un avvocato.
I dirigenti della prigione teatro della clamorosa evasione (i due sono stati poi individuati; uno è rimasto ucciso, l'altro riarrestato) fanno finta di non saperne nulla: le denunce sono valutate da un'inchiesta, ''se saranno rinvenuti abusi o ci saranno prove di cattiva condotta nei confronti dei carcerati, le punizioni saranno quelle previste dalla legge''.
Quel che è avvenuto nella prigione è a questo punto di evidenza solare. Guardie ed Fbi hanno torturato tutti i detenuti che erano stati a contatto con i due evasi. Il waterboarding è classificato a livello internazionale come una delle tecniche di tortura più utilizzate, visto che non lascia segni esterni sulle vittime.
Se ne deve concludere che, per quanto ufficialmente condannata, la tortura è pratica abituale degli organi repressivi statunitensi ad ogni livello (dalla Cia alle semplici guardie carcerarie) e contro qualsiasi tipo di "nemico", indipendentemente dal passaporto che ha in tasca. E il ripetersi degli omicidi perpetrati da poliziotti bianche nei confronti di cittadini afroamericani certifica che questa mentalità è introiettata senza alcun problema da ogni singolo indossatore di divisa.
E dire che negli Usa la tortura è reato. In Italia neanche quello. Traetene le conseguenze logiche...
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