Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Lorenzo Fioramonti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Lorenzo Fioramonti. Mostra tutti i post

01/01/2020

Fioramonti, Azzolina e Manfredi. Le regole del disegno europeo su scuola e università

Con una tempistica da record abbiamo assistito in questi ultimi giorni alle dimissioni (largamente annunciate) di Fioramonti e alla risposta del governo, con lo spacchettamento del ministero in Scuola e Università, mettendo a capo rispettivamente Lucia Azzolina e Gaetano Manfredi.

Manfredi è nome noto in ambito accademico, presidente della CRUI dal 2015, grande sostenitore dei valori della competizione, dell’eccellenza e della concorrenza tra atenei. Azzolina, già sottosegretaria all’Istruzione, è un chiaro segnale di continuità con le politiche che da decenni stanno stravolgendo l’istruzione pubblica in questo paese, basti pensare al recente sostegno per la simulazione dell’attività imprenditoriale tra i banchi di scuola permessa dal «sillabo per l’educazione all’imprenditorialità», lo stesso portato ideologico che ha generato – per ultima – la riforma della “buona scuola” targata Renzi.

La direzione confermata e mai messa in discussione rimane dunque la stessa, lo stesso Fioramonti d’altronde oltre a parlare di fondi non ha mai posto a critica radicale le scelte dei governi precedenti.

È importante allora precisare alcune questioni che non possono essere ignorate per analizzare correttamente l’evoluzione dell’università e del mondo della formazione nel suo complesso in questi ultimi anni.

Nel nostro paese abbiamo visto come le riforme che hanno investito il mondo della formazione, e quella universitaria in modo particolare, negli ultimi trent’anni si sono incastrate perfettamente a formare un puzzle comune (non ancora terminato), indipendentemente dai governi di centro-destra o centro-sinistra che le hanno varate.

Questo puzzle è quello disegnato dall’Unione Europea che da decenni ha individuato nella formazione, in particolare quella universitaria, e nella ricerca un settore strategico per il suo sviluppo e per ritagliarsi uno spazio sempre maggiore all’interno della crescente competizione globale. La direzione verso cui si muove il progetto europeo è quella di un’università che sappia essere funzionale alle mutevoli necessità del capitale e che sia strumento utile al processo di integrazione europea basato su un modello di polarizzazione centro-periferia.

In Italia questa necessità europea di trasformazione del sistema universitario è proceduta grazie al solito “pilota automatico” (per usare un’espressione cara a Mario Draghi che però ben rappresenta la situazione) che ha guidato tutte quelle riforme della “controrivoluzione” che hanno progressivamente distrutto le conquiste in termini di stato sociale per cui intere generazioni avevano lottato.

Dall’autonomia degli atenei, all’istituzione del cosiddetto sistema “3+2” e di criteri quantitativi per la valutazione della didattica e della ricerca con i CFU e la creazione dell’ANVUR; passando poi per la riduzione dei finanziamenti pubblici agli atenei, l’istituzione di quote premiali e la possibilità di reperimento i fondi necessari da soggetti privati aumentandone progressivamente il potere decisionale e di indirizzo.

Tutto ciò ha determinato oggi un sistema elitario e classista basato sulla competizione sfrenata fra studenti così come fra atenei provocando, non solo a livello continentale ma anche nazionale, quell’evidente processo di polarizzazione fra atenei di serie A e di serie B, a seconda del grado di integrazione con il tessuto produttivo circostante e della posizione che questo occupa all’interno della catena della produzione globale del valore.

Più in generale, in Italia, come in tutta l’UE, le università sono oggi private del ruolo che tradizionalmente hanno ricoperto, trasformate invece in luoghi di riproduzione dell’ideologia dominante e con lo scopo di formare i lavoratori secondo le precise esigenze del mercato.

Fioramonti, dimessosi pochi giorni fa ”per amore dell’istruzione”, nel suo j’accuse ha denunciato solamente una generica mancanza di fondi stanziati per l’istruzione. Eppure l’FFO stanziato per il prossimo anno è tornato ai livelli del 2008 e sulla scuola secondaria sono stanziati 2 miliardi.

Lungi da noi tessere le lodi di questo governo, stiamo soltanto riportando dei dati per mostrare quanto sia insufficiente e strumentale la critica dell’ex ministro. Perché se da un lato ha ragione a denunciare la mancanza strutturale di fondi verso l’istruzione (l’Italia spende il 3,6% del PIL contro una media OCSE del 5%), dall’altro tace completamente sul modo in cui i soldi vengono spesi.

Non una parola sul modello che negli ultimi decenni si è voluto dare al mondo della formazione, sul modello secondo il quale sono ripartiti i fondi stanziati e sono identificati gli obiettivi che si vanno a perseguire. Chiedere genericamente più fondi senza mettere in discussione il modello di funzionamento significa fornire ulteriore linfa ad un modello sbagliato che produce disuguaglianze.

Fioramonti non ha mosso queste critiche perché queste critiche non gli appartengono, perché al di là delle parole il suo modello ideale è perfettamente compatibile con quello in essere e lo ha dimostrato, sul fronte dell’istruzione secondaria, accettando senza fiatare l’imposizione del PD sui test Invalsi e l’alternanza scuola-lavoro come requisiti di accesso agli esami di maturità.

Il rapido susseguirsi degli eventi sembra poi confermare quanto abbiamo già detto: queste dimissioni e lo sbandieramento del delicato tema dei finanziamenti all’istruzione, più che un atto di coraggio e di coerenza sembrano una calcolata manovra politica anche in vista di una possibile crisi di governo.

Infatti i nodi politici che potrebbero mettere a dura prova questo esecutivo, sempre sull’orlo della crisi, non mancano: dalle imminenti elezioni in Emilia-Romagna e Calabria al referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari, solo per citare due fra i temi più scottanti. Inoltre, i frequenti contatti di queste ore con i delusi del M5S, ma anche con LeU, oltre al fermento che le sue dimissioni e dichiarazioni hanno provocato in alcuni ambienti della sinistra – più o meno istituzionale – ci fanno pensare che presto assisteremo di nuovo al tentativo di ricompattarsi di tutto quel mondo compatibilista a sinistra del PD, che non ha nessuna intenzione di criticare e modificare gli assetti politici ed economici dominanti.

Il mondo della formazione oggi è un terreno di battaglia politica e ideologica di primaria importanza. Come organizzazione giovanile pensiamo sia necessario portare avanti questa battaglia in un settore che è strategico per il nostro nemico di classe e dove possiamo agire sulla nostra generazione, fra le principali vittime della ristrutturazione che sta avvenendo al livello continentale. Per questo riteniamo che sia cruciale analizzare correttamente e secondo una prospettiva di classe il quadro generale entro cui si inserisce il mondo della formazione e, scendendo nel particolare, ciò che si muove nel nostro paese intorno a questi temi.

Non possiamo gioire per le parole di chi fino a ieri si rendeva complice di questo sistema e oggi ne denuncia – parzialmente – le storture per il proprio tornaconto personale. Non possiamo aspettarci niente di buono da chi rappresentava e continuerà a rappresentare interessi perfettamente integrati nell’attuale assetto di potere. Il cambiamento necessario potrà arrivare soltanto dall’analisi concreta della condizione generale e dalla presa di coscienza della necessità di un cambiamento radicale di paradigma.

Fonte

29/12/2019

Dimissioni di Fioramonti: manca sempre il rospo

La crisi finanziaria del 2008, che ha investito tutto l’occidente, ha segnato un punto di svolta del nostro paese che potrebbe essere un punto di non ritorno. Dal 1995 ad oggi il PIL italiano è cresciuto ogni anno (in media) un punto in meno di quello dell’Eurozona: questo mostra che il problema dell’economia italiana risale a prima dell’ingresso nell’euro. Tuttavia, dopo il 2008 la differenza con gli altri paesi europei, a cominciare dalla Germania, è cresciuta in maniera costante e inesorabile. Cosa è successo nel 2008?


Il 2008 è l’anno in cui è stata varata l’infausta legge 13/2008 con un taglio di 1,5 miliardi al fondo di finanziamento dell’università che ha comportato una contrazione del 20% del sistema nazionale universitario e della ricerca. L’Italia dal 2008 in poi è stata tra i pochi paesi a tagliare risorse in istruzione.


Questo taglio è andato di pari passo con una crisi economica che ancora perdura così come il nostro paese persiste come fanalino di coda in Europa per la spesa in istruzione rispetto alla spesa pubblica (o al PIL).  Nel periodo tra il 2008 e il 2014 l’Italia l’ha tagliato il 21% della spesa universitaria mentre la Germania l’ha aumentata del 23% e la Francia, che pure non naviga in buone acque, del 4%. (La variazione per il Regno Unito è dovuta alla crescita delle tasse universitarie a 9000 sterline/anno a causa dei tagli effettuati dal governo Cameron). Le cause del declino italiano non sono né la crisi del 2008 né l’introduzione dell’euro ma una serie di fattori che andranno analizzati in dettaglio in separata sede: tuttavia nel 2008 il nostro paese ha alzato bandiera bianca ed il disimpegno nella spesa in istruzione ne è la cartina di tornasole.


Il ministro (ora dimissionario) Lorenzo Fioramonti ha provato a invertire questa tendenza in maniera netta, chiedendo 2 miliardi di euro per la scuola ed uno per l’università: i primi sono arrivati mentre per l’università non c’è nulla. Fioramonti ha lamentato che sarebbe servito più coraggio da parte del Governo per garantire quella “linea di galleggiamento” finanziaria in un ambito così cruciale come l’università e la ricerche: se non si capisce bene da dove sarebbero venute le risorse è anche vero che i salvataggi delle banche (per esempio) hanno sempre un canale preferenziale.

Tuttavia, l’entità del finanziamento è solo uno dei punti attaccati dal governo Berlusconi (legge Gelmini) e consolidati dai governi successivi. Ci sono altri due aspetti ugualmente importanti in cui avremmo apprezzato uno sforzo da parte del Governo e che invece sono stati del tutto sottovalutati.

Da una parte la modalità di distribuzione del finanziamento e dall’altra l’indipendenza dell’università e della ricerca dall’ingerenza politica. Su entrambi questi temi non abbiamo visto segnali apprezzabili, quasi che ormai si dia per scontato l’impianto che è stato costruito dal ministro Gelmini e da quelli successivi. Tutta la politica distributiva, realizzata principalmente da ANVUR dietro le parole “meritocrazia” e “valutazione”, è improntata all’effetto San Matteo: “perché a chiunque ha sarà dato e vivrà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” (Vangelo di Matteo 25, 29).

Per fare un esempio di questo effetto è sufficiente ricordare che tra il 2012 e il 2019 il turn-over al Politecnico di Milano è stato del 121% (cioè i docenti sono aumentati), alla Statale del 77%, mentre è stato del 47% alla Sapienza e del 44% a Tor Vergata. Queste differenze si sono verificate perché il turn-over di ciascun ateneo è definito da un complesso e oscuro algoritmo finanziario, che rapporta il costo dei docenti in servizio alle entrate delle università. Ma le entrate dipendono da quanto sono abbienti le famiglie degli studenti, a Milano e a Roma, e da quanto sia possibile tassarle. Più docenti significa più corsi: maggiori possibilità di attrarre studenti e quindi di incassare ancor più. Questo tipo di politica distributiva sta dando luogo a una desertificazione di intere aree geografiche (il meridione e le isole) ma anche di diversi settori disciplinari.

L’altro aspetto riguarda l’indipendenza della ricerca dal potere politico. Il Governo Renzi nel 2016 provò a mettere le mani sulle nomine dei professori attraverso le contestate “Cattedre Natta”. Nella Legge di bilancio, il Governo ha previsto la creazione di una nuova Agenzia Nazionale della Ricerca il cui Presidente è scelto e nominato direttamente dal Presidente del Consiglio e ben 5 membri su 8 del direttivo sono sotto il controllo politico diretto del governo poiché nominati da vari ministri. Si tratta di una ingerenza allarmante che non ha uguali al mondo.

Il quadro generale rimane però quello di comprendere quale sia il ruolo della formazione nello sviluppo economico: alla fine la sottovalutazione politica della ricerca ha questa radice ed è qui che si nasconde il rospo. In genere, però, nel dibattito pubblico (o forse, sarebbe meglio dire, nella propaganda di regime) il problema della mancata crescita è spostato addossando la responsabilità alla formazione, scuola o università che sia, con l’idea che nello stato in cui si trova non sia capace di formare al mondo del lavoro. Da questo approccio discendono linearmente la valutazione (Anvur, Invalsi), l’alternanza scuola-lavoro e le altre riforme dell’istruzione cui abbiamo assistito negli ultimi vent’anni. Da questo approccio segue dunque una involuzione programmata del sistema dell’istruzione che si dovrebbe adeguare a un sistema imprenditoriale (il mondo del lavoro) che richiede sempre meno personale con alta formazione. In questo schema la ricerca perde non solo la sua centralità ed anche il suo senso stesso: come disse Silvio Berlusconi “perché dobbiamo pagare uno scienziato quando facciamo le scarpe più belle del mondo”?

D’altra parte la presenza di un’attività di ricerca che sia di livello internazionale, è una condizione necessaria ma non sufficiente per lo sviluppo economico. Il sistema formativo deve creare delle conoscenze e delle capacità che rappresentano il potenziale indispensabile per poi riuscire a innovare (a 360 gradi!) e a dare così impulso al sistema economico. Tuttavia, queste capacità, se non sono inserite in un sistema imprenditoriale e industriale adeguato, non possono di per sé generare sviluppo economico. Il problema del nostro paese è quello di essere il fanalino di coda nella quota di occupati nei settori ad alta conoscenza, cioè quei settori ad alta intensità tecnologica che rendono possibile lo sviluppo di beni che più difficilmente sono prodotti anche da altri paesi. Così come l’Italia “eccelle” nell’occupare la penultima posizione per quanto riguarda la spesa in ricerca e sviluppo delle imprese. Il problema è dunque capire come realmente si realizza il nesso tra formazione, sviluppo scientifico, tecnologico e economico al di là delle favole ideologiche che ci vengono raccontate da qualche decennio e che, chiaramente, non funzionano.

Istruzione e sviluppo economico sono due facce della stessa medaglia: questa dovrebbe essere la questione cruciale, il rospo, da mettere al centro dell’agenda politica, che separa due visioni economiche e sociali completamente diverse e che invece continua ad essere assente.

Fonte

27/12/2019

Fioramonti si dimette: nessun coraggio, è solo tattica politica

Quest’anno sotto l’albero sono comparse le dimissioni del Ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti. Un congedo “per amore dell’istruzione” stando alla sua narrazione, ma che a noi non convince per niente.

Ci sono state molte occasioni in cui poteva dimettersi – pensiamo quando a fine novembre è stato scavalcato dal PD che impose i test Invalsi e l’alternanza scuola-lavoro come requisiti di accesso agli esami di maturità – invece Fioramonti ha scelto di restare al suo posto e ora, a legge di bilancio approvata, dimettersi.

In molti lo stanno applaudendo per il coraggio e per la coerenza, ma a noi sembra molto di più un calcolo politico maturato all’interno di una crisi di governo latente ma reale, che potrebbe rapidamente precipitare difronte ai diversi nodi politici irrisolti e al risultato degli appuntamenti elettorali dei prossimi mesi.

Ci teniamo infatti a sottolineare che, oltre alle dimissioni, Fioramonti appare intenzionato a formare un proprio gruppo parlamentare filo-contiano.

Una manovra che potrebbe essere rafforzata se “dal basso” sorgesse un movimento sulle stesse parole d’ordine dell’ormai ex ministro, un generico “più soldi all’istruzione” senza tenere in considerazione la critica di un sistema scolastico e universitario profondamente ristrutturato in chiave classista ed elitaria dopo oltre vent’anni di riforme dell’istruzione, ultima per importanza la Gelmini.

Un sistema che infatti Fioramonti non ha ma messo profondamente in discussione.

Fonte

13/10/2019

Sugar tax: tassare i bimbi per non tassare i ricchi

Si sta discutendo in questi giorni la proposta del Ministro dell’Istruzione Fioramonti di istituire un’imposta indiretta su merendine, bibite gassate e voli aerei. Secondo il Ministro tali misure genererebbero degli introiti per circa 3 miliardi (cifra che pare detta un po’ a caso) che verrebbero poi utilizzati per finanziare istruzione e ricerca.

Non è certo opinabile che il consumo di cibi e bevande che contengono molti zuccheri, o grassi saturi, faccia male alla salute, così come è noto che tale comportamento possa provocare nel tempo malattie che si traducono in maggiori costi per il Servizio Sanitario Nazionale. L’inserimento di un’imposta indiretta su questi beni dovrebbe, nell’immaginario di chi la propone, ridurne il consumo in misura trasversale a tutti i cittadini, creando un maggior beneficio a tutta la società. Inoltre, e questo è il secondo aspetto della proposta, l’introito derivante dalla tassa verrebbe utilizzato per effettuare quegli investimenti in ricerca e istruzione di cui il Paese necessita. Raccontata la storia in questo modo, sembrerebbero non esserci controindicazioni all’introduzione di tale imposta. Tuttavia, vi sono perlomeno tre punti su cui vale la pena riflettere per rendersi conto che l’idea del Ministro Fioramonti nasconde rilevanti criticità. Procediamo con ordine.

Soffermiamoci, innanzitutto, sulle conseguenze derivanti da una maggiorazione sul prezzo di cibi e bevande consumati (anche se potenzialmente dannosi). Affinché un aumento del prezzo porti ad una effettiva riduzione del consumo, è necessario che la domanda del bene in questione abbia una sufficiente elasticità rispetto al prezzo. Tradotto in termini più comprensibili, significa che l’aumento del prezzo deve essere realmente in grado di scoraggiare l’acquisto di determinati beni. Ragionando per estremi, se si volesse eliminare dalle abitudini alimentari l’acquisto di cibi e bevande altamente zuccherini, l’imposta dovrebbe essere così alta da generare, per paradosso, un’entrata nulla per le finanze pubbliche. In questo modo, infatti, essendo divenuto estremamente costoso, nessuno vorrebbe più consumare tale bene. Quanto più lo Stato è in grado di orientare i comportamenti dei cittadini verso abitudini più virtuose, scoraggiando l’acquisto di beni nocivi alla salute con un rincaro sul prezzo, tanto minore sarà il gettito fiscale derivante dall’applicazione di un’imposta indiretta. Teniamo bene a mente questo principio, ci tornerà utile nel seguito della nostra argomentazione.

In altri paesi è già stata introdotta un’imposta su beni di consumo ad alto contenuto di zuccheri e in pochi casi questa misura ha inciso sensibilmente sul comportamento dei cittadini, nella grande maggioranza dei casi ciò ha comportato solamente una fonte di entrata nelle casse dello Stato. Ciò ci permette di giungere al secondo punto su cui è articolato il nostro ragionamento. Se, realisticamente, l’imposta suggerita da Fioramonti si traducesse quasi esclusivamente in un rincaro dei prezzi, tale misura avrebbe un impatto eterogeneo tra le diverse tipologie di consumatore. In particolare, una tassa su merendine e bibite gassate colpirà maggiormente le famiglie con bambini e, in particolare le famiglie più povere. Non serve soffermarsi molto sul perché i bambini siano i maggiori consumatori di merendine, quindi è relativamente facile comprendere come un’imposta del genere colpirà principalmente chi ha figli a carico. Ma perché questa tassa dovrebbe colpire maggiormente le fasce più deboli? Innanzitutto, perché è probabile che i più abbienti consumino altri tipi di alimenti e di bevande, come per esempio vini pregiati anziché bevande gassate. In secondo luogo, e questo è l’aspetto meno intuitivo, perché una tassa di questo tipo colpirebbe indistintamente tutti i consumatori. La cosa sembrerebbe equa ma non lo è. Per spiegarci meglio, è utile fare un esempio numerico. Ipotizziamo che un’imposta indiretta di questo tipo abbia un impatto di 1 euro al mese per il singolo consumatore. Facendo due conti: 1 euro in meno per chi ne guadagna 1.000 rappresenta un millesimo del suo reddito, ma è un decimillesimo per chi guadagna 10.000 euro e ancor di meno per redditi via via più alti. In altre parole, la stessa uscita di cassa è proporzionalmente maggiore per chi guadagna meno. Dunque, sotto l’apparente veste della proporzionalità dell’imposta si nasconde addirittura una misura fiscale regressiva, come del resto in quasi tutti i casi di imposta indiretta.

Se veramente uno Stato volesse perseguire un obiettivo largamente condivisibile come quello della salute dei propri cittadini, la strada da seguire non sarebbe certamente quella di una maggiorazione di prezzo su alcune categorie di beni di consumo. Anziché scoraggiare il consumo di cibi nocivi aumentandone il prezzo, attraverso l’applicazione di un’imposta, potrebbe sussidiare l’acquisto di alimenti più sani che diverrebbero così relativamente più economici rispetto ai primi. Tuttavia, ciò rappresenterebbe un’uscita per le finanze pubbliche anziché un’entrata.

La via maestra dovrebbe invece passare per una diretta regolamentazione dei consumi. Se il consumo di un certo bene è nocivo alla salute lo si può vietare o, meglio ancora, si può imporre, quando possibile, una modifica della sua produzione, al fine di rendere il prodotto maggiormente salutare. Quindi, ad esempio, anziché un “vietiamo la nutella”, si potrebbe obbligare l’azienda a produrre un cibo più sano migliorandone la qualità degli ingredienti e il processo produttivo a parità di prezzo praticato. Altrimenti, anche in questo caso, ne risulterebbero penalizzati i consumatori con redditi più bassi. Solo attraverso una stretta regolamentazione, da un lato, sugli standard qualitativi e di produzione e, dall’altro, sui prezzi, la misura colpirebbe i margini di profitto della grande distribuzione e produzione alimentare. Ovviamente, affinché un Paese possa realisticamente applicare una normativa di questo genere, è necessario un rigido controllo dei capitali altrimenti le imprese private sposterebbero la produzione in altri paesi con conseguenze nefaste anche sul lato occupazionale.

Avvicinandoci alla conclusione, bisogna capire quale sia lo scopo reale dell’introduzione di un’imposta indiretta, come quella proposta dal ministro Fioramonti, su cibi e bevande. In realtà, come ammesso dal ministro in prima persona (minuto 0:40), tale misura non è stata immaginata al fine di modificare i consumi della popolazione, ma rappresenta uno strumento per “fare cassa” e ottenere in questo modo una copertura finanziaria per il reale obiettivo del ministro: un aumento della spesa in istruzione e ricerca.

Ecco, dunque, che ci accingiamo a svelare l’identità del colpevole.

Sotto le mentite spoglie di un’agenda politica brillante e in grado di perseguire congiuntamente obiettivi nobili, quali una maggiore attenzione per la salute e l’istruzione, si cela ancora una volta il volto beffardo dell’Unione Europea. Sono, infatti, l’austerità imposta dai vincoli europei e la norma della libera circolazione dei capitali la causa di una finanza pubblica creativa (citando lo stesso Fioramonti, “dobbiamo ottenere risorse in modo innovativo”) o per meglio dire, disperata.

È l’adesione cieca e acritica a quelle regole europee che impongono il pareggio di bilancio a indurre governo e ministri a raschiare il barile per finanziare le politiche che si intendono perseguire, siano esse di sviluppo o di protezione sociale. Se non vi fosse tale costrizione, nel caso specifico, non sarebbe necessario introdurre un’imposta su cibi e bevande perché si potrebbe aumentare (e sarebbe davvero il caso) la spesa in istruzione e ricerca attraverso un disavanzo pubblico.

È la libera circolazione dei capitali, pilastro dell’Unione Europea, che impedisce una tassazione realmente progressiva, che faccia pagare ai privilegiati i costi di misure a tutela della salute e dell’ambiente. Di fronte alla minaccia di capitali che possono agevolmente lasciare il Paese, è sempre più semplice per un governo pavido far ricadere la scure sui soliti noti, come accade nella proposta del ministro Fioramonti.

In un siffatto contesto costrittivo rimane solo la via deprecabile della politica fiscale ad impatto regressivo, quella che passa o per l’esacerbazione delle imposte dirette sul lavoro a svantaggio dei ceti medi e bassi oppure per l’iniqua imposizione indiretta che a volte si può nascondere persino dietro un’insana merendina o una bibita gassata.

Fonte